Archive for luglio 2013

L’Avversario

Lo sterminio della famiglia di un bugiardo

ROMANZO. «L’avversario» (Adelphi) di Carrère
La storia (vera) del finto medico che uccise moglie, figli e genitori

Emmanuel Carrère

Emmanuel Carrère

Chi ha letto con grande interesse Limonov di Emmanuel Carrère – stupefacente romanzo di uno dei più importanti scrittori francesi dei nostri anni – ritroverà ne L’Avversario (169 pagine, 17 euro), che Adelphi ci propone nella bella traduzione di Eliana Vicari Fabris, intatto il fascino dell’opera precedente. In questo romanzo verità, l’autore cerca di ricostruire il movente dell’efferato delitto commesso da Jean Claude Romand che uccide moglie, figli e genitori, tentando di porre fine anche alla propria vita, in un rocambolesco incendio. Un’educazione rigida e bacchettona certamente aveva sconvolto l’esistenza di un uomo apparentemente normale, troppo normale, esortato dai genitori al culto della non menzogna a tutti i costi. Imperativo morale che l’aveva indotto, per contrasto, a disubbidire, fin dagli anni giovanili, simulando una finta aggressione da parte di sconosciuti. Contravvenendo alle tradizioni familiari, interessate a studi agrari, Jean Claude si i-scriverà a medicina, attratto dal ruolo sociale della figura del medico. La bugia più grande – da cui discenderanno i drammatici risvolti – è fingere di aver superato il secondo anno e di essersi poi laureato in pienezza di voti. Da questa menzogna discendono gl’incredibili eventi di un uomo che sposa una brava, normale ragazza, Florence, da cui ha due simpatici figli e si arrabatta per anni nella finzione di un lavoro che non esiste, arraffando danaro dove può, imbrogliando genitori, suoceri e parenti, complicando ancora di più la spinosa matassa, con un amore adulterino, fino all’inevitabile epilogo di sangue. Appresa la notizia dalla cronaca, Carrère decise di entrare in contatto con un omicida così sui generis, considerato da tutti uomo probo e mite. Intercorre una garbata corrispondenza tra lo scrittore e l’ineffabile assassino. Carrère seguì le udienze del processo che si svolsero nell’estate del 1996 a Bourg-en-Bresse, dopo di che l’imputato fu condannato al carcere a vita con 22 anni di segregazione. Continuò la corrispondenza fra l’ergastolano e l’autore che andò anche a trovarlo personalmente, preso sempre dal dubbio sulla personalità tanto labirintica di un uomo che non sapeva più distinguere tra verità e finzione. Questo struggente romanzo non nacque liscio come l’olio, poiché l’autore ne pose in atto varie possibilità, ispirandosi in primis alla struttura di A sangue freddo, adottata da Truman Capote, quindi pensò di attenersi a una narrazione nell’ottica degli amici sbalorditi dell’omicida, alla fine decise di narrare secondo la propria personale visione dei fatti. E fu un’ottima scelta, visto il risultato vero e coinvolgente che ne è emerso. «Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera», spiega Carrère. Noi siamo certi che il lettore sensibile troverà in essa tutta la grazia di una vibrante preghiera scritta con l’asciutta eleganza letteraria concessa solo agli scrittori di alto sentire.
Grazia Giordani

Faubourg

Georges Simenon senza Maigret è anche più bravo

CLASSICO. Provincia inquieta con sorpresa
«Faubourg», prototipo del genere che l’autore definì «romanzi duri»

Georges Simenon

Georges Simenon

Non occorre il commissario Maigret a Georges Simenon per indagare sull’ambiguità dell’animo umano, che il grande autore sembra conoscere fin nelle intime fibre. Lo dimostra in Faubourg (136 pagine, 16 euro, traduzione di Massimo Romano), l’ultimo volume del grande autore belga proposto da Adelphi che ne cura l’opera omnia dal 1985. Scritto a Papeete nel 1935 e apparso a puntate sul settimanale Marianne l’anno seguente, Faubourg fu stampato in volume in Francia nel 1937. Fa parte dei romanzi che l’autore definiva «duri». Teatro dell’azione è una città indefinita, popolata dai soliti alberghi di infimo ordine, dove s’incontrano sciatte affittacamere, banditi, commessi viaggiatori, prostitute. Maestro delle atmosfere in penombra, dove la luce fatica a farsi strada, in sintonia con un certo buio interiore, l’autore ci fa conoscere, fin dall’inizio, un protagonista sfuggente, René de Ritter che di autentico non ha nemmeno il cognome, uno che «non sapeva più distinguere con esattezza quando mentiva e quando era sincero. Non voleva saperlo». Un velleitario che avrebbe voluto tirarsi fuori dalle sue origini sottoborghesi, che avrebbe voluto spiccare il volo in cieli più alti, ma che, in realtà, sembrava girare su se stesso, ingoiato da una circolarità dei destini, cui gli era impossibile sottrarsi. Al suo seguito conosciamo l’illusa Léa, uscita dalla casa chiusa di Clermont-Ferrand, a cui ha fatto baluginare la possibilità di cospicui guadagni. Léa sente che non vi è chiarezza, né verità nelle promesse dell’avventuriero. Strana innanzitutto la scelta di tornare nel luogo scialbo in cui è nato, dopo aver viaggiato in luoghi ricchi di suggestione quali Giava, Rio de Janeiro, Bombay. A Panama ha rischiato persino la prigione. Dopo tante avventure, perché tornare in un luogo così anonimo e senza futuro? René sfrutta Léa, ma non riesce a staccarsi da lei nemmeno quando decide di sposarsi con una fiamma dei suoi anni giovanili, Marthe, non bella, ma abbiente e molto assennata, arrendevole, pronta ad assecondarlo in tutto, mentre l’uomo è sempre più svagato, incomprensibile, contraddittorio, scontento. Aveva vissuto la sua intera esistenza spacciandosi per quello che in realtà non era. Persino il giornalista ha fatto, in quel suo piccolo innominato luogo natale. Un uomo che non si riconosce guardandosi allo specchio. Ha sbagliato con questo ritorno nel suo luogo natale, vivendo la doppiezza di una relazione contemporanea con Léa e Marthe. I ricordi della giovinezza gli zampillano intorno sornioni e disordinati, in mezzo a tutti quei personaggi di allora che non sono poi tanto cambiati: la madre, sempre aspra con lui, la zia Mathilde troppo generosa, la sventurata moglie che avrebbe fatto miglior scelta restando zitella. Il dramma finale è un riuscito coup de théâtre che stupisce il lettore, lasciandogli in cuore un filo d’angoscia.
Grazia Giordani

I colpevoli

Legale, ma giusto e anche morale? Romanzi di diritto

IL LIBRO. «I colpevoli», Longanesi: casi aperti
Von Schirach, avvocato e narratore racconta tutte le facce della colpa

Ferdinand von Schirach

Ferdinand von Schirach

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  • Ferdinand von Schirach, giovane avvocato-scrittore tedesco che dai casi criminali sforna bestseller a ripetizione, con I colpevoli (titolo originale Schuld, Longanesi, 179 pagine, 14,90 euro, traduzione di Irene Abigail Piccinini) torna a condurci in un mondo inquietante e contraddittorio. La vita di tutti i giorni, fatta di orrori e perversioni, se osservata attraverso la lente della giustizia. Intento dell’autore, nelle sue parole, «mostrare le molteplici sfaccettature della colpa». Una specialità tedesca: con il suo romanzo Il caso Collini, von Schirach aveva già saputo mettere nel mirino, per esempio, il passato nazista del suo Paese, lui che è nipote di Baldur von Schirach, gerarca nazista processato a Norimberga. Di episodio in episodio, procedendo nella lettura di questa raffinata opera, espressa in stile di prosciugata eleganza, saremo costretti a porci interrogativi scomodi: è giusto assolvere una moglie che ha ucciso il marito, solo perché lui era crudele e violento? E ci si chiederà perché, se l’assassino accidentalmente ha eliminato un serial killer, l’omicida meriti comunque di essere punito in maniera esemplare. Ma come accettare una legittima strategia difensiva basata sul silenzio, se questo finisce per proteggere i colpevoli di uno stupro e assassinio di gruppo? Sono casi che un penalista incontra nelle aule di tribunale, ma «la letteratura è sempre più vera di un atto giudiziario», avvisa l’avvocato-scrittore. «Naturalmente, ho cambiato nomi, luoghi, persone: come avvocato sono tenuto al segreto professionale. Nel racconto Festa in piazza non è che abbia importanza se questo stupro di gruppo sia avvenuto a una festa di paese o su un carro da carnevale che avanzava tra la folla. A esser cruciale è il tono di fondo di questo caso, il concorso di circostanze, il momento tragico. Un tono che ciascuno sente a modo suo. Il giudice che legge il mio racconto e ha deliberato, probabilmente direbbe che il caso è stato completamente diverso». Il lettore non smette di chiedersi quali siano i limiti della giustizia. Inevitabile ripensare al grande giurista e filosofo austriaco Hans Kelsen: il diritto stabilisce se una norma sia legale; che sia giusta o ingiusta, è questione morale; se sia opportuna o no, è una scelta della politica. Ritorna in ogni aula di tribunale, come nel Sinedrio, quella domanda di Pilato: ma cos’è la verità? Schirach ha il merito di trasformare in appassionante realtà romanzesca queste questioni eterne. Afferma di avere molto amato scrittori quali Kafka, Hemingway, Capote e Carver. Qualche critico lo ha paragonato a Friedrich Durremmatt, il drammaturgo svizzero morto nel 1990, ma come i grandi è semplicemente maestro di sé stesso. In questa nuova raccolta si legge anche la denuncia nei confronti di casi rimasti irrisolti per umana imperizia, o insufficiente acume di chi giudica. Si raggiunge il virtuosismo se, dopo aver viaggiato dentro un mondo di efferato squallore, l’epilogo dell’ultimo episodio, Segreti, sa essere ironico, quasi divertente, da strappare un mezzo sorriso.
Grazia Giordani