Des Mois

IL LIBRO. Adelphi pubblica «Des Mois»

Un «non-diario»
ci aiuta a capire
lo stile di Landolfi

Grazia Giordani

La sua scrittura complessa si esalta nelle riflessioni sulla quotidianità

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martedì 13 dicembre 2016 CULTURA, pagina 49

Tommaso Landolfi (1908-1979) non finirà mai di stupirci, in quanto prototipo degli scrittori fuori dagli schemi, tanto blasé – si racconta – dall’aver pubblicato un suo volumetto in sole dieci copie per gli amici. E anche in «Des Mois» (pp. 169, 19 euro) che ora Adelphi ci propone, intento a curarne l’opera omnia, incontriamo un diario sui generis, preceduto da «La biere du pecheur» (1953) e da «Rien va» (1963), ovvero un diario non diario espresso in lingua inventata «vampirizzata dal francese», perché rimanda ora alla temporalità o alla centralità di un io sfaccettato da plurimi io, plurime identità. Luogo deputato a raccogliere gli sfoghi e le confidenze dell’anima, in Landolfi il diario subisce una radicale metamorfosi. Anziché catalogo di eventi ed emozioni quotidiane, diventa un’invenzione retorica dove passato e futuro si fondono in un «perituro istante». E il tempo risulta annullato; anziché documento privato, diventa rifiuto di sé.Benché l’autore qui tratti temi comuni come la discrasia tra vita e morte, il lavoro, la democrazia, il gioco d’azzardo, la famiglia, la casa e l’attività letteraria, questo diario si distingue dai due che lo hanno preceduto, per il maggior distacco, quasi la spersonalizzazione con cui l’autore osserva e registra.Gli affetti familiari prendono qui una connotazione tutta particolare.E la sua passione per i gatti? «A quel tempo vivevo solo», scrive a tal proposito, «per mia beatitudine e tormento. Insoddisfatto di me e d’ogni mia intrapresa, a una cert’ora scendevo in cortile; lei era lì sempre, e i nostri occhi s’incontravano. Io la guardavo un poco ontoso, e lei mi rendeva uno sguardo grave, cupo a dispetto dell’attonimento che sembra connaturale ai loro occhi chiari e sgranati, leggermente interrogativo, anche avido; e tutto era detto tra noi. In verità è forse il solo animale che conosca la noia umana, ossia di tipo umano; noia vera e non pretesa, da votezza e non da esuberanza o da almanaccamento, noia sconsolata, nell’esercizio e nella pena del quale sentimento esso può dar dei punti perfino all’uomo».Quello di Landolfi è un mix tra diario vero e pretestuoso. Non è lettura per tutti la sua scrittura così complessa, motteggiatrice. Se siamo giù di morale o desiderosi di un po’ di conforto dalla pagina scritta, non è a Landolfi che dobbiamo prestare attenzione. Se abbiamo invece voglia di originalità giocosa ed intelligente, addentriamoci nelle sue dissertazioni dove entra in conflitto tra la lusinga dei suoi vizi, in parole povere, la vita, e la mediocrità borghese, da lui tanto esecrata. E il suo concetto dello stile. Che nei grandi scrittori è distanza, capacità di considerare frasi e parole puri strumenti e non già «sacri arredi». Tratta un po’ di tutto, in maniera apparentemente slegata, l’autore, in questo suo diario-non diario, dal naturale stato  di sottomissione agli eventi che ci impedisce di adattarci alla desiderata e aborrita libertà al rapporto coi figli che, usciti dal «malevolo nulla» lo sfidano con la loro presenza miracolosa e accusatrice, lasciandolo lacerato tra «una tragica sollecitudine e la coscienza della metafisica inanità di qualsiasi affettuoso intervento». La visione di Landolfi, in buona sostanza, vira verso la catastrofe in tutti sensi. E i tempi d’oggi gli regalano sempre più triste attualità.

 

 

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