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immagine dal web
Baarìa
A proposito di Baarìa, leggiamo qui sotto il bell’articolo di Francesca Neri, preso dal Web, pur mantenendo qualche nostra perplessità, visto che questa nuova opera di Tornatore non ci è apparsa all’altezza della poesia e finezza di Nuovo Cinema Paradiso – sarà anche perché là c’era quel gigante di Philippe Noiret,  insieme alla novità dell’argomento. Insomma, intendiamo dire che questo nuovo film tanto reclamizzato, ai nostri occhi ed orecchi è sembrato un po’ baccanifero e farraginoso. Che sia che stiamo invecchiando e i nostri gusti estetici si sono fatti un po’ ingessati? Bellissime comunque le immagini. Superlativa la fotografia, tanto che Tornatore è stato paragonato a Luchino Visconti per la corsa alla bellezza, alla perfeziome estetica.
Sentiamo un po’ i vostri pareri e giudizi in proposito.

 Baarìa, la porta del vento

Il cinema diventa poesia nell’ultimo film di Giuseppe Tornatore
Il mondo in poche centinaia di metri. È questo lo sperduto microcosmo, a sua volta parte di un piccolo lembo di terra (la Bagheria), in cui è ambientato Baarìa. Eppure Giuseppe Tornatore (premio Oscar nel 1989 per Nuovo Cinema Paradiso) ci ha visto la vita in quella parte di Sicilia e, per un bel pezzo, l’ha persino considerata l’unica possibile.
La sua Bagheria (dall’arabo “la porta del vento”) iniziava a via Gioacchino Guttuso 114 e finiva alla rotonda di Palagonia; per ricostruirla al tempo della Seconda guerra Mondiale – il film infatti ripercorre la storia di Baarìa dagli anni ’30 fino agli anni ’80 – ci son voluti 12 mesi di costruzioni scenografiche in Tunisia.
Più che un film Baarìa è un inno alla sicilianità, alla tradizione, al passato. Mescolando miti e leggende di un paese, Tornatore ha raccontato con passione e amore di figlio la sua terra natia. L’ha fatto ripercorrendo le vicende di una famiglia (che è la sua), i Torrenuova, affidando i ruoli di protagonisti ad attori quasi sconosciuti, Margareth Madè (un passato da modella) e Francesco Scianna, ai quali fanno da contorno 63 attori professionisti e 35 mila comparse. C’è Michele Placido nel ruolo di esponente del Pci, Nicole Grimaudo, Lina Sastri indovina, Luigi Lo Cascio nella parte dello scemo, Beppe Fiorello è un venditore di dollari, Raoul Bova giornalista, Ficarra e Picone, Nino Frassica politico (corrotto), nel film tutti all’attivo con una battuta o due al massimo.
La lente di Tornatore, incorniciata dalle splendide musiche di Ennio Morricone, si sofferma sul passato di una comunità antica ed incontaminata, fatta di miseria e povertà, di fervore politico e mazzette, di guerra e ribellione, di ricchi e poveri, di comunisti e fascisti. Tra gli stenti c’è chi prova ad avvicinarsi alla lettura – il piccolo Cicco vuole studiare ma la capra gli mangia il libro -; per cambiare il mondo qualcuno cerca di attuare (a proprie spese e a suon di mazzate) la riforma agraria tanto agognata dai contadini; altri manifestano in corteo e con un bottone nero cucito addosso in segno di lutto (è il giorno del massacro a Piano della Ginestra); altri ancora a Bagheria si formano per diventare i Guttuso dell’arte e i Tornatore del cinema.
Bagheria non è solo storielle e superstizione. Bagheria, là dove la nascita del quinto figlio vuol dire stringersi ma con gioia, è maestra di vita (erano poveri ma avevano tutto). Fra le sue vie affollate e polverose, ha sottolineato lo stesso Tornatore, si è fatta la Storia (quella con la S maiuscola) degli Uomini (quelli con la U maiuscola). Di oggi non potremmo dire lo stesso.
 
 

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