Archive for maggio 2010


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Dissolvenza

 

Per i nuovi amici del blog, un racconto che mi sta particolarmente a cuore.


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La Cinese
 

Dicono che io sia un uomo ancora prestante, anche se la mezz’età mi ha portato via un po’ di capelli e diminuito le diottrie, ma mi consolo pensando che la calvizie oggi è à la page e lo sguardo “trasognato” piace alle donne. Quindi tutto okay, tutto a posto. E ne ho avuto conferma ieri sera, durante il  récital-concerto in memoria di Fabrizio De Andrè, il mio idolo, tenuto in un teatro di provincia, straripante di un pubblico composto, in carattere con la musica gioiosamente funebre di quel grande che sapeva parlare della morte con l’ apparente indifferenza di Guido Gozzano. Lo so che il paragone vi apparirà improprio, anche perché preceduto dall’ossimoro del “tenebrismo” illuminato dalla gioia, ma questo è quello che sento, quando suono e canto musica e parole del mio Faber.
Un concerto riuscito, insomma, quello di ieri e che mi ha fatto riassaporare piaceri antichi, intendo un tuffo nel passato, senza struggenti nostalgie; questa volta vi parlo di ritrovati flash di giovinezza, lievi perché sulle ali del ricordo, seppur scaldati da una folata di sensualità. Una situazione che sarebbe piaciuta al miglior Brancati, anche se il teatro dell’azione non era la Sicilia, ma la festosa Bologna di un trentennio fa. Lo so che sono lungo nei preamboli, ma i piaceri, anche solo ricordati, vanno gustati lentamente, devono sciogliersi in bocca come un bonbon, una chicca dai compositi sapori che la lingua trascina sul palato e non vorrebbe si sciogliesse troppo in fretta.
Ebbene – vi dicevo – una serata bella, anche per l’insperato incontro che mi ha regalato, quando, dal proscenio, avvicinandomi al pubblico, ho rivisto quegli occhi. Gli occhi della Cinese. La chiamavamo così, negli anni della mia adolescenza bolognese, quelli delle ore rubate alla scuola, delle prime monetine ingoiate dal jukebox, delle prime sigarette fumate di nascosto, dei primi fremiti del corpo che prende consapevolezza di sé.
Allora, quando la vedevamo passare per Via delle Rose, nei tiepidi pomeriggi d’aprile, l’aria si arroventava e il nostro fiato si faceva corto in maniera struggente. Prima c’era la fase dell’attesa, quando ancora non sapevamo se quel giorno sarebbe passata. Non era regolare e ripetitiva come un orologio. Avrebbe potuto esserci o non esserci. E se mancava per qualche giorno alla fila, almanaccavamo: «Che sia malata? Che si sia trasferita?» No, c’era sempre. Tornava. Aveva un passo – come dire? – liquido e altero nel contempo. Non invitava, eravamo noi che ci autoinvitavamo ad ammirarla, sboccati, lascivi, come solo può esserlo la ragazzaglia di quell’età; ma sempre inter nos nelle nostre esternazioni, non lasciandoci mai sfuggire nemmeno un fischio o una parola di troppo, protetti dalla vetrata del bar, dove lasciavamo la traccia umida dei nostri affannati respiri e l’essenza del nostro desiderio, mentre i suoi seni eretti parevano bucare la seta delle sue attillate camicette e lo sguardo obliquo delle sue intense pupille, trafiggeva i nostri turbamenti.
Era il fascino fatto donna.
Era il nostro mito.
E ieri sera ho rivisto quegli occhi.
Non so se cammina ancora come una pantera.
Un po’ d’argento, un poco appena, ha illuminato i suoi capelli. Lo sguardo obliquo dei suoi occhi è sempre quello: trafigge ancora, perché il fascino non ha età.
Sissignori, e così mi consolo anch’io, sperando di restare “commestibile” nel tempo…
Grazia Giordani

 


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Ancora provincia

 

Chi abita in una grande città penso faccia fatica a calarsi dentro le pieghe più profonde e oscure della vita di provincia, luogo in cui non si è mai soli – questo è vero – tanto che si finisce col sognare un po’di privacy, di potersi fare i cavoli propri, senza “telespettatori”.
Quand’ero ragazza e abitavamo in Via San Giovanni, in un bellissimo palazzo cinquecentesco, bisognoso di restauro, ma ricco di nobile passato – tanto che Marin Sanudo, celebre penna veneziana, lo aveva segnalato nelle sue cronache -, ricordo l’indignazione di mia madre (l’ironica Hena di cui spesso vi ho parlato), constatando che uno zelante pittore locale, con incarichi nelle “Belle Arti”, aveva disegnato pudichi veli sui seni nudi di figure mitiche, gioiosamente affrescate, sulla parete di una delle stanze padronali. Queste esternazioni di pudore, forse – e sottolineo forse – in una città evoluta sarebbe stato più difficile incontrarle, anche se è storia nota che un papa del passato aveva fatto indossare caste mutande alle statue, da lui considerate invereconde…
Bene, tornando al ”Palazzo Rosini” di cui sopra, il cui balcone centrale della sala da pranzo, mi dava modo di vedere la casa di fronte, di una mia amica d’infanzia, non proprio una venere, per essere obiettivi (che mio padre, noto viveur, usava appellare per la strada: «X*, mi sembri la primavera!» E a cui io facevo notare, al ritorno a casa: «Babbo, perché dici simili bugie?» E lui:«Se non glielo dico io, chi vuoi che lo faccia? È stata un’opera buona.») – non proprio una venere – dicevo, al punto da preoccupare i familiari per un suo futuro matrimoniale. Quindi, ogni volta che un inserviente, dalla vicina pasticceria, portava a casa nostra un vssoio di paste, o una torta, la preoccupatissima nonna di X*, chiedeva poi a mia madre: «Avete avuto una festa di fidanzamento?»
Sempre questa nonna, angosciata per i fidanzamenti altrui, aveva una cassetta in cui teneva tutti i santini dei morti di sua conoscenza, da cinquant’anni a questa parte. E quando noi ragazze le capitavamo in casa, apriva il suo “forziere”, meticolosamente catalogato con nomi e date, ed esclamava, traendone fuori le foto: «’Arda el poaro Bepin, morto nel ’67, si ben ch’el gavèa dièse ani manco de mi! – Guarda il povero Beppino, morto nel ’67, sebbene avesse dieci ani meno di me!» Oppure: «Chi l’avarìa mai dito che la Carolina la sarìa morta cussì in pressia e mi intanto a son ancora chi?– Chi avrebbe mai detto che la Carolina sarebbe morta così in fretta, e intanto io sono ancora qui?»
Quando la nonna di X*, ormai quasi centenaria, è “passata a miglior vita” – come avrebbe detto il sacrestano del celebre romanzo di Tomizza – nella nostra fantasia è rimasto un irrisolto dilemma: Avrà portato con sé, nell’estremo viaggio, anche la sua preziosa cassetta?
(alla prossima)

 

 
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La corriera

 

Non guido la macchina, e quindi, nei miei spostamenti fuori città – se non mi accompagnano marito o figlio – mi affido ai mezzi pubblici. Per andare in redazione a Verona, ad incontrare il “capo” e a ritirare i libri da recensire, ricorro prevalentemente alla corriera, che non è precisamente un pullman extra lusso. Spesso i sedili sono istoriati da «Giancarlo ti amo e dì a quella brutta troia di Elisina di smetterla  di farti il filo» o da «Madonna sei grande» – non certo riferito alla madre celeste;  e l’autista mi ha detto che, qualche volta, ha raccolto siringhe, cicche, cartacce ed altre piacevolezze.Gli autisti meriterebbero un capitolo a parte. Ne ho incontrati di meticolosi che lustrano il pullman come se fosse il salotto di casa loro; di fiscali che non ti aprono la portiera, anche se sei sotto l’uragano, bagnata come un pulcino «perché non è ancora l’orario». Ma uno, soprattutto mi ha colpita. A ogni fermata o quasi, si introduceva negli occhi abbondante collirio.
«‘Sa vola siora, a gò le orbarole, a ne ghe vedo quasi gnente, a son in cura da un dotore che me gà ordinà ‘sta ostia de sta medicina, ma no la me fa gnente, a ghe vedo sempre manco…- Cosa vuole, signora, sono mezzo orbo, non ci vedo quasi niente, sono in cura da un dottore che mi ha ordinato questa “ostia” di questa medicina, ma non mi giova, ci vedo sempre meno…»
E io, allarmata: «Ma, allora, come fa a guidare?»
E lui, laconico: «La coriera la sa dove ‘nare – La corriera sa dove andare»
Speriamo che le corriere abbiano più perspicacia delle bombe intelligenti!
Viaggia con noi un mosaico multirazziale. Qualche marocchino o albanese cerca di fare il furbo. Ne ho visti obliterare un biglietto del cinema o quello di un pullman già obliterato; la cosa peggiore è che li ha visti anche un implacabile controllore che ha diligentemente segnato nel suo libretto delle multe generalità ed indirizzo di gente senza fissa dimora.
Chissà mai chi riceverà quegli avvisi di contravvenzioni!
Ascolto spezzoni incrociati di madri dai figli perfetti, bravissimi a scuola, o che potrebbero esserlo, data la colossale intelligenza, in mezzo a un trillare di telefonini. «Gheto zà magnà…amore dime…no sta dirme…sarà mejo che te melo disi…la Maria xe na stronsa…» in un capriccioso accavallarsi di discorsi adulti e adolescenti, finché Piazza Cittadella si profila all’orizzonte, e scendo frastornata, salutando un po’ di Marie più o meno stronse che mi trotterellano appresso. (g.g.)

 


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Contre repêchage
qui

 

Repêchage
 

Stanca di riproporvi vecchi miei racconti, ne ho  scritto ora uno nuovo di zecca, eccolo qui fremente per la voglia di conoscervi. 


Tavolo da bridge

 

 Si riunivano da ormai quasi trent'anni attorno a quel tavolo scuro. Sorretto da gambe massicce, vestito di un panno verde, ai bordi scolorito: un vestito senza mode e senza tempo, testimone muto delle loro lente smazzate. Un tavolo per quattro, a volte compiacente e un po' sornione. Mentre le mani disponevano picche e fiori in meditate combinazioni, i piedi dei giocatori avevano – soprattutto in passato – lavorato sotto ambigui e tentatori.I piedi di Clara erano lunghi e sottili, calzati spesso da mocassini morbidi, facili da sfilare, estremità di una donna irrequieta, la voce roca per il troppo tabacco, l'abbigliamento casual, quasi maschile, i calzoni di buon taglio, bluse molto aperte a mostrare l'inizio di seni piccoli ed eretti.
Claudio, il marito, era un uomo taciturno, grande calcolatore nel gioco, considerato la "mente", il mago della licitazione, che sapeva spaziare con intelligenza nel misterioso giardino dei fiori "Romano", "Napoletano" e forse anche di "Timbuctù"…. Così almeno commentava Clara, gelosa della razionalità inesorabile del consorte, in conflitto con la sua ironica fantasia.
Nel gioco preferivano dividere le coppie. Marta, meno irrequieta, più remissiva dell'amica, subiva con classe le ire di Claudio e, al tavolo verde, ne diventava l'altra metà. Una metà in sottordine, come la spalla per il comico, la sguattera per il cuoco.
Alain, il marsigliese della compagnia, era il più enigmatico dei quattro. La sua condotta di gioco appariva irregolare, ora piena di slanci e di concessioni alla creatività, ora ingrigita dai trent'anni di appuntamenti.
In passato era parso che Marta e Alain – i due single per elezione – nutrissero una reciproca viva simpatia. C'era stato qualche viaggio con pernottamento in piccole stanze di alberghi altoatesini, riscaldate d'inverno da caminetti divorati dal divampare delle fiamme. E poi un week-end a Parigi, presi dalla "grandeur" della città, nutriti in piccoli ristoranti di Montmartre, come turisti qualsiasi, senza pretese di distinzione. Liberi, disinibiti, avevano goduto di questo flash d'amore fisico che non li aveva vincolati a niente: né a reciproca fedeltà, né a sentimenti profondi. Di quelli che parlano il linguaggio del "ti amerò per tutta la vita".
Poi Alain si innamorò veramente di Clara. Se ne accorse una sera, quando osservando il volto dell'amica riflesso nello specchio, provò quasi una fitta dolorosa, una voglia di averla tutta per sé, di toccare le sue carni color miele, di perdersi dentro quella scollatura sempre offerta. Si chinò fingendo di raccogliere una carta da gioco e sfiorò con le dita la sporgenza del suo ginocchio. La gamba di Clara "rispose", accostandosi alla sua mano con abbandono. Fu un linguaggio istantaneo, una "licitazione" cui non seppero sottrarsi, piena di antiche malie. Claudio non diede segno di capire, chiuso in una specie di impermeabile di indifferenza, sembrava interessato alle "donne di cuori", piuttosto che alla sua legittima compagna. Da tempo la teneva lontana nel grande letto matrimoniale, preferendo la lettura di manuali di bridge alle effusioni della consorte. Non notava le maliziose combinazioni di pizzo nero che svelavano più che velare i tenui boccioli del suo seno e le cosce efebiche di donna che invecchierà tardi. Le carte non le bastavano. Nella vita aveva altri interessi: slanci sociali, cinema d'avanguardia, pittura, fumetti di Linus. Adorava le patatine fritte a mezzanotte, le sorprese, i viaggi senza meta, gli imprevisti di tutti i tipi.
Alain la travolse. Fu all'epoca di questa passione che i loro piedi presero a "parlare" sotto il tavolo, inverecondi più che mai. Fu tutto uno sfilarsi di mocassini, di alluci strisciati lungo le gambe dell'uno o il ventre dell'altra, mentre le mani continuavano a regolare la danza delle carte, colpevoli ed imprecise, animate da una gioia trasgressiva, sempre più eccitante.
Gli incontri nella piccola garçonnière di Alain forse non erano così appaganti come lo scambio di effusioni del sottotavolo. I corpi, nella stanza del marsigliese – svelati dalle inutili lenzuola nei lunghi pomeriggi -, erano affamati, quasi crudeli nello scambiarsi ardore, ma non raggiungevano mai la soddisfazione allusiva delle sere al tavolo verde.
Marta soffriva per l'orgoglio ferito. Si sentiva tradita più dall'amica che dall'amante. Era divisa tra due atteggiamenti opposti. Da un lato cercava di inventare scuse per rimandare gli appuntamenti al bridge: senza la sua presenza, l'incantamento si sarebbe rotto, la love-story avrebbe avuto degli impedimenti. D'altro canto si comportava come l'assassino che torna su luogo del delitto: non riusciva a svincolarsi del tutto dall'appuntamento col tavolo galeotto, masochista ed impietosa contro se stessa.
Come tutte le passioni, anche questa si spense e divenne una sbiadita amicizia. Clara entrò in una fase di vita sedentaria. Forse divenne più riflessiva, meno sognatrice, ma anche meno appagata e capace di dare sprint a chi le viveva al fianco.
Marta aveva avuto un'altra storia breve e poco gratificante con un greco, incontrato occasionalmente a teatro, e che aveva tentato – in parte riuscendoci – di estorcerle del denaro. Alain era chiuso in un riserbo sempre più impenetrabile, della sua vita privata non si sapeva ormai più niente. Claudio continuò nella sua abulia di bridgista a tempo pieno, posato ,metodico nel fare tutto al tempo giusto e con la debita pignoleria, come piegare il tovagliolo prima di alzarsi da tavola o spremere il tubetto del dentifricio dal basso, senza sprechi inutili.
I quattro bridgisti – dopo un lungo intervallo – si riunirono in una serata invernale piena di vento. Folate fredde si insinuavano nella stanza attraverso le fessure della finestra. La camera era in penombra. Alain accese una lampada dal lungo stelo che proiettò una luce innaturale sulla smazzata chiara nel verde del tappeto, quasi una croce copta stilizzata, parte di un rituale troppe volte ripetuto. Sembrava un disegno di morte, di fine di amori ad incastro, d'inizi di pallide amicizie senza calore. Il gioco non aveva più senso fra loro, privo dei sottintesi del passato; si svolgeva ormai solo sul tavolo senza i risvolti furtivi, non nascondeva più le ombre delle loro vite, non era proiezione di manovre del sottosuolo. Che senso avrebbe avuto continuare? Claudio pensò: "Cercherò altri partner più vivi. Con loro è diventata una noia misurarsi. Clara, Alain e Marta sono ormai dei giocatori fantasma, molluschi senza supporto interiore, mutilati dalla fine dei loro "giochini". Povera gente scialba, dagli ideali sbiaditi! È giunto il momento di scaricarli, come zavorra da gettare a mare".
Grazia Giordani
Data pubblicazione su Web: 18 Aprile 2006

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