Archive for novembre 2004

La tazza

 

Pur essendo larga e bassa – come certe donne di struttura mediterranea – aveva un suo stile, quella tazza, una sua aria rétro, tale da ingentilire le prime colazioni e le merende e le bevute notturne di Ludmilla. Quella porcellana pallida, con fiori appena adombrati lungo i bordi, la seguiva, come un’amica fedele, fin dagli anni dell’infanzia. Dentro gli infusi, i tè e le camomille, la nostra invecchiata ragazza aveva visti riflessi tutti gli atti della commedia, quella della sua vita. Le occhiate dolci di sua madre, il mattino appena sveglie, avevano galleggiato liquide e sfatte, dentro quella tremula superficie; le luci del tramonto sul terrazzo, avevano nuovamente scherzato – dentro quella solida tazza – con le trasparenze screziate da scie di porpora cangianti. E la luna, quante volte la luna era scoppiata, in un barbaglio di algido argento, ferita a morte dal roteare del suo cucchiaino…

 

Può, dunque, un’esistenza intera vivere chiusa dentro i bordi angusti di un così piccolo recipiente? Minuscolo stagno agitato dal fremere di un respiro, da un colpo di tosse improvviso, vibrante superficie d’ambra di epoche diverse?

 

Proprio quel mattino, a colazione finita, mentre sfogliava il quotidiano, curiosa delle ultime notizie, le cadde di mano quel fragile contenitore, rimbalzò sul tappeto e perse, con mossa addolorata, il suo arcuato manico. Questa amputazione procurò a Ludmilla rammaricato stupore, esitò un attimo sul da farsi, ma non la gettò nei rifiuti: era troppo carica di passato.

 

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Pian piano ci abitueremo anche a queste novità… che ne dite?















-Datemi s’istentu. Tia Juà, ha detto mamma di darmi s’istentu, per piacere –
– Ehi, fizigheddu meu, siediti lì, adesso te lo do –
E stavo lì, seduto in cucina, in silenzio, ad aspettare quella cosa che immaginavo tanto preziosa.
Intanto, tia Juanna, continuava il suo lavoro. Con un piccolo pennello colorava i dolci, per farne dei frutti. Distese di palline in pasta di mandorle, davanti a me, nelle canistedde di asfodelo, pronte a diventare mele, pere, fichi d’india, ciliegie per gli sposi. Piccola, con le braccia muscolose a furia d’impastare, sembrava una pittrice attenta alle sfumature, girava e rigirava le sue creature, aggiungeva un po’ di rosso un po’ di giallo. Non sbagliava quasi mai, difficilmente una melina malriuscita addolciva la mia attesa: lè, coro ‘e ma’, mandigadila. Osservavo a bocca aperta la lentezza dei suoi gesti, la stanza che si riempiva di un miracolo. Solo dopo molto tempo mi ricordavo del compito assegnatomi da mia madre:
– Ma s’istentu, tia Jua, non me lo date?
– Sai una cosa? Mi sono ricordata proprio ora che l’ho finito. Ma domani lo rifaccio, torna domani -.
Quando tornavo a casa, mia madre aveva finito di lavare il pavimento.

Datemi s’istentu.

Con Roberto andavamo ad avvistare gli Ufo, prima o poi sarebbero passati, sopra Sunis, c’erano i nuraghi ad incuriosire i marziani.
Ore e ore a pancia in su, stesi sulla notte umida, a parlare poco e piano. No, quello è un aereo, quella è Sirio, chissà se loro ci vedono. E ridere, quando il raglio di un asino rompeva all’improvviso la magia. E allora sì, parlare, parlare, che tanto il rito s’era infranto. Parlare. Di Francesca che mi piace, di Valeria che ti piace, di Filippo che è partito, chissà come si sta in Germania. – Forse emigriamo anche noi-
E lunghi silenzi, sotto quel cielo che tutto raccoglieva, cazzate e cose serie, dubbi e certezze sedicenni. In quella radura che mutava il mondo, che ti dava il diritto di perderti. Nell’amicizia, bellezza adolescente. Il tempo del mistero, finché il freddo, più che il sonno, ci riportava alla realtà e ci conduceva, fra i sentieri di campagna, alla periferia di Sunis. Un pugno finto sulla spalla, domani passa tu.

Datemi “s’istentu”

L’aeroporto è uno spazio desolato, alle dieci di sera. Torno nell’isola, uscita nove, imbarco immediato. La stanchezza nello zaino-spalla sinistra, notte insonne, l’occhio a un terzo fra l’orologio grande delle partenze, la vetrina di cravatte e l’espressione di lei.
– Ti chiamo quando arrivo, se non è troppo tardi –
– Chiamami, sarò sveglia –

Uno strano vuoto, che copre anche l’ansia del volo imminente, s’impadronisce dei sensi, li addormenta. Vorrei dire tante cose, ringraziare, accompagnare le parole con un gesto.
Ripasso le attenzioni di lei, i fiori freschi sul tavolo da cucina, i biglietti per il cinema. Due giorni d’affetto, cercato come il pane.
– Sono stato bene con te. Tu? Ti sei annoiata?- riesco a dire.
– Ma ti pare!- mi sorride.
– Ora vieni tu a trovarmi – riesco a dire.
Le luci assordanti dei neon, due che parlano d’affari, costruzioni in Costa Smeralda. La voce inglese dell’altoparlante e ricontrollo la carta d’imbarco, non ci sono ritardi.
Dilato il tempo.
– Allora ciao –
– Ciao. A presto –
Gli occhi di lei sono pieni di sonno. E di una malinconia che avrei voluto cancellare.

Datemi “s’istentu”.

Quel tempo lento dell’attesa, inutile e prezioso dell’indugio. Per contare i passi alle formiche, finire un gelato da cinquanta, gettare i sassi dentro un pozzo. Che si perde senza perdere. Piano piano.


































Meravigliata e dispiaciuta, mi accorgo ora che è sparito il blog di topox, cosa pensate sia successo?

Anche se, per alcuni versi, mi ha rimandata al celebre Egffetto notte di Truffaut (cinema nel cinema), ho visto volentieri, ieri pomeriggio, La vita che vorrei. Regista, Giuseppe Piccioni. Molto intensa la recitazione dell’affascinante Sandra Ceccarelli. Bravo sempre Luigi Lo Cascio. .

Se volete leggere un libro piacevole, distensivo, vi consiglio Un amore di zitella di Andrea Vitali (Garzanti, pp. 116, € 12,50). E’ una vera chicca; lo si legge in un paio d’ore. Dello stesso autore, ho recensito l’anno scorso Una finestra vistalago,  considerato il romanzo più maturo, con impianto descrittivo maggiormrnte complesso e costruito, di questo medico-scrittore, capace di offrirci saporiti spaccati di un paese lacustre che parrebbe sonnolento, ma dove ribollono, invece, inquietudini e sorde invidie, tipiche della provincia.

Ripropongo qui la mia recensione di Una finestra vistalago.

Sono tornata ora dal primo incontro su “Cinema e Letteratura”, stanca, ma molto soddisfatta per il vivo interesse dei presenti e per il caldo feeling umano che si è subito stabilito fra noi. Mi prendo qualche ora di riposo. Da domani, di nuovo in marcia a leggere per recensire. Un bacio a tutti voi, g.