Archive for maggio 2012

L’isola

Per una strana e forse tortuosa associazione di idee, L’isola di Sandor Marai, romanzo percorso dal brivido della fatalità (Titolo originale. “A zviget”, pp.174, euro16,50) che Adelphi – in procinto di pubblicare l’opera omnia del grande ungherese, ci propone ben tradotto da Laura Sgarioto – ci induce a ripensare all’eroina tolstojana,  ad Anna Karenina,  quando assiste alla scena straziante del vecchio maciullato  sotto le ruote di un treno, coincidente a quella che sarà poi la sua drammatica fine. Come a dire che il fato è in agguato malevolo anche per il professor Victor Henrik Askenasi che vedrà, nell’incipit della narrazione, la scena di un pazzo omicida preso dai gendarmi e quasi linciato dalla folla, soffrendone alla fine una sorte non del tutto dissimile.

Più volte abbiamo avuto occasione di sottolineare l’insuperato talento letterario di Marai espresso nel suo romanzo Le braci, ma dobbiamo dire che anche L’isola ha un suo fascino ricco di metafore, un vero viaggio dentro l’interiorità distorta di un cattedratico, un coltissimo grecista che sotto le apparenze del perbenismo iniziale, nasconde l’animo bacato  di un uomo capace di abbandonare moglie e figlia per unirsi a un’ equivoca ballerina russa, incontrata in maniera “sconveniente”. Eliz non ha certo maggior fascino della moglie, eppure Askenasi l’ha attesa fin dall’inizio a lungo, davanti al suo portone, aspettando il fatidico “Venez” – pronunciato in maniera incolore – dalla futura amante.

Forse, il quarantasettenne professore spera di trovare nella vulcanica ed estrosa ballerina la risposta ai suoi rovelli interiori, a una domanda  sul suo umano destino che da sempre lo assilla, rendendolo incapace di affetti profondi, tanto che ci appare maggiormente angosciato per la dimenticanza di un oggetto che per l’essersi volontariamente privato della famiglia.

Un bravo psichiatra avrebbe forse potuto prendersi proficua cura del suo caso, ma in tal modo noi saremmo rimasti, con rammarico, privi del romanzo di Marai.

Proveniente da Parigi e deciso a recarsi in Grecia, per un momento di salutare riposo, nella terra cara ai suoi studi, il professore cambierà programma, sostando piuttosto a Dubrovnik (la Ragusa degli anni Trenta), poiché lì sembra avere un ineluttabile appuntamento col destino.

Bellissime le descrizioni paesistiche dell’autore che sa farci vedere forme e colori della natura in cui incornicia l’azione e sa farci gustare l’atmosfera di un hotel un tempo lussuosissimo – L’Argentina -, ora un po’ decaduto, ma pur sempre pretenzioso, abitato da ospiti così ben delineati che ci sembra di esser seduti fra loro, alla loro tavola, partecipi di quel gossip d’albergo, tipico di chi si osserva a vicenda perché non ha di meglio da fare.

Askenasi è sempre tormentato dal rovello di una misteriosa risposta a una domanda ancor più enigmatica, un assillo che porta dentro, fastidioso come una ferita dell’anima, quando, in un pomeriggio di estenuante canicola, avendo deciso di andare a bussare alla porta di una straniera che lo ha provocato, pronunciando a gran voce il numero della sua stanza, richiedendo la chiave in portineria, sente che la risposta si sta avvicinando e che è giunto il momento di superare un estremo limite.

L’epilogo criminale ci lascia in bocca un fondo di angoscia, lo strazio sottile di non aver fatto nulla per aiutare il protagonista del romanzo, ovvero la consapevolezza della nostra umana impotenza, dell’ arida e diffusa  incomunicabilità che Marai sa dirci con toni tanto lugubri  quanto ricchi di affascinante enigma.

Grazia Giordani

Coral Glynn

Buia e tempestosa era la notte e il giorno è peggio

IL LIBRO. «Coral Glynn» da Adelphi e negli Usa
Misterioso e inquietante Cameron nel nuovo romanzo in stile gotico

25/05/2012

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Peter Cameron

Già l’alto gradimento con cui furono accolti Quella sera dorata (2006) e Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007) ci ha fatto capire quanto l’americano Peter Cameron, cinquantenne, sia autore fuori dagli schemi, capace di curvare lo spazio-tempo della narrazione per portarci in una dimensione a cui, pur apparendoci irreale, siamo costretti a credere. Questa inquietante sensazione riproviamo nel suo nuovo romanzo Coral Glynn (Adelphi, 212 pagine, 18 euro, traduzione di Giuseppina Oneto) che, in questi giorni, esce negli States, contemporaneamente all’edizione italiana. Figura centrale è Coral Glynn, bella e sventurata, sola al mondo, orfana di entrambi i genitori, vulnerata dal lutto di un fratello morto in guerra. La incontriamo nella campagna inglese del Leicestershire, in una primavera fosca e piovosa. Ma avrebbe potuto brillare uno sfavillante sole nell’intenzione di chi vuol creare un clima gotico? Siamo nel 1950, vigono pregiudizi e pruderie nell’animo anglosassone dell’epoca. Teatro dell’azione è Villa Hart, dove Coral dovrà assistere la vecchia e intrattabile padrona di casa, malata di cancro in fase terminale. La casa sorge su un’altura, circondata da campi allagati, al limitare della Foresta Verde, luogo sinistro, invaso da aspro agrifoglio, tra le cui fronde avrò luogo un episodio di crudeltà. Nella villa, con l’ammalata e la bisbetica domestica tuttofare vive il maggiore Clement Hart, figlio poco incline a pietà nei confronti della madre morente, invalido di guerra per terribili ustioni, ma soprattutto segnato nell’animo da incomprensioni materne. Come non bastasse, l’infelice maggiore è, in un certo senso, perseguitato dalle allusive recriminazioni di Robin, a cui, in età giovanile, è stato legato da passeggera debolezza omosessuale. Verrebbe voglia di ripensare alla brughiera di brontiana memoria o all’atmosfera inquietante creata da Daphne du Maurier, nei suoi romanzi ambientati in Cornovaglia, ma è solo un pensiero di passaggio, perché l’ironia e il senso del grottesco di Cameron ci fanno subito cambiare rotta, anche se qui sono presenti la misteriosa foresta, teatro di un delitto, il piacente maggiore ferito, dalla virilità compromessa, che scopre in Coral una giovane ultrariservata, dal fascino elusivo. Clement e Coral, dopo vari ripensamenti della ragazza, si uniranno in matrimonio, con grande rammarico di Robin che vive con Dolly, una moglie copertura, di cui non potrebbe importargli di meno, la figura più umoristica del romanzo, logorroica e buona a nulla, ma capace di… Non anticipiamo, perché fa parte dello strepitoso ed imprevedibile epilogo del romanzo. Dialoghi stringenti e ricchi di humour, lessico mordace sotteso dall’insistita nota del dolore, inevitabile nella scrittura e nel modo di sentire la vita da parte dell’autore, di sorpresa in sorpresa, ci condurranno allo stupefacente epilogo, resi inclini a sentirci parte del «cuore dorato e incandescente dell’universo», perché di questo è capace un grande scrittore.

Grazia Giordani

Un Carrisi fantasy tra Titanic, fumo e trincea del 1916

IL LIBRO. «La donna dei fiori di carta» Affabulazioni e clima evanescente grazie al tanto deprecato tabacco

21/05/2012

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Donato Carrisi

Più evanescente e delicato l’ultimo Donato Carrisi, dopo il successo che gli hanno procurato Il suggeritore e Il tribunale delle anime. Dal thriller macchiato di sangue, con La donna dei fiori di carta (Longanesi, 169 pagine, 11,60 euro) l’autore si concede al noir d’amore. Anche qui la morte è presente, ma in maniera meno impressionante, con inquietudine. Siamo nel 1916. Sulle pendici del Monte Fumo gli austriaci difendono il loro ultimo avamposto. A Jacob Reuman, medico dell’esercito austriaco, viene affidato l’incarico di far confessare un prigioniero italiano che non vuol dire nemmeno nome e grado. Invece è questione di vita o di morte. Nello spazio di una sola notte dovrebbe avvenire la rivelazione. Un’esplosione interromperà il colloquio, che avrà uno strascico ventun anni dopo. Il medico austriaco, Jacob Reuman, è stato scelto per l’interrogatorio perché parla italiano e perché ha un aspetto meno militaresco degli altri ufficiali, essendo un uomo provato dall’umiliante dolore procuratogli da Anja (la «donna dei fiori di carta» che dà il titolo il romanzo) che lo ha abbandonato. Il prigioniero italiano pone una condizione prima di rivelare il suo nome e il suo grado. Ovvero Reuman dovrà ascoltare una segreta storia che gli offrirà il modo di rispondere a tre domande: «Chi è Guzman? Chi sono io? Chi era l’uomo che fumava sul ponte del Titanic che stava affondando?» A questo punto la narrazione prende sempre più il sapore di favola dal clima orientale. Non possiamo tacere l’accortezza di Carrisi nel tirare in ballo il Titanic proprio nell’anno delle commemorazioni. Ma l’autore sa farlo con una grazia tutta speciale, presentandoci figure mitiche come questo Guzman, irriducibile affabulatore secondo cui «un giorno, nel futuro, tutte le famiglie all’ora di cena avranno qualcuno che si siederà a tavola con loro e gli racconterà delle storie. Sarà una cosa normalissima, vedrai. Come avere il teatro in casa». E poi il settecentesco capitano portoghese Rabes e l’affascinante Davì. Personaggi che si sovrappongono e rincorrono, intorno alla bellissima Isabel, affascinati dalla voce di Guzman che pratica l’arte dell’ozio e del fumo (fumava anche l’uomo in smoking sul Titanic naufragante…) che racconta storie sue e altrui, trasportandoci in tempi e paesi lontani. La favola di Carrisi si fa sempre più intrigante con tutti i suoi paralleli tra il Monte Fumo e i sigari preziosi fumati da Guzman. E non è un’altra solleticante coincidenza che la montagna dell’ultimo avamposto sembri un monte di ghiaccio come l’iceberg che squarciò il transatrantico? Dire di più, sciogliendo l’enigma, in una storia tra invenzione e realtà dove il Monte Fumo e il Titanic sono esistiti veramente, dove il Guzman e Isabel e non solo loro, ci sembrano parto della fervida fantasia dello scrittore, sarebbe improvvido e inopportuno. Lasciamo gustare ai lettori l’atmosfera sognante e fatata. Ma non imitate Guzman con i sigari: il tabacco fa male, lo ribadisce Carrisi stesso in una simpatica postfazione. Grazia Giordani Uscito oggi 21/05/2012 nei consueti quotidiani cui collaboro

I falò dell’autunno

Non possiamo fare a meno di pensare con estremo rammarico a quanti altri pregevoli romanzi avrebbe potuto scrivere Irène Némirovsky (Kiev, 1903–Auschwitz, 1942) se la furia nazista non l’avesse perseguitata. E questo nostro pensiero si avvalora, leggendo il bellissimo I falò dell’autunno (Titolo originale: Les Feux de l’automne, pp.238, euro18) che Adelphi, intento a curarne l’opera omnia, ci propone nell’accurata traduzione di Laura Frausin Guarino, con nota al testo di Olivier Philipponnat. Scritto a Issy-l’Eveque tra il 1941 e il 1942, uscito postumo nel 1957, il romanzo è stato tradotto a partire dall’ultima versione del testo ritrovata tra le carte dell’autrice; versione che – ricostruita grazie alle ricerche di una studiosa italiana, Teresa M.Lussone – è stata accolta nelle Oeuvres Completes apparse in Francia nell’autunno del 2011.

Cuore de I falò dell’autunno è un sogno, quello in cui, poche ore prima di morire, la vecchia nonna della protagonista vede se stessa prendere per mano la nipote e insieme a lei attraversare vasti campi in cui ardono dei falò. (‹‹Sprofondò in un sonno breve e leggero e si ritrovò in un luogo sconosciuto dove vedeva Thérèse venirle incontro. Lei la prendeva tra le braccia, le accarezzava il viso e le diceva . . . Oh, con quanta saggezza le parlava! Le spiegava il presente; le svelava il futuro. La prendeva per mano e camminavano insieme attraverso grandi campi in cui ardevano dei falò. Vedi, le diceva ‘sono i falò dell’autunno; purificano la terra, la preparano per nuove semine. Voi siete ancora giovani. Nella vostra vita questi grandi falò non hanno ancora cominciato ad ardere. Si accenderanno. Devasteranno molte cose. Vedrete, vedrete …››)

La narrazione ruota soprattutto attorno a tre famiglie della piccola borghesia parigina: i Brun, i Jaquelain e gli Humbert. Siamo nel 1914 e Martial Brun, medico dai sani principi, sposa la giovane  Thérèse. Matrimonio di brevissima durata perché Martial muore in prima linea, in guerra, cercando di salvare un malato. Bernard Jaquelain, coetaneo di Thérèse si era arruolato, appena diciottenne, deciso a combattere eroicamente. Ma quello che vedrà al fronte, farà crollare le sue illusioni: solo distruzione, morte e dolore. Contemporaneamente a Parigi c’erano gli sfruttatori, i “pescicani”, quelli che facevano grossi affari proprio a causa della guerra. Tra costoro, Raymond Détang, sposo di Renée Humbert, rimasto in città per intrallazzare approfittando dell’occasione. La guerra porta inevitabili mutamenti anche nei costumi. La città non è solo cambiata esternamente. Sono la morale e il cuore della gente ad essere mutati. Lavoro, risparmio, onore coniugale sono soppiantati dal più il giovane innocente che crede nella patria e nella grandezza della sua nazione. La vita piccolo borghese che i suoi familiari continuano a condurre gli ripugna. Gli piacciono gli agi di ogni tipo, il poker, le donnine. Cerca di recuperare il tempo perduto, guadagnando con la massima fretta quanto più denaro gli è possibile. Il guadagno facile comprende raccomandazioni, complicità, mercati illegali, insomma tutte le scorciatoie lontane dalla sua rettitudine passata. Anche Renée, la moglie di Détang, lo accoglierà nel suo letto, mentre il marito lo assocerà ai suoi loschi affari. Bernard avrà un sussulto di ravvedimento sposando l’innamoratissima Thérèse (il personaggio più puro e delicato del romanzo). Avranno figli, vita serena, ma l’irrequieto personaggio rimpiangerà il passato ricadendo tra le braccia della maliarda Renée. Lo attende l’assoluta rovina, l’irreparabile caduta. Come un angelo purificatore la moglie lo riaccoglierà in famiglia. La seconda guerra mondiale è alle porte. L’Autrice si addentra nel groviglio di sensazioni che abitano nell’animo umano, svelando la vera natura dell’amore, penetrando nei meccanismi di potere per restituirci, con mano maestra, la fotografia autentica della fine di un’epoca.

Grazia Giordani

 

Il porto delle nebbie

Le nebbie immortali

CLASSICI. Da Adelphi nuova edizione per il romanzo di Pierre Mc Orlan «Il porto», celebre per il film con Jean Gabin, in realtà è un crocevia, spiega Guido Ceronetti: l’incrocio di solitudini che crea un capolavoro della letteratura

03/05/2012

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Jean Gabin nel film sceneggiato da Jacques Prévert e diretto da Marcel Carné, tratto dal romanzo Il porto delle nebbie di Pierre Mc Orlan

In realtà, non incontriamo porti veri e propri nel romanzo di Pierre Mc Orlan Il porto delle nebbie (Titolo originale Le quai del brumes, Adelphi, 143 pagine, 16 euro, traduzione di Cristina Földes, con un saggio di Guido Ceronetti e una postfazione di Francis Lacassin), perché la trama scritta si svolge a Montmartre e il porto, quello di Le Havre, è un’arbitraria, quanto indovinata scelta di Jaques Prévert e Marcel Carné, rispettivamente sceneggiatore e regista di quel capolavoro di film, entrato nella leggenda, con Jean Gabin e Michèle Morgan protagonisti. Sebbene infedele, in alcuni punti, rispetto al plot narrativo del romanzo, il film piacque comunque tanto a Mc Orlan da indurlo a scrivere sul Figaro: «Quando ho letto il copione del Quai des brumes, ho scritto a Carné e a Prévert per dir loro quanto fossi rimasto colpito dall’adattamento cinematografico del mio romanzo. Il libro riflette la bohème, a volte squallida e quasi sempre malinconica, degli anni intorno al 1903. Per essere allegri bisogna avere la pancia piena. C’è la bohème con la pancia vuota e la bohème con la pancia piena. Quella di cui parla il romanzo è la prima. L’atmosfera dell’epoca ricostruita in studio non aiuterebbe per niente la comprensione del dramma. Carné e Prévert hanno giustamente spostato l’azione a Le Havre, il che chiarisce il titolo puramente simbolico dell’opera». Acutamente nota Guido Ceronetti, in prefazione, quai sta per molo, imbarcadero, banchina, ma sarebbe più aderente al testo tradurlo «crocevia», perché ci troviamo nel milieu di uno struggente incrocio di cinque solitudini, cinque destini che si sfiorano senza potersi veramente incontrare.  Il locale che li accoglie in una tempestosa notte, tormentata dalla neve, è il Lapin Agile (divenuto in seguito meta di turismo organizzato), una bettola in pieno stile bohème che dà occasionale ricovero a un pittore tedesco che non sopporta più di vivere, afflitto da cupio dissolvi a causa delle sue premonizioni di morte («Sarei capace di vedere un crimine in una rosa»); una specie di entraîneuse che cambia ogni sera professione e personalità a seconda di chi incontra; un soldato che medita di disertare; un macellaio losco che non uccide solo animali, inseguito da alcuni banditi che, nel fragore di rivoltellate, assediano il locale finché albeggia. E, in fine, uno sradicato anticonformista, in parte alter ego dell’autore stesso, «metà osservatore, metà maestro di cerimonie», come rileva in postfazione Francis Lacassin. «Jean Rabe: il solito personaggio marcolaniano, colto e sfortunato, che, nel ruolo effimero di usciere, si fa da parte dopo aver introdotto quelle cinque traiettorie tutte destinate all’infelicità». Al Lapin Rouge i cinque si confessano in disperati soliloqui, annaffiati dalle pessime bevute. Solo uno di loro si salverà, solo Nelly,perché nell’ottica dell’autore, ci stiamo avviando all’ascesa sociale della Donna, sebbene qui rappresentata da una semplice, ma moderna entraîneuse «al tempo stesso candida e furba». Il romanzo e il conseguente film, fecero enorme scalpore, scandalizzando i moralisti e i cosiddetti ben pensanti, che erano rimasti sbalorditi dall’opera di questo premonitore di Céline, assai lodato dall’autore del Voyage che di lui addirittura scrisse nel 1938 che Mc Orlan: «Aveva visto tutto, capito tutto, inventato tutto». Giornalista satirico, caricaturista ambulante, vignettista porno, paroliere, sceneggiatore di protofumetti, l’estroso autore, agli inizi della sua strana carriera, conduceva una vita simile a quella del protagonista del suo romanzo, divenuto addirittura segretario di una strana femme de lettres che lo porterà con sé da Napoli a Palermo. Durante la grande guerra uscirà con onore, meritandosi la Croix de guerre. Sfugge all’accusa di collaborazionista, tanto che nel dopoguerra lo eleggono membro dell’Académie Goncourt e ottiene addirittura la Légion d’honneur. Chiude i suoi giorni mortali nel 1970. Il porto delle nebbie, poco capito e addirittura temuto dalla critica contemporanea all’autore, sia nella versione cartacea che in quella filmica, è un capolavoro.  «Il libro è una rapsodia di schegge», sottolinea Ceronetti, «di frammenti dove emerge la spaventosa durezza della vita dei primi decenni del secolo (il suo paesaggio orrendo di miserie sociali e di crimini all’arma bianca) senza il respiro di una passione vera, e dell’impossibilità, per effetto dello straniamento dell’autore, di una partecipazione emotiva da parte del lettore».  Nel film c’è più eros reale, Rabe e Nelly sono una coppia di veri amanti, ma entrambe le versioni sono indimenticabili e ci lasciano pieni di rimpianti nei confronti dell’odierna letteratura e produzione filmica. Riavremo ancora, pur in contesti sociali diversi, simili struggenti capolavori?

Grazia Giordani