Archive for agosto 2012

I libri ti cambiano la vita

UN LIBRO E’ PER SEMPRE

Longanesi ha pubblicato «I libri ti cambiano la vita

26/08/2012e-mail print A Se Michael Cunningham ha detto e scritto che «la letteratura è specchio della vita», Romano Montroni si spinge oltre, sostenendo una tesi ancora più forte nella sua silloge antologica I libri ti cambiano la vita (Longanesi, pp. 348, euro 14,90). L’autore, saggista-libraio, convinto che «una libreria, se gestita con intelligenza e passione, può diventare un giardino di emozioni in grado di incuriosire anche chi legge poco o niente», ci offre un vero florilegio di confidenze libresche strappate, si fa per dire, a cento scrittori, tra cui figurano nomi di spicco, misti ad altri meno famosi. Citiamo Camilleri, Arpaia, Aspesi, Bartezzaghi (che si dice fan del vocabolario Zingarelli, e come sarebbe potuto essere diversamente?) e dove scopriamo che Gherardo Colombo, grazie a Pena e retribuzione del gesuita tedesco Eugen Wiesnet ha capito che «il carcere è in antitesi col riconoscimento della dignità dell’uomo» e non è che questa affermazione ci sembri il massimo dell’originalità. Dove Stefano Benni ammira in particolar modo E.A. Poe – suscitando del tutto il nostro consenso – , rafforzato dalle scelte di Alessandro Bergonzoni che predilige Guy de Maupassant. Isabella Bossi Fedrigotti opta per la Yourcenar e per Màrai. Tutte scelte che ci vedono solidali. Pietrangelo Buttafuoco va sul sicuro appoggiandosi all’indiscusso Rostand col suo Cyrano de Bergerac sostenendo che il libro che ha cambiato la sua vita «ha baffi da sparviero, gambe da cicogna e un naso lungo e importante che fa la differenza rispetto alle vicende della prosa». L’Odissea. capolavoro dei capolavori, è prediletta da Eva Cantarella; Gianrico Carofiglio opta per Dickens. Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – un vero caso letterario, pubblicato post mortem dell’autore – ha insegnato tre cose importanti a Pietro Cheli (e le lasciamo scoprire al lettore della silloge). L’interpretazione dei sogni di Sigmud Freud ha cambiato la vita di Renata Colorni, spiazzandoci un po’ poiché avremmo pensato fosse entrato tra le scelte di Vittorino Andreoli che, invece, sceglie il nostro autore prediletto in assoluto, Feodor Dostoevskij, con I fratelli Karamazòv. Giuseppe Culicchia si è visto cambiare la vita da Fiesta di Hemingway; Diego De Silva è rimasto toccato da Un amore di Dino Buzzati. Naturalmente, saltabecchiamo da un autore all’altro, impossibilitati a citarli tutti, lieti di viaggiare dentro questo caleidoscopio di segni e di sogni, facendo nostre le confidenze di oltre cento autori che giustificano le loro scelte, coinvolgendoci ed incuriosendoci di pagina in pagina. L’incipit – derogando dall’allure alfabetica – è dato a Lucio Dalla, perché «di tutti gli amici che ho coinvolto in questo libro», scrive Montroni, «ce n’è uno che purtroppo non potrà mai sfogliarlo». E così apprendiamo che il compianto cantautore, uomo di splendide letture, cita in particolare Io e Dio di Vito Mancuso che, se non gli ha cambiato la vita «gliela ha fatto capire meglio, con grande tenerezza». Ci stacchiamo a fatica da questa lettura, pronti a ritornare sulle pagine, felici di entrare nel cuore e nelle scelte di scrittori che hanno contribuito a creare un pregevole libro nel libro, maxi affresco letterario dentro cui perdersi per ritrovarsi. Grazia Giordani UN LIBRO SILLOGE. Longanesi ha pubblicato «I libri ti cambiano la vita» SEMPRE È PER 26/08/2012e-mail print A Se Michael Cunningham ha detto e scritto che «la letteratura è specchio della vita», Romano Montroni si spinge oltre, sostenendo una tesi ancora più forte nella sua silloge antologica I libri ti cambiano la vita (Longanesi, pp. 348, euro 14,90). L’autore, saggista-libraio, convinto che «una libreria, se gestita con intelligenza e passione, può diventare un giardino di emozioni in grado di incuriosire anche chi legge poco o niente», ci offre un vero florilegio di confidenze libresche strappate, si fa per dire, a cento scrittori, tra cui figurano nomi di spicco, misti ad altri meno famosi. Citiamo Camilleri, Arpaia, Aspesi, Bartezzaghi (che si dice fan del vocabolario Zingarelli, e come sarebbe potuto essere diversamente?) e dove scopriamo che Gherardo Colombo, grazie a Pena e retribuzione del gesuita tedesco Eugen Wiesnet ha capito che «il carcere è in antitesi col riconoscimento della dignità dell’uomo» e non è che questa affermazione ci sembri il massimo dell’originalità. Dove Stefano Benni ammira in particolar modo E.A. Poe – suscitando del tutto il nostro consenso – , rafforzato dalle scelte di Alessandro Bergonzoni che predilige Guy de Maupassant. Isabella Bossi Fedrigotti opta per la Yourcenar e per Màrai. Tutte scelte che ci vedono solidali. Pietrangelo Buttafuoco va sul sicuro appoggiandosi all’indiscusso Rostand col suo Cyrano de Bergerac sostenendo che il libro che ha cambiato la sua vita «ha baffi da sparviero, gambe da cicogna e un naso lungo e importante che fa la differenza rispetto alle vicende della prosa». L’Odissea. capolavoro dei capolavori, è prediletta da Eva Cantarella; Gianrico Carofiglio opta per Dickens. Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – un vero caso letterario, pubblicato post mortem dell’autore – ha insegnato tre cose importanti a Pietro Cheli (e le lasciamo scoprire al lettore della silloge). L’interpretazione dei sogni di Sigmud Freud ha cambiato la vita di Renata Colorni, spiazzandoci un po’ poiché avremmo pensato fosse entrato tra le scelte di Vittorino Andreoli che, invece, sceglie il nostro autore prediletto in assoluto, Feodor Dostoevskij, con I fratelli Karamazòv. Giuseppe Culicchia si è visto cambiare la vita da Fiesta di Hemingway; Diego De Silva è rimasto toccato da Un amore di Dino Buzzati. Naturalmente, saltabecchiamo da un autore all’altro, impossibilitati a citarli tutti, lieti di viaggiare dentro questo caleidoscopio di segni e di sogni, facendo nostre le confidenze di oltre cento autori che giustificano le loro scelte, coinvolgendoci ed incuriosendoci di pagina in pagina. L’incipit – derogando dall’allure alfabetica – è dato a Lucio Dalla, perché «di tutti gli amici che ho coinvolto in questo libro», scrive Montroni, «ce n’è uno che purtroppo non potrà mai sfogliarlo». E così apprendiamo che il compianto cantautore, uomo di splendide letture, cita in particolare Io e Dio di Vito Mancuso che, se non gli ha cambiato la vita «gliela ha fatto capire meglio, con grande tenerezza». Ci stacchiamo a fatica da questa lettura, pronti a ritornare sulle pagine, felici di entrare nel cuore e nelle scelte di scrittori che hanno contribuito a creare un pregevole libro nel libro, maxi affresco letterario dentro cui perdersi per ritrovarsi. Grazia Giordani UN LIBRO SILLOGE. Longanesi ha pubblicato «I libri ti cambiano la vita» SEMPRE È PER 26/08/2012e-mail print A Se Michael Cunningham ha detto e scritto che «la letteratura è specchio della vita», Romano Montroni si spinge oltre, sostenendo una tesi ancora più forte nella sua silloge antologica I libri ti cambiano la vita (Longanesi, pp. 348, euro 14,90). L’autore, saggista-libraio, convinto che «una libreria, se gestita con intelligenza e passione, può diventare un giardino di emozioni in grado di incuriosire anche chi legge poco o niente», ci offre un vero florilegio di confidenze libresche strappate, si fa per dire, a cento scrittori, tra cui figurano nomi di spicco, misti ad altri meno famosi. Citiamo Camilleri, Arpaia, Aspesi, Bartezzaghi (che si dice fan del vocabolario Zingarelli, e come sarebbe potuto essere diversamente?) e dove scopriamo che Gherardo Colombo, grazie a Pena e retribuzione del gesuita tedesco Eugen Wiesnet ha capito che «il carcere è in antitesi col riconoscimento della dignità dell’uomo» e non è che questa affermazione ci sembri il massimo dell’originalità. Dove Stefano Benni ammira in particolar modo E.A. Poe – suscitando del tutto il nostro consenso – , rafforzato dalle scelte di Alessandro Bergonzoni che predilige Guy de Maupassant. Isabella Bossi Fedrigotti opta per la Yourcenar e per Màrai. Tutte scelte che ci vedono solidali. Pietrangelo Buttafuoco va sul sicuro appoggiandosi all’indiscusso Rostand col suo Cyrano de Bergerac sostenendo che il libro che ha cambiato la sua vita «ha baffi da sparviero, gambe da cicogna e un naso lungo e importante che fa la differenza rispetto alle vicende della prosa». L’Odissea. capolavoro dei capolavori, è prediletta da Eva Cantarella; Gianrico Carofiglio opta per Dickens. Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – un vero caso letterario, pubblicato post mortem dell’autore – ha insegnato tre cose importanti a Pietro Cheli (e le lasciamo scoprire al lettore della silloge). L’interpretazione dei sogni di Sigmud Freud ha cambiato la vita di Renata Colorni, spiazzandoci un po’ poiché avremmo pensato fosse entrato tra le scelte di Vittorino Andreoli che, invece, sceglie il nostro autore prediletto in assoluto, Feodor Dostoevskij, con I fratelli Karamazòv. Giuseppe Culicchia si è visto cambiare la vita da Fiesta di Hemingway; Diego De Silva è rimasto toccato da Un amore di Dino Buzzati. Naturalmente, saltabecchiamo da un autore all’altro, impossibilitati a citarli tutti, lieti di viaggiare dentro questo caleidoscopio di segni e di sogni, facendo nostre le confidenze di oltre cento autori che giustificano le loro scelte, coinvolgendoci ed incuriosendoci di pagina in pagina. L’incipit – derogando dall’allure alfabetica – è dato a Lucio UN LIBRO SILLOGE. Longanesi ha pubblicato «I libri ti cambiano la vita» SEMPRE È PER 26/08/2012e-mail print A Se Michael Cunningham ha detto e scritto che «la letteratura è specchio della vita», Romano Montroni si spinge oltre, sostenendo una tesi ancora più forte nella sua silloge antologica I libri ti cambiano la vita (Longanesi, pp. 348, euro 14,90). L’autore, saggista-libraio, convinto che «una libreria, se gestita con intelligenza e passione, può diventare un giardino di emozioni in grado di incuriosire anche chi legge poco o niente», ci offre un vero florilegio di confidenze libresche strappate, si fa per dire, a cento scrittori, tra cui figurano nomi di spicco, misti ad altri meno famosi. Citiamo Camilleri, Arpaia, Aspesi, Bartezzaghi (che si dice fan del vocabolario Zingarelli, e come sarebbe potuto essere diversamente?) e dove scopriamo che Gherardo Colombo, grazie a Pena e retribuzione del gesuita tedesco Eugen Wiesnet ha capito che «il carcere è in antitesi col riconoscimento della dignità dell’uomo» e non è che questa affermazione ci sembri il massimo dell’originalità. Dove Stefano Benni ammira in particolar modo E.A. Poe – suscitando del tutto il nostro consenso – , rafforzato dalle scelte di Alessandro Bergonzoni che predilige Guy de Maupassant. Isabella Bossi Fedrigotti opta per la Yourcenar e per Màrai. Tutte scelte che ci vedono solidali. Pietrangelo Buttafuoco va sul sicuro appoggiandosi all’indiscusso Rostand col suo Cyrano de Bergerac sostenendo che il libro che ha cambiato la sua vita «ha baffi da sparviero, gambe da cicogna e un naso lungo e importante che fa la differenza rispetto alle vicende della prosa». L’Odissea. capolavoro dei capolavori, è prediletta da Eva Cantarella; Gianrico Carofiglio opta per Dickens. Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – un vero caso letterario, pubblicato post mortem dell’autore – ha insegnato tre cose importanti a Pietro Cheli (e le lasciamo scoprire al lettore della silloge). L’interpretazione dei sogni di Sigmud Freud ha cambiato la vita di Renata Colorni, spiazzandoci un po’ poiché avremmo pensato fosse entrato tra le scelte di Vittorino Andreoli che, invece, sceglie il nostro autore prediletto in assoluto, Feodor Dostoevskij, con I fratelli Karamazòv. Giuseppe Culicchia si è visto cambiare la vita da Fiesta di Hemingway; Diego De Silva è rimasto toccato da Un amore di Dino Buzzati. Naturalmente, saltabecchiamo da un autore all’altro, impossibilitati a citarli tutti, lieti di viaggiare dentro questo caleidoscopio di segni e di sogni, facendo nostre le confidenze di oltre cento autori che giustificano le loro scelte, coinvolgendoci ed incuriosendoci di pagina in pagina. L’incipit – derogando dall’allure alfabetica – è dato a Lucio Dalla, perché «di tutti gli amici che ho coinvolto in questo libro», scrive Montroni, «ce n’è uno che purtroppo non potrà mai sfogliarlo». E così apprendiamo che il compianto cantautore, uomo di splendide letture, cita in particolare Io e Dio di Vito Mancuso che, se non gli ha cambiato la vita «gliela ha fatto capire meglio, con grande tenerezza». Ci stacchiamo a fatica da questa lettura, pronti a ritornare sulle pagine, felici di entrare nel cuore e nelle scelte di scrittori che hanno contribuito a creare un pregevole libro nel libro, maxi affresco letterario dentro cui perdersi per ritrovarsi. Grazia Giordani Dalla, perché «di tutti gli amici che ho coinvolto in questo libro», scrive Montroni, «ce n’è uno che purtroppo non potrà mai sfogliarlo». E così apprendiamo che il compianto cantautore, uomo di splendide letture, cita in particolare Io e Dio di Vito Mancuso che, se non gli ha cambiato la vita «gliela ha fatto capire meglio, con grande tenerezza». Ci stacchiamo a fatica da questa lettura, pronti a ritornare sulle pagine, felici di entrare nel cuore e nelle scelte di scrittori che hanno contribuito a creare un pregevole libro nel libro, maxi affresco letterario dentro cui perdersi per ritrovarsi. Grazia Giordani v

Pubblicato stamani nei consueti tre quotidiani cui collaboro

Tutte le sfumature del gossip sotto l’ombrellone

Tutte le sfumature del gossip sotto l’ombrellone

ESTATE. In spiaggia tra i rari libri e giornali
Pochi lettori e poco impegnati E i giovani? Fumetti sul tablet

18/08/2012

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Tutte le sfumature del gossip sotto l’ombrellone

Ha il suono di uno strampalato componimento seriale il frusciare di pagine e fogli di giornale, una musica dissonante, sotto gli ombrelloni. I quotidiani di tutte le città del Nord, soprattutto quello rosa che parla di sport, si accartocciano sul petto di lettori non più di primo pelo. I giovani preferiscono alla lettura smanettare con l’I-Pad o con qualche diavoleria del genere. E pare che qualcosa leggano anche di lì. Un ragazzo si dice seccato della nuova piega presa dai romanzi a fumetti Bonelli. E parla addirittura di tradimento. Questo «Darwin» solleva proteste perché ha perso le caratteristiche del rassicurante fumetto e sembra tradire la filosofia editoriale della casa milanese: trame certe e personaggi ben definiti; insomma storie con un capo e una coda. Nessun quotidiano tra le mani di donne. Piuttosto, riviste di moda e cosmesi e gossip a gogo. E i romanzi? Vediamo andar per la maggiore quello porno delle Cinquanta sfumature di grigio che tutti affermano di leggere schifati, ma intanto non staccano lo sguardo dalla pagina. Una nostra vicina è estasiata dall’ultimo romanzo di Sveva Casati Modigliani, ma se le chiediamo qualche ragguaglio sulla trama o sullo stile dell’autrice, non sa dircene il motivo. Rara avis, un signore sta leggendo, tutto compreso, seduto su una sdraio sulla battigia Rinascimenti italiani di Elisabeth Crouzet-Pavan. Gli chiediamo, meravigliati, la ragione di una scelta così impegnata, in un luogo non proprio ideale, sotto un solleone africano, quasi a rischio di diventare bersaglio di solenni pallonate o di restare impigliato in un viluppo di aquiloni che volteggiano a bassa quota. «Mi sto regalano un viaggio nell’Italia del Quattrocento», risponde, meravigliato, alle nostre domande, «attratto dalla tesi dell’autrice che propone una pluralità di rinascimenti». Un’onda anomala rischia di rubargli il prezioso saggio così fuori luogo da averci evocato un clima surreale. Due ragazze carine stanno leggendo insieme, quasi ad alta voce, I complici di Simenon di cui Adelphi sta curando la riedizione dell’opera omnia. E ci rallegra il pensiero che il grande Georges non sia mai passato di moda. Questo è il destino degli evergreen. Quasi tutti depongono all’unisono, all’improvviso, le loro pagine di libri e quotidiani in sacche e zainetti. È l’ora del «tombolone». Lo speaker grida a gran voce i numeri per cinquina e tombola. L’ora della lettura è finita. Soltanto il sole scrive in cielo un obliquo messaggio di tramonto che nessuno considera o si dà la pena di leggere.

Grazia Giordani

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I libri he ti cambiano la vita

Se Michael Cunningham ha detto e scritto che ‹‹la letteratura è specchio della vita››, Romano Montroni si spinge oltre, sostenendo una tesi ancora più forte nella sua silloge antologica I libri ti cambiano la vita (Longanesi, pp.348, euro 14,90). L’autore, saggista-libraio, convinto che ‹‹una libreria, se gestita con intelligenza e passione, può diventare un giardino di emozioni in grado di incuriosire anche chi legge poco o niente››, ci offre un vero florilegio di confidenze libresche strappate, si fa per dire, a cento scrittori, tra cui figurano nomi di spicco, misti ad altri meno famosi. Citiamo Camilleri, Arpaia, Aspesi, Bartezzaghi (che si dice fan del vocabolario Zingarelli, e come avrebbe potuto essere diversamente?) e  dove scopriamo che  Gherardo Colombo,  grazie a Pena e retribuzione del gesuita tedesco Eugen Wiesnet ha capito che ‹‹che il carcere è in antitesi col riconoscimento della dignità dell’uomo›› e non è che questa affermazione ci sembri il massimo dell’originalità. Dove Stefano Benni ammira in particolar modo E.A.Poe – suscitando del tutto il nostro consenso – , rafforzato dalle scelte di Alessandro Bergonzoni che predilige  Guy de Maupassant.  Isabella Bossi Fedrigotti opta per la Yourcenar e per Màrai. Tutte scelte che ci vedono solidali. Pietrangelo Buttafuoco va sul sicuro appoggiandosi all’indiscusso Rostand col suo Cyrano de Bergerac sostenendo che il libro che ha cambiato la sua vita ‹‹ha baffi da sparviero, gambe da cicogna e un naso lungo e importante che fa la differenza rispetto alle vicende della prosa››.  L’Odissea. capolavoro dei capolavori, è prediletta da Eva Cantarella; Gianrico Carofiglio opta per Dickens. Il Gattopardo di  Giuseppe Tomasi di Lampedusa – un vero caso letterario, pubblicato post mortem dell’autore –  ha insegnato tre cose importanti a Pietro Cheli (e le lasciamo scoprire al lettore della silloge). L’interpretazione dei sogni di Sigmud Freud ha cambiato la vita di Renata Colorni, spiazzandoci un po’ poiché avremmo pensato fosse entrato tra le scelte di Vittorino Andreoli che, invece, sceglie il nostro autore prediletto in assoluto, Feodor Dostoevskij, con I fratelli Karamazòv . Giuseppe Culicchia si è visto cambiare la vita da Fiesta di Hemingway; Diego De Silva è rimasto toccato da Un amore di Dino Buzzati.  Naturalmente, saltabecchiamo da un autore all’altro, impossibilitati a citarli tutti, lieti di viaggiare dentro questo caleidoscopio di segni e di sogni, facendo nostre le confidenze di oltre cento autori che giustificano le loro scelte, coinvolgendoci ed incuriosendoci di pagina in pagina.

L’incipit – derogando dall’allure alfabetica – è dato a Lucio Dalla, perché ‹‹Di tutti gli amici che ho coinvolto in questo libro – scrive Montroni – ce n’è uno che purtroppo non potrà mai sfogliarlo››. E così apprendiamo che il compianto cantautore, uomo di splendide letture, cita in particolare Io e Dio di Vito Mancuso che, se non gli ha cambiato la vita ‹‹gliela ha fatto capire meglio, con grande tenerezza››.

Ci stacchiamo a fatica da questa lettura, pronti a ritornare sulle pagine, felici di entrare nel cuore e nelle scelte di scrittori che hanno contribuito a creare un pregevole libro nel libro, maxi affresco letterario dentro cui perdersi per ritrovarsi.

Grazia Giordani

I falò dell’autunno

NOVITÀ

CLASSICI. «I falò dell’autunno», affresco spietato sulla fine di un’epoca
Irène Némirovsky, la grande scrittrice franco-russa morta nei lager, continua la sua fortuna postuma grazie ad Adelphi che sta pubblicando l’Opera Omnia DA IRENE

29/06/2012

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Irène Némirovsky (1903-1942): in libreria I falò dell’autunno

Non possiamo far a meno di pensare con rammarico a quanti altri pregevoli romanzi avrebbe potuto scrivere Irène Némirovsky (Kiev, 1903-Auschwitz, 1942) se la furia nazista non l’avesse stroncata. Il pensiero si avvalora, leggendo il bellissimo I falò dell’autunno (titolo originale Les feux de l’automne, 238 pagine, 18 euro) che Adelphi, intento a curare l’opera omnia dell’autrice, propone nell’accurata traduzione di Laura Frausin Guarino, con nota al testo di Olivier Philipponnat. Scritto a Issy-l’Eveque tra il 1941 e il 1942, uscito postumo nel 1957, il romanzo è stato tradotto a partire dall’ultima versione del testo ritrovata tra le carte dell’autrice; versione che — ricostruita grazie alle ricerche di una studiosa italiana, Teresa M. Lussone — è stata accolta nelle Oeuvres Completes apparse in Francia nell’autunno del 2011. Cuore del libro è un sogno, quello in cui, poche ore prima di morire, la vecchia nonna della protagonista vede se stessa prendere per mano la nipote e insieme a lei attraversare vasti campi in cui ardono dei falò. («Sprofondò in un sonno breve e leggero e si ritrovò in un luogo sconosciuto dove vedeva Thérèse venirle incontro. Lei la prendeva tra le braccia, le accarezzava il viso e le diceva… Oh, con quanta saggezza le parlava! Le spiegava il presente; le svelava il futuro. La prendeva per mano e camminavano insieme attraverso grandi campi in cui ardevano dei falò. Vedi, le diceva sono i falò dell’autunno; purificano la terra, la preparano per nuove semine. Voi siete ancora giovani. Nella vostra vita questi grandi falò non hanno ancora cominciato ad ardere. Si accenderanno. Devasteranno molte cose. Vedrete, vedrete…») La narrazione ruota soprattutto attorno a tre famiglie della piccola borghesia parigina: i Brun, i Jaquelain e gli Humbert. Siamo nel 1914 e Martial Brun, medico dai sani principi, sposa la giovane Thérèse. Matrimonio di brevissima durata perché Martial muore in prima linea, in guerra, cercando di salvare un malato. Bernard Jaquelain, coetaneo di Thérèse, si era arruolato, appena diciottenne, deciso a combattere eroicamente. Ma quello che vedrà al fronte, farà crollare le sue illusioni: solo distruzione, morte e dolore. Contemporaneamente a Parigi c’erano gli sfruttatori, i pescicani, quelli che facevano grossi affari proprio a causa della guerra. Tra costoro, Raymond Détang, sposo di Renée Humbert, rimasto in città per intrallazzare approfittando dell’occasione. La guerra porta inevitabili mutamenti anche nei costumi. La città non è solo cambiata esternamente. Sono la morale e il cuore della gente a essere mutati. Lavoro, risparmio, onore coniugale sono traditi anche dal giovane che credeva nella patria e nella grandezza della nazione. La vita piccoloborghese che i suoi familiari continuano a condurre gli ripugna. Gli piacciono gli agi di ogni tipo, il poker, le donnine. Cerca di recuperare il tempo perduto, accumulando con la massima fretta quanto più denaro gli è possibile. Il guadagno facile comprende raccomandazioni, complicità, mercati illegali, insomma tutte le scorciatoie lontane dalla sua rettitudine passata. Anche Renée, la moglie di Détang, lo accoglierà nel suo letto, mentre il marito lo assocerà ai suoi loschi affari. Bernard avrà un sussulto di ravvedimento sposando l’innamoratissima Thérèse (il personaggio più puro e delicato del romanzo). Avranno figli, vita serena, ma l’irrequieto personaggio rimpiangerà il passato ricadendo tra le braccia della maliarda Renée. Lo attende l’assoluta rovina, l’irreparabile caduta. Come un angelo purificatore la moglie lo riaccoglierà in famiglia. La seconda guerra mondiale è alle porte. L’autrice si addentra nel groviglio di sensazioni che abitano nell’animo umano, svelando la vera natura dell’amore, penetrando nei meccanismi di potere per restituirci, con mano maestra, la fotografia autentica di un’epoca alla fine.

Leggere sotto l’ombrellone

Leggere sotto l’ombrellone

 

Ha il suono di uno strampalato componimento seriale il frusciare di pagine e fogli di giornale, una musica dissonante, sotto gli ombrelloni. I quotidiani di tutte le città del Nord, , soprattutto quello rosa che parla di sport, si accartocciano sul petto di lettori non più di primo pelo. I giovani preferiscono alla lettura smanettare con l’I Pad o con qualche diavoleria del genere. E pare che qualcosa leggano anche di lì. Un ragazzo si dice seccato della nuova piega presa dai romanzi a fumetti Bonelli. E parla addirittura di tradimento. Questo “Darwin” solleva proteste perché  ha perso le caratteristiche del rassicurante fumetto e sembra tradire la filosofia editoriale della casa milanese: trame certe e personaggi ben definiti; insomma storie con un capo e una coda.

Nessun quotidiano tra le mani di donne. Piuttosto, riviste di moda e cosmesi e gossip a gogo. E i romanzi? Vediamo andar per la maggiore quello porno delle “Mille sfumature del grigio” che tutti affermano di leggere schifati, ma intanto non staccano lo sguardo dalla pagina. Una nostra vicina è estasiata dall’ultimo romanzo di Sveva Casati Modigliani, ma se le chiediamo qualche ragguaglio sulla trama o sullo stile dell’autrice, non sa dircene il motivo.

Rara avis, un signore sta leggendo, tutto compreso, seduto su una sdraio sulla battigia “Rinascimenti italiani” di Elisabeth Crouzet-Pavan. Gli chiediamo, meravigliati, la ragione di una scelta così impegnata, in un luogo non proprio ideale, sotto un solleone africano, quasi a rischio di diventare bersaglio di solenni pallonate o di restare impigliato in un viluppo di aquiloni che volteggiano a bassa quota.

“Mi sto regalano un viaggio nell’Italia del Quattrocento – risponde, meravigliato, alle nostre domande -, attratto dalla tesi dell’autrice che propone una pluralità di rinascimenti . . .”. Un’onda anomala rischia di rubargli il prezioso saggio così fuori luogo, da averci evocato un clima surreale.

Due ragazze carine stanno leggendo insieme, quasi ad alta voce, “I complici” di Simenon di cui Adelphi sta curando la riedizione dell’opera omnia. E ci rallegra il pensiero che il grande Georges non sia mai passato di moda. Questo è il destino degli ever green.

Quasi tutti depongono all’unisono, all’improvviso, le loro pagine di libri e quotidiani in sacche e zainetti. E’ l’ora del “tombolone”. Lo speaker grida a gran voce i numeri per cinquina e tombola. L’ora della lettura è finita. Soltanto il sole scrive in cielo un obliquo messaggio di tramonto che nessuno considera o si dà la pena di leggere.

Grazia Giordani

LA LINGUA SENZA ESERCITI

LA LINGUA SENZA ESERCITI

LESSICO. L’allarme lanciato dalla Società Dante Alighieri

07/08/2012

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Un monumento a Dante: è quello in piazza dei Signori a Verona

Proprio in un momento difficile, un momento di crisi, dovremmo aggrapparci alla nostra cultura, rafforzando quell’identità che così fortemente ci contraddistingue e che dovrebbe renderci orgogliosi. Invece, proprio perché siamo «colonia nell’anima», afflitti da quell’eterno sentimento di inadeguatezza che ci spinge ad essere xenofili a oltranza, sempre predisposti ad accettare ciò che non è nazionale, proprio per questo, dovremmo dissociarci dall’improvvisa decisione, presa dal Politecnico di Milano, intesa ad adottare – a partire dal 2014 – l’inglese come unica lingua per gli insegnamenti delle lauree magistrali e dei dottorati di ricerca. Persino lapalissiano ricordare come l’italiano sia la nostra lingua «intima», la lingua degli affetti, con cui dialoghiamo fin dalla prima infanzia, elemento identificativo del nostro Paese. È nientemeno che la lingua della Divina Commedia in massimo grado apprezzata da poeti quali Ezra Pound e T.S. Eliot, che hanno reso addirittura intertestuali i loro componimenti con quello del sommo Dante, poeta «inevitabile» per il mondo intero, stando a quanto dice Ismail Kadarè. Persino l’aspetto fonico della nostra lingua merita rispetto, poiché in essa «il sì suona» (Dante, Inferno, Canto XXIII), non trascurando l’eleganza timbrica ed espressiva che la contraddistingue. Inevitabile, a questo punto, citare brani della bellissima e accorata lettera di Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri che, fra l’altro, precisa come la nostra lingua si sia «diffusa per il mondo senza avere la volontà di dominarlo, dimostrando nei secoli il suo carattere di “lingua leggera”, secondo la bella definizione di Francesco Bruni: “Una lingua senza eserciti”. È stata la lingua dei grandi banchieri fiorentini, dei commerci, della scienza e dei libretti d’opera (Osip Emil’Evic Mandel’Stam). Questo è stato l’esercito che ha promosso l’italiano al rango di lingua di cultura sia che si trattasse di recitare Dante o di ascoltare Verdi, di comprendere le teorie di Galileo o di leggere le parole dell’arte di Vasari. Per questo motivo, il patrimonio di idee racchiuso nelle nostre parole dovrebbe essere costantemente a disposizione degli studenti di tutto il mondo in ogni percorso formativo, in modo da accompagnarli per tutta la vita, anche e soprattutto sul lavoro. Rinunciarvi significherebbe cancellare l’elemento che più di tutti ci distingue dagli altri». Naturalmente, nessuno nega quanto sia fondamentale lo studio delle lingue vive, con particolare attenzione all’inglese. E qui, aggiungeremmo anche alle lingue morte, poiché solo chi conosce il latino e il greco ha sicurezza lessicale in fatto di etimo e accenti, questi poveri accenti che sentiamo storpiare – scritti e parlati – anche da persone di così detta cultura. Come non approvare l’epilogo della lettera di Alessandro Masi, quando afferma che il suo intento non è quello di «difendere l’italiano da un nemico, perché non siamo in guerra con nessuno. Le lingue non si fanno la guerra. La sfida dovrebbe essere quella di immaginare percorsi di studio in cui dall’incontro fra il proprio mondo e quello degli altri ogni studente esca più ricco e più forte, in cui la parola d’ordine sia “più lingue”, e mai “meno”. A cominciare dall’italiano che sul tavolo dell’economia globale è una delle nostre carte da giocare insieme al vasto patrimonio d’arte».

Grazia Giordani

Come se niente fosse

Un libro sul libro di una donna che parla di donne

Leggendo È tutta una follia (Guanda, pp.249, euro 16,50, a cura di Marco Vichi, con uno scritto di Mario Tobino), abbiamo l’impressione di entrare dentro i lati oscuri, le contorte nevrosi, i turbamenti e le ossessioni, fatte anche di visionarietà alienata, che in piccola o grande misura possono appartenere anche a molta pare dell’umanità, persino a noi stessi, visto che ‹‹da vicino nessuno è normale››.

Senso dell’ironia, dell’assurdo, del tragico-grottesco si rincorrono e raggiungono dentro queste pagine inquietanti, assumendo a volte connotati iperveristi, tanto da indurci a pensare che sia persino un po’ troppo facile fare letteratura con un argomento del genere dove è possibile dire tutto e di più, proprio perché la così detta normalità ce la siamo lasciata alle spalle.

Visto che gli autori della raccolta- descritti nelle note biografiche – sono tutti dei veterani della scrittura, dal napoletano Diego de Silva, al romano Edoardo Albinati, alla lombarda Marta Morazzoni (vincitrice nel 1997 del Campiello con Il caso Courrier) – non dimenticando il fiorentino Marco Vichi, curatore dell’opera -,  siamo spinti a curiosare subito fra le pagine del racconto di Lorenzo Chiodi, data l’essenzialità del suo curriculum che ce lo presenta ‹‹nato nel1884 a Firenze, dove vive. Questa è la sua prima pubblicazione››.

E dobbiamo dire che questo nuovo alla materia trattata,  ha saputo destreggiarsi in maniera promettente nel pianeta del mondo sballato e sopra le righe di un ragazzino sognatore e della sua tormentata adolescenza autolesionista per delusione d’amore (‹‹Scesi in cucina e prelevai dal cassetto della credenza il coltello per disossare la carne. Tornai in camera e cercai di estirpare il mio tormento. La lama d’acciaio era fredda come la notte, ma bruciava come il sole a contatto con la pelle. Bruciava di paura. Appoggiai sul braccio la punta del coltello, e dopo una leggera pressione, la lama si macchiò di sangue. Era fiele che sgorgava rapido scivolando sulla pelle. Anche il coltello scivolava leggero, aprendo una ferita che pompava veleno.››)

A chiosa della silloge, leggiamo una toccante lettera di Mario Tobino, uscita su ‹‹La Nazione›› il 7 novembre 1985, quando il medico-scrittore, dopo una vita passata a curare la malattia mentale, era in pensione da cinque anni. Un intervento doloroso, di grande intensità, in merito alla legge Basaglia (la celebre 180) che decretò, tra molte polemiche, la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo servizi di igiene mentale pubblici.

Il curatore ha operato questa scelta anche ‹‹per gettare uno sguardo su quella condizione umana che sta solo un passo più in là del disagio di vivere raccontato dai personaggi di questa antologia››.

Grazia Giordani

Pubblicato nei consueti tre quotidiani  lunedì 9 luglio 2012