Archive for aprile 2008

CAPITOLO SECONDO

 

Sentì un passo leggero alle sue spalle. Era entrato un uomo vestito di scuro, di statura media, che non si tolse il cappello, ben calcato in testa, e parve salutarla in maniera impercettibile, senza aprire la bocca, con un piccolo battito di ciglia, che avrebbe potuto essere un tic o un gesto riflesso, per difendersi dall’ ombra improvvisa, incontrata all’interno. Si mosse a scattare foto degli affreschi, rapido, senza gesti inutili, e uscì, ineffabile, dalla cappella. Quella rapida apparizione, lasciò sconcertata Givevra che non sapeva dove cominciasse la realtà e dove finisse la fantasticheria;  provava un sentimento inquietante, le sembrava di vivere una situazione simile a quella del viandante di "Cime tempestose", quando è incerto se il fantasma di Caty gli sia apparso veramente, ed è proprio la capacità di creare incertezza, che rende romanticamente grande il romanzo. Tutta la sua esistenza era costellata di riferimenti letterari, e Emily Bronte faceva parte degli autori che più spesso la "perseguitavano". Tornò all’aperto, turbata, tormentata da ricordi incerti, di tempi lontani in cui i pochi intimi la chiamavano Ginny, per esonerarla da un nome di famiglia, che aveva sempre indossato come un vecchio vestito giù di moda. Camminò fra l’erba alta, con cautela, per non rompersi le calze o escoriarsi le gambe, soprattutto timorosa di incontrare qualche serpe. Detestava i rettili e gli insetti, fin da piccola. Però le piaceva vederli sigillati dentro una teca di vetro, resi innocui, sentendosi al sicuro da loro: in questo caso era lei a dominare il pericolo e il ribrezzo sembrava quasi eccitarla, era uno strano afrodisiaco. L’uomo scuro, reale o proiezione del suo inconscio che fosse,  l’aveva incuriosita; c’era in lui qualcosa di familiare. Avrebbe voluto rincorrerlo, fermarlo, fargli domande, ma le parve poco dignitoso: non era nel suo stile di vita. "Sarebbe bello che rincorressi un fantasma", rise fra sè, poco convinta.

Passando per via Cigno, sentì le note appannate di un pianoforte, suonato da mani incerte, che eseguivano, in maniera meccanica, la "Sonata per Elisa", scritta da Beethoven  certamente per una nipotina  più sensibile alla musica dello strimpellatore di quel momento. Le sarebbe piaciuto entrare in quella casa e raddrizzare gli errori del pianista, così come l’avrebbe resa soddisfatta una correzione agli accenti di chi li pronunciava a casaccio, stonato cantore della parola. Allo stesso modo "soffriva" quando vedeva fiori disposti nei vasi come rigidi mazzi, offesi da mani senza estro. Teneva a bada, da sempre, questo desiderio di rifare il disegno di tappezzerie sguaiate o di abiti ineleganti. Pensava di detestare la volgarità, eccetto che nell’amore. Con grande incoerenza, tra le braccia di un uomo era presa da una sensualità animalesca, non sempre corrisposta, raramente soddisfatta: i suoi compagni di letto l’avevano talvolta delusa, temendo di offenderla.

 

"Gli oggetti non ti tradiranno mai"! – diceva sua madre, un’intellettuale un po’ blasé,e dall’aria spesso stanca che non sapeva cucinare o curare la casa, affidata al personale, ma che, in compenso, suonava deliziosamente i leaders di Mozart – che accompagnava con il canto – coltivava fiori in vaso, allevava mici persiani e pensava di essere il centro dell’universo, un universo che avrebbe dovuto ruotarle attorno. Vestiva deliziosi abiti impalpabili, color malva – questa enigmatica signora – e recitava Guido Gozzano, suo poeta preferito, con misura, senza eccessiva enfasi, per pochi amici riuniti in salotto o nel prato, nella stagione calda. Solo il gesto ripetuto della mano, che scostava un’inesistente ciocca sulla fronte, tradiva un’emozione troppo tenuta a bada, che rendeva affettato il suo stile. A otto anni Ginevra conosceva già tutti i nomi di spicco dell’arte impressionista francese, aveva grandi cognizioni delle scienze naturali e delle lingue straniere, però‗ salutava a malapena dieci persone della sua piccola città natale. Aveva studiato con istitutrici tedesche e inglesi e superato l’esame, alla fine di ogni anno scolastico, in una città vicina, estranea fra estranei, intimidita, ma pronta, sentendosi più che mai diversa per abbigliamento, gusti e solitudine di vita.                                  

 

***

 

Si lasciò‗ il chiostro alle spalle per raggiungere la cappella della Madonna dei Miracoli, fresca di restauro. Le piaceva l’area perimetrale dela chiesa, quasi completamente consumata dai secoli, le sembrava uno spazio della memoria, un’astrazione intellettuale in cui, misti a piante selvatiche, nate disordinatamente, restavano simboli di avvenimenti, simulacri e voci di persone, come in un quadro surreale, dove tutto è possibile. "Pensieri verdi" – rise fra sé. Tutto per lei aveva un colore. Sua madre era stata color malva, suo padre blu ( a causa del loro abbigliamento), i tre uomini della sua vita erano stati neri, per l’influenza negativa o luttuosa, che avevano avuto su di lei. I viaggi e le letture e la musica erano rosa antico, più o meno carico, a seconda delle emozioni che le procuravano: un colore che le dava felicità. Scostò la plastica, che fungeva da porta, davanti all’entrata della cappella;  faticò‗ ad abituare gli occhi all’improvvisa semioscurità dentro cui nuotavano impalpabili moscerini dorati. Così almeno le parve, e l’effetto era suggestivo, anche se – a rigor di logica – dovette ammettere con se stessa, che si trattava soltanto di polvere colpita di striscio dalla luce. L’affresco dello Zaniberti, adagiato sfavillante nel catino dell’abside, le apparve troppo nuovo. le sarebbe piaciuto più in carattere con l’antichità dei muri che lo ospitavano. "Sarebbe come mi sottoponessi a un lifting agli occhi – si disse – lasciando la pelle del volto toccata dal tempo. Occhi di trentenne in un viso che ha più che doppiato quel tempo. Sarebbe un fatto magico – continuò a fantasticare – se i miracolati dalla Vergine uscissero dall’abside e scendessero fra noi, come in quel racconto di Poe, dove un cavallo può‗ abbandonare l’arazzo che lo trattiene nel muro". Lei stessa, a volte, avrebbe voluto uscire dall’arazzo della vita, cancellare certi punti del ricamo, inserirvene dentro di nuovi, aggrovigliare il passato con il presente, annullare tutta la sofferenza, le sconfitte. Provò un senso di stordimento, quasi di malessere, le parve che le Virtù Teologali, rappresentate negli stucchi, avessero un volto ammiccante, poco amichevole, riservandole uno sguardo simile a quello della gente della sua città. Si era sentita spesso ammirata per classe ed eleganza, raramente amata, sia in casa che fuori. Qualche cameriera, negli anni dell’infanzia, era stata tenera con lei, ma non aveva saputo cogliere l’attimo, ascoltare la voce dell’affetto. Aveva avuto la sordità masochista di chi muore di fame – anche quando potrebbe mangiare – invitato a una tavola ricca. Lo stesso le era accaduto con gli uomini. Aveva rincorso quelli stanchi di lei e respinto chi avrebbe potuto volerle bene sul serio. Paragonava se stessa al personaggio femminile di "Portiere di notte", il film della Cavani. Si sentiva spesso una vittima in cerca del carnefice, angosciata per le pene vere o immaginarie, o comunque enfatizzate che le venivano inflitte, alla ricerca perenne di un amore impossibile, a sua volta persecutoria del suo stesso aguzzino

SIGNORA A UNA PIAZZA

CAPITOLO PRIMO

Sostò un attimo nel chiostro, guardando l’ellittico soffitto di cielo. Le nuvole ricce, come un vello leggero, sembravano un mobile affresco, una nota capricciosa, in felice contrasto con la serena grazia medievale del loggiato. Le era sempre piaciuto quel luogo di mistero, che aveva fatto dire a uno scrittore, ospite nella sua piccola città: "Se Umberto Eco visitasse questa abbazia, riscriverebbe ‘Il nome della rosa’ ". Come se fra queste mura, l’autore del grande romanzo, potesse trovare un’ispirazione più fatata e coinvolgente. Riprese fiato. Era in età avanzata,  e –  sebbene ben portante – non aveva certo più gli slanci e la forza della giovinezza, quando poteva camminare per chilometri, permettersi decine di vasche nell’acqua della piscina antiquata di casa sua, aperta a pochi intimi. Dall’antica consuetudine con gli sport, le derivava la figura asciutta, da alcuni giudicata poco femminile, quasi androgina, per i seni piccoli e il bacino stretto di donna che non conosce le gravidanze. I bambini non l’avevano troppo interessata, anzi l’annoiavano, forse perché lei stessa era stata poco bambina, nata da genitori quasi cinquantenni e tenuta da loro isolata, protetta dai mali del mondo – come solevano definire la vita quotidiana, quella della gente comune. Ginevra aveva avuto poche possibilità di confronto con gli altri, negli anni della crescita, quelli formativi, in cui si è soliti misurarsi, emulare o soffocare le sane invidie e le ingenue gelosie, oppure dividere le ansie, tenere a bada le insicurezze. Le era mancato il velluto della tenerezza, aveva conosciuto solo il ruvido tessuto dei doveri da compiere, degli obblighi da espletare, Spesso era stata ricca di superfluo e povera del necessario calore umano, di quell ‘ atmosfera rassicurante che fa crescere bene e cancella le ombre dall’infanzia. Il padre – preso dai suoi affari di grosso commerciante – era frequentemente in viaggio e, quando faceva ritorno a casa, dedicava troppo tempo alle sue collezioni di monete e francobolli, pignolo, minuzioso, desideroso di privacy all’eccesso, infastidito se la piccola toccava le sue carte o se una cameriera faceva rumore, distogliendolo dalle uniche cose che lo interessavano veramente. Divenuta adulta, spesso la donna si era chiesta come avesse potuto venire al mondo da due esseri che sembravano ignorarsi così tanto, anche se educatamente. Le era difficile immaginare un momento d’amore tra due partner tanto distanti e indifferenti l’uno all’altra, da apparire su due pianeti diversi. Ginevra non aveva subito però‗ nemmeno aspri rimproveri o punizioni ingiuste. La sua era stata una vita severa, color grigio ferro – pensava lei – che amava tanto i colori, le note liquide dell’alba o la fiamma festosa di un prato fiorito, quando l’estate brucia l’aria e dà il capogiro. Sognava in technicolor e viveva in bianco e nero. Avrebbe preferito decisamente l’inverso. La vita – quella vera – avrebbe dovuto brillare di tinte così intense da toglierle il fiato, da regalarle emozioni visive e intime sempre più ardenti. Era stata educata ad amare le cose belle, gli oggetti raffinati, all’adorazione per la cultura. Nella vita dei suoi contavano più le cose che le persone. (continua)

Propongo l’incipit del primo capitolo di Signora a una piazza, pubblicato nel 1995 per i tipi della rodigina Turismo & Cultura

 

Incroci

Il mio blog sfoggia un divano damascato nei colori tenui del beige e un tavolinetto basso, ereditato  dalla nonna, con la superficie ad intarsi d’avorio che brillano dolcemente illuminati da una piccola abat jour. Quale clima migliore per indurre i miei ospiti a una confidenziale conversazione? E così, in ore notturne, RosalbaUbaldo si scambiano confidenze letterarie e apprendiamo quanto più tempo vorrebbero avere per leggere e quindi per scrivere, ma parlano a voce bassa, fatta di bisbigli, per cui perdo brani della loro conversazione… Amici qui di passaggio, avete udito qualcosa di più? Se sì, rivelatelo… A presto, g*

Vi piace Némirovsky?

Se anche voi amate Irène Némirovsky, ecco qui qualcosa che spero v’interessi.

Back for Good

Giovedì 17 marzo,  alle ore 21, in sala consiliare del municipio di Badia Polesine, parlerò dell’opera prima Back for good di Viviana Segantin (Panda Editore, pp.143, euro 12, 50). Si tratta di un romanzo di formazione dove la giovane autrice – che sarà presente in sala – racconta l’esperienza forte di Silvia, vincitrice di una borsa di studio Erasmus a Londra e quindi di uno stage alla BBC. Mesi intensi e trasgressivi, attrazioni sopra le righe, specchio della gioventù attuale. Non tutta, fortunatamente!

Capolavori a zonzo

In un momento in cui l’Italia se ne sta andando a remengo, tanto che tra un po’ saremo i primi degli ultimi, c’è una lodevole giornalista americana che ha ancora voglia di occuparsi dei nostri capolavori d’arte dispersi dal capriccio dei potenti. E le rocambolesche vicente di "San Giorgio e il drago",  piccolo grande capolavoro di Raffaello, di cui potete leggere qui ci vengono narrate con brillante cultura.