Archive for dicembre 2013

Retromarcia

Retromarcia

 

Mi sembrava di essermi tolto un peso dallo stomaco. Non ho mai sopportato gli snob, le persone che sentono puzza al tuo passaggio.

Ma sì l’avrò annoiata con tutto quel bouquet di guai (magari un vero bouquet fiorito avrei dovuto portarglielo in dono, o farle il baciamano con l’inchino a quella grandonna, per persuaderla a scrivere la mia misera vita).

E poi perché ci tengo tanto a far sapere a tutti che sono un disgraziato? Adesso non mi va tanto male. E il pranzo (che  ho ben  poco mangiato, temendo anche di non reggere al meglio le posate) avrei fatto bene a pagarlo io. Mi son fatto mettere i piedi in testa. Ecco cosa ho fatto. E l’ho mollata in contemplazione del suo mare d’infanzia.

Non ho rimorsi, perché se possiede in quel luogo un delizioso monolocale, quasi un ventre materno, passerà lì la notte. Troverà bene il modo di scaldarsi. Avrà pure una stufetta. Abituata al mare d’inverno, sarà attrezzata. Nella valigia avrà pur messo pullover e scarpette di lana.

Che me ne importa?

E, invece me ne importa.

Ho già percorso dieci chilometri, ma adesso faccio retromarcia.

Sissignori, me ne torno indietro.

 

Se n’è andato, insalutato ospite. Mi ha mollata come una vecchia ciabatta. Ma non so dargli del tutto torto. Oddio, era noioso e sorbiva la zuppa di pesce come un burino, però dal suo racconto, mettendoci molto di mio, avrei potuto trarre qualcosa di interessante….

 

Non riesco ad inserire la retromarcia.

Che sia colpa del ghiaccio o un segno del destino?

Il destino ‘sta volta è neutrale: né mi ostacola, né mi aiuta.

Lasciai fare alla mia vecchia bagnarola con le ruote mezze consunte e il motore che gracchia…

 

Devo proprio essere un soggetto originale, oppure una donna troppo sola, incapace di amare e quindi di affezionarmi a mia volta. Però quel racconto delle piccole bare bianche e dell’odore di gelsomini sfatti stanotte non mi farà dormire, sebbene io adori (ecco un verbo lezioso che lui non userebbe mai; a vero dire neppure i congiuntivi gli sono poi tanto congeniali…) questo monolocale dove persino i pochi soprammobili parlano delle mani di mia madre. Ah! Le sue mani così agili e creative, le sue chiome color del grano maturo. Come avrei voluto aver in dono un decimo della sua bellezza. Dicono conti l’intelligenza, ma io sono troppo sofisticata, poco spontanea…

 

Ecco, ho ripercorso i dieci inutili chilometri e non so bene dove diavolo si trovi quel tanto amato monostanza o come meglio si chiami (e un congiuntivo, adesso mi è venuto spontaneo, chissà come sarebbe soddisfatta se mi sentisse madame).

 

Cosa farei se tornasse indietro?

Gli darei alloggio?

Nella poltrona letto dell’angolo?

(Che sia un uomo pericoloso?)

Però non mi piacerebbe rivedere come impugna il cucchiaio…

 

L’unica casa con i battenti delle finestre aperti non può essere che la sua. Chi vuoi che sia un’altra matta che se ne viene d’inverno in una zona così desolata?

 

E’ lui, è lui.

Riconoscerei il rantolo della sua Lotus tra mille….

 

Mi scusi, signora, ma mi sentivo così umiliato dal suo disprezzo, che sono scappato come un vero vigliacco.

La prego di perdonarmi.

 

Maddai, si era allontanato?

Sono così distratta da non essermene accorta.

(g.g.)

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Mare d’inverno

Mare d’inverno

Credevo scherzasse. Faceva sul serio, invece, più rapida nel muoversi che nel dire, tanto dava per scontato che l’avrei accompagnata verso il suo tanto amato mare invernale. Valigetta pronta, scarpe da casa rapidamente sostituite con calzature più robuste, la riottosa soltanto nel volermi accontentare (ricordate la mia richiesta di una biografia?), ma fulminea nel prepararsi al viaggio – non sapevo nemmeno verso quale precisa località -, ha indossato un corto giacchetto di un’improbabile pelliccia, suppongo sua coetanea, chinandosi poi ad arrotolare alla caviglia i risvolti dei jeans scoloriti, con la disinvoltura di una ragazza.

Speriamo di persuaderla durante il tragitto in auto, mi sono detto.

Vedovo da anni, i figli fuori casa, non dovevo giustificarmi con nessuno. Potevo andare ovunque, denaro permettendo. Anche per questo motivo avevo cominciato a palpeggiarmi le tasche, prima di salire sulla gelida auto, lucida di ghiaccio. E se avessi scordato nel cassetto lo sguarnito portafoglio o l’altrettanto magra carta di credito, costantemente a dieta?

Quasi mi leggesse nel pensiero, la mia fortuita – non oserei definirla fortunata – compagna di viaggio, mormorò, aspra, quasi senza  guardarmi in volto: «Non pensi alle spese. Quello è affar mio».

«Non sono ancora diventato un gigolo, Signora, dissi cercando di apparire spiritoso» .

«Non s’illuda. Per me ci vuole ben altro. È solo che mi seccava prendere un mezzo pubblico. E poi, tutto sommato, la sua storia m’interessa. Sono una ladra di racconti…»

«Intende dire che userà per sé la mia storia?»

«Forse che sì, forse che no.  Del resto dovrebbe ritenersene onorato».

Ma lo disse col suo impercettibile sorriso obliquo che regalava mistero a quel suo insolito volto triangolare, dove le rughe attorno al mento non davano fastidio, quasi una cipria del tempo l’avesse ingentilito.

La Lotus fece i soliti capricci. Singhiozzò più a lungo del consueto, prima di entrare in marcia con un gemito lungo, anche lui partecipe dei miei umani dolori.

«Che strada prendiamo?»

«Verso Volano, nel Bassoferrarese. Là posseggo da anni un minuscolo monolocale, quasi un ventre materno. Ma non pranzeremo in casa. Ci sarà certamente qualche locale aperto, anche se siamo del tutto fuori stagione.»

M’imbarazzava l’idea di questo tête à tête con una sconosciuta. Condividere un pasto non è solo posizionare all’unisono posate all’interno della bocca, piene di cibo che magari non ti piace. Sono astemio e, una volta, in Scozia, ho fatto morire quasi un intero giardino, irrorandolo del wisky  che non riuscivo ad ingurgitare. Però, la speranza di indurre l’imprevedibile signora ad interessarsi veramente alla mia biografia, mi ammorbidiva e piegava fino al punto di mostrarmi arrendevole.

«Questi sono stati i luoghi delle mie beate vacanze infantili – mi raccontava, con voce addolcita, le guance ravvivate da un calice di vino di cui m’infastidiva persino l’odore (ormai sapete quanto sia schizzinoso il mio olfatto) –  arrivavamo in questa spiaggia, allora desolata, veleggiando lungo il Volano. Era solcato da vele di molti colori. C’erano i burchi dei comacchiesi  che vivevano la loro pigra vita corale di gente d’acqua, all’aperto, senza ritegno. Avevano, sulle loro barche, il cane, il gatto, il lavoro a maglia, la suocera, lo zio e sempre risonanti zoccoli di legno ai piedi. Parlavano una lingua strascicata e comprensibile, forse, solo a loro, tanto ostica era ai nostri orecchi. Le donne erano pienotte, languide nell’occhio e candide nella pelle. I fiume aveva un fascino quasi magico su di me e questo senso dell’acqua mi è rimasto nelle vene come una voce cantante; raramente mi abbandona e mi fa pensare ai perlati grigiori del Tamigi, alla canzone senza fine delle vene sotterranee di Granada, allo sciabordio del mare aperto, al satanico suono della tortuosa cascata del Varone, come se tutte le acque avessero un’origine unica, per poi differenziarsi secondo cause contingenti…»

Che lagna! – pensavo fra me e me, sempre più desideroso di interromperla, per riprendere il filo della mia disgraziata infanzia sarda, dei colpi mancini che mi aveva inferto la vita.

«Beata lei, Signora, che ha avuto un’esistenza così piena di dolcezza, mentre io facevo il pecoraio, il necroforo di bambini, quasi il mendicante…»

«Stia zitto, non interrompa il flusso dei miei lirici ricordi. Dal fiume ebbero origine le mie prime vacanze al mare. Dopo due ore o più di lentissima navigazione, accompagnati in cielo dalla bianca ala di famelici gabbiani, sul barcone dal rumore assordante del motore e dal cicaleccio delle varie nonne e mamme onuste di prole e di sporte, credo che avremmo mangiato anche un piatto del Burundi. A proposito, anzi a sproposito, lei non sta mangiando e bevendo quasi niente. L’annoio, forse?»

«No, no. È solo che speravo di interessarla alla mia vita. Agli altri casi dolorosi che mi sono capitati: moglie morta giovanissima, dopo atroci sofferenze, una giovane cognata, finita sotto un camion, una figlia caduta nel tunnel della droga….»

«Quisquilie, ma cosa vuole che sia! Banalità della vita di tutti i giorni, prive di poesia. La gente non ne può più di questi fatti noiosi. Ormai nulla fa più notizia. Non vede com’è diventato il mondo? Si è fatto tardi, riprendiamo la strada di casa, non prima di aver fatto una corsetta digestiva verso il litorale».

Rapida, pagò il conto e si diresse verso un mare incolore come le sue vecchie chiome, mentre un fiacco sole tentava di aprirsi un varco in un cielo di latte.

Oddio – ho pensato – mi ha attaccato la malattia e mi son messo a parlare quasi come lei, mentre meditavo e ponevo in atto lo sleale proposito di salire sulla Lotus che partì ubbidiente e complice nell’abbandonare quell’egocentrica scrittrice dentro l’estasi dei suoi ricordi.

Grazia Giordani

L’Odore

L’Odore

Da anni cercavo uno scrittore che mettesse nero su bianco la mia vita. E il destino, talvolta, si sgrana tra le nostre dita come un imprevedibile rosario, perché proprio mio figlio, giorni fa, mi ha detto: «Non cercare tanto lontano, papà. Proprio in un paese vicino al nostro vive un’anziana scrittrice un po’ balzana, volubile, ma – se le andrai a genio e saprai convincerla – forse ti accontenterà».
L’auto non andava in marcia, stamani, succede sempre così, quando hai fretta e anche pochi chilometri di distanza ti procurano il batticuore. Mi aveva risposto seccamente al telefono, quella preziosa signora, di andare da lei subito e per pochi minuti perché stava partendo per il mare.
«Con questo freddo?»
«Lo preferisco d’inverno».
Dopo l’ultimo singulto la mia vecchia Lotus si è messa in moto, sgusciando dentro sdrucciolevoli stradine di campagna, ricamate di galaverna. Persino il casale severo della scrittrice, proprio come mi era stato descritto, mandava bagliori di cristallo.
Piccola, minuta, i capelli raccolti in una crocchia incolore, lo sguardo obliquo, mi è venuta incontro, agile, con un impercettibile sorriso.
Ho cominciato a raccontarle di getto, senza preamboli, le tribolazioni del mio vissuto di sessantenne che vorrebbe fermare sulla carta un’esistenza che andrebbe altrimenti perduta.
«Lo fa per vanità?»
«Forse, ma anche per non morire del tutto. Se la mia vita resta chiusa nelle pagine di un libro, parte di me resterà invece aperta ai lettori, soprattutto ai miei figli.»
«Dicono tutti così, ma è la vanità a prevalere….»
«Dunque, lei fa sogni ricorrenti ambientati in Barbagia, la sua terra natale.»
Come un fiume in piena – dopo questa sua lapidaria affermazione – mi sono sgorgate fuori le parole -, quelle che io non avrei mai saputo scrivere.
La terra di Seulo, quella dei miei anni infantili, mi è riapparsa nel suo fascino selvaggio e ho risentito dentro il cuore la voce del mio maestro, nei pochi miei anni di scuola che mi raccontava come fosse stata chiamata Barbaria perché inconquistabile. Ho rivisto, in un fulmineo flash, quelle aree vegliate da montagne severe, porte robuste da cui mai sono uscite le più remote tradizioni che ancora oggi rumoreggiano, colorano ed emozionano.
Mi sono rivisto a sei anni nella chiesa di San Nicola di Ottana, a ricevere la prima comunione, quasi vestito di stracci, con abiti rabberciati da una zia e calzato da scarpe tanto grandi (avrebbero dovuto durarmi nel tempo) che quasi inciampavo nei miei piedi.
Raggiunta la terza elementare, i miei hanno deciso che la mia istruzione fosse completata, addirittura troppa.
Un vecchio pecoraio mi ha assunto a guardare il suo gregge, affiancato da un cane ringhioso. Non posso nemmeno contare il numero di bastonate scritte sulla mia schiena, quando un agnellino mi è sfuggito dal petto, dove lo tenevo per coccolarlo, cadendo fra i rovi pungenti di quella mia terra di spine.
Ho lavato chicchere e piattini in un bar scalcinato, dove gli avventori sputavano per terra e mi lasciavano l’ultimo goccio di caffè nella tazzina, così gustavo quel po’ di zucchero nel fondo.
Ma tutto questo eran rose e viole, se penso che, a nove anni, l’età in cui i bambini dovrebbero studiare e giocare, mi ha quasi adottato uno zio di mio padre che aveva una rudimentale impresa di pompe funebri.
Costruiva casse da morto, soprattutto per i bambini.
In misteriosa comunicazione con gli infermieri degli ospedali del circondario, riusciva ad arraffare i corpicini di quei poveri malcapitati, quasi prima che avessero reso l’ultimo respiro.
E io dovevo aiutare a lavarli, vestirli, assistere ai gemiti delle madri e dei parenti e poi deporli nella cassa, ricoprendoli di gelsomini. L’odore stucchevole di quel fiore mi è rimasto nelle narici come una maledizione, tanto che lo risento persino in sogno.
Quando ritorno nella mia terra natale, provo nausea solo nel rivedere quelle delicate corolle che martirizzano da sempre il mio olfatto.
Risento il tonfo delle bianche casse affondare nella terra, rivedo lacrime di perla sgorgare da occhi che troppo avevano pianto.
Risento l’asprezza delle voci disperate.
Mi angoscia ancor più la rassegnazione di quella povera gente di allora.
«Basta così, lei non ha bisogno della mia penna. Scriva come sa parlare e riporti via con sé quel dolciastro odore che ha invaso la mia casa. Suskind col suo Profumo ha consegnato ai posteri un capolavoro. Lei non saprà fare altrettanto, ma la sua odorosa storia mi ha fatto male al cuore. I vecchi hanno bisogno di gratificazioni, non di rimescolii dentro le angosce. Anzi, visto che ha l’auto parcheggiata fuori, perché non mi conduce al mare? Le garantisco che in questa stagione là non fioriscono gelsomini.
Grazia Giordani

Grazia Giordani

 

La moglie

La moglie

Le chiavi le caddero di mano, andandosi a conficcare – maledizione! – proprio nella grata di un tombino. Fu così, chinandosi, che Carla rivide, con un balzo al cuore, quella inconfondibile caviglia di donna, un tempo molto avvenente, con l’età troppo rinsecchita, ma che portava traccia di una bellezza «passata ma non del tutto guasta».
Poteva permettersi una calza grossa, Elodia, e scarpe a tacco tozzo, mantenendo comunque, nel tempo, un’aria inconfondibile di donna che era stata avvenente.
Indossava un tailleur scuro, niente di speciale, non aveva quasi maquillage, eppure non passava inosservata.
Per Carla era uno strazio ogni volta vederla.
Sensi di colpa e compassione (per lei e per se stessa) le foravano il cuore.
Per lunghi anni era stata l’amante di suo marito, ma adesso che Ermanno era morto, non avrebbero potuto avvicinarsi, parlarne, consolarsi a vicenda come due vedove?
«Hai un bel coraggio!» – le aveva detto un’amica severa di quelle inesorabili che il tradimento lo ammettono solo virtuale, senza abbandonarsi a una passione fisica, senza cedimenti veri della carne vera.
Sì, lei il coraggio, lei, lo avrebbe avuto, di abbracciarla, chiedendole perdono.
«Non sognarti – sempre l’amica – abbi rispetto per il suo umiliato dolore».
Quel giorno, dopo l’episodio delle chiavi, la seguì a distanza.
La vide perdersi tra i banchi del mercato.
Toccare appena una cesta di frutta.
Scegliere un melone.
Aveva ancora nelle narici il profumo del melone consumato con lui, quel giorno in collina, seduti in un piccolo locale all’aperto, sotto una pergola di vite americana. Rivedeva le sue mani aristocratiche separare il grasso del prosciutto, con forchetta e coltello, e risentiva l’ironia distratta della sua voce.
Ecco, ora Elodia entrava dal macellaio con cui parlava sottovoce, acquistando una sola bistecca.
Che tristezza mangiare sola!
La seguì fino al parco, sedendosi lontana.
Due solitudini separate, le loro.
Il mio è il pianto del coccodrillo – pensò Carla – non mi sono mai trattenuta dal recare dolore alle altre donne, bisognosa di conferme, di mettermi sempre a confronto, di prevalere.
Passarono i giorni e Carla si accorse di pedinare quasi quella moglie da lei tradita.
Le parve di rivivere, attraverso lei, il suo amore finito sottoterra.
Ammirava la sua eleganza naturale, senza ostentazioni, il suo dolore composto, rassegnato.
L’aspettava all’angolo anche per delle ore e, a ragionevole distanza, cercava di starle dietro, indovinando le sue mosse.
Una mattina, la vide uscire con passo più rapido del solito, e fare quasi circospetto.
Indossava un abito nuovo e un cappello a larga tesa che ombreggiava lo sguardo grigio perso dentro la raggiera di segni del tempo.
Si diresse verso un caffè del centro.
Sedette a un tavolo esterno.
Un uomo alto, prestante, visibilmente più giovane, la fece accomodare, scostandole la seggiola. Si guardarono teneramente negli occhi. Lui prese la mano di lei fra le sue, ne girò il palmo e vi impresse al centro un bacio lungo, incurante dei passanti.
Carla provò una mortale stretta al cuore.
Ora era lei a sentirsi tradita.

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 18 Aprile 2006

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Il romanzo di Saporito in ARENA e BRESCIAOGGI

Virtù dello scrittore è capire quando cessare di scrivere

Romanzo su un autore di successo che si accorge di non meritarlo

Roberto Saporito

Roberto Saporito

Potrebbe apparire una furbata, e forse un po’ lo è, intitolare un libro Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 206 pagine, 12,90 euro), perdipiù di autore anonimo, tanto per rinfocolare la curiosità, invece si tratta di un romanzo godibilissimo. Adesso che Roberto Saporito ha perso l’anonimato, venendo allo scoperto, non possiamo che congratularci con lui per la commedia esistenziale che ha saputo imbastire in un metaromanzo (Pirandello docet con i suoi Sei personaggi in cerca d’autore) in cui lo scanzonato scrittore scrive scrivendoci, volutamente ipertrofico nelle situazioni descritte, ma prosciugato nel linguaggio minimalista.
Mordace, fulmineo, attraversato da schegge di perfidia che lo rinvigoriscono è lo scrittore (lo stesso Saporito, con volute iperboli?) di cui assistiamo, sorridendo, all’avventura. Divenuto famosissimo, grazie al suo ultimo romanzo — ma a suo avviso di poco conto, rispetto ai precedenti, quelli sì testimonianza di vero talento — ecco lo scrittore assurto alla categoria dei divi, quelli osannati, cui tutto è concesso, con agenti letterari che prima lo schifavano e ora lo cercano affannosamente, proprietario di un’auto megagalattica, irrorato da continue libagioni di champagne, vezzeggiato da seducenti fanciulle. Le vendite del suo libro crescono in maniera esponenziale, cineasti e registi lo rincorrono. Sale, sale, sale vertiginosamente lungo la scala del successo, ma è proprio qui che l’attende l’insidia: la perdita dell’ispirazione. Valium e champagne si fanno impotenti a risvegliare in lui il demone della scrittura. Un sussulto etico, una voglia di pulizia morale forse sta attraversando la coscienza di questo scrittore graziato da un falso e immeritato successo. Ah, se simile grazia toccasse cuore e penna di tanti. Ma il miracolo avviene solo nei romanzi, perché scrivere non è un mestiere, è un dono, come quello del musicista, dell’artista in tutti i campi. Non bastano mille scuole di scrittura a rendere eletta una penna, pronta a dare una svolta alla letteratura, proponendoci il nuovo con intelligente originalità.
L’Anonimo-Saporito, in chiusura della narrazione, rileggendo un suo racconto, prende coscienza di aver scritto «un improbabile romanzo alla Bret Easton Ellis, di quando andava alle elementari, forse». E, con un rigurgito di onestà, preme il tasto Canc ed elimina la sciocchezza che aveva scritto. Sorridiamo con amarezza leggendo l’intelligente e spietata critica di un autore che sa fare così bene satira sull’ambiente editoriale, in un gioco postmoderno sull’idea stessa di sparizione, visto che scopriamo a posteriori, dopo giorni, chi è l’Anonimo che ha saputo così farci interessare, con una levitas che non è leggerezza, ma pregevole capacità critica e autocritica.
Abbiamo sorriso un po’ immalinconendoci. La capacità di creare questo ossimoro letterario è uno dei maggiori pregi in uno scrittore che sta facendosi sempre più notare per le sue reali e originali capacità artistiche.

Grazia Giordani

Presentazione di “Margini” di Zena Roncada

MARGINI- Presentazione.

L’anno scorso, circa a quest’epoca, l’amica Zena Roncada ha parlato del mio librino HENA, edito da IL CERCHIO. Ora, tocca a me il grato compito di parlarvi, interloquendo con l’autrice, del suo Margini, fresco di stampa, inoltre lietissima di averlo recensito per prima nella terza pagina del quotidiano L’ARENA.  La silloge è pubblicato da Pentàgora,  una casa editrice molto dignitosa, che mi ha ben impressionato, tanto che mi sento di rivolgere una lode alle attente scelte di Lucia Saetta che ha prefato l’opera con molto acume, dandole una scansione a quartetto per argomenti.  Recensendo libri da oltre trent’anni, ormai, con i testi devo fare amicizia, goderne l’aspetto esteriore, il profumo e il fruscio della carta. La copertina. Il grande Roberto Calasso, direttore editoriale di Adelphi, la casa editrice più chic che abbiamo in Italia, scrive ne L’impronta dell’editore che una copertina, per essere perfetta,  dovrebbe rappresentare il rovescio dell’ ecfrasi. Evitando i maestri dell’arte troppo conosciuti, modelli troppo sfruttati, usando un modello che alluda senza tutto dire. E questa immagine di Ferenc Haraszti  che illustra la copertina di Margini, è perfetta, con giusto contrasto tra parte monocroma ed illustrata.  Prima di entrare nel merito di un’analisi estetica della silloge, ritengo doverosa ed indispensabile una sosta sul lessico della Roncada, un impasto linguistico che la differenzia da tutti gli altri autori – fatto di traslati, onomatopeie, antropomorfizzazioni – solo per citarne alcuni fra i tanti. E questo, gettate le premesse, mi darà modo poi di rivolgere una domanda all’ autrice. Nei lontani e beati nostri anni liceali ci veniva fornito un libretto intitolato RETORICA in cui figuravano l’apocope, la sincope, la sineddoche (la parte per il tutto), la metonimia (la materia per l’oggetto). Ebbene, Zena potrebbe essere un coautore di quel libretto tanto le suaccennate figure trovano, disinvoltamente posto nella sua scrittura. Le onomatopeie s’inseguono birichine. (E qui dovremmo scomodare il Pascoli, re di questa figura retorica) Basti pensare – nella scrittura della Roncada –  alla macchina da cucire che tartaglia. Le antropomorfizzazioni sono frequenti: il muro, la motocicletta sembrano parlare esprimendo pensieri, il tutto con estrema naturalezza. In Come fra muri (p.28) la protagonista ‹‹si legava ai pedali come avessero i denti››. E in Carta da zucchero (p.34) ‹‹Il Po fa quel che gli pare e gli vien da ridere, di notte, quando arriva con la piena››. Un impasto lessicale, non solo gremito di figure retoriche – se così fosse sarebbe noioso e poco scorrevole,  ma fatto di italiano classico, dialetto locale e persino latino, disciplina in cui Zena è maestra, avendolo per lunghi anni insegnato, e tuttora lo insegna. Zena non è, dunque, solo preziosa scrittrice,  è anche una latinista, con spiccato amore per Seneca. Riguardo alle forme ablative, ellittiche, facenti parte del suo pregevolissimo linguaggio scritto, credo Zena possa darci  – nel corso della presentazione – una spiegazione più sua e dettagliata, soffermandosi sulla forza del suo dialetto. Assolto l’esame del lessico, in piccola parte, perché vi sarebbe ancora moltissimo da dire,  entriamo nel merito delle atmosfere, del clima intimo ed esteriore dei personaggi marginali che sembrano riflettersi, quasi inconsapevoli, nelle acque cinerine del Po. Entreremo, quindi, in punta di piedi, senza risvegliare troppo personaggi, scritti in penombra, nel milieu delle  trame, nel cuore di figure dolenti, uomini e donne senza una storia grande, ma che ci conquistano con la loro storia piccola. Se Zena fosse una pianista, userebbe la sordina, quello sarebbe il suo pedale prediletto. C’è sempre musica nella scrittura di Zena. Certe frasi fulminee verrebbe voglia di cantarle al ritmo di rap. Altre, più dolci, ci commuovono con la loro melodia gentile. Perché quanto vi sto dicendo, prenda connotati tangibili, soffermiamoci sul delizioso racconto Le sorelle (p.18) . Già nell’incipit la scrittura è musica. Incontriamo due sorelle in netto contrasto. Deliziosa la descrizione dell’atmosfera. Una, tutta chiesa. L’altra, desiderosa di danza e d’incontri amorosi. Per colpa della meno pia, ritardano entrambe. E, la madre dà ‹‹due schiaffi, uno per sorella››. Carta da zucchero (p.34) è un altro dei miei prediletti. Bindo porta in seno una stravagante mappa di carta da zucchero, che lo ripara dal vento, dal freddo,  una specie di guida personale, un suo navigatore che gli indica la via per entrare nelle corti, che assorbe i suoi umori. Entra in una fattoria, dove – in assenza di tutti al lavoro – vede una ragazza nuda nella mastella. Avviene uno stupro. E la penna delicatissima di Zena, sa farsi erotica in punta di piedi. Perché l’eros, quello appena sussurrato, non manca in questa silloge, a saperlo ben recepire. E poi, ci sono i personaggi di casa, di famiglia, della grande famiglia dell’autrice. Innanzi tutto c’è G., il padre – Luigi Roncada – (p.41) ‹‹Lo chiamavano Gi,detto due volte in fretta, per fare prima, e lui scattava per un niente, svelto di testa e di parola››.

(g.g.)

Il caso editoriale dell’anno

Potrebbe apparire una furbata – e forse un po’ lo è – intitolare un libro Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, pp.206, euro 12,90), per di più di autore Anonimo, tanto per rinfocolare la curiosità, invece si tratta di un romanzo godibilissimo. E, adesso che Roberto Saporito ha perso l’anonimato, venendo allo scoperto, non possiamo che congratularci con lui  per la commedia esistenziale che ha saputo imbastire in un metaromanzo (Pirandello docet coi suoi Sei personaggi in cerca d’autore) in cui questa volta lo scanzonato scrittore scrive scrivendoci, volutamente ipertrofico nelle situazioni descritte, ma prosciugato nel linguaggio minimalista. Mordace, fulmineo, attraversato da schegge di perfidia che lo rinvigoriscono, assistiamo, sorridendo , all’avventura di uno scrittore (lo stesso Saporito, con volute iperboli?) divenuto famosissimo, grazie alla scrittura del suo ultimo romanzo – a suo avviso di poco conto, rispetto a precedenti, testimonianza di vero talento – improvvisamente assurto alla categoria dei divi, quelli osannati, cui tutto è concesso, con agenti letterari che prima lo schifavano e ora lo cercano affannosamente, proprietario di un’auto megalattica nella cilindrata, irrorato da continue libagioni dei più raffinati champagne, vezzeggiato da seducenti fanciulle. Le vendite del suo libro crescono in maniera esponenziale, cineasti e registi lo rincorrono. Sale, sale, sale vertiginosamente lungo la scala del successo sempre più immeritato e facile, ma è proprio qui che l’attende l’insidia della perdita d’ispirazione. Valium e champagne si fanno impotenti a risvegliare in lui il demone della scrittura. Un sussulto etico, una voglia di pulizia morale forse sta attraversando la coscienza di questo scrittore graziato da un falso ed immeritato successo. Ah ! se simile grazia toccasse cuore e penna di troppi  nostrani di cui qui non facciamo ora il nome. Sappiamo ben che questo miracolo avviene solo nei romanzi, perché scrivere non è un mestiere, è un dono, come quello del musicista, dell’artista in tutti i campi. Non bastano mille scuole di scrittura a rendere eletta una penna, pronta a dare una svolta alla letteratura, proponendoci il nuovo con intelligente originalità. L’Anonimo-Saporito, in chiusura della narrazione, rileggendo un suo racconto, prende coscienza di aver scritto ‹‹un improbabile romanzo  alla Bret Easton Ellis, di quando andava alle elementari, forse››. E, con un rigurgito di onestà, preme il tasto Canc ed elimina la sciocchezza che aveva scritto. Sorridiamo con amarezza leggendo l’intelligente e spietata critica di un autore che sa fare così bene satira sull’ambiente editoriale, in un gioco postmoderno sull’idea stessa di sparizione, visto che scopriamo a posteriori, dopo giorni, chi è l’autore Anonimo che ha saputo così farci interessare, con una levitas che non è leggerezza, ma pregevole capacitò critica ed autocritica. Abbiamo sorriso un po’ immalinconendoci. E la capacità di creare questo ossimoro letterario, ci è parso essere uno dei maggiori pregi di uno scrittore che sta facendosi sempre più notare per le sue reali ed originali capacità artistiche.

Grazia Giordani