Archive for settembre 2013

IRMINSUL: quando un noir non dimentica la poesia

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    Irminsul, quando un noir non dimentica la poesia

    È una piccola perla letteraria Irminsul di Romana Morelli (Artestampa, pp.180, euro 10). Siamo rimasti incantati dal mix lirico/noir che l’autrice è riuscita a comporre con una ouverture poetica – che ci trasporta nel milieu di un paesaggio da dipinto impressionista, dove ‹‹appena un sospiro di viola›› rompe il grigiore di un mondo agreste intriso d’acqua – subito smentita da ‹‹l’unica nota stonata di quel corpo che sembrava più un fagotto che un uomo, con un forcone infilato nel petto, le sue braccia le sue mani a cercare l’aria, ad agguantarla in un ultimo soprassalto di vita››. Protagonista metafisico dell’originale romanzo è l’elemento idrico in tutte le sue forme: pioggia, nebbia, fango limaccioso, tanto da crearci l’illusione ottica di sfogliare pagine intrise da quell’acqua refrain che rafforza il clima inquietante dentro cui incontreremo nell’incipit e più avanti, due donne dallo charme contrastante: la bellissima Dorothy, una femme fatale, irresistibile e Paola, la sua giovane allieva, più fragile, comunque seducente. Dove ci scappa il morto è inevitabile incontrare un commissario di polizia, ovvero l’acuto – e nel contempo – vulnerabile Minghetti, folgorato dall’irresistibile femme fatale, accompagnato dal fido Bergonzoni. Stavamo quasi dimenticandoci del morto, l’enigmatico Otto, marito di Dorothy, uno charmeur, paragonato, per la sua forza interiore alla grande quercia storica, l’ Irminsul, appunto, dei tempi di Carlo Magno, da cui il romanzo mutuerà il titolo. Personaggi minori, egualmente ben tratteggiati, poiché nella scrittura della Morelli è ammirevole la capacità di regalarci ritratti estetici ed interiori di eguale finezza, si alternano alle figure chiave su cui l’autrice spalma l’ombra del sospetto, tenendoci sempre in tensione fino all’ultima pagina. La brava scrittrice, tra l’altro fine acquarellista, ci conduce avanti indietro tra varie città emiliane e tedesche, mai dimenticando la sua amata Ravenna, ci depista, ci scombussola un po’, poiché quando credevamo di aver capito tutto, di aver finalmente individuato l’omicida,  in realtà, ripiombavamo nel buio di una labirintica verità, inframmezzata da forse un eccesso di citazioni culturali, ma è storia nota che stessa critica riguardo a questa ipertrofia veniva mossa anche ad E.A.Poe, quindi la Morelli può ritenersi soddisfatta di essere in buona compagnia.

    Prefato da Eliseo Dalla Vecchia, il romanzo porta in esergo una commovente dedica : ‹‹A mia madre/ le cui ali mi sfiorano››

    Grazia Giordani

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Simenon & Cotroneo

SIMENON SE VI PARE

IMMAGINARII. Il papà di Maigret due volte in libreria, oggetto e soggetto
Il grande scrittore è protagonista in «Betty», il libro di Roberto Cotroneo che finge il suo diario Come lo stesso Simenon fa nel romanzo più amato

L’isola di Porquerolles quando Georges Simenon vi passava l’estate

L'isola di Porquerolles quando Georges Simenon vi passava l'estate

Simenon di Cotroneo e Simenon di Simenon, ma comunque sorprendente. L’immaginario «diario di George Simenon» scritto da Roberto Cotroneo e l’altrettanto immaginaria biografia di pittore, L’Angioletto, il romanzo più ottimistico dal cinico papà di Maigret. Due volte nelle vetrine di libreria, come autore e come soggetto, il grande scrittore belga apre di dirittto la stagione letteraria. Roberto Cotroneo nel suo romanzo Betty (Bompiani, 190 pagine, 16 euro) immagina dunque che Simenon lasci un diario, ma destinato a essere distrutto perché l’ultima opera deve rimanere l’autobiografia, Memorie intime, «quella definitiva». Ma misteriosamente il manoscritto capita nelle mani di un narratore che tramanda la testimonianza. Siamo a Porquerolles, un posto vero: l’isoletta al largo della Costa Azzurra dove Simenon passava l’estate da giovane. Nella finzione, l’ottantenne Simenon torna a rifugiarvisi, segnato dal suicidio della figlia, per studiare insieme a un fotografo, Marc, con la sua Leica, le anime «in bianco e nero» degli abitanti dell’isola. Ma è soprattutto l’anima di Simenon a mettersi a nudo. Roberto Cotroneo parla con la voce di Simenon, in un gioco di rimandi, di scatole cinesi, di disvelamenti tra citazioni letterarie e cinematografiche (Betty è anche un romanzo di Simenon e un film che Claude Chabrol ne trasse nel 1960). Nelle foto di Marc, Simenon trova il volto di una donna bella, apotrebbe avere più di quarant’anni anche se ha il viso di una ragazza». È la Betty del titolo, una pittrice, che vive da circa quattro anni vicino al faro dell’isola e che ha lo stesso nome dato da Simenon alla dolorosa protagonista di un suo romanzo «uno dei libri», gli fa dire Cotroneo, «che mi ha avvicinato di più alla tentazione di scappare dalla mia scrittura, dai miei romanzi e dalla mia vita». Una situazione perfetta per uno di quei suoi romanzi che partono da un equilibrio spezzato: un Simenon anziano, tormentato dai dolori e dai ricordi, che per l’ultima volta usa la scrittura, in una forma solo privata, per capire una storia che ancora lo trascina e lo coinvolge. Insomma «un romanzo dentro il romanzo» della sua vita. Il protagonista è un uomo inseguito dalla vecchiaia, lui l’ipervitalista che ha avuto 11mila donne, che insegue i suoi sogni, che legge e rilegge le lettere di Federico Fellini: «I suoi sogni, ecco, i suoi sogni sono quello che non sono riuscito a imitare». Ma il sogno di Porquerroles si trasforma in un incubo: Betty viene ritrovata morta, è stata uccisa. Il commissario Dardenne indaga sul caso e vuole essere più bravo di Maigret. E poi c’è quel medico, Rigaud, che sembra anche lui il personaggio di una romanzo. Tutti cercano di coinvolgere Simenon e lui a ripetere come un mantra: «sono uno scrittore, questa è vita vera, non è un romanzo». Indizi, segnali, sospetti, coincidenze. Cartoline che tornano dal passato e legano la Betty di Porquerolles alla Betty del romanzo omonimo. Il finale ovviamente non va svelato perché quello di Cotroneo è anche un giallo. Ma, volendo immaginarsi «di Simenon», vorrebbe essere molto di più: libro di viaggio, esplorazione interiore in cui passato e presente, narratore e protagonista, romanzo e realtà sono la stessa cosa. Le cose, insomma, che riuscivano a Simenon, quello vero. La riprova? Fresco di stampa, L’Angioletto (titolo originale Le petit Saint, 197 pagine, 10 euro) che Adelphi, che continua a pubblicare tutte le opere di Simenon, propone nell’accurata traduzione di Marina di Leo. Scritto a Épalinges (cantone di Vaud, Svizzera) nell’ottobre 1964, il romanzo uscì l’anno seguente dalle Presses de la Cité e l’autore si aspettava una grande accoglienza, tanto che fece apporre sulla copertina una fascetta da lui dettata; «Finalmente l’ho scritto!» Considerava il romanzo come punto d’arrivo in un clima d’ottimismo a lungo perseguito e finalmente raggiunto, anche per ragioni familiari. Si era da poco separato dalla seconda moglie, la terribile Denyse, unendosi alla più dolce e semplice Teresa, propensa a regalargli, finalmente, un po’ di pace. ABITUATI a un Simenon che sa introdurre con acume psicologico il suo bisturi dentro le brutture e le debolezze dell’animo umano, creando inquietanti capolavori, proviamo una certa meraviglia, leggendo L’Angioletto. È la biografia immaginaria dell’immaginario pittore Louis Cuchas, dall’infanzia povera in via Mouffetard (e l’autore visitò quei luoghi con curiosa cura per descriverli nella maniera più verista possibile) fino alla vecchiaia. Il romanzo abbraccia tre epoche. La prima, comprende i cinque capitoli iniziali, relativi all’infanzia di Louis, nell’universo isolato di quella via abitata da diseredati e indigenti; la seconda parte narra l’adolescenza del protagonista, la scoperta della vocazione per la pittura e le prime esperienze; l’ultimo capitolo, quello dell’età adulta, ripercorre la carriera del pittore divenuto ormai famoso, un’autentica leggenda, eppure rimasto sempre il bambino dall’occhio limpido e svagato che sembrava non guardare niente e invece «guardava molta gente e molte cose, ma non quelle che ci si aspettava lo interessassero». Il bambino mite, che non reagiva alle aggressioni, ai soprusi degli altri, un angioletto, dotato di una santità laica, come ce lo dipinge l’autore, alla ricerca di una purezza artistica, purezza dell’anima, anche nel colore. L’appartamento in cui abita la famiglia Cuchas è miserabile: vi vivono, in promiscuità malsana, sei figli di padri diversi, abbandonati a se stessi. La madre, fruttivendola ambulante, vi si intrattiene disinvoltamente con amanti occasionali, mentre il suo ultimo uomo, alcolista, ridottosi a vivere sotto i ponti, muore suicida. La piccola Émilie viene trovata morta senza che nessuno si fosse preoccupato di lei. Louis — anche la notte in cui vede il fratello maggiore, poco più che undicenne, alzarsi la camicia e dire ad Alice, che di anni ne aveva solo nove: «Fammelo!… E sta’ attenta con i denti» — l’«angioletto» Louis non ne è turbato né tanto meno sorpreso. Tutto assorbe e tutto conserva nella mente, per farne un giorno materia della sua arte, senza lasciare che le infamie della vita inquinino il suo sguardo puro, pronto a riflettersi in pennellate di «colori puri». Ci voleva la penna di Simenon per renderla una storia avvincente e plausibile.
Grazia Giordani

Novemila giorni e una sola notte

È tutto nelle lettere e divori le pagine per avere risposte

IL LIBRO. «Novemila giorni e una sola notte»
Saga famigliare rivelata per posta Jessica Brockmole sa farsi leggere

Jessica Brockmole

Jessica Brockmole

Ci sono romanzi che leggiamo tutto d’un fiato perché, anche se rileviamo qualche nota d’inverosimile, la trama non dà tregua. E questo è il caso di Novemila giorni e una sola notte di Jessica Brockmole (titolo originale Letters from Skye, Editrice Nord, 334 pagine, 16 euro, traduzione di Irene Annoni). Difficile staccarsi da una storia d’amore così trascinante che esalta il potere e il trionfo della speranza a dispetto del tempo storico — due grandi guerre fanno da sfondo alla narrazione — e delle imboscate tese dal destino. Un romanzo epistolare, espresso in bella prosa poetica, sapientemente intrecciato, che ci trasporta in paesaggi di favola, dalla scozzese isola di Skye all’atmosfera bellica di una Londra eroica che sa resistere con dignità agli attacchi del nemico. Margaret ed Elpeth, figlia e madre, sono le protagoniste femminili della narrazione. Margaret non conosce i motivi della reticenza di sua madre nel rispondere a qualsiasi domanda sul suo passato, limitandosi alla laconica ed enigmatica affermazione «il primo volume della mia vita è esaurito». Ma il passato ritorna in maniera imprevedibile, rappresentato da una lettera ingiallita, l’unica che Elpeth ha lasciato alla figlia prima di fuggire da casa, all’improvviso, senza spiegazioni, né una parola d’addio. La misteriosa lettera è l’appassionata dichiarazione d’amore di uno studente americano, David, a una donna di nome Sue. Una famiglia di donne ostinate, queste isolane scozzesi partorite dalla penna della Brockmole, scozzese a sua volta e consapevole di quanto sia difficile mantenere un rapporto a distanza. E Margaret non si perde d’animo, rivelando un vero piglio da detective, alla ricerca di dipanare l’aggrovigliata matassa dei segreti materni da cui potrebbe giungere chiarezza anche sulla sua stessa nascita e la sua stessa vita. Saranno le parole di David, espresse in lettere ora ardenti, ora scherzose, indirizzate alla poetessa da lui ribatezzata Sue, a condurla sulla selvaggia isola di Skye, dove la giovane venticinque anni prima aveva deciso di rispondere alle lettere di un ammiratore, dando inizio a una corrispondenza che resta la parte più sorprendente del romanzo. Margaret resterà allibita dalle sue scoperte che non possiamo del tutto anticiparvi, poiché, oltre all’amore anche il mistero fa da protagonista in questa trama epistolare. La curiosità della giovane trova soddisfazione, scoprendo un sentimento più forte della morte, profondo come l’oceano che divideva Sue da David, devastante come la tragedia che incombeva su di loro, eterno come i novemila giorni che sarebbero passati prima del felice epilogo. A questo punto, commettiamo una piccola scorrettezza, non potendo trattenerci dal rivelarvi che Sue ed Elpeth sono la stessa persona. Ma il lettore attento lo aveva capito già di certo, quindi, non abbiamo rovinato nessuna sorpresa.

Grazia Giordani

L’Angioletto

Abituati a un Simenon che sa introdurre con rara finezza psicologica il suo affilato bisturi dentro le brutture e le debolezze dell’animo umano, creando inquietanti capolavori, proviamo una certa meraviglia, leggendo il fresco di stampa L’Angioletto (Titolo originale Le petit Saint, pp.197, euro 10) che Adelphi, intento a pubblicarne l’opera completa, ci propone nell’accurata traduzione di Marina di Leo. Scritto ad Épalinges (cantone di Vaud, Svizzera) nell’ottobre del 1964 il romanzo è uscito l’anno seguente per i tipi delle Presses de la Cité e l’autore si aspettava una grande accoglienza in Francia per questo suo giovane figlio letterario, tanto che, al momento del suo lancio, fece apporre una fascetta promozionale recante la frase di suo pugno ‹‹ Finalmente l’ho scritto !››, per sottolineare come il romanzo presentasse il suo punto d’arrivo in un clima d’ottimismo a lungo perseguito e finalmente raggiunto, anche per ragioni familiari. Infatti, si era da poco separato dalla seconda moglie, la terribile Denyse, unendosi alla più dolce e semplice Teresa, propensa a regalargli, finalmente, un po’ di pace. L’Angioletto è la biografia immaginaria del pittore Louis Cuchas dall’infanzia povera in via Mouffetard (e l’autore visitò quei luoghi con curiosa cura per descriverli nella maniera più verista possibile) fino alla vecchiaia. Il romanzo abbraccia tre epoche. La prima, comprende i  cinque capitoli iniziali, relativi all’infanzia di Louis, nell’universo isolato di quella via abitata da diseredati ed indigenti; la seconda parte narra l’adolescenza del protagonista, la scoperta della vocazione per la pittura e le prime esperienze; l’ultimo capitolo, quello dell’età adulta ripercorre la carriera del pittore divenuto ormai famoso, un’autentica leggenda, eppure rimasto sempre il bambino dall’occhio limpido e svagato che sembrava non guardare niente e invece ‹‹guardava molta gente e molte cose, ma non quelle che ci si aspettava lo interessassero››. Il bambino mite, che non reagiva alle aggressioni, ai soprusi degli altri, un petit saint, dotato di una santità laica, come ce lo dipinge l’autore, alla ricerca di una purezza artistica, purezza dell’anima, anche nel colore.L’appartamento in cui abita la famiglia Cuchas rasenta la miseria: vi vivono addossati gli uni sugli altri, in una promiscuità malsana, sei figli di padri diversi, per molti aspetti abbandonati a se stessi, la madre – fruttivendola ambulante – vi si intrattiene disinvoltamente con amanti occasionali, mentre il marito, alcolista, ridottosi a vivere sotto i ponti, muore suicida. Non mancano episodi toccanti come quello della  piccola Émilie, trovata morta senza che nessuno se ne accorga o episodi di violenza sia fisica  che morale, che fa la sua cruda comparsa col fratello maggiore Vladimir, incestuoso con la sorella Alice. Eppure, nonostante questo, l’abile penna simenoniana, riesce a regalarci il ritratto di una ‹‹miseria felice›› dove i componenti della famiglia Cuchas trovano un loro modo di restare uniti e di volersi bene, nonostante le avversità della vita. Certamente un’opera pregevole, anche se noi preferiamo il Simenon del ‹‹roman dur››, quello dotato del suo impietoso bisturi affilato.

Grazia Giordani