Archive for ottobre 2009


Epilogo

(seguito da "L’eco della montagna", "Helga", "Carlo", "Riflessioni""Dolore.)

immagini dal web

La vita di Helga riprese a scorrere nel suo solito tran-tran.
Lezioni ai suoi allievi; passeggiate in città, qualche concerto o spettacolo teatrale, molte letture; fine settimana sereni nel cottage in montagna con piacevole frequentazione dei suoi vicini che le divennero, nel tempo, sempre più amici.
Aveva rinunciato a un’esistenza in technicolor, ora si contentava di vivere in bianco-nero. Aveva i suoi ricordi. Ripensava, talvolta, alla sua infanzia protetta dall’ affetto dei suoi; agli anni di studio proficui; alle soddisfazioni nel lavoro, ma non le era mai accaduto nulla di veramente forte. Anche l’abbandono di Sandro e la deluse aspettative nei confronti di Carlo non le avevano poi cambiato l’esistenza. La vita le era scivolata addosso, senza scalfirla, incapace di scrivere sulla sua pelle disegni indelebili, decisi.
Niente di veramente determinante l’aveva scossa nel profondo.
Per lei non c’erano mai stati uragani, ma solo piogge, anche forti, che lavano magari, ma non distruggono.
Certo, non avrebbe voluto soffrire la sorte di Fatma, sfigurata, per infedeltà e cacciata dal marito e dai suoi, dopo aver perso la sua bellezza, ripudiata da tutta la sua gente e ancora così piena di nostalgia per quella casa lambita dal Tigri, immersa in profumati giardini. Eppure, quella giovane irachena, anche se così ferita nel corpo e nei sentimenti, aveva avuto una vita più piena della sua ed era riuscita, anche se così massacrata dal vetriolo, a conquistare Carlo.
«Può essere più seducente una donna deforme, ma con un cuore vivo, un sangue capace di passione, di una dona come me, tutta intera, ma incolore, sempre uguale a se stessa, monotona agli occhi del mondo, destinata all’anonimato.»
Distratta da questi pensieri, non vide un auto che sbucava a tutta velocità dal lato opposto della strada.
Fu uno schianto improvviso e definitivo.
L’unico fatto eclatante che le era accaduto, non le fu mai dato saperlo.
Grazia Giordani

 

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Dolore
(seguito da "L’eco della montagna", "Helga", "Carlo", Fatma")
immagini dal web

Riprese l’abitudine delle lunghe passeggiate nei boschi, per Helga e Carlo.
Venne la stagione delle dalie. Ne raccolsero fasci, attenti a non sciupare le piantine, rispettosi di quel lussureggiante patrimonio naturale, così come non coglievano mai funghi più di quanti ne avrebbero consumati nei loro appetitosi pranzetti.
Fatma non li accompagnava mai, si spingeva solo fino ai bordi del prato, timorosa sempre di essere vista; in presenza dell’amica non si era mai tolta la maschera. Finora, della giovane irachena Helga conosceva soltanto quel poco che le aveva raccontato l’amico.
Fu proprio in un tepido pomeriggio di settembre, uno di quelli in cui una foschia dolce vela il lago lontano, e si comincia a sentire una premonizione autunnale, che Fatma sentì il bisogno di rivelarle il suo passato, parlando a sussurri, con voce rotta, un po’ come se si rivelasse a se stessa.
«Bagdad, prima della guerra, soprattutto nella sua parte antica, era una città magica, piena d’incanto. Abitavamo in una bella casa lungo il Tigri, non lontana da quella della mia famiglia d’origine. Avevo un giardino folto di piante; il profumo dei miei gelsomini era così inebriante, che lo avverto ancora in sogno.
Avevo sposato – giovanissima – con nozze combinate come usa da noi, un amico di mio padre, un ricco commerciante. Non mi mancava nulla di materiale. E non sapevo che mi mancasse l’amore, perché questo sentimento non l’avevo mai provato.
All’alba, vedevo grandi imbarcazioni, cariche di merci, solcare il fiume e sognavo paesi lontani; pensavo a Roma, Parigi, Mosca, New York, di cui avevo letto nei libri. Le mie sorelle ed io avevamo studiato con un precettore, in casa, un vecchio parente che, il mattino, insegnava in scuole pubbliche. Eravamo state tenute lontane dal mondo. Solo nostro fratello era andato a Oxford a completare i suoi studi.
E questo mi fu fatale.
Fu la mia rovina.
La mia esistenza proseguiva lenta, senza scossoni, piatta, ma serena.
In assenza di mio marito, tornato dall’Inghilterra, mio fratello portò a casa nostra un suo amico inglese. Ci innamorammo.
Persi la testa.
Abdul ci scoprì.
Il resto lo sai già, conosci il seguito di questa storia di dolore.»
E, nel dire questo, Fatma si tolse la maschera, scoprendo un volto talmente sfigurato da impressionare persino l’autocontrollo di Helga, che non seppe trattenere un gemito, guardandola piena di inorridita compassione.
«Eppure, Carlo, che mi ha raccolta disperata, lungo la via, scacciata da tutti i miei di casa, come se fossi una cagna rognosa, ha avuto pena di me, mi ha raccolta, fatta curare e ora mi tiene con sé, con un affetto così tenero che è miele per le mie ferite.»
«E l’inglese?»
«Misteriosamente scomparso. Temo i miei l’abbiano fatto uccidere.»
Helga non riuscì a trattenere le lacrime.
I suoi dolori passati e presenti le apparvero quisquilie, piccinerie senza importanza.
In uno slancio improvviso e incontenibile, abbracciò l’amica.
La maschera tornò rapidamente su quel viso martoriato, e non fu mai più toccato l’argomento.

Grazia Giordani

 


Riflessioni
(seguito da "L’eco della montagna", "Helga", "Carlo", "Fatma")

Helga restò a lungo silenziosa, dopo le stupefacenti rivelazioni di Carlo.
Le ombre della sera tingevano di violetto il cielo; alberi e case si stagliavano scuri all’orizzonte, sotto il suo sguardo reso triste, anzi avvilito.
«Vorrei che diventaste amiche.»
«Sì.» – si limitò a rispondergli, sempre più consapevole del fatto che nella vita ci sono vincitori e vinti. Ora avrebbe dovuto reprimere quel suo interesse per Carlo, l’emozione, anzi l’eccitazione che lui riusciva a suscitare in lei; i progetti che aveva fatto. Due cottage vicini avrebbero favorito gli incontri; parlare con lui di letteratura l’affascinava, anche se trovava troppo complessa e tortuosa la sua cifra letteraria.
Oddio, lo ammirava tanto e non aveva capito che lui aveva già una compagna!
«Domani – se vuoi – verrò a conoscerla.»
Fu una notte dura, quella, per Helga.
Normalmente, i dolori si associano, hanno il potere di richiamarsi l’un l’altro all’appello, così la nuova delusione subita, inevitabilmente, le fece rivivere l’abbandono di Sandro. Nella sua sofferenza non vi era nulla di tragico, di disperato (non apparteneva certo alla razza di quelle donne che si sarebbero gettate giù dal Ponte del Diavolo, com’era accaduto ad alcune, lì in zona, per una delusione simile), il suo era un patimento sordo, un rovello interiore che lavorava sotto, come un male sottile.
Nella tarda mattinata dell’indomani, si avviò verso la casa di Carlo per conoscere Fatma.
Il sole non badava a spese, quel giorno, irrorando la vita intorno di una luce talmente violenta, da essere quasi offensiva. Almeno così a lei parve, ulcerata nel cuore com’era in quel momento. Eppure non perdeva il suo autocontrollo, quella calma apparente che la faceva sembrare molto “inglese” agli occhi del prossimo.
Carlo l’accolse con un abbraccio, più espansivo del solito, come se volesse farsi perdonare (ma cosa poi, visto che mai l’aveva corteggiata o illusa in qualche modo?), oppure desiderasse mascherare il suo momentaneo imbarazzo, sotto la maschera di un’eccessiva disinvoltura.
«Così sono entrambi mascherati – pensò amaramente – lei per la crudeltà del marito; lui per la situazione del momento…»
E ogni volta che Helga era attraversata da una considerazione acida, si meravigliava di se stessa.
La casa non presentava una stanza d’ingresso. Si entrava subito nel cuore dell’abitazione. Una camera vasta, arredata con mobili bassi di legno grezzo; pareti bianche; la nota di colore era data dai tappeti bellissimi.
«Vengono da Bagdad.»
Fatma comparve quasi subito.
Snella, dotata di un’eleganza naturale, indossava ancora un abito lungo, con un copricapo dello stesso colore.
Parlava piano, quasi sussurrando dietro lo schermo della maschera.
Si sedettero vicine.
Helga non osava quasi guardarla.
Provava un misto di pena e tenerezza per lei.
Accettò volentieri l’invito a pranzo.
Nel primo pomeriggio tornò a casa meno triste, in fondo contenta di averla conosciuta.

Grazia Giordani


(seguito da "L’eco della montagna", "Helga", "Carlo")

Fatma

Arrivare in auto, inerpicandosi su per la ripida salita, e incontrare subito Carlo che pareva magicamente sbucar fuori dal nulla, divenne una piacevole consuetudine per Helga. Spesso si recavano insieme a passeggiare nei boschi, dove raccoglievano erbe e frutta selvatica. Camminavano accostati, senza sfiorarsi nemmeno, appagati dalla piacevolezza dello stare insieme. Finalmente, in tutta spontaneità, la rottura con Sandro, la delusione e la solitudine del dopo, erano venute a galla, nei discorsi di Helga, in maniera naturale, senza forzature. Carlo sapeva ascoltare e comprendere, ma non sollecitava, non incalzava con domande. Il racconto fluiva come un’acqua troppo lungamente soffocata da massi rocciosi, come un corso sotterraneo che si liberava venendo alla luce.
A sua volta, la discretissima Helga non gli rivolgeva domande personali. Parlavano molto del romanzo che Carlo stava scrivendo, una trama complessa, dostoevskijana, dentro cui vivevano personaggi problematici, pieni di rovelli interiori.
«Strano – pensò Helga, man mano che si dipanava il racconto – che un uomo tanto sereno, all’apparenza, crei situazioni e figure talmente contorte.»
Ma non disse nulla, non fece notare la cosa, non era da lei invadere la privacy del suo prossimo e questo suo grande riserbo, purtroppo talvolta poteva esser preso per freddezza.
Tra loro, dunque, solo un’amicizia serena. Eppure Helga si era messa a pensarlo più di quanto non volesse ammettere nemmeno con se stessa. Quando si salutavano, stringendosi la mano, sperava che quelle dita intrecciate restassero più a lungo congiunte, e una volta che la mano di Carlo le aveva tolto una foglia caduta sul suo volto, aveva trattenuto il fiato per una frazione di secondo, turbata dal tocco di quelle dita virili.
I fine settimana si avvicendavano sempre molto simili; era solo il mondo esterno a mutare. Si arrivò così alle vacanze estive. Helga portò con sé in montagna un bagaglio più consistente e una speranza più viva di un legame maggiormente intenso con quell’amico che andava occupando porzioni ormai vaste dei suoi pensieri.
Sì, lo pensava, ormai non riusciva più a nasconderlo a se stessa.
Per la strada, a volte, si illudeva di vederlo in uomini che gli somigliavano appena. In una libreria del centro, quando vide in vetrina un suo romanzo ristampato, corse ad acquistarlo e lo lesse con un’ansia che non le era propria, sperando di rubare – fra le righe – qualche frammento della sua interiorità, qualche spicchio del suo animo.
Era sempre lui ad andare a casa sua.
Stranamente, non le aveva mai contraccambiato un invito.
Solo una volta, l’aveva fatta entrare nel suo giardino, per offrirle la talea di un rosaio rampicante che lei aveva dato segno di ammirare.
La lettura del romanzo l’aiutò ben poco nell’intento che si era prefissa, e – a dire il vero – una scrittura così introflessa e una cifra letteraria tanto contorta, le procurava, se non noia, un po’ di sofferenza, perché amava libri più chiari e meno filosofeggianti.
Non avevano mai cenato insieme, ma una sera, tornati ormai all’imbrunire, da una delle loro passeggiate, timidamente, gli chiese se voleva dividere il pasto con le; «un risotto con i funghi che abbiamo appena raccolto» – precisò, quasi a mezza voce, in un sussurro – perché era molto imbarazzata.
Carlo l’aiutò a preparare la cena.
Aveva un modo tutto suo di disporre piatti e posate.
Mentre lei rimestava nel tegame, uscì fuori un attimo a raccogliere un mazzolino di fiori selvatici nel prato che poi dispose in un bicchiere; perfettamente in tinta con la tovaglia, diffusero nella stanza un aroma delicato, subito sopraffatto dall’odore dei funghi in cottura.
Fu una cena piacevole, anche se Carlo si dimostrò più silenzioso del solito.
Nel salutarla, ringraziandola, si chino a sfiorarle con un bacio la guancia e questo primo gesto di intimità, procurò ad Helga quasi un mancamento.

***

Il mattino dopo non lo vide, né sentì.
Era inquieta, ora si affacciava alla finestra, ora si sporgeva sull’uscio di casa.
Finalmente si decise ad uscire, sperando di incontrarlo.
Era una mattinata dal chiarore abbagliante.
Non ricordava di aver mai visto prima un sole tanto fulgido.
Il lago mandava lampi tra gli alberi, taglienti come lame acuminate.
La casa di Carlo le venne incontro; sembrava vuota, inanimata.
Le finestre erano socchiuse.
Attraverso la vetrata della veranda vide muoversi lentamente una figura femminile. Indossava un lungo abito fiorato, sormontato da un corsetto severo, senza scollatura; le mani erano scure; il volto coperto da una maschera.
Provò un brivido strano che assomigliava alla paura.
Fino a sera restò sola in casa, ripromettendosi di uscire dal suo riserbo, chiedendo notizie al suo amico, il più presto possibile, su quella strana visitatrice.
L’occasione si presentò l’indomani stesso.
«Ti ho vista ieri, nei pressi di casa mia e ho immaginato il tuo meravigliato imbarazzo; non ti avevo mai parlato di Fatma, perché è una storia dolorosa e difficile. L’ho conosciuta un anno fa ad Algeri. Porta una maschera in volto perché il marito, ritenendosi tradito, l’ha sfregiata col vetriolo Ho avuto pena della sua sorte.»

Grazia Giordani
 

(in seguito da "L’eco della montagna e "Helga")


Carlo

L’inverno fu particolarmente duro e cadde molta neve anche in pianura. Castelvecchio si specchiava, al tramonto di un sole invisibile, in acqua d’ardesia, monocroma e molto triste. I tavolini all’aperto, davanti ai caffè, erano stati ritirati tutti, perché nemmeno il tedesco più ostinato avrebbe osato prender posto senza riparo per ammirare, standosene seduto, i millenni che l’Arena si porta addosso come un vestito perenne, insensibile alle mode.
Helga non aveva rinunciato alle sue quotidiane passeggiate. Abituata ai rigori della montagna, vissuti nella sua casetta prospiciente il lago, lassù immersa nel bosco, non aveva paura del clima freddo cittadino. Buona parte del pomeriggio le apparteneva completamente; al di là della scuola non aveva né obblighi, né impegni. I suoi genitori erano morti da anni, a poca distanza l’uno dall’altra; i suoi fratelli abitavano lontano e li vedeva raramente..
Un vita metodica la sua. Lezioni il mattino, minuziosamente preparate nei pomeriggi precedenti; correzione dei compiti; riunioni a scuola; spese al supermercato con una lista puntigliosamente scritta, anche se comprava sempre le stesse cose; controlli dal dentista due volte l’anno; rari acquisti di vestiario; abbonamento a teatro; visite regolari in libreria e biblioteca.
A parte qualche raffreddore, non ricordava di essersi mai ammalata, nemmeno le malattie dell’infanzia l’avevano importunata; non si era mai ubriacata, sebbene non fosse astemia; non aveva mai ecceduto in nulla. Una bottiglia di essenza profumata (da vent’anni sempre quella stessa marca!) le durava all’infinito, perché detestava dare nell’occhio, sobria fino all’esasperazione e ormai sempre più persuasa che l’eccesso di virtù fosse un grave difetto. Ma non poteva farci nulla. Andava prendendo sempre più consapevolezza del fatto che Sandro si fosse annoiato per la sua piattezza, per la sua mancanza di emozioni dimostrate all’esterno e di voglia e capacità di cambiare almeno pettinatura, se non idee importanti, nella vita.
Lo aveva rivisto, per la prima volta dopo l’abbandono, dentro un negozio a fare acquisti, e aveva fatto finta di nulla, sperando di essere passata inosservata. Gli era al fianco una bionda molto alta e vistosa.
«Com’è banale la vita! – pensò – tutto si sta svolgendo come nel copione di una dozzinale pièce teatrale, una di quelle che nemmeno i filodrammatici più scalcinati vorrebbero più recitare. La storia di un uomo di mezz’età che lascia una sua coetanea per mettersi con una vamp da strapazzo e che – cosa ben più grave – mi costringe a considerazioni tanto acide, lontane dalla normalità del mio temperamento.»
Insomma, provò più risentimento che dolore.
Il dolore lo aveva rimosso, lasciandolo tutto o quasi nell’amato cottage, lassù in montagna.
***
Un paesaggio limpido, di primavera piena, l’accolse gioioso al suo arrivo sul monte.
Dai prati fioriti esalava un profumo delicato e il lago ammiccava fra i pini, lanciandole occhiate di luce, amichevoli e rassicuranti. Aveva sempre avuto Helga un rapporto intimo e personalizzato, con la natura circostante.
Stava per oltrepassare la casa del vicino, che non aveva mai più visto dopo quel fortuito incontro al caffè, quando si sentì chiamare per nome a gran voce.
Questo atteggiamento confidenziale le piacque.
Aveva un modo tutto suo di pronunciare la elle interna di Helga, che – fra le sue labbra – assumeva una sfumatura insinuante che mai prima le era capitato di udire.
«Finalmente sei arrivata! Conosco il tuo nome, ma penso tu non ricordi il mio. Mi chiamo Carlo.»
Anche nel pronunciare Carlo, la stessa consonante interna prendeva un tono particolarmente stuzzicante, che le fece battere le ciglia, come se avesse visto quanto stava semplicemente udendo.
Carlo era certamente più giovane di lei di una decina d’anni.
La maglia a maniche corte lasciava vedere i muscoli delle braccia, arti più da montanaro che da scrittore. Aveva una figura vigorosa, e – a dire il vero – emanava vigore da tutta la sua persona.
«Ti aiuto a scaricare i bagagli?»
«Non ho portato molto. Non scomodarti.»
«Così ho la scusa per entrare in casa da te…»
Helga sorrise, mentre si lasciava aiutare, felice di averlo nuovamente incontrato.
Il suo nuovo amico si chinò, con naturalezza, ad accendere il caminetto.
«Dopo tanti giorni di chiusura, la casa è umida, anche se fuori fa abbastanza caldo.»
Scesa dalla stanza dove era andata a riporre il bagaglio, trovò già la caffettiera sul fuoco, mentre l’aroma intenso si diffondeva nella stanza.
Il suo modo di fare, sicuro, senza preamboli, le piacque.
«Questa casa ti somiglia. Qui devi vivere molto bene. Un tempo avevi un compagno, ma non ti chiedo nulla, se ti fa male parlarne…» 

Grazia Giordani



 

(segue da "L’eco della montagna")

immagine dal web
Helga

Sebbene Helga adorasse la sua montagna e quel delizioso cottage, sobrio, senza ornamenti inutili, in piena sintonia con il suo modo di essere e di intendere la vita, riprendere la sua attività di insegnante, fu un vero toccasana, per aiutarla se non a dimenticare, almeno a superare quel momento difficile. In città fu avvolta da un autunno dolce che la prese dentro in un naturale abbraccio. Il pomeriggio, finita la correzione dei compiti e la quotidiana preparazione delle lezioni – dopo tanti anni era ancora così scrupolosa – le piaceva passeggiare lungo le rive dell’Adige, osservando l’immagine di Castelvecchio nel tremolio dell’acqua, sempre lo stesso, eppure ogni volta diverso, a seconda del rifrangersi della luce. Un po’ come la sua vita – pensava – ritmata dagli stessi orari e dalle medesime occasioni, eppure colorata da vibrazioni mutevoli, causate dai suoi stati d’animo. Possiamo mangiare lo stesso cibo, percorrerere la stessa strada, leggere pagine già conosciute, eppure la monotonia è solo apparente, sta in noi variare il déjà vu con i nostri slanci interiori, se ancora ne abbiamo, se ancora siamo capaci di sognare e di illuderci.
«Forse è proprio la mia apparente piattezza, il mio modo di sembrare troppo uguale a me stessa, senza grilli, senza sbalzi d’umore, che ha finito con l’annoiare Sandro, più estroso. Dopo tante zuppe montanare, avrà trovato chi gli serve l’aragosta…»
Sorrise, nel pensare questo. Ormai era rientrata in Piazza Bra. L’autunno mite le permetteva di sedersi ancora in uno di quei caffè all’aperto, nella buona stagione affollati di turisti che si abbuffavano di monumentali gelati, sovrastati da montagne di panna. Sì, le montagne erano perennemente nel suo immaginario, tanto da usarle anche come figure retoriche, come termini di paragone. E nel prossimo fine settimana sarebbe tornata là a riempirsi gli occhi di quella sinfonia di ocra fulvo che andava a spegnersi dentro l’acqua del lago. Fra un po’ sarebbe stato tempo di castagne, e questo pensiero le procurò una fitta al cuore, ricordando quell’ultima passeggiata, senza Sandro che aveva preferito camminare solo nel bosco.
«Scusami, ma non ho mantenuto la promessa di incontrarti al limitare del bosco, ho preferito camminare dalla parte opposta. Avevo bisogno di restare in compagnia “soltanto” di me stesso.» – le aveva detto, allora, e fu quel “soltanto” lo ricordava bene, a trafiggerle il cuore. Dentro quell’avverbio era già scritto per intero l’annuncio del loro amore agonizzante.
E se avesse reagito con violenza?
E se avesse dato segno di disperazione?
Ognuno di noi è quello che è. E ad Helga sarebbe stato impossibile abbandonare quel suo vestito di dignità che la vita le aveva cucito addosso, imprescindibile, come una seconda pelle.
Si specchiò in una vetrina, gesto nuovo per lei, così poco attenta al suo aspetto. I capelli, ingrigiti alle tempie, erano composti e il lieve strato di lucido, rendeva brillanti le sue labbra, con discrezione. Jeans e giubbotto sportivo erano gli stessi da molti anni, ma non vedeva ragione di scartare indumenti che ancora le stavano bene indosso, così, solo per il gusto capriccioso di cambiare, sedotta dalla moda del momento. Preferiva spendere il suo danaro in abbonamenti a concerti, spettacoli teatrali o per libri di cui aveva la casa ormai stracolma.
«Tutto questo non è sexy» – ridacchiò fra sé.
Eppure, all’inizio, Sandro aveva dato segno di apprezzarla per quello che era, per la sua “essenzialità”, che sembrava apparirgli una dote di rara finezza.
Si sedette ad un tavolo d’angolo, di poco sporgente dal portico, augurandosi che il cameriere si sbrigasse a liberarlo dai bicchieri sporchi e dalla ciotola di arachidi, visitata da un intraprendente passerotto, per nulla preoccupato dalla sua presenza.
Si sentì osservata.
Ci sono sguardi che vanno dentro, oltrepassano la barriera dei nostri vestiti e, non contenti della nostra nudità, penetrano più a fondo, alla ricerca dei nostri pensieri più nascosti, pronti a riportare a galla dolori sopiti, piaghe malamente rimarginate.
Le pupille che la guardavano così apertamente erano scure, sovrastate da sopracciglia folte. Era un bel viso, dai lineamenti regolari, quello dell’uomo dallo sguardo intenso.
«Chissà cosa vedrà di tanto interessante in una donna di mezza età, per nulla vistosa, non certo appariscente…»
«Mi scusi, è lei la proprietaria del cottage prospiciente il lago…»
«Ero rimasta turbata da quel suo guardarmi intenso, adesso la riconosco, lei è il mio nuovo vicino, se di vicinanza si può parlare, visto che a separarci, là è un fitto bosco.»
«Posso prendere posto al suo tavolo? Raramente scendo in città. Sono uno scrittore e la solitudine dei monti ha fatto grande amicizia con la mia penna.»
Restarono per qualche attimo in silenzio, anche se non v’era imbarazzo fra loro, solo la voglia di riposare l’uno nella presenza dell’altra, in un’improvvisa spontanea sintonia.

 

Grazia Giordani

 


 



L’eco della montagna
in seguito: 
 
Helga
Carlo
Fatma
Riflessioni
Dolore
Epilogo 
 Si addentrò fra gli alberi. Il suo passo non aveva incertezze, anche se il piede posava sopra un tappeto di foglie molli per la recente pioggia, poiché conosceva talmente la morfologia di quell’irregolare terreno, che avrebbe potuto disegnarne una mappa ad occhi chiusi. Si chinò per allacciare uno scarponcino che le apparve lento alla caviglia e raccolse due castagne da riporre nello zainetto, ne avrebbe raccolte altre con il suo compagno che tardava ancora a raggiungerla.
"Ne metteremo insieme quanto basta – si disse – per arrostirle dopo cena, alla brace del caminetto. Speriamo che nel ripostiglio ci sia ancora la vecchia padella bucherellata, regalo della nonna, una di quelle suppellettili che entrano dentro il nostro vissuto e finiscono col ricordarci indimenticabili momenti della nostra esistenza".
Allungò il passo perché Sandro stava ritardando più del consueto e non le sarebbe piaciuto trovarsi nel castagneto quando il sole l’avesse del tutto abbandonato. L’imbrunire nel bosco è confortevole in due, quando le ombre della sera rendono magica quella "cattedrale arborea" dalle lignee colonne, e le fronde, stormendo, parlano una lingua misteriosa e sussurrante, quasi un’eco mistica della montagna che ha mille voci, a seconda dell’orario e delle stagioni. Una voce fresca nelle albe primaverili, quando alberi ed uccelli ascoltano la brezza alle prime luci; una voce roca e sensuale nei tramonti rossi della piena estate, tramonti di sangue e pensieri roventi; una voce algida e quasi monocorde nelle notti invernali, accecate dal candore della neve.
Helga uscì dal bosco, con un rapido sospiro di sollievo, quasi inconfessato persino a se stessa. Non era una donna paurosa e soprattutto avrebbe temuto di apparire tale e ancor più di esserlo intimamente. Era vissuta molto sola, nonostante i quattro fratelli e i molti cugini, la sua era stata un’esistenza indipendente di donna "essenziale". Essenziale nelle sue scelte di studio e lavoro e nel suo credo di vita. Amava le scienze esatte e insegnava queste discipline in un liceo veronese. Adorava viaggiare in luoghi non alla moda, non assaliti dai turisti. In lei viveva una naturalezza congenita, così come era naturale il suo abbigliamento, il suo avvicinarsi alla gente, la sua scelta di cibi e bevande.
Soltanto pochi passi la separavano ormai dal rustico in cui sperava di trovare ormai Sandro ad attenderla, visto che era sfumato l’appuntamento nel bosco.
L’uscio era socchiuso, bordato dalla luce emanata dal focolare, a lampi irregolari, che le fece pregustare la calda atmosfera del "dopo", di quando si sarebbe seduta a fianco del suo compagno. Entrò senza fare rumore. Sandro stava incidendo la buccia "mesciata" dei saporosi marroni, orgoglio degli abitanti del luogo.
"Come fai ad averne raccolti così tanti?"
"Scusami, ma non ho mantenuto la promessa di incontrarti al limitare del bosco, ho preferito camminare dalla parte opposta. Avevo bisogno di restare in compagnia "soltanto" di me stesso".
Fu quel soltanto, su cui l’uomo calcò involontariamente la voce, a ferirla in profondità al cuore, o meglio tutta la frase suonò agli orecchi di Helga come un luttuoso vaticinio. Erano dunque così lontani ormai i tempi delle loro corse a primavera, immersi dentro un tripudio di peonie che non coglievano mai, rispettosi com’erano del patrimonio naturale di quell’angolo incantevole di mondo? E il garofano selvatico e il lampo blu-violetto dell’ireos e la poesia sensuale dell’orchidea di monte avrebbero continuato a fiorire, orfani del loro duplice sguardo, del loro stare insieme anche per la sobrietà dei gusti comuni? Vestivano persino abiti quasi gemelli: calzoni comodi e bluse o maglioni – a seconda della stagione – che lasciassero libere le movenze di esseri che non amavano le sovrastrutture, che si ritenevano dei privilegiati, proprio perché sapevano gustare anche i valori primordiali della montagna: il profumo di un fiore nascosto nella roccia, il sapore di fragole e lamponi primaticci, l’incanto del lago al cadere del giorno, quando il suo sguardo verde-azzurro si fa bruno-profondo, in attesa della notte e la sua voce diventa eco delle nostre inconfessate malinconie
Da un po’ di tempo Sandro – non poteva negarlo nemmeno a se stessa – era diventato elusivo, svogliato. Non le raccontava più, con il solito complice brio, le piccole beghe con i colleghi al giornale; le leggeva sempre più raramente in anteprima i suoi pezzi di politica e costume, di cui lei ammirava l’asciutta onestà dei giudizi.
Non fece commenti, non sottolineò la frase che l’aveva ferita e salì al piano di sopra per cambiare le scarpe da esterno con un paio di pantofole calde che proprio lui le aveva regalato, qualche mese prima. Sentì un rumore crocchiante provenire dall’armadio. Aprì l’anta e non poté trattenere un gridolino vedendo il muso aguzzo di un ghiro che balzava fuori con una noce in bocca, e questo fatto le fece tornare in mente che proprio la settimana prima aveva dimenticato di vuotare la tasca del cappotto, fatto piuttosto insolito, tenendo conto delle sue meticolose abitudini di vita Questa sua trascuratezza aveva attratto il piccolo roditore, che ora si era nascosto dietro il letto, e a cui Helga, sorridente, facilitò la fuga, spalancando la finestra che sbadigliò all’improvviso un rettangolo di luce forte fra le fronde del bosco e illuminò per un ultimo istante la piccola sagoma dell’animaletto che cercava riparo fra gli alberi amici.
Questo episodio le ricordò la volta in cui Sandro le aveva portato a casa uno scoiattolo ferito e la cura con cui si erano occupati di lui e la delusione che avevano provato, quando, completamente guarito e ritornato fra i suoi simili, li aveva del tutto privati del piumoso saluto della bella coda alzata come un complice vessillo.
Scese ad aiutare Sandro per i preparativi della cena.
Al suo "Cuciniamo una zuppa di legumi e castagne?" – il compagno rispose con un mormorio distratto che avrebbe potuto essere di assenso o dissenso, a seconda dello stato d’animo dell’interlocutore. Helga volle essere ottimista e prese dalla credenza una pentola di coccio, adatta alla cottura di quel prelibato piatto montanaro. Ravvivò il fuoco, soltanto quello, visto che le sembrava di aver perso la capacità di riscaldare la conversazione. Non fece tentativi di ravvivare un dialogo che sentiva del tutto sepolto dentro la cenere della noia.
Un’altra donna avrebbe investito il compagno di: "Cosa ho fatto? In cosa ho mancato? Stai poco bene? Hai litigato con il "capo"? Sei stanco della nostra relazione?"
La nostra razionalissima signora non sarebbe mai scesa a compromessi e, soprattutto, avrebbe sempre evitato situazioni banali: il suo senso della dignità era troppo forte, in linea sempre con il suo credo di vita che la faceva forse apparire poco femminile, secondo lo stereotipo corrente, per cui le donne dovrebbero essere fragili creature, tutto cuore e poco cervello. Helga non era sprovvista certamente di cuore, ma rifuggiva dai sentimentalismi, per lei esecrabili nemici del vero sentimento, di quello che non ha bisogno di troppe parole e di atteggiamenti leziosi. Il suo modo di amare era franco, come lo sguardo dei suoi occhi grigi, persino la forma del suo volto era aperta, forse un po’ troppo larga, forte di mandibola, con gli zigomi ben delineati; aveva un viso ancora fresco, nonostante l’età non più verdissima e le ore di sole che non si era negata mai – esponendosi senza cappello – nelle lunghe passeggiate a raccogliere funghi, mai più di quelli che con Sandro avrebbero mangiato, perché detestava lo spreco e rispettava l’ambiente.
Nello sbucciare l’ultima castagna, il coltellino acuminato le ferì il pollice, e la piccola goccia di rubino che uscì macchiandole i calzoni, le riportò alla mente la volta in cui il suo compagno si era prodotto una larga ferita al braccio scendendo da un noce ove era salito per "dominare con lo sguardo la vallata" – così aveva detto. Forse in questo suo balzo improvviso verso un luogo più alto e più solitario cominciavano già a nascondersi i prodromi del suo volersi staccare da lei.
Nulla avviene all’improvviso, senza precedenti sottili e sotterranei che covano sotto la cenere del nostro vivere: questo era da sempre il pensiero di Helga che – così come non credeva al coup de foudre – nella stessa misura era persuasa che nessun affetto si sciolga all’improvviso, come un nastro fattosi istantaneamente così debole da non reggere più la pressione del nodo.
L’abitudine – si disse – l’abitudine è stata il nostro nemico, o meglio il suo nemico, poiché, mentre io rafforzo il mio volergli bene dentro il reiterarsi dei giorni e delle parole, lui è meno tecnico, meno scientifico di me e, pur dando segno di ammirare la mia "solidità montanara" di donna senza civetterie, forse qualche volta avrebbe voluto trovarmi imprevedibile, meno "giudiziosa", più pronta a leggere i suoi adorati testi storici, piuttosto che i miei manuali di giardinaggio o le mie ricette di cucina.
Forse avrebbe voluto qualche volta non trovarmi ad attenderlo. Meno scontata, meno rassicurante. Chissà se avessi tinto i primi capelli grigi? Se gli avessi nascosto qualche acciacco dell’età? Se mi fossi guardata di più allo specchio? Oddio, se continuo con questi dubbi rischio di impazzire, facendo soltanto male a me stessa.
Il profumo della zuppa cominciava a invadere la cucina – caldo e denso come il sapore che preannunciava. L’impasto della torta di noci era già nello stampo infarinato e unto di burro e presto avrebbe preso la via del forno. Helga lavorava meccanicamente; un osservatore esterno non avrebbe percepito l’angoscia dei suoi pensieri: il senso del dovere, la determinazione a non dare spettacolo di sé continuava a prevalere anche sul dolore di quel momento.
Alzando gli occhi, arrossati dal fuoco vivo del caminetto, posò lo sguardo su una delle poche fotografie esposte sulla credenza. L’aveva scattata un passante, a cui avevano chiesto il favore di ritrarli, in occasione del viaggio tradizionale dei loro primi anni di week-end vissuti insieme. A Venezia si erano infatti conosciuti e questa era rimasta quindi la loro città di sogno, l’unica che riuscisse ad allontanarli senza rimpianto dal tran-tran veronese del loro lavoro o dalle serene evasioni in quell’angolo delizioso di mondo in cui lago e monte hanno stretto un patto incantato.
Provò una rinnovata stretta al cuore, ripensando al loro primo bacio, contro il muro di una chiesa veneziana della memoria, un monumento a cui il filtro del tempo aveva tolto, adesso, forma e dimensioni.
Cenarono quasi in silenzio, ascoltando un telegiornale disturbato da continue scariche che rendevano zigzaganti le immagini e quasi incomprensibili gli annunci degli speaker, sorridenti e ignari di quanto Helga stava soffrendo.
Si alzarono, quasi contemporaneamente, ("questa è una delle poche sincronie che ci restano – pensò, amareggiata, la donna – non viviamo più gli stessi desideri e le stesse emozioni") e si avviarono verso il piano superiore.
Ad Helga sembrò che il gemito degli scalini di legno, un rumore nuovo e lamentoso, che non aveva prima mai notato, corrispondesse al malessere sordo del suo cuore.
Si spogliarono in fretta ed entrarono sotto le coperte, come se non fossero ospiti dello stesso letto, quello che era stato testimone di gioiosi momenti d’amore; ad avvolgerli, ora, c’erano soltanto le lenzuola.
Sandro le prese una mano, un gesto breve ed asciutto, dentro cui c’era un sentimento ora fattosi fraterno e, nel contempo, la paura di provare sensi di colpa. Helga avvertì tutto questo, d’un lampo, e rispose alla sua stretta, senza allusioni amorose e soprattutto senza illusioni: era una donna che non si illudeva mai.
Dalla tenda, lievemente scostata, filtrava il primo alito rosa dell’alba e si vedeva uno spicchio sottile di lago, un piccolo nastro fremente, percorso da un vento improvviso.
"Scusami. Sabato prossimo resto a Verona. Non so quando tornerò. Riporto in città i miei libri e tutti i vestiti."
"Fa come meglio credi."
Bevvero in silenzio una schiumosa tazza di latte di malga, tiepido e ricco di panna che vellicava il palato.
Sandro fu svelto a caricare i bagagli sull’auto, dopo aver sfiorato la fronte della sua già ex compagna, con un bacio imbarazzato.
Helga avvertì, ancora per pochi istanti il rumore delle ruote, sopraffatto dal suono allegro delle campane. Un suono duplice – quasi in controcanto – che proveniva dalle due chiese e che contribuiva a stemperare il suo dolore: se Sandro, abbandonandola, rinunciava anche alla montagna, non valeva la pena di soffrire così tanto.
A lei restava la voce scrosciante del ruscello, sovrastato dal Ponte del Diavolo, il canto degli uccelli di monte, lo sguardo malioso del lago, il mormorio delle fronde, il sapore pastoso delle castagne, il mistero del bosco, il calore della gente, la musica del vento, la carezza del sole. A lei restava soprattutto la voce della montagna che riverberava, da sempre, un’eco consolatoria per il suo cuore.
Grazia Giordani