Archive for ottobre 2016

Addio a tutto questo

IL LIBRO. L’autobiografia dello scrittore inglese

Graves, una vita
segnata dal sangue
della prima guerra

Grazia Giordani

«Addio a tutto questo» racconta una generazione morta in trincea

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venerdì 28 ottobre 2016 CULTURA, pagina 45

 

Robert Graves nella sua intensa autobiografia «Addio a tutto questo» (Adelphi pp.398, euro 20, traduzione di Annalisa Carena, con preziosa nota di Ottavio Fatica), ci conduce sia all’interno delle celebri public school inglesi che nelle tragiche trincee della prima guerra mondiale, dove un’intera generazione di giovani venne brutalmente trucidata.

In questa corposa lettura c’imbattiamo, quindi, nei primi ricordi d’infanzia dell’autore, quando la crescita in una famiglia in cui si mescolavano radici irlandesi, danesi e tedesche, fornì al giovane Robert un ambiente nel contempo rispettoso delle tradizioni, ma aperto al confronto e alla discussione, circostanza che regalò allo scrittore una personalità fuori dagli schemi inamidati e convenzionali. Fatto che gli creò  in seguito delle difficoltà con il rigido sistema educativo britannico, contrasto che si acuì col passaggio alla scuola superiore di Charterhouse, dove l’amore per lo studio e soprattutto la parentela germanica, poteva inimicargli i compagni, in un periodo di anni difficili per le forti tensioni estere. A dar sollievo al giovane Robert, la nascita di sincere amicizie e la grande passione per la poesia, cui si aggiunse la pratica del pugilato, espediente efficace per tenere lontani i vessatori e gli aggressivi.

Lo seguiamo anche nel suo primo amore platonico per un compagno più giovane.

Alla fine del liceo, sarà la guerra a far sentire la sua cruenta voce. Il giovane si arruola volontario, nonostante provasse riserve nei confronti del conflitto. E dopo un breve addestramento da ufficiale nel valoroso corpo dei Royal Welsh Fusiliers, ed un difficile servizio in patria, comincia l’avventura della guerra in trincea in Francia, affrontando pericoli e soprattutto mortificazioni dal conteggio implacabile delle perdite umane.

Il giovane ufficiale avrà così modo di vivere la più disastrosa guerra mai sperimentata prima dal genere umano, sostenuta anche dal senso dell’onore e di fratellanza che si crea tra chi è vittima dello stesso destino, consapevole della vacua propaganda giornalistica. Sarà forte la depressione per il senso d’impotenza nei confronti degli insensati massacri.

Anche l’amicizia con il giovane Siegfried Sassoon, con cui condivide la passione per la poesia, sarà un fugace sollievo, in mezzo alla morte che incombe sui campi di battaglia. Il 20 luglio 2016, è una data fatale per il giovane, ormai promosso capitano, quando riportò una grave ferita ai polmoni. Inizialmente creduto morto, comparso nella lista dei caduti, tornò su un treno ospedale a Wimbledon per la convalescenza in patria.

Rischia conseguenze, ritenuto pacifista.

Un po’ di meritata tranquillità gli viene dal matrimonio con la giovane Nancy Nicholson. L’armistizio del novembre 1918 e la nascita di una prima figlia, lo spingono al congedo e alla ripresa degli studi interrotti ad Oxford. Qui conoscerà altri personaggi importanti della cultura inglese e farà amicizia con Thomas Edward Lawrence.

Dopo una sfortunata esperienza commerciale, le difficoltà economiche lo spingeranno in Egitto, per un lavoro che non gli procurerà soddisfazioni.

Il capolavoro di Graves (1885-1985) è in sintesi un commiato alla patria e ad un mondo che si è sbriciolato su campi di battaglia. È l’addio di un’intera generazione che la guerra ha annientato

Sylvia

IL LIBRO. Tradotto il romanzo di Michaels

Sylvia, l’amore
malato precipita
verso il suicidio

Grazia Giordani

La morte della moglie dell’autore e il dramma dell’incomunicabilità

 

 

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giovedì 13 ottobre 2016 CULTURA, pagina 47

È uno sconvolgente e perturbante romanzo «Sylvia» di Leonard Michaels che Adelphi (pag. 129, 16 euro) ci propone ora tradotto da Vincenzo Vergiani.Racconta del suicidio della prima moglie dell’autore nel Greenwich Village agli albori degli anni Sessanta, ovvero nel periodo in cui «Elvis Presley e Allen Ginzberg erano i re del sentimento e la parola «ama» risuonava come un proclama con la forza di «uccidi» e attraverso le finestre del soggiorno si sentiva la gente camminare in un carnevale demente, urlante, attaccando briga, assetata di cattiveria».Ci troviamo sotto gli occhi, proseguendo nella lettura, l’esempio più classico di un «amour fou», di un sentimento che se non sapessimo aver legato veramente lo scrittore a questa stranissima donna, potrebbe suonare come mera invenzione letteraria.La narrazione è uno strano ibrido verosimile di un fatto, purtroppo, realmente accaduto, giocato sui brani di diario (dal dicembre 1960 all’agosto 1963), capaci di creare l’espressione più tangibile tra memoir e romanzo. Un percorso nel quale l’amore poco a poco precipita verso la morte.In «Sylvia» l’amore inizia nel più casuale dei modi, come spesso accade nella vita di molti di noi.Dopo un insoddisfacente corso post universitario, Leonard torna a New York, supportato da una famiglia sempre compiacente e protettiva. Va a trovare una vecchia amica nel Village che gli presenta un’enigmatica ragazza bruna, dal fascino egizio. La scintilla d’amore si accende immediata, scrive l’autore.Il romanzo assurge alla dimensione paranoide di un saggio sul disturbo della personalità di cui la protagonista è chiaramente affetta, maniacale in tutto e, ai nostri occhi, abbastanza insopportabile.Ma Leonard l’ama, l’asseconda, mentre Sylvia, ossessionata anche dalle dimensioni del suo naso che non ha nulla di anomalo, cade in una spirale senza fine di gelosie e sospetti.Ci sembra di sentire l’odore perverso della droga che aleggia nell’aria del sordido appartamentino in cui vivono i due protagonisti che finiranno – ahimé – anche con lo sposarsi, tra liti infernali e riconciliazioni perverse. Perché un clima di perversità e perversione si respira dall’inizio alla fine della lettura.Sylvia non vorrebbe che Leonard scrivesse, perché si sente trascurata, inadeguata, non abbastanza amata, nonostante i furibondi amplessi.Un noir d’amore malato è in definitiva questo romanzo quasi autobiografico che precipita in un esito devastante anche perché i protagonisti sono incapaci di comunicare con savia razionalità «troppo istupiditi dal sentimento per divertirci – scrive nell’incipit l’autore – proseguimmo insieme frastornati, alla deriva in quel caldo onirico».Leonard Michaels (1933-2003), dopo il suicidio di Sylvia, riuscì a dare un senso alla sua vita, autore di numerosi racconti di grande successo, di svariati saggi critici e autobiografici e di due romanzi, passò la prima parte della sua vita a New York e in seguito si trasferì in California, dove insegnò a lungo letteratura inglese e americana all’università di Berkley.«Sylvia», scritto inizialmente come breve testo autobiografico, fu ampliato e pubblicato come romanzo nel 1992.