Archive for ottobre 2012

Frenesia

 

Ginevra uscì dalle pagine del romanzo dentro cui l’autore l’aveva chiusa da troppi anni: quel libro ormai le andava stretto, le era venuto in uggia, quasi fosse un abito scolorito, una minestra sciapa o un viaggio in luoghi troppe volte visti. Aveva voglia di aria nuova, di inesplorati orizzonti, sognava oceani sconfinati, giardini di fiori tropicali, musiche andaluse; sognava soprattutto un’emozione inebriante; aveva nostalgia di lettere attese con ansia, di telefonate promesse, di voci rotte, appena sussurrate dentro la cornetta.
Ormai era ora di vivere un’esistenza nuova, sopra le righe, trasgressiva quanto basta per gratificarla senza coinvolgerla. Era stanca di vivere imprigionata dentro la carta patinata di quel libro – intitolato Signora a una piazza – quasi a sottolineare quanto lei fosse stata sempre compos sui,mai asservita al maschio, anche quando lo aveva accolto nel suo letto. Quel romanzo, di cui era la protagonista, aveva così spesso gasato i lettori, tanto allusivo da aver scaldato il sangue di chi sa raccogliere un messaggio di sensuali promesse.
Scavalcò i punti e le virgole con passo agile e chiuse una parentesi, caracollando un poco – mentre usciva languidamente dalla pagina – sui tacchi a spillo che mettevano in risalto le sue gambe ancora lisce, di cinquantenne ben portante, seducente per femminilità maliziosa, atta ad intrigare in maniera sottile.
La morte dei genitori – così almeno si poteva leggere nelle prime pagine del romanzo in cui finora aveva abitato -, le aveva lasciato una rendita sufficiente a farle vivere un’esistenza decorosa, senza sfarzo, ma piacevole: poteva ancora comperare abiti di buon taglio – continuava a preferire tailleurs sobri, in tinte neutre, ingentiliti da soffici camicette in seta che sottolineavano la curva dolce dei suoi seni; pochi gioielli di buona fattura ornavano il suo collo delicato, le mani senza anelli, portavano l’ornamento naturale di unghie curatissime.
Estrasse un pettine dalla borsetta e si ravviò nervosamente i capelli; dovrò trovare un buon parrucchiere – si disse – e riprendere una vita vera, di donna di carne che si lascia alle spalle la surreale figura di carta.
Decise di recarsi a Venezia per qualche giorno; aveva voglia di cambiare aria, di rompere la monotonia della sua vita badiese, fatta di passeggiate solo sognate lungo l’Adigetto – all’ora del tramonto – quando il sole si tuffa, rutilante di porpora nell’acqua misteriosa e appena increspata da una brezza leggera. Aveva nostalgia di parole secche ed indispensabili che avrebbe potuto dire al giardiniere o alla cameriera, di letture sperate, di musica ascoltata con animo trepidante: anche trepidare era diventata un’abitudine qualcosa che aspettava da se stessa, quasi fosse un ineluttabile dovere.
Era stanca di questa esistenza surreale, quasi vivesse in un dipinto di Chagall. Ma può essere vita quella che leggiamo riguardo noi stessi? Non è dunque ora di cambiare, rompere con la routine, uscire dal consueto, fare qualche giocosa follia, ammesso che sia folle vivere sul serio?
Nel dire a se stessa questo, fu presa da una febbrile frenesia: una voglia folle di cominciare subito, senza porre tempo in mezzo.
Lanciò contro il muro Madame Bovary, giudicando male un’eroina che aveva tradito per noia, per mediocrità interiore, senza la scusante di un sentimento vero, si truccò con cura, come se lo facesse per un uomo, per qualcuno che l’attendeva: dipinse le labbra piano stemperando bene la pasta lucida del rossetto, profumò il retro degli orecchi ornati ai lobi da minuscoli orecchini, spruzzò un po’ di essenza fra i seni, come se il volto di un innamorato avesse dovuto appoggiarsi su quella carne di seta e odorarla.
Sono diventata matta – di disse – dov’é finita la prudente borghesissima, attenta Ginevra?
La frenesia le correva rapida dentro le vene, si mescolava al suo sangue caldo di voglie represse, di perbenismi tenuti a bada, di desideri negati a se stessa.
Sto entrando in un clima solipsistico, ma voglio uscirne, dare completeza a questa vita grigia come un cielo ingabbiato, un cielo su cui il sole non ha mai scritto le luci dell’alba e la fiammata del tramonto, un cielo di zitella, un cielo di donna inutile.

***

Prese il treno al volo e si sedette ansante in uno scompartimento semivuoto. Aveva di fronte un sacerdote anziano che la guardò sospettoso, quasi Ginevra irradiasse desideri vitali sconvenienti, una ventata calda di pensieri inconfessati, da tenere a freno, o così almeno le parve, suggestionata dal nuovo indirizzo che stava dando alla sua vita.
Ad aiutarla a mettere la valigia pesante nel portabagagli fu un giovanotto smilzo e foruncoloso che non la fissava negli occhi, la guardava in tralice, tossicchiando, e Ginevra era lieta di metterlo in imbarazzo.
Venezia le apparve dentro un sudario di nebbia, un velo denso, ricamato di sagome di campanili, forato dalla corsa prudente dei vaporetti, avvolgente e subdolo, seducente come un enigma infinito.

***

Si svegliò con il sole, una luce rosata ottobrina, dolce come un pensiero di libertà, di vita nuova. Sedette in un piccolo ristorante lungo un rio, non troppo discosto dall’albergo vecchiotto, ma confortevole, in cui alloggiava. Aveva camminato a lungo, visitato una mostra del Tintoretto, sparsa fra alcune chiese, dove le opere erano da secoli collocate, aveva acquistato il biglietto per un concerto di Vivaldi – che conosceva quasi a memoria, ma non si era sentita di rompere proprio del tutto con le sue abitudini – aveva acquistato un animaletto di vetro di Murano da Venini, e adesso non sapeva dove mettere il pacchetto.
Ordinò un pranzo semplice, di una sola portata, niente vino.
Si chinò per odorare un mazzolino di fiori al centro della piccola tavola apparecchiata; risollevandosi, incrociò lo sguardo penetrante di un giovane dalla chioma “leonardesca”, svelto nella figura: nei suoi occhi vi era qualcosa di scanzonato, quasi una “citazione” del passato che avrebbe voluto avere, se non fosse vissuta dentro il chiuso della pagina.
“Posso sedere accanto a lei? – le chiese il giovane – detesto mangiare solo e adoro le donne affascinanti, allusive, dallo charme sofisticato”.
E – senza attendere risposta – accomodandosi, le versò da bere, come se fossero amici da sempre, come se quel posto accanto a lei gli spettasse di diritto.
Quella notte Ginevra non dormì, si rigirò nel letto ora euforica perché la sua esistenza stava prendendo spontaneamente una piega diversa, perché si sentiva attratta in maniera sia fisica che cerebrale da quell’uomo dallo sguardo penetrante che l’indomani le avrebbe fatto visitare la sua Venezia “puttana”- proprio così aveva detto – facendole scorrere dentro un fremito di proibito, una voglia ubriacante di trasgressione, di emozioni violente, intellettuali ed erotiche ad un tempo.
Si chiamava Manrico – le disse – gestiva un negozio di antiquariato, interessato soprattutto all’arte barocca.
“Domani vedrai il mio negozio: voglio regalarti una piccola tela che ti somiglia; la donna ritratta ha il tuo stesso lievissimo strabismo e quelle deliziose fossette nelle guance”.

***

Lo rivide l’indomani davanti al Florian, dove il giovane le aveva dato appuntamento. Si salutarono con lo spontaneo slancio di vecchi amici. Manrico la baciò su una guancia, la prese sottobraccio e la fece sedere in un tavolino all’aperto dello storico caffè.
I colombi volavano bassi, rincorrendo annoiuati, senza una vera fame, chicchi di riso e grandi di miglio.
“Coinvolgiamo anche gli animali nel ‘troppo’ di tutto del nostro secolo” – le disse il suo partner.
“Sei certamente un uomo di sinistra – non ostante il tuo status economico e sociale” – azzardò Ginevra – meravigliata di provare interesse per un uomo non solo tanto più giovane di lei, ma anche di formazione politica agli antipodi, e glielo fece notare”.
“L’anagrafe non esiste, se due persone sono sinceramente interessate l’una all’altra – rispose galantemente l’antiquario – e se un uomo e una donna si sentono attratti, non credo che fra i gemiti d’amore, pensino a Berlinguer o a Mussolini…”
Ginevra rise, divertita.
Lo seguì attraverso tortuose callette, senza chiedergli dove la portasse, piacevolmente abbandonata al flusso di uno spontaneo e trascinante languore.
Le piaceva il mistero di quel fortuito incontro che le creava l’illusione di vivere una situazione irreale, pur essendo uscita dal suo romanzo.
Salirono su per una scala stretta dagli scalini sbrecciati. Entrarono in un ingresso arredato in stile severo, con mobili scuri che le ispirarono soggezione. Con grande sorpresa, il salotto le apparve in stile opposto, ultramoderno: mobili essenziali di grande firma, in contrasto con i quadri d’epoca alle pareti.
“Sembri un uomo contraddittorio, alterni il fascino dell’antico alla provocazione del moderno: elementi tradizionali e ‘futuribili’ cantano dentro lo stesso coro di eleganza, pur mantenendo distine le loro voci. Ti sei rivolto ad un architetto?”.
“Sono io l’architetto di me stesso”.
Manrico la baciò improvvisamente sulla bocca, senza preamboli, senza tastare prima terreno. sapeva che Ginevra avrebbe corrisposto a quel bacio travolgente, in cui le loro lingue si annodarono e sciolsero dentro la bocca – divenuta una sola – con ansito fremente, con voglia “carnivora” quasi di risucchiarsi l’anima.

***

Dormì un sonno profondo, quasi una piccola morte. Il suo primo pensiero fu quello di telefonare a Manrico; era ansiosa di rivederlo, avrebbe voluto riprendere il discorso da quel bacio di fuoco: la frase fermatasi lì era interrotta. Era certa che altri aggettivi ed avverbi, per non parlare dei segni di interpunzione, l’attendevano ancora.
Sono sicura che con il mio giovane antiquario vivrò momenti indimenticabili – si disse – ed ebbe un attimo di crudeltà contro se stessa.
Che sia interessato a me, proprio perché è un cultore delle cose antiche?
A farle riprendere coraggio le ritornarono alla mente le frasi galanti del giovanotto, a proposito dell’amore “che non avrebbe età”.
Eppure era inquieta, aveva paura di vivere, paura di soffrire.

***

Si rividero in casa di Manrico. Dopo i bei discorsi dell’inizio, il giovane antiquario sembrava pentito della piega che andava prendendo questo flirt controcorrente.
Siamo scanonati – si disse – come il nostro Palazzo Ducale, traforato alla base e compatto nella parte superiore. Eppure il palazzo è splendido, un capolavoro unico.
Che me ne verrà da una relazione così edipica?
Cosa me ne faccio di una donna vissuta in un romazo, che riduce tutto a letteratura? Che ha la puzza sotto il naso?
Decise di partire per un lungo viaggio. Lasciò Venezia senza salutarla, senza una parola di spiegazione.
In aereo lesse le notizie del giorno. Era svogliato. Si impediva di pensare e di pensarla. Sbirciò le gambe della hostess che , premurosa, gli offriva da bere; guardò il tramonto insanguinato fuori dal finestrino, percorso da un brivido improvviso che lo scosse in maniera sinistra.

***

Durante il viaggio e la permanenza nel New England – dove aveva un amico docente universitario -, non poteva dire di essersi divertito alla follia. Aveva girovagato, mangiato cibi nuovi, acquistato cose inutili, fatto l’amore con donne raccogliticce e poco coinvolte che nulla avevano del fuoco spontaneo di quella “romanzesca” Ginevra.
Pensò di combattere l’insonnia acquistando un nuovo libro da leggere.
Cercò un negozio in cui vendessero pubblicazioni in italiano, o almeno in francese. Proprio nella lingua di Flaubert e del suo amato Baudelaire, dopo una non troppo laboriosa ricerca, vide il libro da cui era uscita la sua matura amante, quella della brevissima relazione.
Con sgomento si accorse che Ginevra era rientrata dentro la pagina. Si era incastrata dentro le righe, quasi stritolata fra un punto interrogativo e due virgolette troppo ravvicinate: sul candore del foglio brillava una fosca rosa di sangue.

Grazia Giordani

 

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Guarda gli arlecchini !

Ancora un romanzo di Vladimir Nabokov(1899-1977), proposto da Adelphi che ne sta curando l’opera omnia da lungo tempo. Guarda gli arlecchini ! (pp.293, euro 19, traduzione di Franca Pece) è apparso per la prima volta nel 1974, ma – come accade alle opere dei grandi – non ha perso nulla del suo smalto e della sua corrosiva ironia, provocando nell’immaginario del lettore il dubbio se l’estroso autore abbia voluto scrivere un trattato sull’amore nei suoi diversi aspetti, oppure un inedito affresco sui russi emigré, cui egli stesso apparteneva o meglio ancora uno sfottò, una caustica irrisione del genere racconto autobiografico. Eppure, il discusso autore del pruriginoso Lolita – , romanzo che gli aveva procurato scandalizzata notorietà -, di autobiografismo venato di sublimi tenerezze, ci aveva dato prova in Parla, ricordo (2010), il memoriale di un’infanzia eccezionalmente aristocratica che Nabokov esprime con la grazia mimetica di chi sa poeticamente riprodurre i chiaroscuri della natura, facendoci beare dei suoi famosi jeux de mots, delle sue allitterazioni e delle sue sinestesie, facendoci addirittura percepire – da entomologo appassionato – il fruscio d’ali di farfalle che ha saputo dispiegare per noi sulla carta. Questa volta, la musica è diversa e l’autore sembra assumere il nom de plume  di Vadim Vadimovič. Siamo nel 1974 e il settantenne Vadim, in odore di Nobel – incluso nella rosa dei candidati – ripercorre la propria vita con cruda realtà. Nato a Pietroburgo in una famiglia aristocratica, vive un’infanzia solitaria ed infelice che gli provocherà inquietanti squilibri nervosi, border line con forme di vera pazzia. Allo scoppio della rivoluzione bolscevica (in quanti romanzi di autori russi andiamo trovando traccia del pericoloso momento! Basterebbe pensare ad Irène Némirovsky, solo per citarne una fra tutti), fugge precipitosamente all’estero, riparando in Inghilterra. Quindi, in Francia dove inizia la sua carriera di letterato, sottolineata da divertenti episodi, poiché al nostro autore non fa certo difetto anche il senso dell’umorismo. Arrogante ed asociale è martoriato da una strana malattia mentale. In realtà Nabokov stesso era affetto da uno speciale genere di sinestesia. Disturbo del quale egli descrive i diversi aspetti in molte sue opere. Nelle sue memorie Strong Opinions nota che persino la moglie e il figlio erano “sinisteti”, tendenti ad associare particolari colori a determinate lettere. Ed è storia nota che certe anomalie cerebrali arricchiscano la vis letterario-artistica di alcuni autori, come nel caso del Nostro. Quasi una marcia in più, un terzo occhio che fa vedere oltre, rispetto alle persone così dette normali. Vadim Vadimovič, sbrigativo nei rapporti sentimentali, morbosamente attratto dal fascino impubere delle ninfette (Lolita docet),  assillato dalla sensazione che la sua vita sia la parodia di un’esistenza altrui, si sposa indotto da irrefrenabili pulsioni erotiche (significative le descrizioni della giovane Iris, sua prima moglie), incapace di provare veri sentimenti d’amore. Mentre insegna, annoiato, in una università della provincia americana, vede acuirsi i suoi disturbi mentali. Dovrà aspettare molto a lungo, addirittura arrivando alle soglie della vecchiaia, per incontrare la vera eroina del romanzo. Sarà lei a sciogliergli il nodo fatale, ovvero la corrispondenza tra Amore e Arte, come a dire tra invenzione e reale. Si divertirà l’autore a regalarsi regalandocela – producendosi in una caricatura di sé stesso – , vendetta nei confronti del fraintendimento della sua personalità, generato da quella parte della critica che non ha saputo capirlo, non abbastanza elastica ed acuta da non sapersi staccare dai significati letterali,  incline a descriverlo soltanto come autoreferenziale, ossessionato dai doppi, dai personaggi marionetta. E gli arlecchini che compaiono nel titolo di questa quasi autobiografia potrebbero, in parte, esserne un esempio, nati dalle raccomandazioni di una zia che lo esortava, nei suoi anni infantili, ‹‹Smettila di tenere il broncio! Look at the harlequins! Guarda gli arlecchini! ‹‹Quali arlecchini? Dove? ›› ‹‹Oh! Dappertutto. Tutto attorno a te. Gli alberi sono degli arlecchini, le parole sono degli arlecchini: anche le situazioni e le addizioni (…) Gioca! Inventa il mondo! Inventa la realtà!›› E Nabokov ha saputo genialmente prestare orecchio a queste raccomandazioni.

Grazia Giordani

Il tempo tagliato

Il tempo tagliato prova d’esordio di Silvia Longo

ROMANZO. Libro con una trama originale Viola, rimasta vedova, si confida e ricorda. La verità è sconvolgente

14/10/2012

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Silvia Longo

Silvia Longo è una scrittrice alla sua prima prova. Prima d’ora nessuna pubblicazione. Eppure, il suo Il tempo tagliato (Longanesi, pp. 206, 12,90 euro) è una vera chicca per originalità di trama e per la marca semantica del lessico così curato e, nel contempo, fulmineo. Leggendo questo romanzo d’esordio si ha la sensazione di percepire in diretta – quasi vi si fosse tuffati dentro a nostra volta -, lo scorrere del tempo, il ticchettio di un orologio, il suono di orchestrali in sottofondo, a fare da controcanto alla narrazione, perché nell’ottica della Longo, che si fa subito nostra, il tempo è protagonista assoluto. Tempo dell’amore, del mutare delle stagioni, della musica su cui sembrano fluttuare i personaggi: Viola, figura enigmatica e contraddittoria che credeva di essere votata al sacrificio, quasi questa fosse una sua missione, alla ricerca del suo vero tempo interiore; Federico, l’autoritario marito, famoso direttore d’orchestra, scaramantico al punto da attribuire a un antico orologio, da cui non sa separarsi, la capacità di scandire il pentagramma delle sue partiture; Mauro, pure legato a doppio giro al mondo della musica, conosciuto da Viola durante una manifestazione in memoria del marito, in un caldo pomeriggio di giugno, quando ormai la vedova del grande ed egocentrico musicista si sente vuota e inutile, visto che le sue giornate, senza la presenza di Federico – la figlia ormai indipendente è lontana da casa – , sembrano ormai prive di scopo. L’incontro con Mauro, poco più che un estraneo per la donna, sarà fatale, perché Viola inizierà a raccontargli – nel corso di un viaggio a due che ha il sapore di una fuga – la storia del suo matrimonio, un’unione come tante e nel contempo eccezionale. Sotto i nostri occhi e dentro i nostri pensieri, si snoda il percorso vitale di una famiglia, rivelata attraverso flash-back di raro fascino evocativo. La scrittura diventa quasi cinematografica, Viola non è soltanto con Mauro, è anche fra noi e con noi, mentre ricorda, prendendo coscienza della scoperta di una inattesa e sconvolgente verità che danneggerebbe l’interesse del lettore se noi la rivelassimo per intero, ora. Grande capacità dell’autrice è anche quella di saperci presentare un universo umano fatto di gente che non si adagia inerte per sempre, ma è animata dalla voglia di cercare un cambiamento, seppur vulnerata da mille insicurezze e contraddizioni che la musica, in gamma infinita di toni, sembra poter alleviare. «L’idea di scrivere questo libro», afferma l’autrice, «mi è venuta osservando come molte persone spesso sacrifichino il loro tempo, a causa dei troppi impegni e delle responsabilità. Succede un po’ a tutti prima o poi, uomini e donne, ma in modo particolare a chi vive i rapporti affettivi senza risparmiarsi e a chi affronta il lavoro e ogni altra occupazione con un forte senso del dovere. Sentivo di doverne parlare, e spero che il mio libro possa far riflettere su quanto si soffra per la privazione del proprio tempo personale. Anche quando ce la imponiamo da soli».

Grazia Giordani

Mistero a margine

Mistero a margine

Vive con coerenza, questa raffinata Signora dai gusti difficili, perseverante nel preferire gli accordi di colore meno appariscenti nell’abbigliamento (se nella mia princesse prevale il rosso sul grigio, meglio scegliere gli accessori color fumo – pensa) ed entusiasta sempre dei brani musicali in tonalità minore, in verità – sotto questo profilo – cocciutamente ostinata in maniera troppo assolutista e in qualche modo geometrica, poiché nell’arte si sa che non esiste una regola fissa per cui possa essere sempre valido un assioma. Tra i suoi libri di culto, poco noto al grande pubblico, trova posto nella sua vasta biblioteca, Marginalia di Arnaldo Pini. Questo sofisticato saggio, opera per pochi, è appunto una collezione di aforismi e note critiche, quasi di chiose soprattutto alle pagine di Nietzsche e Dostoevskij che Pontiggia ha prefato con penna veramente coinvolta. In carattere con la sua opera, anche Pini era vissuto ai margini, toccato di striscio dal premio Viareggio, gratificato dall’amicizia con Cristina Campo, Luzi, Montale e Landolfi, solo per citare alcuni dei grandi personaggi con cui aveva avuto dimestichezza, responsabile, un tempo, delle mitiche “Giubbe Rosse” fiorentine, uno dei caffè letterari più noti d’Europa.
Sì, questa nostra Signora (di cui non riveliamo la vera identità, sapendola molto ombrosa), preferisce le brume leggere ai cieli sfavillanti di un azzurro offensivo, le albe di perla ai tramonti incendiati da fiamme di sgargiante rubino, ama la sordina, vorrebbe non udire mai l’urlo della vita.
Sappiamo che conserva, fra le sue cose più preziose, una vecchia edizione dei gozzaniani Colloqui, non solo perché affascinata dalla penna dolente del poeta, ma anche e soprattutto per il paesaggio dell’anima, quasi una vita a parte, che brulica dentro gli spazi bianchi a margine della stampa. Si tratta di strambe chiose iconiche di un misterioso lettore, note disegnate con matita dalla punta sottilissima. Il tratto è deciso, con rare scoloriture, animato da una vis ironica che si può meglio cogliere se muniti di lente d’ingrandimento.
La Signora ci ha fatto ammirare questi margini del testo istoriati, senza mai profferire commento, del tutto muta alle nostre osservazioni espresse a voce.
“La luna prigioniera tra le sbarre” stranamente era stata la frase che più aveva impressionato questo commentatore sui generis ne La Signorina Felicita. Ci saremmo aspettati che commentasse, con un adeguato ritrattino, la “bellezza fiamminga” di questa ragazza antica, oppure la paccottiglia che le faceva corona. Perché questa prigionia delle luna? Si sentiva solo, emarginato, proprio lui che affrescava i margini di un libro? Certo che a perdersi in queste elucubrazioni si rischia di diventare un Freud dei poveri e non si approda a nulla, però è bello anche fantasticare sul Poeta estroso che si prendeva il lusso di scrivere Nice, così come lo si pronuncia, inducendo il suo commentatore per immagini a disegnarvi a margine una deità vittoriosa. Nostalgie dell’etimo greco? Ecco che ricadiamo nell’insidia delle troppo facili deduzioni psicologiche!
A margine de L’amica di Nonna Speranza vediamo la caricatura di una zitella, prima accuratamente vestita (oddio come assomiglia a molti ritratti di casa nostra!) e poi denudata (che il commentatore anomalo amasse Goya e la sua celebre Maja?). No, propendiamo per credere che volesse semplicemente scherzare, mettendo alla berlina le giovani di un tempo. O le giovani in assoluto. Certo che nel disegno “desnudo” ha un po’ esagerato, si è lasciato prendere la mano, con un’ironia lasciva che ci è parsa eccessiva. C’era bisogno di ritrarre la giovane donna a cosce spalancate, senza nulla lasciare alla fantasia? Addirittura pornografico, tanto ha insistito nei particolari del pube offerto. Chissà perché ha trattato peggio la signorina di buona famiglia della conclamata Cocotte. Mistero dei misteri.
Credevamo che i nostri dubbi sarebbero rimasti irrisolti. Pensavamo che l’ineffabile Signora, dopo averci concesso il privilegio di apprezzare i margini delle pagine gozzaniane, avrebbe chiuso senza una parola il suo libro. E invece, quando stava per congedarci, ha aperto uno stipo, estraendo una lettera che ci ha letto con voce rauca e rotta dalla commozione.
Quel giovane commentatore, nelle sue brevi righe, salutava la vita.
Forse proprio la Signora era stata il suo amore perduto e quindi la causa della sua prematura fine.
Avremo preferito concludere questa pagina dicendovi che il giovane aveva fatto carriera nel mondo dell’arte o almeno del fumetto. Oppure che aveva sposato la Signora (premio o punizione, in questo caso?).
Avremmo preferito, ma non possiamo modificare il Fato.

Grazia Giordani

Ombra

Ombra

La tinta polvere di cielo e mare mi parve un colore letterario, soltanto pensato per scriverne adesso; invece stavo “vivendola” in quel momento, proprio mentre stavo camminando a fianco del mio anziano amico. E fu lì – in quell’istante – che ebbi anche piena consapevolezza della vecchiaia di Sandro: camminava con passo greve, lasciando orme profonde lungo il bagnasciuga, mentre con mano lenta, chiazzata di efelidi che sembravano piccoli schizzi di caffè, cercava di togliersi da un occhio un cernecchio ispido, rivolgendomi a tratti, uno sguardo opaco, di persona che non ha più troppe curiosità, che guarda la vita attraverso un filtro che ne sfumi i contorni.
Soffocò dentro un aspro colpo di tosse l’inizio di un discorso che si perse nell’acciaio del mare. Riprese la parola sogguardandomi di profilo, come se non volesse esporsi ad un rapporto troppo diretto, quasi parlasse a se stesso, impaurito dalle emozioni.
“Perché mi chiedi sempre di Lorernzo? Sai bene che è stato il mio partner privilegiato di disquisizioni intellettuali, di sogni giovanili. Una specie di alter ego per spirituali affinità elettive; un amico di rara intelligenza e di rarissimo cuore. Cosa ti spinge a tanta insistente curiosità?”
“Sei dunque così egoista da non voler dividere, nemmeno virtualmente, con me il privilegio di tanto eccezionale amicizia? O meglio – mi correggo -, il ricordo di un sentimento tanto grande ed irripetibile? Non ho mai conosciuto nessuno di tanto speciale, artista dell’idea, poeta e pittore inquietante e quindi non vedo nulla di male nel fatto che mi piaccia un poco sognare sui vostri dialoghi giovanili, sul vostro parlare di letteratura e filosofia. Avrei voluto vedervi, non solo immaginarvi, quando anche voi, come Gottfried Benn, sognavate il grande autore dello Zarathustra, al punto da non poter più nemmeno “fare un passo della vostra vita senza adorare questo sogno”. Avrei voluto anche sentirvi parlare di ragazze, capire in quale conto tenevate la donna e quale donna poteva attrarvi. Avrei voluto indagare dentro le vostre speranze, lasciarmi cullare dalla brezza delle vostre malinconie. Sedermi con voi alle “Giubbe Rosse”, rabbrividire per la prima cucchiaiata di gelato, quella che apre la via al primo frammento di sapore”.
“Sei certa che avremmo gradito questa tua intrusione? Questo tuo voler rubare il miele della nostra amicizia, l’esclusività delle nostre confidenze?”
“Oh, sì. Avrei fatto di tutto per farmi amare…”
“Da me o da lui? Attenta che era un fascinatore. Un uomo irresistibile. Avresti potuto restarne folgorata”.
Un’onda più lunga, e già colorata di notte, bagnò in quel momento le mie scarpe e l’orlo dei calzoni di Sandro. Stavamo entrando in un autunno che già spasimava verso l’inverno.
La cenere, che sembrava tingere il nostro mondo di quell’ora, fu sopraffatta dalla pece dell’ora notturna, forata in cielo da poche stelle e lì, vicino a me, dalla brace della sigaretta che ora pendeva dalle labbra del mio amico. Sentivo il suo respiro un po’ ansimante (per la fatica di camminare sulla sabbia bagnata o per l’emozione dei ricordi?), ma non smettevo di chiedere, di scavare dentro lo scrigno, solo in parte aperto, mai veramente spalancato, della loro giovinezza comune.
“Ho saputo che ha avuto una passione di fuoco per una bella donna e che avrebbe voluto abbandonare moglie e figli”.
“E io l’ho esortato a seguire la voce del cuore, ma la sua generosità l’ha indotto a sacrificare se stesso, per evitare ai suoi di casa troppa sofferenza”.
“Com’era quella donna? Descrivimela”.
Sandro si voltò a guardarmi in volto nel buio, e – come se mi vedesse solo allora –
“Era il tuo ‘doppio'” – mormorò, accigliandosi.
“Un sosia? Un clone della mia immagine?”
“Basta, cerchiamo un posto dove mangiare”
Fu lui a riprendere il discorso, dopo un mio lungo silenzio, ormai seduti, all’interno di un ristorante semideserto, davanti a un piatto di sogliole non troppo invitanti, del tutto in carattere con il clima cupo che si era creato.
“Ti rendi conto della morbosità della situazione? Ti stai innamorando di un morto, di un uomo che non hai mai visto, di cui conosci parzialmente l’opera e l’originale pensiero. Ma cosa ne sai dei suoi tic, delle sue debolezze, del suo modo di sorridere, arrabbiarsi, del suo odore, delle sue smorfie, dei piccoli momenti della sua vita piccola. Anche i geni, i superuomini hanno momenti di fisicità minima; non passano certo la vita a interpretare Nietzsche e Benn. Sai se ti piacerebbe veramente toccare la sua carne ed essere toccata da lui? Credi che un suo bacio ti farebbe impazzire, e magari l’odore del suo fiato – fumava tante sigarette, sai? – potrebbe averti indisposta, male impressionata. Non si può amare un uomo raccontato, eroicizzato. Non si può innamorarsi di un fantasma, di un’ombra. Oltretutto, ingelosendomi, mi fai essere involontario complice di una situazione così insana ed assurda”.
Ci salutammo, stanchi per la passeggiata e ancora più per la difficile conversazione. Salimmo nelle nostre camere, una di fronte all’altra. Sentivo Sandro muoversi irrequieto. Temevo soffrisse, oppresso dalla sua sempre più oscura fatica di vivere, complicata ora anche dal mio paradossale e capriccioso atteggiamento.
Mi svegliai in un’alba di latte. Lo specchio rimandò l’immagine di un donna appagata dalla consolazione di essere stata un doppio, ma risolta a cambiare esistenza.

Grazia Giordani

 

Mostre rodigine

Rovigo ci scommette ancora e ricomincia da tre

MOSTRE. Accordo pluriennale tra Fondazione cassa di risparmio e Comune per gestire Palazzo Roverella e pinacoteche
Dal prossimo 27 ottobre fino al 2015 tre grandi esposizioni. Si comincerà con il sacro nell’arte

06/10/2012

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«Aria», mostra dal 27 a Rovigo

In un momentodi crisi, dare importanza all’arte può essere motivo di consolazione e per guardare avanti, senza perdersi d’animo. Rovigo ci prova con una programmazione triennale, nell’ambito della convenzione siglata per un decennio tra la Fondazione cassa di risparmio di Padova e Rovigo a Comune, per la gestione delle rassegne a Palazzo Roverella e per valorizzare la pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e del seminario vescovile, con aperture non solo durante le mostre temporanee e proponendo una selezione ragionata delle maggiori opere. Le mostre prenderanno il via il 27 ottobre a Palazzo Roverella con «Aria», rassegna internazionale di illustrazioni per l’infanzia sui colori del sacro, appuntamento biennale, giunto alla sua sesta edizione. Spiega Andrea Nante, direttore del Museo diocesano di Padova e curatore della mostra: «I colori racconteranno la voce del vento, il ritmo del respiro, il sollievo del soffio e, nella sua valenza più simbolica, la forza dell’ispirazione, la dolcezza della musica, la potenza della parola». Nel 2013, sempre a Palazzo Roverella dal 22 febbraio al 23 giugno, tema della mostra sarà «La Maison Goupil e l’Italia. Il successo degli italiani a Parigi negli anni dell’impressionismo». Per la prima volta vedremo insieme le opere degli artisti italiani della seconda metà dell’Ottocento che lavorarono per la famosa Galleria Goupil di Parigi, tra i quali Boldini, De Nittis, Favretto, Zandomeneghi, Morelli. La galleria francese, fondata nel 1829, aiutò una scuola internazionale di artisti (un centinaio solo gli italiani), che divennero immediatamente popolari e apprezzate da collezionisti, critici e mercanti creando una moda e un gusto collezionistico in tutta Europa. Curatore della mostra Paolo Serafini. Nel 2014 «L’Ossessione nordica: artisti italiani e tedeschi alle prime Biennali di Venezia», per indagare la fortuna e l’influenza della grande cultura nord-europea presso gli artisti, specie lombardi e veneti, chiamati a rappresentare l’Italia nelle prime edizioni della Biennale di Venezia tra Ottocento e Novecento. Curatore della mostra Giandomenico Romanelli Nel 2015 «Lefa, Fattori e Signorini: lavoro e vita quotidiana nella pittura italiana dell’Ottocento» con grande spazio riservato soprattutto ai Macchiaioli, per una mostra che si annuncia curiosa, originale, persino ironica. Curatori Anna Villani e Alessandra Cuer.

Grazia Giordani

La caccia

Laura Pugno

Dedicata a scrittori di particolare originalità, anche sperimentali, sia affermati che emergenti italiani e stranieri, la casa editrice Ponte alle Grazie inaugura una nuova serie, affidando l’incipit delle pubblicazioni alla penna visionaria della romana Laura Pugno, già nota per il suo Sirene, uscito nel 2007 per i tipi di Einaudi, solo per citare una fra le tante pubblicazioni di questa inquietante scrittrice che ora, anche nel suo fresco di stampa La caccia (pp.131, euro 14) non si smentisce. Infatti, nelle sue brevi pagine si respira un clima metafisico che, per qualche verso – potrebbe richiamarci Le Horla di Guy de Maupassant, se non altro perché l’autrice ci introduce in un mondo dove ogni certezza scompare, costringendoci ad adattarci ad una realtà alternativa dove l’assurdo s’insinua tra le maglie del possibile,  compenetrandolo di quella impalpabile, ma pesante sostanza che è la materia prima degli incubi. Per qualche verso, quindi, anche disturbante la scrittura della Pugno che sembra divertirsi nel trascinarci dentro una favola nera da cui, pur volendolo, fatichiamo a staccarci. La trama è narrata a due voci e racconta un storia più che strana, fatta di telepatia e creature misteriose (‹‹Lei sorride e, improvvisamente vedo che è bella, molto bella, che la bellezza di ognuno dei particolari del corpo – i capelli color fuoco, la pelle così bianca, di un biancore che riflette la luce – si somma in una qualità più grande. Sorride, e io cerco un modo per trattenerla. Mi chiedo cosa posso offrirle, mentre lei alza gli occhi verso di me, occhi color terra, chiari››) Si chiamano Nord e Mattias i due fratelli profondamente telepatici, in una terra dove la telepatia è proibita, capaci di pensare compenetrandosi addirittura l’uno nell’altro. Il tempo, in questo romanzo, è atemporale, fuori del tempo, l’atmosfera è grigia e militarizzata – si parla, infatti di guerra civile non meglio precisata. Così com’è fantastico il teatro dell’azione col tenebroso monte Gora incombente, confine assoluto che ci preclude la visione di cosa possa esservi oltre, ma che – nel contempo – ci allieta di non saperlo trovare in nessuna carta geografica. Mattias è alla ricerca del fratello Nord, scomparso sulle pendici del cupo monte, probabilmente mentre cercava di sconfiggere la Bestia (altro fantastico elemento), in un tempo in cui la guerra civile è terminata, ma i miliziani sono ancora in allerta. Con la sparizione di Nord, Mattias si mette sulle sue tracce, investigando le visioni offerte dalla loro proibita telepatia. Nord è sparito sul satanico Gora sulle tracce del padre. Impossibile – e nemmeno vorremmo farlo – riassumere un plot narrativo così improbabile e surreale, ma ci preme sottolineare come trionfi la natura-madre, intesa, alla fine, nelle sue polimorfe incarnazioni, come unico elemento salvifico. Non potendo dire che si tratti di una lettura riposante, non possiamo però negarne l’originalità intrisa di feroce poesia.

Grazia Giordani