Archive for ottobre 2013

“I rapporti colpevoli Prima sapere la gatta bianconera

I rapporti colpevoli Prima a sapere la gatta bianconera

ELZEVIRO. Ricordi privati del grande scrittore
Fulvio Tomizza ospite domestico a raccontare il suo nuovo romanzo

Fulvio Tomizza (1935-1999)

Fulvio Tomizza (1935-1999)

In un brumoso pomeriggio autunnale, fine anni Ottanta, rivedo al ralenti la mia passeggiata con Fulvio Tomizza che veniva a presentare a Badia Polesine il suo romanzo “Gli sposi di Via Rossetti”. Lusingata dal mio ruolo di chaperon, diventammo amici a pelle, come accade con poche persone. Gentile, istintivo, lo scrittore di bell’aspetto e parola dolente — lui già più che affermato, vincitore, giovanissimo, dello Strega e poi di una miriade di altri importanti premi —  ha accettato subito il dono del mio primo librino, “L’anima del gatto”, complimentandosi per «tutte le cose che sa di me»›. In effetti, conoscevo riga per riga la sua produzione letteraria da quando lo avevo intravisto a Trieste, seduto a un tavolino del Caffè Tommaseo, scrivere nella pace di quel luogo fuori dal tempo. Dopo il pomeriggio badiese, è iniziata un’intensa corrispondenza epistolare tra noi. Mi piaceva il tono ironico con cui esprimeva giudizi sugli scrittori del suo tempo e della sua terra d’acquisto. M’incantavano le descrizioni delle sue estati istriane, del ritorno in quella sua terra d’origine, aspra, sassosa, ma piena di ammaliante rimpianto ai suoi occhi. Là piantava ulivi con le sue stesse mani e raccoglieva cesti di verdure dal suo orticello. Sentivo la fragranza delle sue colture e lo spessore della sua cultura sovrapporsi e fondersi. Il malinconico scrittore di frontiera, nostalgico della sua Istria, forzatamente abbandonata negli anni dei soprusi titini, ha preso a venirci a trovare, qualche volta in compagnia di Laura Levi, la sua intelligentissima consorte. Tutta la famiglia lo attendeva con entusiasmo. La nostra micia bianconera gli si posizionava su una spalla, ascoltando incantata la trama del romanzo che stava scrivendo in quel momento. Pendevamo tutti dalle sue labbra. Franziska lo conoscevamo quasi riga per riga, prima ancora che Mondadori lo desse alle stampe. Ho avuto l’onore di recensire la sua opera omnia o quasi, tra Carlino di Rovigo, riviste polesane, Il Portolano di Firenze, per non parlare dell’Arena, dove non si contano i miei piccoli pezzi sui suoi grandi libri. Qualche giorno prima della fine, si è congedato da noi, per telefono, con voce così flebile da essere ormai irriconoscibile. Un lutto che abbiamo profondamente sentito. A dieci anni dalla sua morte, la Biblioteca di Parma mi ha invitata a condurre una serata in onore dell’amico scomparso, presente la sua dolce Laura. Ho scelto letture tratte dalle sue opere più coinvolgenti, a partire da “La miglior vita” che, anche a detta di Claudio Magris, è un ineguagliato capolavoro, senza trascurare “I rapporti colpevoli”, edito dalla Bompiani, che Fulvio aveva avuto la generosità di presentare in Accademia dei Concordi a Rovigo, insieme alla prima edizione del mio romanzo “Hena”. Amanda Sandrelli e il marito Blas Rocha Rey sono stati splendidi lettori dell’opera tomizziana, nella commovente serata, tra gli applausi di un pubblico pieno di letteraria nostalgia.
Grazia Giordani

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Ricordando Fulvio

Fulvio Tomizza (Materada d’Umago 1935-Trieste 1999)

In un brumoso pomeriggio autunnale, fine anni Ottanta, rivedo al ralenti la mia passeggiata tra i monumenti e le curiosità locali,  con Fulvio Tomizza che veniva a presentare a Badia Polesine il suo romanzo Gli sposi di Via Rossetti. Lusingata dal mio ruolo di chaperon,  ho sentito che diventavamo amici “a pelle”, come  accade con poche persone. Gentile, istintivo, quello scrittore di bell’aspetto e parola dolente – lui già più che affermato – vincitore, giovanissimo, dello Strega e poi di una miriade di altri importanti premi, ha subito accettato il dono del mio primo librino, L’anima del gatto, complimentandosi per ‹‹tutte le cose che sapevo di lui››. In effetti, conoscevo riga per riga la sua produzione letteraria da quando  lo avevo intravisto a Trieste, seduto ad un tavolino del Caffè Tommaseo, scrivere nella pace di quel luogo fuori dal tempo. Dopo il pomeriggio badiese, è iniziata un’intensa corrispondenza epistolare tra noi. Mi piaceva il tono  ironico con cui esprimeva giudizi sugli scrittori del suo tempo e della sua terra d’acquisto. M’incantavano le descrizioni delle sue estati istriane, del ritorno in quella sua terra d’origine, aspra, sassosa, ma piena di ammaliante rimpianto ai suoi occhi. Là piantava ulivi con le sue stesse mani e raccoglieva cesti di verdure dal suo orticello. Sentivo la fragranza delle sue colture e lo spessore della sua cultura sovrapporsi e fondersi in un delizioso mixage. Il malinconico “scrittore di frontiera”, nostalgico della sua Istria, forzatamente abbandonata negli anni dei soprusi titini, ha preso a venirci a trovare, qualche volta in compagnia di Laura Levi, la sua intelligentissima consorte. Tutta la famiglia lo attendeva con entusiasmo. La nostra micia bianconera gli si posizionava su una spalla, ascoltando incantata, la trama del romanzo che stava scrivendo in quel momento. Pendevamo tutti dalle sue labbra.  Franziska lo conoscevamo quasi riga per riga, prima ancora che Mondadori lo desse alle stampe. Ho avuto l’onore di recensire la sua opera omnia o quasi, tra Carlino di Rovigo, riviste polesane, Il Portolano di Firenze, per non parlare dell’Arena dove, non si contano più i miei piccoli pezzi sui suoi grandi libri.Qualche giorno prima della fine, si è congedato da noi, per telefono, con voce così flebile da essere ormai irriconoscibile. Un lutto che abbiamo profondamente sentito.A dieci anni dalla sua morte, la Biblioteca di Parma mi ha invitata a condurre una serata in onore, dell’Amico scomparso, presente la sua dolce Laura. Ho scelto letture tratte dalle sue opere più coinvolgenti, a partire da La miglior vita che – anche a detta di Magris – è un ineguagliato capolavoro, senza trascurare I rapporti colpevoli, edito dalla Bompiani, che Fulvio aveva avuto la generosità di presentare in Accademia dei Concordi a Rovigo, insieme alla prima edizione del mio romanzo Hena. Amanda Sandrelli e il marito Blas Rocha Rey sono stati splendidi lettori dell’opera tomizziana, nella commovente serata, tra gli applausi di un pubblico pieno di letteraria nostalgia.

Grazia Giordaniv

Acquanera

AcquaneraAndrebbe letto in filigrana, il nuovo tanto atteso  romanzo di Valentina D’Urbano, perché nel suo Acquanera (Longanesi, pp.357, euro 14,90), a nostro avviso, l’aspetto più importante non zampilla fuori dalla fosca trama noir che ha fatta raffrontare la giovane autrice ad Isabel Allende e a Garcia Marquez – e già i raffronti non sarebbero una lode, data l’ineguagliata grandezza letteraria di questi due giganti -, ma consiste piuttosto nell’aver saputo rendere il clima mortificante, con note trafiggenti ed icastiche in cui si vive la diversità nell’ottusa chiusura di certa provincia. Roccachiara, una manciata di case spoglie, arroccate su un promontorio che si affaccia alla vista di un lago maligno e limaccioso è il teatro dell’azione che si dipana su quinte mobili, per la regia di Fortuna, voce narrante dell’oscura vicenda. Nipote di Elsa e Figlia di Onda, la giovane dal nome ironico, poiché di fortuna non ci sembra averne poi troppa, dopo un’infanzia infelice, vissuta in una famiglia tutta al femminile, e messa all’indice per la diversità. Mentre le donne del luogo condurranno certo un piatta vita routinaria, senza scossoni, le Nostre si dedicano ad una specie di magia nera casereccia, con intrugli di erbe officinali, visioni di spiriti, sogni premonitori e la chiusura di segreti semirivelati.Elsa avrebbe voluto per l’adorata nipotina bionda – occhi grigi, lentiggini sparse sul viso chiaro –  un destino normale, diverso da quello di fattucchiere, suo e della figlia ribelle, quell’Onda così dismaterna ed ingovernabile. Unica consolazione della piccola è l’amicizia con Maria Luce che di luminoso ha ben poco e fa un mestiere raccapricciante: quello di comporre i corpi dei defunti (ricordate Il caro estinto di Evelyn Waug ?). E qui non mancano, nella dettagliata narrazione, note repellenti, legate all’infanzia dell’autrice che sognava di diventare anatomopatologa. Quando Fortuna, cresciuta, dopo la morte dell’adorata nonna,  pur separandosi con dispiacere dall’ambigua Maria Luce, l’unica amica che dice di amarla, crede di essersi ricreata una vita lontana dai brumosi misteri di Roccachiara (e l’autrice ama giocare col significato dei nomi, inventando dei nomen omen all’inverso), la voce del ritorno grida forte nella sua mente, inducendola, in un mattino di pioggia gelida, a ricercare l’altrettanto gelida Onda, la madre che l’ha sempre respinta,  per aver lumi sulla fine di Maria Luce, dato il ritrovamento nei più oscuri anfratti del bosco, di uno scheletro che potrebbe appartenere all’amica scomparsa. I misteri si stratificano sugli enigmi in questa favola nera che ci irretisce nelle sue maglie contorte, consapevoli di essere entrati dentro un gioco di specchi strampalato, da cui, però non vogliamo uscire, affascinati soprattutto dal linguaggio prosciugato, dotato di un’irsuta, coinvolgente poesia. Il fascino del macabro ci contagia, facendoci trattenere il respiro fino alle ultime pagine, dove la realtà si rovescia, arrotolandosi su se stessa, sbalordendoci quanto basta. La D’Urbino, giocando tra il realismo magico d’autore e un suo surrealismo personale, ha creato pagine su cui qualcosa si può anche eccepire, ma da cui gli occhi non si staccano dalla lettura. Identica sensazione avevamo provato leggendo il suo primo romanzo di successo Il rumore dei suoi passi ancora per i tipi della Longanesi.

Grazia Giordani

Bruce Chatwin geniale scrittore di viaggi

Zaino in spalla, indosso una giacca a vento, in mano il Moleskine per gli appunti, questo e molto veramente molto di più era Bruce Chatwin, geniale scrittore di viaggi che ‹‹non arricchiscono la mente, la creano, perché la vita stessa è un viaggio da fare a piedi››. A ventiquattro anni dalla sua prematura morte, è l’Adelphi a riportarlo fra noi con l’ampio epistolario che Chatwin ha inviato a mezzo mondo:  L’alternativa nomade Lettere 1948-1989 (pp.495, euro 26, a cura di Elisabeth Chatwin e Nicholas Shakespeare, traduzione di Mariagrazia Ghini). Ci è dato così leggere un’appassionante biografia sui generis, in perfetto stile chatwiniano, disegnando la vita dell’autore senza filtri, non omettendo le debolezze fisiche, finanziarie e sessuali che, a un certo punto, virano nella bisessualità.  Capace, questa biografia-epistolario di portarci  al fianco di Chatwin  in Sudan, Afghanistan, Niger, Benin, Mauritania,  Nepal, India, Brasile, Londra, New York, Edimburgo, solo per citare pochi dei moltissimi luoghi in cui è stato, soggiornando spesso anche in Toscana e in varie città italiane dove contava molti amici, vista la spontaneità con cui si legava alla gente, affascinante per avvenenza fisica ed intellettuale, conversatore brillante ed ironicissimo, spesso tranchant. I principali corrispondenti furono i suoi genitori Charles e Margaritha a cui scrisse la prima letterina nel 1948, quindi Elizabeth  Chanler che gli fu moglie per ventitré anni, malgrado un breve periodo di separazione negli anni Ottanta. Intensa la corrispondenza con la suocera Gertrude Chanler, con vari collezionisti d’arte, con i direttori editoriali di molte nazioni, compresa l’Italia,  con scrittori, registi, fra cui spicca James Ivory con cui soggiornò in Francia nell’estate del 1971. Lunghe lettere si alternano a fulminee cartoline, sintetiche come sms che l’hanno visto quasi precursore della Rete.

Impossibile piacere a tutti, soprattutto se si è ironici ed iperdotati intellettualmente. Chi emerge incorre nel pericolo di dare ombra, di urtare i mediocri. Secondo N. Shakespeare, suo grande amico, corrispondente e  curatore dell’opera, il tedesco W.G. Sebald, pur non avendolo conosciuto personalmente, è tra coloro che meglio hanno saputo  penetrare nei meandri di un’anima così complessa: ‹‹Chatwin in quanto uomo – dice – in definitiva rimane un enigma,  allo stesso modo nessuno sa come classificare i suoi libri. L’unica cosa evidente è che per struttura e intenti non possono essere collocati in alcun genere conosciuto. Scaturiscono da una sorta di bramosia dell’ignoto, si muovono lungo una linea i cui punti di demarcazione sono strane manifestazioni e oggetti che non si sa se definire reali o se inseriti fra i fantasmi che la nostra mente genera da tempi immemori. Studi antropologici e mitologici nella tradizione dei Tristi tropici di Lévi-Strauss, racconti d’avventura che ammiccano alle letture della nostra infanzia; raccolte di spigolature; libri sul significato dei sogni; romanzi regionali; esempi di florido esotismo; penitenze puritane; ampie visioni barocche; sacrifici; confessioni personali: i suoi libri sono tutte queste cose insieme. Probabilmente è più giusto vedere nella loro promiscuità che spezza il cliché modernista, una tardiva fioritura di racconti di viaggiatori come Marco Polo, in cui la realtà sconfinava di continuo nel metafisico e nel miracoloso e il cammino nel mondo veniva scelto tenendo sempre a mente gli intenti dell’autore››.

Chatwin era consapevole della sua irrequietezza, quasi una nevrotica bipolarità, per cui un luogo che gli era parso adorabile, dopo un poco gli veniva a noia. Mentre pubblicava romanzi di successo come In Patagonia o Sulla collina nera, faceva iperbolici progetti come quello de L’alternativa nomade, divenuto ad un certo punto pletorico ed impubblicabile, un mito rincorso per anni e che ora prende forma nella corrispondenza smisurata, in gran parte raccolta dall’amico Nicholas Shakespeare e impreziosito dalle note stringate, schiette ed amorevoli della moglie Elizabeth che, con generosa tenerezza, si è espressa anche nella prefazione.

Leggendo questa involontaria autobiografia, siamo presi da grande desiderio di affrettarci a rileggere le opere più importanti di questo irrequieto, contagiati da quella sua avidità di conoscere il mondo esterno viaggiando anche dentro noi stessi.

Grazia Giordani

Bruce Chatwin

(Sheffield 1940 – Nizza 1989)

Figlio di un ufficiale di marina, ricorda la sua infanzia come un continuo vagabondare insieme alla madre da cui diceva di aver ereditato l’animo irrequieto. E dal nonno il gusto per le lunghe camminate a piedi.  Interrompe gli studi universitari e, diciottenne, inizia a collaborare con la prestigiosa casa d’aste di Londra Sotheby’s. Diventa uno dei più importanti esperti d’arte. Proprio in questi anni si appassiona alla scultura africana e alla ceramica cinese. Incontra Elizabeth, newyorkese, la prima americana accolta da Sotheby’s, con cui si sposa nel 1965. L’anno successivo si dimette da Sotheby’s, adducendo fastidi oftalmici e si trasferisce ad Edimburgo per seguire un corso di laurea in Archeologia. A metà del corso, cambia idea ed inizia a collaborare come giornalista al “Sunday Times Magazine”. Viaggia in maniera parossistica in Afghanistan,  Africa, Russia, Perù ed Europa, rafforzando sempre più il suo animo nomade. ‹‹La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi››.

Nel 1974 va per la prima volta in Patagonia.

Nel 1977, profondamente segnato dal viaggio,  pubblica In Patagonia, un libro evento, considerato il suo capolavoro, definito ‹‹ il più originale libro di viaggi di questi ultimi tempi››. Il suo è un nuovo modo di scrivere dove fantasia, etnografia, riflessione interiore, diario di viaggio, affascinano per la letteraria novità.

Dal 1980 al 1988 escono : Il viceré di Ouidah, Sulla collina nera, Ritorno in Patagonia, Le vie dei canti, Utz.

Muore a Nizza nel 1989, stroncato dall’ Aids, amorevolmente assistito dalla moglie.

Postumi, escono : Che ci faccio qui ?, L’occhio assoluto e Anatomia dell’irrequietezza.

Un altro prodigioso aspetto del lavoro di Chatwin è la fotografia. Si sono tenute molte mostre, durante l’edizione del Premio Chatwin del 2006 , in ricordo della sua grande attività. I suoi luoghi sono immersi in spazi enormi e in silenzi che emergono assordanti. La sua raccolta fotografica Sentieri tortuosi è curata da Roberto Calasso.

La moglie Elisabeth, madrina del Premio, dice di lui: ‹‹Bruce era troppe cose ed una vita sola non poteva bastargli››.

Grazia Giordani

 

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Tutti allucinati

TUTTI ALLUCINATI

SENSAZIONE. L’autore di «Risvegli» esplora altri territori della mente
Sentire voci, avere visioni (o procurarsele con droghe) Oliver Sacks da neurologo studia i fenomeni per scoprirne i segni anche nell’arte e nella letteratura

Oliver Sacks, neurologo, autore di Allucinazioni (Adelphi)

Oliver Sacks, neurologo, autore di Allucinazioni (Adelphi)

Il libro lo avrebbe dovuto scrivere Mark Twain, ma gli mancavano le competenze scientifiche. Così rubricò come fantasia malata una sua intuizione olfattiva («il mondo è permeato da un forte odore di trementina») e si limitò a scrivere un racconto (Punch, Brothers, punch) sull’ossessione da una filastrocca, perfino in musica («O fattorino/ dal ciuffo nero/ fora il biglietto al/ fora il biglietto al/ al passeggero»: indimenticabile la versione teatrale di Paolo Poli). Oliver Sacks invece spiega da neurologo che immaginare odori (fantosmia) voci e musiche, sono esperienze più o meno comuni e scientificamente studiate, se non spiegabili. E così avere visioni (e procurarsele). Chi è rimasto affascinato da Risvegli, dove lo scienziato di origine inglese descrive con rara umanità l’esperienza di 20 pazienti sbalzati dalla notte encefalica verso le tribolazioni e le meraviglie del risveglio, ritroverà lo stesso ammaliante piglio narrativo nel suo nuovo saggio, Allucinazioni (titolo originale Hallucinations, Adelphi, 325 pagine, 19 euro, traduzione di Isabella C. Blum), in cui il neurologo scrittore percorre in luoghi ed epoche diverse gli stati mentali che producono fenomeni sensoriali diversi, definibili comunque allucinatori. L’interesse per il fenomeno gli aveva preso la mano da giovane, quando Sacks le allucinazioni se le procurava con le droghe. «Ci dedicavo i weekend negli anni Sessanta», confessa. «Un po’ di anfetamine, un po’ di Lsd e una spruzzata di cannabis». Voleva vedere l’indaco e c’era riuscito: «Ho visto capolavori cromatici che nemmeno Giotto aveva mai realizzato. Poi ho smesso per non diventare tossicodipendente». Anche Freud aveva assunto oppio per controllarne gli effetti e penne eccelse come Baudelaire e Poe confidavano negli stupefacenti per l’ispirazione. Ma è pericoloso. Non tutti, come Sacks, possono contare su una rete di protezione scientifica, sotto forma di conoscenze mediche e di colleghi pronti a intervenire per salvarti. Meglio limitarsi a leggere i suoi resoconti dei viaggi allucinatorii indotti dalle droghe. L’arte, il folklore, la letteratura e persino la religione: cos’hanno a che fare con le allucinazioni? Sacks ci conduce nel vissuto di personaggi famosi come gli scrittori Levis Carrol, con sosta speciale nelle pagine dedicate a Dostoevskij che fornì a suo tempo resoconto per iscritto delle allucinazioni derivategli dall’epilessia. Ecco perché un tempo era chiamato il «male sacro». Dostoevskij: «E io ebbi la sensazione che il cielo fosse disceso sulla terra e mi avesse inghiottito e in verità giunsi a Dio e fui da lui penetrato». Molti personaggi dostoevskijani saranno colpiti da allucinazioni epilettiche da L’Idiota a I Fratelli Karamazov. E Giovanna D’Arco, che sentiva le voci? A Sacks mancano dati clinici sul caso per analizzarlo, mentre riferisce su una paziente epilettica del 1974 che, grazie alle voci che distintamente le parlavano, si convertì di seguito a cinque religioni. Tutto questo, conclude onestamente in materia, «non dice nulla del valore, del significato o della funzione di tali emozioni, nè delle narrazioni e delle credenze che noi possiamo costruire a partire da esse». Onesta ammissione per un agnostico che è arrivato ad affermare «non credo nell’immortalità e penso che, se esistesse, farebbe un grave danno al genere umano» Sacks non parla dei sogni nè delle allucinazioni connesse alla schizofrenia. Gli interessano le persone che vedono o sentono cose che non ci sono, quando sono «quelle cose» a «volersi manifestare», non quando noi siamo addormentati o inconsapevoli. Riferisce da neurologo sui fenomeni connessi a psicosi organiche, transitorie, legate come si è detto all’epilessia o all’assunzione di droghe, oppure al delirium tremens. Gli è capitato di rassicurare anziani che hanno avuto allucinazioni e venivano sbrigativamente etichettati come pazzi: la signora semicieca che in ospizio vedeva scene da film, bravissima a riferne, ora sbandiera alle infermiere incredule il referto di CBS (sindrome di Charles Bonnet: reazione del cervello alla perdita della visione) Lo studioso del cervello dissente dall’uso moderno di far scomparire dagli ospedali la descrizione accurata della storia clinica nella cartella dei pazienti cronici: il vissuto di queste persone gli è servito, dimostra,per arrivare a molte diagnosi. Pregio del saggio è, infatti, oltre alla chiara ed elegante scrittura, anche quello di presentare individualmente i pazienti di cui ci parla con grande umanità, senza depauperarli mai delle loro caratteristiche, attento all’animo e alla sensibilità delle persona che ci presenta. Capitolo dopo capitolo entriamo dentro un caleidoscopico mosaico delle più impensabili allucinazioni: esperienze uditive, visive, tattili, olfattive, sensazione di abbandono del proprio corpo o di possesso di un arto fantasma (tipico degli amputati). Si è particolarmente colpiti dalle allucinazioni estatiche, mistiche, filosofiche, descritte con tanta chiarezza non aliena da colti rimandi letterari che ci riportano al già citato Dostoevskij, a Nabokov e Proust. Viene da dare ragione a Goethe, «la scienza è nata dalla poesia».

Grazia Giordan

Allucinazioni

Chi è rimasto affascinato da Risvegli di Oliver Sacks, dove il grande neurologo descrive con rara umanità l’esperienza di venti pazienti sbalzati dalla notte encefalica verso le tribolazioni e le meraviglie del risveglio, causato da un prodigioso farmaco, ritroverà lo stesso ammaliante piglio narrativo nel suo nuovo saggio verità, Allucinazioni (Titolo originale Hallucinations, Adelphi, pp.325, euro 19, traduzione di Isabella C. Blum), in cui il neurologo scrittore percorre in luoghi ed epoche diverse lo stato mentale che ha prodotto fenomeni allucinatori, assumendo valenze diametralmente opposte.  E ci confida i suoi stessi esperimenti giovanili (‹‹Ci dedicavo i week end negli anni Sessanta: un po’ di anfetamine , un po’ di Lsd e una spruzzata di cannabis. Ho visto capolavori cromatici che nemmeno Giotto aveva mai realizzato. Poi ho smesso per non diventare tossicodipendente››. E meno male – pensiamo noi – che ha prevalso il buonsenso sulla curiosità scientifica, pur consapevoli del fatto che lo stesso Freud aveva assunto oppio per controllarne gli effetti e che penne eccelse come Baudelaire e Poe avevano dato il meglio della loro produzione artistica sotto l’effetto di stupefacenti. Lo scienziato sembra chiedersi se l’arte, il folklore e persino la religione – osservazione, quest’ultima, a nostro avviso abbastanza azzardata –  siano frutto di allucinazioni.  Sacks sembra condurci quasi per mano dentro il vissuto di personaggi famosi come gli scrittori Levis Carrol, con sosta speciale nelle pagine dedicate a Dostoevskij che fornì a suo tempo per iscritto le allucinazioni derivategli dall’epilessia, un tempo considerato ‹‹male sacro›. (‹‹E io ebbi la sensazione che il cielo fosse disceso sulla terra e mi  avesse inghiottito e in verità giunsi a Dio e fui da lui penetrato››. Molti personaggi dostoevskijani saranno colpiti da allucinazioni epilettiche da L’Idiota  a I Fratelli Karamazov, poiché è fatale che la letteratura divenga spesso specchio della vita. Dalla sua esposizione di motivi che possono portare all’allucinazione Sacks omette di proposito quelle connesse con la schizofrenia e altre sindromi psichiatriche, concentrandosi piuttosto sulle psicosi organiche, transitorie, legate talvolta al delirium tremens e – come abbiamo già visto – all’epilessia o all’assunzione di droghe. Intento primario del neurologo ci sembra essere quello di rassicurare coloro che hanno avuto allucinazioni e temono di essere pazzi. L’acuto studioso delle anomalie del nostro cervello, non sempre sintomi di follia, dissente dall’uso moderno di far scomparire dagli ospedali la descrizione accurata della storia clinica dei pazienti cronici, atta a far comprendere il vissuto di queste persone. Pregio del saggio è, infatti, oltre alla chiara ed elegante scrittura, anche quello di presentare individualmente i pazienti di cui ci parla con grande umanità, senza depauperarli mai delle loro caratteristiche, attento all’animo e alla sensibilità delle persona che ci presenta. Capitolo dopo capitolo entriamo dentro un caleidoscopico mosaico delle più impensabili allucinazioni: esperienze uditive, visive, tattili, olfattive, sensazione di abbandono del proprio corpo o di possesso di un arto fantasma (tipico degli amputati). Si è particolarmente colpiti dalle allucinazioni estatiche, mistiche, filosofiche, descritte con tanta chiarezza non aliena da colti rimandi letterari che ci riportano al già citato Dostoevskij ,a Nabokov e Proust. L’Autore, interrogato su quali consolazioni traesse dalla vita, visto che sembra ridurre il nostro cervello al solo frutto di combinazioni chimiche, ha risposto: ‹‹Io traggo le mie gioie dalle espressioni della cultura umana, la musica in particolare: quella di Mozart mi trasporta e penso che sia paradisiaca. Anche la scienza mi dà alcune soddisfazioni. Però non credo nell’immortalità e penso che, se esistesse, farebbe un grave danno al genere umano. Io mi accontento di vivere ancora qualche anno in buona salute, per provare ancora le mie gioie, e poi togliere il disturbo››.

Grazia Giordani