Archive for luglio 2014

Giorgio Morandi e il ritratto che non ha dipinto

Giorgio Morandi e il ritratto che non ha dipinto

L’orfana di Giorgio Giordani, l’allievo amato dal pittore, modella mancata

Giorgio Giordani, Hena, bronzo

Giorgio Giordani, Hena, bronzo

Diciannovenne, matricola di giurisprudenza a Bologna, mia città natale, ho commesso una sciocchezza che un po’, anzi molto, mi vergogno a mettere ora nero su bianco. Dopo il suo secondo matrimonio, vedova di mio padre, lo scultore Giorgio Giordani, mia mamma Hena — presa dalla nostalgia dei suoi ruggenti anni bolognesi, vissuti al fianco dell’intellighenzia artistica anni Trenta-primi Quaranta — mi parlava degli artisti e del cenacolo al caffè San Pietro dove, con papà, frequentava Giorgio Morandi, Virgilio Guidi, Luciano Minguzzi, solo per citare tre bei nomi di quel momento storico. Due anni dopo la morte di mio padre, piena di dubbi sull’occasione di rimaritarsi, aveva pensato bene di chiedere consiglio proprio allo schivo e solitario Morandi, «il raffinatissimo poeta dei vuoti a rendere», e ne ebbe l’esortazione a «dare un secondo padre alla bambina, anche se difficilmente troverà», aggiunse il pittore, «un compagno della qualità umana, non solo artistica, di Giordani».
Tutta questa premessa, per sottolineare quanto spesso avessi sentito nominare in casa il nome, l’amicizia e la genialità del Maestro. Dunque, sono diciannovenne matricola a Bologna. Vado in via D’Azeglio alla boutique di zia Berta e la trovo emozionatissima. «È passato Morandi», mi dice sgranando gli occhi al nome famoso, «per sapere se davvero studia a Bologna la figlia del suo allievo Giordani. Gliel’ho confermato. Ha detto che tu vada nel suo studio, in via Fondazza: vuole farti un ritratto, in ricordo dell’affetto che aveva per il tuo papà».
Non ci sono andata. Timidezza? Ho fatto finta di dimenticarmene, o l’ho scordato veramente, inebriata dalla novità della vita a Bologna, per me che fino ad allora avevo vissuto confinata, così mi ero sentita dopo il secondo matrimonio di mia madre, in un sonnolento paese del Polesine. Avevo un nuovo padre che mi voleva molto bene e a cui ero legatissima, quindi il passato di mia madre e quel mio papà geniale scultore restavano chiusi in un regno del mito, una realtà da favola che mi apparteneva un po’ di striscio.
Solo in seguito mi sono resa conto di quanto avevo perso. Non tanto sotto il profilo venale, perché — in linea con la filosofia Giordani — non avevo mai dato troppo peso al danaro; piuttosto perché avrei un prezioso ricordo di un gigante artistico del Novecento che rarissimamente, oltretutto, dipingeva ritratti. E poi, nonostante la sua famosa parsimonia di parole, avrei potuto farmi raccontare dalla sua voce qualcosa di inedito su mio padre, morto trentacinquenne, dopo essersi distinto in una Biennale veneziana e in due Quadriennali romane. Minguzzi lo ha ricordato con parole traboccanti stima e affetto nel suo romanzo Uovo di gallo, Donatello Bellomo ne ha scritto con partecipazione e la pittrice bolognese Norma Mascellani, parente di Vittorio Sgarbi e pure allieva di Morandi, ha chiesto che tre opere di papà fossero esposte in modo permanente assieme alle sue nel museo in memoria del cardinale Lercaro. Ma come me l’avrebbe raccontato, papà, il suo Maestro Morandi?

Grazia Giordani Una grande occasione perduta
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Le spoglie d’Ignazia

Le spoglie d’Ignazia

Questo racconto mi è stato ispirato dalle disavventure capitate a una prozia di mia madre, naturalmente rivisitate e filtrate dalla mia penna.

LE SPOGLIE DI IGNAZIA

Ignazia era vissuta fino a i trent’anni come sorella a carico di fratelli egoisti e non certo delicati d’animo con lei. La sua esistenza aveva trovato spazio (o chiusura?) in un’abitazione barocca densa di passato della Ragusa Ibla, quella dei nobili e della gente che aveva un casato. Le stanze un po’ cupe del vecchio palazzo avevano accolto i giochi infantili della piccola mai del tutto spensierata. Spesso corrucciata, con lo sguardo di bambina adulta che ha pochi coetanei con cui giocare. Rimasta orfana quattordicenne, crebbe negli agi, ma con pochi affetti, quasi interamente affidata alla servitù, visitata da zie aspre e sbrigative che non avevano voglia e tempo di ascoltare quella ragazzina ombrosa che – da parte sua – sembrava avere ben poco da dire.
Studiò con precettori in casa come i due fratelli che le erano minori d’età di pochi anni. Sembrò versata per il ricamo e per il disegno, anche se i suoi manufatti dimostravano più buona volontà che vero estro. Suonava regolarmente il pianoforte e si occupava di beneficenza assieme con una veccia parente bigotta e claudicante che l’accompagnava tutti i giovedì in parrocchia.
A vent’anni Ignazia era massiccia, forte d’ossatura, più alta del normale. Aveva belle gambe rigorosamente coperte da abiti lunghi, il portamento eretto, mani grandi di struttura maschile. Lontana da ogni forma di civetteria, portava i lungi capelli acconciati in strette trecce, avvolte in chignon alla base del collo, senza ombra di riccioli o “tirabaci” che ingentilissero il suo volto. Lo sguardo bruno era sincero, indurito da grosse sopracciglia, congiunte sulla sommità della fronte, curiosamente mefistofeliche. Il naso aquilino non contribuiva certo ad intenerire quel volto schietto, ma non civettuolo, di ragazza nobile e d orgogliosa, avviata al triste destino dello zitellaggio.
I trent’anni furono una meta triste per la siciliana che andava nel tempo inacidendosi – soprattutto alla vista delle coetanee maritate – spesso con nidiate di figli. Anche i fratelli, nel frattempo, si erano ammogliati e l’entrata in casa delle cognate le aveva tolto quel po’ di indipendenza e di pallida egemonia che si era guadagnata. Il suo pianoforte era diventato ormai dominio dei nipotini, i suoi lavori a mezzopunto erano quasi derisi dalle giovanissime spose dei fratelli, più civettuole di lei negli atteggiamenti e nei vestiti: nel complesso donne più attente a se stesse.
Si sentiva sfiorita, guardandosi allo specchio, vedeva già ciocche bianche insidiare la sua capigliatura chiusa in trecce sempre più strette. Diventava solitaria, «strana», come dicevano i parenti che la rispettavano, pur non amandola in maniera particolare. In lei non c’era niente che accattivasse la simpatia, anche il tono della voce era aspro, con note stridule, con quei «Maria, Maria!» – tipici delle donne del Sud – così ben descritti da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Eppure era buona d’animo, pronta a prodigarsi, non certo pettegola o impicciona, ma le mancava quel quid che fa sì che una donna appaia femminile e desiderabile.
In quel tempo della sua vita, un cugino più anziano di lei di qualche anno, restò vedovo senza figli. Alto, distinto, con un’incipiente calvizie, non era bello senza essere brutto, aveva un’aria fine e uno studio notarile a pochi chilometri dal capoluogo.
Conosceva Ignazia da sempre, non la trovava sexy, ma la sapeva onesta, brava a condurre la casa, senza pretese, illibata nonostante la trentina, e soprattutto fornita di una ricca dote in case e terreni, attributo questo più importante di tutti fra quelli elencati. Il pretendente pensò: «L’amore l’ho già avuto e se ne è andato in fretta. La mia graziosissima consorte, ammalata quasi subito di tisi, mi ha offerto brevi consolazioni. Ignazia sarà la compagna della maturità, nessuno mi vieterà di cavarmi qualche sfizio, se lo riterrò necessario. Amministrare il suo denaro rimpinguerà i miei averi: insomma mi sembra un partito più che conveniente».
Parenti anziani fecero da intermediari. Ignazia esitò un poco, si consigliò con i fratelli scontenti di perdere una fidata presenza in casa e soprattutto l’eredità futura per i figli. Nel giro di un mese pronunciò il fatidico sì al fidanzamento. Le visite del promesso avvenivano prima di cena, nell’ampio salone del palazzo seicentesco. I fidanzati stavano seduti, a rigorosa distanza, più rigidi del rigido sofà. Scambiavano poche parole in presenza di almeno una delle cognate o dei fratelli di lei, mentre i nipoti giocavano, rincorsi dalla bambinaia o strimpellavano il pianoforte.
Ignazia prese ad avere più cura di sé. Si procurò una boccetta d’acqua di fiori d’arancio, con cui si rinfrescava le mani e le tempie. Cercò di rendere meno zitellesca la pettinatura, mise qualche merletto al collo delle camicette e dimagrì a suo vantaggio estetico, senza volerlo di proposito. Per lei era l’amore, non era un matrimonio di convenienza, come per il suo promesso sposo. Non era mai stata così felice, così elettrizzata; smemorata, illanguidita, non osava guardare in volto il suo Nicola. Avvertiva vampate di rossore e desideri inquietanti, soprattutto la notte, nel suo letto di zitella, quando immaginava i baci o le future carezze del riservatissimo fidanzato.
Si cominciò a parlare della data del matrimonio, del viaggio, del guardaroba. Gli sposi avrebbero abitato la casa di lui, già arredata, con solo qualche piccola modifica nella mobilia. Ignazia chiese timidamente – quasi a mezza voce -, che fosse cambiato il letto e ottenne di poter disporre i suoi famosi centrini a mezzopunto sui braccioli e le spalliere delle severe poltrone del salotto. Cucì febbrilmente con le sue mani le tende nuove e diede di piglio a ferri e crochet per dare vita a nuovi pizzi con cui ornare mensole e vassoi. Era al settimo cielo. Accompagnando alla porta il fidanzato, un pomeriggio – sempre sotto l’occhio vigile dei familiari – si vide riflessa fuggevolmente al suo fianco nella grande specchiera dell’ingresso. Per la prima volta in vita sua si ritenne graziosa: il pallore olivastro della donna bruna era ingentilito da un lieve rossore sulle gote, gli occhi brillavano, non più appesantiti dalle ciglia troppo folte che aveva iniziato cautamente a depilare e il corpetto aderente metteva in rilievo i seni sodi di vergine che stava per valicare il confine, quel fossato che le avrebbe finalmente permesso di essere del tutto e completamente donna fra le braccia del suo sposo.
La mattina seguente ordinò dalla prima sarta di Palermo un abito di amoerro marrone, per il giorno della cerimonia. Un modello abbastanza severo, adatto alla sua età nell’Ottocento una trentenne era già considerata stagionata) e appropriato alla circostanza di nozze con un vedovo. Avrebbe preferito un abito più gioioso, color tortora., con l’imbottitura sui fianchi e il corpetto scollato, ma non osò gratificare se stessa fino a questo punto. Il tessuto marezzato mandava sornioni bagliori. Lucentezze ammiccanti e sotterranee che parevano dire: «Vedrai, vedrai le gioie del dopo… ! ».
Ignazia pensava alle mani di lui che le sfilavano l’abito nel buio della stanza ed era presa da una frenesia di cui si vergognava un poco, era tutta in subbuglio, smaniosa di darsi allo sposo, con slancio insospettato.
Da qualche giorno il suo Nicola faceva comparizioni più brevi, visite affrettate e più fredde ancora del solito. Ignazia non vi fece caso, non volle notare la cosa. Attribuì la colpa agli ultimi preparativi, alle ansie normali di chi sta per raggiungere la meta.
Qualche giorno prima della data così attesa – quando tutto ormai era predisposto – vennero, lugubri, gli intermediari a dire che il futuro sposo rompeva la promessa. A dire il vero, non pronunciarono le terribili parole tutte d’un fiato, ma si espressero farfugliando, scusandosi con aria colpevole, cercando di giustificare il volubile promesso, chiedendo perdono a suo nome, fermi – alla fine – nell’assicurare, quasi in un rantolo, che il notaio aveva irremovibilmente cambiato idea. Apparve, senza ombra di dubbio, che erano sinceramente addolorati per lei che non meritava questo scorno.
Ignazia si chiuse nelle sue stanze, così infelice da augurarsi – anzi da sperare ardentemente – di morire. Non sapeva più se fosse maggiore la rabbia o il dolore, non aveva più desiderio di nulla, insonnia ed inappetenza erano diventate le sue amiche più fidate. Cadde in un’abulia che fece temere ai suoi familiari di doverla perdere Trascinava i suoi giorni senza occuparsi di nulla, trascurando se stessa e qualsiasi tipo do occupazione.
Una bella mattina si alzò repentinamente dal letto, in ora quasi antelucana, e svegliò tutta la casa dicendo che voleva andare a vivere in continente, presso dei lontani parenti per prendere le distanze dai luoghi del supremo affronto.
Resta un vuoto nella vita seguente di Ignazia. A documentarcela ci sono solo lettere ingiallite, spedite ai fratelli, con laconiche frasi formali, scritte in minutissima e tremolante grafia. Si sa che – cinquantenne – ha chiuso i suoi giorni in una cupa città del nord Italia. Fra le sue cose la sventurata zitella ha lasciato un abito di amoerro marrone, severo, un po’ mortuario che – al posto dei bagliori ammiccanti – ha ora opachi riflessi sinistri. I nipoti – traendolo dal baule – lo hanno trovato stranamente rigido, come se fosse abitato da un invisibile corpo.
«Cos’è questo?» – ha chiesto la nipotina più giovane, ignara delle sventure della zia.
«Ah, niente» – ha risposto indifferentemente la madre – «Sono “le spoglie di Ignazia”, l’abito del suo mancato matrimonio, ne faremo fodere per i cuscini del salotto».
GRAZIA GIORDANI

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 21 Marzo 2009

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La sarta di Mary Lincoln

LA FIRST SARTA

Elizabeth Keckley, ex schiava che confezionava corsetti alla Casa Bianca, è la protagonista di «La sarta di Mary Lincoln»

Leggendo La sarta di Mary Lincoln (393 pagine, 18 euro) di Jennifer Chiaverini, che Neri Pozza porta ora in Italia nella bella traduzione di Maddalena Togliani, abbiamo l’impressione di compiere un delizioso viaggio nell’America dell’Ottocento, accolti nella casa del presidente Lincoln. E sarà Elizabeth Kekley – ex schiava e sarta della White House – a regalarci l’atmosfera e gli u-mori di quel tempo, filtrati dal suo acuto sguardo.
Questa singolare figura di donna scrisse un libro di memorie che suscitò discussioni e scandalo nell’intera nazione. L’autrice del raffinato romanzo ci fa entrare dunque dentro il vissuto di un donna di colore che lottò senza tregua per riuscire a dare al figlio la possibilità che a lei era stata negata: l’accesso allo studio. Il lavoro senza risparmio aveva permesso a Elizabeth di pagare la sua liberazione e di trasferirsi a Washington.
Lì avviene in pieno la sua affermazione di artigiana di alto valore, specialista di elaborati corsetti, fino a giungere alla conquista dell’ammirazione e della fiducia della first lady («Elizabeth era stata accolta dall’élite nera di Washington in virtù della sua grazia e dignità naturali, dei suoi contatti altolocati in quanto habitué della Casa Bianca e, ironicamente, della prestigiosa famiglia di appartenenza tramite il padre ed ex padrone, il colonnello Armistead Burwell. Cercò di convincere con tatto la first lady ad ingraziarsi l’alta società. Mentre cuciva per le alte clienti, aveva colto segnali favorevoli: alcune delle dame si mostravano inclini verso Mrs Lincoln».)
Non solo, quindi, sarta ufficiale della White House, ma anche fine diplomatica nel tortuoso mondo femminile dell’epoca, Elizabeth imparerà a conoscere i tic e le stranezze della prima signora d’America, sapendole essere amica con tutto il cuore, vera confidente delle sue malinconie e dei suoi dolori grandi come la perdita dell’adorato figlio e l’assassinio del marito.
A fianco della storia domestica dell’amicizia insolita tra l’iraconda prima signora d’A-merica – vittima anche di isterie – e la coraggiosa e creativa schiava liberata, si snoda la storia del tempo dall’elezione di Lincoln fino al suo assassinio. Saremo toccati dal clima del tempo che cavalca temi caldi quali razzismo, libertà, feste di società, complotti, malevolenze – che ci fanno meditare su come tutto il mondo, in maniera più criptica o manifesta, in fondo sia paese – per giungere all’omicidio di Lincoln, punto cruciale nell’ottica della storia americana.
Chiaverini ha saputo dribblare con levitas il rischio di cadere nelle sdolcinatezze da «soap opera». Verità e verosimiglianza si integrano sapientemente in queste pagine piacevoli che ci fanno guardare all’indietro, speranzosi nel futuro, toccati da una storia che fa anche sperare nella democratizzazione di una società che sappia anteporre il caldo valore di una vera amicizia, al gelo di un’arida etichetta.

Grazia Giordani