Archive for the ‘miniracconto’ Category

Casualità

Si erano conosciuti a Parigi. Un viaggio d’affari li aveva portati nella ville lumière. Abitavano quasi agli antipodi della penisola, quei due italiani ancora ben portanti, sebbene l’estate avesse cominciato a farsi in loro incipiente autunno. Così vorrebbero i parametri convenzionali, quelli che scandiscono: prima infanzia, adolescenza,  giovinezza, per poi correrete verso la maturità e scendere rovinosamente nella vecchiaia.Ecco, a voler essere pignoli in maniera stretta, erano maturi, almeno nell’aspetto, perché poi cosa ne sappiamo noi della maturità interiore, di quello che “arreda” cuore e cervello dei nostri simili?  Perché farla tanto lunga soffermandoci così a disquisire sulla loro anagrafe, senza descriverveli almeno un poco? Forse per prendere tempo, per osservarli a ritroso cercando di capirli meglio. Da osservatrice esterna, poi confortata dalle loro confidenze, mi colpì la casualità,  invero molto strana,  del loro incontro.Avevano viaggiato sullo stesso aereo senza vedersi. Si erano appena sfiorati, prendendo posto in file parallele. Il dorso della mano di lei aveva toccato, senza avvedersene, la manica del cappotto di lui, lasciando un’orma appena accennata in quella lana di cammello, morbida, senza false pieghe. Con la coda dell’occhio a lui era parso di vedere il lampo rapido di una ciocca di capelli chiari che fremevano per una frazione di secondo nell’aria, come se fossero indipendenti, non appartenendo al capo di nessuna donna.
Scesero ancora senza vedersi. A lei cadde la minuscola valigetta dalla mano guantata di scuro. Lui la raccolse e gliela porse, senza guardarla in volto. Sembrava di essere dentro uno di quei film esistenzialisti francesi dove tutto si svolge al ralenti, innervosendo gli spettatori sinceri e costringendo i falsamente intellettuali a criptici commenti.
Presero taxi separati. Solo nell’androne dell’hotel si guardarono negli occhi. Sedettero istintivamente al tavolo più in ombra, ordinarono un unico drink. Bevve prima lei, poi lui sulla traccia di rossetto lasciata dalla signora nel bordo del bicchiere: bocche sovrapposte per interposto vetro. Vite che non si sciolsero mai più per fortunata casualità. (g.g.)

28GEN

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L’incipit rubato

L’incipit rubato 

Le sembrò una manna caduta dal cielo quell’incipit che le arrivava per posta elettronica, quale didascalia di una foto d’altri tempi. Non era sua abitudine compiere furti letterari, ma questa volta fu più forte di lei, quasi un’impellenza incoercibile la spingesse all’appropriazione indebita.
Da tempo non subiva l’effetto di suggestioni notevoli. La cronaca era gremita di fatti di sangue, ma le sarebbe parso troppo banale ricalcare l’orrore di cui si parlava in quei giorni su tutti i quotidiani, assordata dagli opinionisti televisivi che – se non avessero sproloquiato sulla morte terribile di una ragazzina uccisa e forse poi violata – le sarebbero sembrati grotteschi venditori di fumo.
«Ecco l’interno del negozio di F* – recitava la didascalia – .Sembra molto grande, ma è il grandangolare che lo fa apparire così. In realtà è un luogo stretto, con una finestra nel fondo che dà su un magnifico giardino abbandonato ed inselvatichito. Il proprietario è al suo posto di combattimento. Cominciò a lavorare come garzone a metà degli anni Trenta, quando aveva una decina d’anni. Poi, i proprietari del negozio lo adottarono perché non avevano figli e lui, verso la fine degli anni Quaranta, divenne proprietario. Mia madre abitava nella stessa strada, una cinquantina di metri più su. Conosce da sempre questo negozio e mi dice che anche quando c’erano i proprietari originali vendeva pochissimo, roba vecchia e fuori moda. L’erede è rimasto fedelissimo a questo modello imprenditoriale e quando non ce la farà più ad alzare la saracinesca, mi mancherà molto . . . »
Si può avere un transfert di fascinazione solo leggendo una didascalia a corredo di una foto che racconta una storia impolverata e quindi, se si è suggestionabili,  piena di risvolti misteriosi?
Evidentemente sì, visto che non ho esitato a mettermi in treno, diretta verso una delle città più antiche delle Marche, vero museo a cielo aperto.
Ero soprattutto interessata al giardino inselvatichito e al clima di quel luogo patinato dal tempo, da cui Simenon avrebbe tratto chissà quale trama fatta di atmosfere torbide.
La conoscenza dell’animo umano nelle sue pieghe più fosche, si sarebbe messa subito in moto, magari scomodando Maigret a dargli una mano. 
Il grande belga non aveva bisogno di pozze di sangue, di corpi dilaniati, i suoi noir nascevano dalla impietosa conoscenza del cuore dell’uomo.
Che il vecchio signore al banco del negozio fosse figlio adottivo, già avrebbe potuto infiammare la fantasia del mio giallista di culto,  per non parlare di quell’ammasso di scampoli di tessuti fuori dal tempo e di quelle maglie che sembravano abitate da corpi di defunti e soprattutto di quel giardino da cui avrebbero potuto sgusciare all’esterno non solo bisce attorcigliate alla sterpaglia, mentre dimenticati cadaveri riposavano sepolti nel profondo,  frutto di antiche vendette.
Ho comprato due inservibili grembiuli e una pezza di stoffa a quadretti da cui trarre rustiche tovaglie. Mi aggiravo come un detective tra gli scaffali, sotto l’occhio ineffabile del placido proprietario.
Ma l’ispirazione noir è rimasta nascosta dentro i vecchi cassetti e le lucide vetrine, gelose custodi di un passato che è andato spegnendosi persino dentro l’entusiasmo della mia ricerca d’ ispirazione.
Grazia
Negozio interno

Lo specchio

Lo specchio

Non aveva un’ esatta funzione, non un senso ben determinato, uno specchio appeso al muro in un punto poco illuminato dell’ingresso, posizionato in ombra – quasi a voler dire – che chi vi si fosse specchiato nascondesse il retro pensiero di volersi celare ai suoi stessi occhi. Eccessivi pensieri complicati, tortuose elucubrazioni le passavano nella mente, nate soltanto dalla posizione di quell’oggetto vecchiotto:  la lastra ferita da qualche incrinatura, la cornice senza proporzionato spessore, un po’ come le labbra “a salvadanaio” di certa gente che, per tale conformazione della bocca, ci appare crudele. Eppure, lei era fatta così. Da ogni cosa traeva conclusioni, non sapeva guardare, abbandonandosi al flusso del pensiero, a quello scorrere delle immagini nello schermo personale che ognuno di noi porta dentro. Che importanza poteva mai avere la posizione irrazionale di un oggetto che si sarebbe sempre potuto spostare, togliere di lì, magari per acquistarne uno più moderno, non segnato da macchie e insulti del tempo (ah, il tempo che passa e segna tutti noi!), mettendolo più in luce, proprio di fronte al caminetto, dove avrebbe riflesso il bagliore della fiamma, nei mesi invernali, tingendosi di un gaio fuoco. No, non lo avrebbe fatto mai e poi mai. Perché? Il fatto è che riteneva quella lastra, un po’ usurata dagli anni, un archivio di sguardi lì coagulati, pressati e indelebili come i ricordi che non si cancellano. Lì si era fissato lo chignon della nonna, argenteo, sovrapposto alla bella chioma ondulata della sua giovinezza; lì il velluto bruno degli occhi di Hena, sua madre (dicevano somigliasse a Merle Oberon; la ricordate ne La voce nella tempesta?) e ora, sempre su quella superficie in ombra, brillava il suo stesso sguardo obliquo ed eternamente ammiccante. Passato e presente si erano specchiati in quello stesso punto, lasciando brandelli di sorrisi appena sfumati, lame di dolore lì infitte come aghi acuminati, impossibili da estrarre. Il suo sorriso sopraffece le immagini passate, facendo posto allo splendido acquerello che lui le porgeva, dall’ingresso. Nel cuore dello specchio fiorì, d’incanto,  l’avorio caldo di una carnale gardenia.  (g.g.)

 

Terzetto

L’ascensore «A che piano scende?» «Per ora non scendiamo, siamo fermi.» «Lei sarà fermo, io vorrei scendere.» «Se si potesse, io vorrei salire!» «Vede che è solo questione di mettersi d’accordo!» «Allora, andiamo!» ssssssssssssplascpataplasccccccccccccccccbummmmmmm «Cos’è questo rumore?» «Ah, niente, è solo la vecchietta del piano di sopra che è caduta nella tromba delle scale.» «Non sapevo che le scale suonassero!» «Solo la tromba, qualche volta, sempre in tonalità minore.» «Così diventano gradini?»

Lo sbadiglio «Si stirò, attorcigliata nelle coperte, e spalancò la bocca in uno sbadiglio così largo da contenere gran parte della sua vita. In effetti, fu proprio dentro quella voragine che ripresero a vivere i suoi fantasmi del passato Amori finiti, amori mai nati. Forse non stavano propriamente comodi, stuzzicati dalla lingua incatramata dal tabacco, così costretti dentro un’arcata di denti non proprio smaglianti.» «Non mi piace l’incipit di questo tuo racconto – le disse, placido, il marito – normalmente scrivi storie eleganti, dove si respira un’aria chic…» «Sono cambiata…» «Un nuovo amore?» «Nuove passioni?» «No, ma non riesco ad uscire dal mio stesso sbadiglio…» martedì, maggio 18, 2004 Il citofono «Benarrivata! Sei elegantissima!» «Guarda, Sergio come sta bene questo vestito a Lara e come la smagrisce, la fa sembrare una libellula!» «Ma Lara è una libellula.» «Sediamoci a tavola.» «Che bontà il tuo soufflé, Giuditta!» «Che prelibatezza!» «Grazie, grazie, grazie per la vostra divina ospitalità. E che cena squisita!» «Grazie a voi per la vostra preziosa presenza.» (Blinnnnnnnnnnnnnn ascensore in discesa) «Quella Giuditta peggiora di giorno in giorno; il suo soufflé era vomitivo.» «E Sergio è un emerito cornuto.» Morale: Mai ascoltare al citofono i commenti di amici che si stanno accomiatando da casa vostra… tanto più che Lara – mi assicurano – sembrava una mongolfiera…

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 18 Aprile 2006

 

Liberà sognata

Con questo raccontino ho partecipato una ventina d’anni fa al concorso Il sogno di Natale, promosso dal settimanale AMICA. Avrebbe vinto chi, in poche righe, fosse stato in grado di esprimere il sogno più originale. Così, ho guadagnato un piccolo collier d’oro con brillantino.

LIBERTA’ SOGNATA

Vent’anni di carcere non sono riusciti a togliermi la voglia e la capacità di sognare, unico antidoto alla mia disperazione di reclusa: quasi una magia onirica che mi porta all’aperto, fuori da queste mura. Ho spesso la sensazione che il tempo entri dentro la mia piccola stanza e che resti, a sua volta, imprigionato, stagnante, senza via d’uscita. E’ per esorcizzare questi scuri pensieri che rivedo – come in una moviola – il volto sorridente di mia madre e il suo ditale d’argento che brilla sulla tela, mentre cuce e risento la voce di mio padre che parla, sereno, con le mie sorelle. Il quadrato di luce sbarrata della finestrella in alto, è sostituito dall’ampio balcone di casa mia, soffocato dai geranei in piena fioritura. Rivedo i campi da sci brillanti di neve dove andavo a gareggiare nei mesi invernali; sono assalita da profumi di passato: odori di cucina, di fiori, di corpi amati, di case amiche. Sogno di correre in prati infiniti, bagnati dalla luna, di rivedere l’uomo di cui sono ancora innamorata, fuori dalle sbarre, e di sedermi – accolta dal calore degli amici – ad una tavola imbandita con tovaglia di fiandra e brillio di porcellane e argenti. Dopo tanti pasti da carcerata, ho voglia di opulenza, di lusso, di cose che un tempo non mi interessavano, quando sarei stata in potere di averle. La cella comincia ad essere invasa dalle ombre della sera. Presto accenderanno la luce artificiale, devo sbrigarmi a sognare. Concentro il mio pensiero sullo sguardo intelligente del mio uomo, sul calore delle sue mani, sulle note profonde della sua voce che ha dentro il riverbero dell’organo di chiesa; rivedo il suo piccolo tic all’angolo della bocca, la cicatrice sul petto, il vello leggero sul dorso delle sue mani. Ascoltiamo insieme musica sacra: “La petite messe solemnelle” di Rossini ci riempie di tenerezza, di gioia quasi mistica. Parliamo a ruota libera della nostra vita passata, delle letture fatte a quattro occhi e un solo cuore, dei viaggi in Medio Oriente, di quella volta che a Parigi ci siamo persi, di quella volta che a Roma siamo rimasti chiusi in ascensore…. Ce la metto tutta perché il sogno non finisca, mentre fiori d’ombra si imprimono sulle pareti, malinconico giardino della mia carcerazione. Mi sforzo di non vederli, di sostituirli con i prati ricamati di brina della mia infanzia. La luce, accesa all’improvviso, mi ferisce la vista. Chiudo gli occhi e mentre sogno disperatamente mi sembra di sentire profumo di libertà. (g.g.)

 

 

 (immagine dal  web)
 

Vittoria
(racconto quasi vero)

Di media statura, figura snella,  sguardo azzurro e limitatissima cultura, Vittoria (che nome inadeguato per una giovane perdente), prestava servizio domestico a ore in varie famiglie della sua città. In lei conviveva uno strano doublage, nato dall’auto persuasione di essere avvenente – e, in effetti, non era niente male -, contrapposto al senso di sconfitta, perché avrebbe desiderato un marito più affascinante (« non sarei stata più  adatta a mio cognato, alto e slanciato, che lavora in banca e non fa l’operaio?»), un mestiere più prestigioso e di minor fatica.
A dire il vero, era una domestica perfetta, se non fosse stato per il carattere così scaglioso, tipico degli scontenti che sembrano nascondere aghi puntuti sottopelle, pronti a saltar fuori ad ogni minima provocazione.
Veloce, solerte, fidatissima, onesta, ma un po’ – come dire? – deflagrante, nel senso che, essendosi addossati troppi servizi, correva come una vaporiera, rompendo qualche oggetto lungo il suo cammino.
Nel primo giorno di assunzione chez nous, è partita la cornice di un quadro, precipitato a terra («… ma, per fortuna, il vetro non si è rotto!». Guaietti simili si sono inseguiti come segugi in una battuta di caccia, spesso occultati. («C’è troppa roba in questa villa, meglio sfoltirla un po’…».
Tenevo tanto a un tavolinetto anni Trenta, laccato in tinte chiare.
Ho smesso di tenerci, vedendolo sfregiato, proprio al centro, da maldestre abluzioni.
«Cos’è successo, Vittoria?»
– Niente di grave, ho coperto la scrostatura coi sassi.
(Quelli che mi ha  detto di aver comprato all’Isola d’Elba.)
« Veramente sarebbero minerali…»
– Ecco, così, finalmente servono a qualcosa…
Sopra uno scatolone di calici di cristallo, giorni fa, l’improvvida ha messo – inavvertitamente? – un peso.
« Che peccato, Vittoria, si sono fracassati i bicchieri!»
– Chissà quanti se ne potrebbero comprare ancora, volendo!
All’improvviso, ore fa, ho visto un tralcio del lampadario di porcellana venirmi minacciosamente incontro, sembrava un motile serpente…
«Non l’ho fatto apposta. E poi, visto che è così, mi licenzio, perché in questa casa avete troppi oggetti e troppe fisime…»
Naturalmente, ho tradotto in italiano quanto  dalla rovinosa suddetta era stato espresso in dialetto, non potendo (che sia vendetta?) esimermi ora dal ricordarvi qualche perla del suo colorito collier lessicale.
«Le medicine si prendono una dosa alla volta; perché le dosi sarebbero due… Bisogna dare poca acqua all’agava perché è una pianta grassa… e se un bambino fa pipì a letto, basta mettergli una cedrata sopra il materasso.»
Il braccio rotto del lampadario, penzolon penzoloni sembra guardarmi compassionevole. Credo abbia voglia di dirmi: «Potevi lasciar correre, anche perché, adesso a trottare sarai soltanto tu…»
Troppo impegnata a raccoglier cocci, non ho fiato per rispondergli.( g.g.)

Per interrompere gli impegni pressanti di questi giorni, ho scritto un miniracconto, da lasciarvi in dono in mia assenza.
Quanto prima vi renderò le gradite visite.
grazia*

 
(immagine dal web)
Tre sorelle

 


Affacciate al balcone di casa loro, prospiciente una pubblica piazza, sembra che Clarice, Nella e Fulvia avessero talmente affascinato un oratore degli anni Venti o giù di lì, da farlo impappinare senza scampo. Una leggenda metropolitana, forse, di cui si vociferava in famiglia, gustando il sapore grottesco di un episodio che avrebbe fatto sorridere Guareschi.
E i contemporanei si sprecavano in particolari aggiunti, talmente inverosimili, da avvicinarsi in maniera un po’ rozza al realismo magico, firmato Garcia Marquez.
«Clarice era dotata di una tale grazia sdegnosa e aristocratica che un conte, invaghitosi di lei, si era sparato un colpo di pistola alla tempia, non avendo potuto ottenere la sua mano . . . gli occhi di  Nella avevano una luce mesmerica insostenibile: chi la guardava ne restava stregato … Fulvia non era alta di statura come le sorelle, ma aveva un sorriso così dolce e tali fossette nelle gote, da mangiarla di baci.»
La primogenita, dribblato il conte, non si sa perché, sposò un medico di buona famiglia – come si usava dire un tempo (comesaranno state mai le cattive famiglie, popolate di ladri, banditi, stupratori?) – e fu in felicissima e molto infedele, tanto che undici mesi dopo la morte dell’attempato consorte, diede alla luce un bambino che, pur non somigliandogli per niente, portò per tutta la vita l’usurpato cognome.
Nella, diciannovenne, era già vedova e madre di una vivacissima bambina che la guerra aveva resa orfana in fasce.
Fulvia, seppur graziosa, la meno avvenente, si era maritata con un ricco industriale setaiolo. E non aveva avuto figli.
In paese si persero le loro tracce, restando figure mitiche.
«Ricordi quella volta che Clarice, per recarsi ad un appuntamento galante, indossò l’abito nuziale di Nella, steso sul letto, pronto, un giorno prima della cerimonia? Dicono che fuori piovesse a dirotto e che – tornata a casa – non trovò altra giustificazione del non essersi potuta sottrarre all’invito che l’abito le dardeggiava dal letto, mostrandole la lusinga dei bottoncini lucenti di madreperla e lo charme aereo dei lievissimi merletti… Dicono che non sia del tutto vero che Fulvia non abbia avuto figli, qualcuno vocifera che abbia nascosto dentro opprimenti fasciature un’adulterina gravidanza, finita come non si sa … E chi era il padre carnale del figlio illegittimo di Clarice?»
 
Insomma, mamma – interloquisce il mio severissimo figlio – chi vuoi che lo legga un racconto così superato nel linguaggio e nell’argomento?
Figlio mio, c’è sempre qualcuno, credimi, interessato al gossip d’antan. In fondo, gira e rigira, la vita è popolata di simili  sorelle.
Come sono contento, mamy di esser figlio unico…. (g.g.)