Archive for gennaio 2007

Quarta edizione di“Stagionalia”
Premio nazionale di Poesia e Prosa Stagionalia. Dentro il vocabolo “Stagionalia” si racchiude l’enigma di molte forme di bellezza letteraria, un mistero che abbraccia lo scorrere delle stagioni climatiche, ma ancor più il dipanarsi dei momenti della nostra vita. Forse, proprio per questo Paola Longhini Fornasa, ha scelto questo tema per il premio, conferendo  un nome tanto suggestivo e poetico a questa sua “creatura” che si sta avviando alla quarta edizione, promosso dall’Università Aperta, dal Comune di Sermide e dal Lions Club di Ostiglia,  con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura e della Provincia di Mantova.
Ci sono paesi che – pur chiusi nei limiti della provincia -, dimostrano maggior vitalità di altri. Dobbiamo quindi riconoscere che Sermide, patria del premio, nella Bassa Mantovana, è un centro simpatico, incline ad accettare le novità (manifestazioni teatrali, presentazioni di libri e mostre d’arte), molto pieno di iniziative inerenti la cultura, non ultima l’Università Aperta che conta molti iscritti e grande varietà di programmi.
Quindi, la nascita dello “Stagionalia” ha qui trovato l’humus adatto per mettere radici e prolificare sempre più. La promotrice si dice soddisfatta del buon numero di elaborati che già stanno accumulandosi, in attesa di giudizio da parte della giuria formata da Matteo Collura presidente, Alberto Cappi, Grazia Giordani, Gianna Vancini.  Il riconoscimento in denaro è piuttosto consistente: 1000 euro a ciascuno dei vincitori delle due sezioni, 500 euro al secondo classificato di ogni sezione. Verranno attribuiti anche attestati e menzioni e si prevede la pubblicazione delle opere vincitrici e segnalate.
Nella suggestiva cornice di Villa Schiavi domenica 20 maggio- ore16 avverrà la premiazione. Il premio si articola in due sezioni: poesia inedita in lingua italiana che non superi i trenta versi. Racconto breve inedito che non superi  le cinque cartelle.

Gli elaborati dovranno pervenire al: Premio Stagionalia – casella postale aperta 46020 Carbonara Po (MN) entro e non oltre il 15 marzo 2007. Per informazioni dettagliate.  tel.038661159, oppure 038641861-0386411339 -038661519

Il destino francese
Un foglietto volubile come certi pensieri di donna era quello che aveva estratto dalla spalliera della panchina. Un rettangolo di carta avorio, stazzonato ai bordi, che continuava a svolazzarle tra le dita. Ma jolie dame – lesse al centro della scrittura – je vous remercie bien pour… (per cosa, perché ringraziava una graziosa signora questo misterioso mittente e perché aveva posizionato il biglietto, proprio su quella panchina da cui erano stati prelevati tutti i libri?). Ginevra cominciò ad almanaccare se la mano misteriosa ringraziasse per l’inatteso dono o se il foglio fosse capitato lì per caso, portato dal vento. La grafia era chiara, e le sembrava virile (le sembrava o sperava lo fosse?). Due macchie d’inchiostro facevano pensare a una penna stilografica difettosa o a un gesto voluto, premeditato per prendersi gioco del destinatario. Magari chi aveva scritto quell’incipit di ringraziamento lasciato a metà ora era acquattato dietro una pianta a spiare l’imbarazzata signora e stava prendendosi gioco di lei e del suo gesto sentimentale di separarsi da libri tanto amati per condividerli con persone ignote.
Che fosse veramente un francese?
Che fingesse d’esserlo?
La monotonia dei suoi giorni si vivificava un po’ con questa piccola avventura, un’inezia che avrebbe fatto sorridere le amiche, se ne avesse avute. Riflettendoci bene, solo i libri, le parole impresse nero su bianco erano i suoi veri amici. Era vissuta senza emozioni reali, soltanto attraversata da transfert di carta. Ma ora quel biglietto era reale e meritava la pena di andare a fondo, verificandone il mittente.
Così pensando, si sedette sulla panchina, sminuzzando briciole per i passerotti che si assembrarono, amichevoli, attorno a lei.
Un ragazzino venne a sedersi sull’altro lato della panchina.
“Hai marinato la scuola?”
– Non ero pronto per l’interrogazione…
Nel vento si perse la sostanza della sua impreparazione.
Ma che importava?
Restava certo il fatto che dalla penna di quello svogliato scolaretto italianissimo non poteva esser uscita la frase francese.
Una giovane donna si accostò alla panchina, appoggiò pacchetti e involti della spesa, poco incline a conversare.
Ma era una donna e Ginevra aveva fermamente deciso che lo scrivente fosse un uomo inoltre di bell’aspetto, come lei innamorato della letteratura.
Un vecchio tossicchiante le si sedette accanto, offrendole brustoline da un sudicio cartoccio.
No, non poteva essere lui.
Passarono i giorni.
Le settimane.
I mesi.
Ginevra non smise di sperare in un vago "destino francese".

 
La panchina del giardino all’angolo
 
Le era sempre piaciuto quel posto vagamente proustiano dov’era possibile respirare l’air du temps, come se il tempo avesse lì lasciato una scia in impalpabile dissolvenza. Sotto le frange che strisciavano a terra di un salice piangente trovava posto la sua panchina prediletta, seminascosta agli occhi dei distratti, rugginosa, di ferro battuto, aveva l’aria confidenziale di una vecchia amica. Posò i suoi libri su quel piano sconnesso, curando di non scompigliarli, separandosi con tristezza dai versi di Baudelaire:”Viens, mon beau chat, su mon coeur amoureux./Retiens les griffes de ta patte,/Et lasse-moi plonger dans tes beaux yeux, /Mêlés de métal et d’agate”, impressi nella pagina affiancati a una deliziosa sanguigna che lettori precedenti (sua madre, un’amica, una cugina?) avevano lì disegnato. Lasciare un libro era separarsi da spicchi di vita, da sospiri fra le righe, pensieri appena abbozzati o lungamente sofferti. Eppure, eppure era tempo che condividesse, che non tenesse tutto per sé. Messo a frutto il tesoro di parole si sarebbe ampliato. I disegni a margine avrebbero parlato altre lingue. Altre sottolineature si sarebbero aggiunte. Vedeva mani anziane succedersi a mani fresche nel maneggiare il suo tesoro
Chi avrebbe preso lo Zarathustra ? Si sforzò di immaginare il volto e l’aspetto del suo successore nella lettura di uno dei volumi che più le erano cari. Pensandolo, si lazò dalla panchina, rassettando l’abito un po’ sgualcito: la sua cura dell’aspetto non veniva mai meno. E chi avrebbe preso le poesie della Dickinson? E i testi di Eliot e di Pound? Il Gattopardo, scivolato a terra, le lanciava un addio sommesso. Com’era duro separarsene. Come avrebbe voluto riprendersi Cime tempestose. Ah, se avesse potuto dissuadere Anna Karenina dal suo gesto insensato! Il Profumo di Süskind arroventava l’aria di torbido aroma.
La sera calava lenta, stendendo il suo opaco mantello su uomini e cose. Non era più possibile leggere, ma quella luce estenuata vivificava i ricordi. A passi lenti riprese il cammino di casa. Voltandosi indietro per un’ultima volta, notò la mossa agile di un uomo giovane che si accostava alla panchina. Un solo libro reggeva in mano, allontanandosi senza fretta. Pareva sapesse con preveggenza quale scegliere, a colpo sicuro. Non volle tornare sui suoi passi, Ginevra. Controllare, ora, le sarebbe parso un atto voyeuristico, una mancanza di discrezione, però aveva una voglia matta di conoscere le scelte di quell’occasionale lettore. Nel frattempo, un micio scuro era salito sulla panchina. Avrebbe graffiato i libri? Li avrebbe sciupati? I giochi sono fatti – si disse – quelle pagine vanno lasciate al loro destino.
Dormì serena, quella notte.
Un’alba di latte carezzò  il suo risveglio.
La panchina era libera.
Solo un foglio fremeva nella brezza del mattino, incastrato nello schienale, lo estrasse piano, per non strapparlo. Scritto a mano, in grafia minuta, le sembrò un messaggio a lungo atteso. Una lettera d’amore del destino. Sorrise fra sé, pensando che il destino le stava scrivendo in francese.
  
 

La copertina strappata
 
Provò un lancinante dolore al fianco, uscendo a fatica dalla copertina del suo libro, Ginevra Valmarana. Suo, sì, proprio suo in quanto uscito dalla sua penna. Vivere fra quelle pagine l’aveva estraniata dalla normalità e adesso l’assaliva un sentimento di disappunto per il bel vestito del suo romanzo danneggiato, in contrasto col sollievo di essere tornata nel mondo. Attraverso la finestra semichiusa di quella disadorna biblioteca, sobria proprio com’era lei, vide rami spogli d’alberi che foravano un sudario di nebbia. Un gatto bigio faceva crocchiare le ultime foglie morte. Clacson gemevano in lontananza. Rassettò la gonna sgualcita, faticando a riprendere il passo sui tacchi divenuti troppo alti per la sua attuale età. Non era più tempo di frivolezze. Uscì di casa, rabbrividendo. Il pensiero del libro danneggiato stava diventando un‘ossessione. Era l’ultima copia in suo possesso di un libro ormai fuori commercio. E ora la brillante copertina era violata da uno strappo proprio nel pube della donna nuda,  lì raffigurata. Uno stupro da lei stessa causato. Tornò sui suoi passi. C’era un vasetto di colla e forbici nel secondo cassetto dello scrittoio. Si mise all’opera con ostinata diligenza. Bisognava ridare al libro la sua perduta dignità esteriore. Lavorò incurante della fame e della sete, rammendatrice amorosa della sua opera vulnerata. Quando la copertina le apparve miracolosamente tornata al suo primitivo splendore (sì, forse un osservatore implacabile avrebbe potuto notare minime imperfezioni!)   si guardò allo specchio. Anche il suo viso avrebbe gradito un restauro, anche la sua anima per troppi anni sacrificata dentro quel romanzo, ma ora la vita era tornare a leggere opere altrui, scrivendone di nuove,  ora la vita era uscire dall’angustia di un volume solo. Prese una bracciata di libri, scegliendoli fra i migliori,  determinata a lasciarli ai lettori di passaggio, sulla panchina del giardinetto all’angolo. 
 


Sas peraulas che ispantu,
e tue
chene cresura las remunis
che abba o fumu,
isoltas.
Tacas in su muru
frommas de grogu
chi faeddan, a boltas.

Sinzas, aias nadu,
si sos ojos
non esseren birgonzosos
disisperados
sena podet ischire.

Si ch’ isteggias su tempus
cando idias tottu in pasu
pitzinnu minore.
In istiu, su fiagu bellu
‘e ghineperu, in mare
tottu in colore ‘e chelu.

Commo sonan sas peraulas
las cheres seberade
che curridores
dae supra ‘e su monte.

E invetze colan derettas.
Lassandeti un’ ispezie ‘e morte.

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Le parole accadono
e tu
senza arginarle le accogli
come acqua o fumo
intrattenute
macchie sulle pareti
forme gialle
che parlano a volte

di segni diresti

se gli occhi non fossero timidi
disperati e timidi
incapaci a seguire.

E senti che si fa lontano il tempo
in cui vedevi le cose
con calma
adolescente
sotto il profumo estivo
di ginepri di mare
nell’azzurro mai chiuso
il tuo corpo.

Risuonano, ora, le parole
e vorresti distinguerle
come i ciclisti nel giro
dalla cima del monte.

Invece passano.
E ti lasciano una specie di morte

 Lunedì 22 Gennaio 2007
  
 L’autore del commissario Montalbano ha curato un’antologia di «pagine scelte» del grande drammaturgo premio Nobel, conosciuto a dieci anni, nel 1935, per una visita a casa sua
Pirandello secondo Camilleri
«La selezione dei testi risponde a una privata preferenza»
 
 
 «Ogni antologia che afferma di seguire criteri di oggettività è pur sempre un’antologia condizionata dal personale gusto del curatore» così si esprime Andrea Camilleri nell’Avvertenza del volume "Pagine scelte di Luigi Pirandello" (BUR, pp.556, euro 12) e non possiamo certo dissentire dall’affermazione del curatore dell’opera, visto che già nell’etimo di antologia si racchiude il significato di florilegio, ovvero di scelta ad libitum dei gusti e delle propensioni di chi se ne è preso cura di pubblicarle. Infatti, il padre letterario del commissario Montalbano, chiarisce ancor meglio il suo concetto, scrivendo: "È un ‘antologia del tutto personale, che risponde a due precise domande che mi sono rivolto (ma in realtà la domanda è una sola): quali pagine di poesia, narrative, teatrali e saggistiche di Pirandello ti sono piaciute o ti hanno interessato di più? E perché? E’ chiaro allora che su questa mia antologia ogni riserva è possibile da parte dell’eventuale lettore ma, nello stesso tempo, è del tutto inutile proprio perché la scelta risponde a una privata preferenza. Se il lettore non condivide, l’unico modo che ha per manifestare il suo dissenso è quello di mettere da parte la mia antologia e di farsene una tutta sua, altrettanto personale. Che io, naturalmente, non potrò condividere".
A questo punto, l’unica voce autorevole in merito ci parrebbe essere quella di Pirandello stesso, ma vista l’impossibilità di una simile azione non potendolo scomodare dall’Altrove, sfogliamo con interesse la silloge, divertendoci subito leggendo il colorito racconto, un vero coup de théâtre, dell’occasione in cui il decenne Camilleri ha conosciuto Luigi Pirandello a proposito di una improvvisa visita a casa sua, nel 1935. La solenne divisa di Accademico d’Italia, indossata dal Maestro, ha talmente colpito l’ingenuità del ragazzino, da far annunziare alla nonna l’arrivo di un "ammiraglio". Il grande agrigentino, premio Nobel nel 1934 – uno dei più importanti drammaturghi non solo della sua epoca – era vicino di casa e intimo dei Camilleri , tanto che l’ideatore di Vigata già nel 2000, per i tipi della Rizzoli ha potuto pubblicare la singolare "Biografia del figlio cambiato", facendoci conoscere un suo Pirandello privato, secondo il suo proprio angolo di visuale.
Dunque, cos’ha privilegiato Camilleri nella silloge e cosa ha ritenuto di omettere?
Vengono proposti tre saggi: uno sull’ Umorismo, quelli inerenti Verga e gli Illustratori, attori e traduttori. Tre articoli, in uno dei quali si avverte il dubbio di fusione fra le due lingue, l’italiana e la siciliana. Le commedie scelte in forma parziale o completa, sono : Liolà, Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV, I giganti della montagna, La favola del figlio cambiato, All’uscita, Perché?.
Per brani paradigmatici il curatore ci propone cinque romanzi: Giustino Roncella, nato Boggiolo , Il fu mattia Pascal, I vecchi e i giovani, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Uno, nessuno, centomila.
La poesia di Pirandello è omessa in toto, in quanto non confacente ai gusti di Camilleri. Tautologico esprimere commenti, esponendo cosa avremmo ancora inserito, secondo le nostre preferenze , vista la premessa del curatore. Oculata la scelta delle novelle, anche se averne taciute alcune ritenute già troppe volte citate, un po’ ci è dispiaciuto, in particolare ci riferiamo a Ciàula scopre la luna, importante non solo per l’indiscussa bellezza letteraria, ma anche perché è uno dei primi esempi di "licantropia" nella letteratura italiana, quindi molto originale, anche per questo motivo.
Comunque, escludendo la possibilità che molti giovani si sarebbero avvicinati all’opera omnia di Pirandello, ci sembra che l’antologia di Camilleri non sia priva anche di una sua valenza didattica per chi vuole avvicinarsi alle pagine del suo grande conterraneo.
Grazia Giordani
Pubblicato stamani nelle pagine culturali de l’Arena

Il concerto

In provincia – soprattutto in Polesine – i gusti musicali del pubblico adulto si limitano alla lirica con un occhio di riguardo per Verdi. Fin qui nulla di male, anche se preferirei ascoltare musica strumentale dei miei adorati Bach, Beethoven, Mozart, Chopin &Company, solo per fare qualche nome. Oggi pomeriggio si sono esibiti tre tenori "sanza infamia e sanza lodo", ma l’aspetto più divertente l’ho colto nei retrocommenti del pubblico, ovvero negli atteggiamenti di un’anziana signora grassa che faceva il controcanto ai tenori biascicando caramelle o ai lamenti non proprio sussurrati di un prostatico alle mie spalle che sognava un luogo dove "spandere acqua" (sic). Questo e non solo questo è la vita di provincia.g*