Archive for febbraio 2003

Ho postato ora – nel mio blog –  un post su di te, briciola, per evidenziare il garbo, la cultura e l’originalità di idee con cui ti proponi a noi tutti. Parola di Gardenia…

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Ci sono fiori che profumano all’ombra, ma che gradirebbero e meriterebbero i raggi di un sole più vivo: questo è il caso del blog di briciolanellatte (http://briciolanellatte.splinder.it). Andate a fargli visita: qui troverete cultura, garbo ed originalità di idee, e poi sappiatemi dire… 

Sono stata costretta a cancellare il post precedente – previo invio nella mia casella postale, per conservare il ricordo dei vostri commenti – a causa di uno squilibrio grafico che mi si era creato…

Questa è soltanto la buonanotte di una stanchissima Gardenia, tornata ora da una “pallosa” cena…

Ancora qualche flash critico sul romanzo, uscito dalla mia penna, che ho amato di più…

Pubblicato nel 1992, per i tipi della casa editrice Turismo &Cultura, dedicato al marito Lino e al figlio Eugenio, narra la vita di Hena, bellissima madre dell’autrice, e dei suoi due mariti, Giorgio – l’artista – ed Ennio il veterinario, sposato in seconde nozze.Il matrimonio con lo scultore, da cui è nata Grazia, ha avuto durata breve. Trentacinquenne, l’irrequieto, vitalissimo artista (definito dall’amico fraterno Luciano Minguzzi “l’effervescente Giorgio Giordani, acuto e logico su ogni cosa scoppiettante come un fuoco d’artificio, spiritoso, inesauribile, seducente. Aveva uno stile anche nel dire le cose più futili…”) chiuse i suoi giorni, al culmine della carriera, lasciando la giovane moglie e la figlia di appena un anno d’età.
Cinque anni dopo, la vedova si risposa con Ennio, lasciandosi alle spalle il mondo bohémien degli artisti bolognesi, le dispute d’arte al Caffè San Pietro, dove si riunivano i più bei cervelli e le persone più creative degli anni Trenta, da Bacchelli a Morandi, Guidi e Bertocchi, solo per citare pochi dei moltissimi eletti del momento.
“Dalle stelle alle stalle” – usava dire l’ironica, tagliente Hena – dopo il suo secondo matrimonio, ovvero dal mondo dell’arte, movimentato, imprevedibile, a quello stagnante, agreste della vita di provincia, e parliamo della provincia degli anni Quaranta, per di più vulnerata dagli scempi della guerra.
Procedendo col suo stile “in parallelo”, per cui i personaggi si sfiorano quasi senza vedersi, convivendo in coincidenze di cui sono inconsapevoli, la scrittrice ci conduce dentro fatti di famiglia veri e immaginati, con penna agile e cuore dolente, capace spesso di farci anche sorridere, poiché non è fatto nuovo che tragedia e commedia siano anche coinquiline della stessa abitazione.
Sergio Garbato, critico de Il Resto del Carlino, ha scritto, in prefazione al romanzo: “Ecco una ragazza dai fulvi capelli impudenti, i denti perfetti e il corpo dalle linee voluttuose, posseduta da una strana e sottile inquietudine; un seducente e irrequieto scultore che tracannava i giorni di una troppo rapida parabola terrena; un delicato gentiluomo di provincia che accende le sue insicurezze con aggressivo disincanto.
Li unisce e li trascina un’irresistibile fascinazione, un inappagato appetito di vita, una fedeltà, a dispetto di tutto, alla propria originaria vocazione. Li accomuna, al di là del gioco delle coincidenze, una nostalgia profonda per la campagna e per una sorta di stato di natura vissuto con intensità durante l’infanzia: i campi, l’erba, il grano maturo, l’acqua…”
E ancora Garbato acutamente puntualizza: “Certo, Grazia Giordani racconta sentimenti e sensazioni che le sono anteriori, ma secondo un’ottica per così dire familiare, secondo il filo di interrogazioni che trovano una risposta puntuale nel fluire ininterrotto dello stesso sangue in vene diverse.
I materiali narrativi sono organizzati con estrema attenzione al risultato espressivo in un gioco di piani paralleli che, con il procedere del racconto, si assottigliano e finiscono per coincidere. La stessa narrazione viene portata avanti per frammenti autonomi e tuttavia in uno stretto rapporto di interdipendenza fra loro, L’uso della terza persona cede ala compresenza di più protagonisti. Tutto questo perché i ricordi non restino inerti e uguali a se stessi, perché le risposte tornino ad essere domande inquietanti (…) Tutto sembra sfiorire con il passare delle stagioni, con il mondo che cambia, con il sopraggiungere della vecchiaia e della morte. Ma c’è lei, Grazia, la figlia di Hena e di Giorgio, testimone affascinata e stupefatta di quelle esistenze, pronta a ricostruirne i tre paralleli percorsi, a ritrovarne i sentimenti e gli appetiti, compulsando messaggi e appunti e immagini, scrutando e amando quelle sculture che ripropongono il volto e il corpo della madre, scrivendo, pagina dopo pagina, un romanzo intessuto di vita autentica.”

Il romanzo ha avuto un’indimenticabile presentazione da parte del compianto scrittore Fulvio Tomizza (nella foto), che in Accademia dei Concordi a Rovigo, ha fatto nel marzo del 1993, un ideale e generoso gemellaggio tra l’opera sua e quella dell’amica (“sua sorella nelle lettere” – così amava definirla), parlando di Hena e del suo premiato romanzo I rapporti colpevoli.

Come comincia:
Diede un calcio a quello che le sembrò essere un sassolino. Si chinò e vide che era un nocciolo di albicocca: rassomigliava ad una blatta, persa fra l’erba secca, lungo la sponda del Volano. La sua piccola mano di tredicenne si protese per raccoglierlo.
Era una ragazzina tutta nervi, detta in casa, “gambasecca”. Prediligeva i giochi da maschiaccio: si arrampicava sugli alberi, non andava matta per le bambole, era un po’ selvatica, lontana da tutto quello che avrebbe potuto apparirle svenevole.
In famiglia si diceva che non gradisse i baci dei parenti. Se qualcuno la baciava, pare che estraesse il fazzoletto per asciugarsi, offendendo le zie zitelle e suscettibili.
Aveva grandi occhi dalla pupilla scura, in contrasto con la sclera bianco-celeste, particolarità che avrebbe, in seguito, fatto dire al suo primo marito: “Adoro lo sguardo dei tuoi azzurroni…”












“HENA”
Turismo&Cultura Editrice, 1992

Hena Martinelli


Presentazione romanzo


Presentazione di Fulvio Tomizza
Invito


Presentazione al Gabinetto di Lettura in Este
Invito e foto


Gli altri romanzi

Home Page

 

Pubblicato nel 1992, per i tipi della casa editrice Turismo &Cultura, dedicato al marito Lino e al figlio Eugenio, narra la vita di Hena, bellissima madre dell’autrice, e dei suoi due mariti, Giorgio – l’artista – ed Ennio il veterinario, sposato in seconde nozze.
Il matrimonio con lo scultore, da cui è nata Grazia, ha avuto durata breve. Trentacinquenne, l’irrequieto, vitalissimo artista (definito dall’amico fraterno Luciano Minguzzi “l’effervescente Giorgio Giordani, acuto e logico su ogni cosa scoppiettante come un fuoco d’artificio, spiritoso, inesauribile, seducente. Aveva uno stile anche nel dire le cose più futili…”) chiuse i suoi giorni, al culmine della carriera, lasciando la giovane moglie e la figlia di appena un anno d’età.
Cinque anni dopo, la vedova si risposa con Ennio, lasciandosi alle spalle il mondo bohémien degli artisti bolognesi, le dispute d’arte al Caffè San Pietro, dove si riunivano i più bei cervelli e le persone più creative degli anni Trenta, da Bacchelli a Morandi, Guidi e Bertocchi, solo per citare pochi dei moltissimi eletti del momento.
“Dalle stelle alle stalle” – usava dire l’ironica, tagliente Hena – dopo il suo secondo matrimonio, ovvero dal mondo dell’arte, movimentato, imprevedibile, a quello stagnante, agreste della vita di provincia, e parliamo della provincia degli anni Quaranta, per di più vulnerata dagli scempi della guerra.
Procedendo col suo stile “in parallelo”, per cui i personaggi si sfiorano quasi senza vedersi, convivendo in coincidenze di cui sono inconsapevoli, la scrittrice ci conduce dentro fatti di famiglia veri e immaginati, con penna agile e cuore dolente, capace spesso di farci anche sorridere, poiché non è fatto nuovo che tragedia e commedia siano anche coinquiline della stessa abitazione.
Sergio Garbato, critico de Il Resto del Carlino, ha scritto, in prefazione al romanzo: “Ecco una ragazza dai fulvi capelli impudenti, i denti perfetti e il corpo dalle linee voluttuose, posseduta da una strana e sottile inquietudine; un seducente e irrequieto scultore che tracannava i giorni di una troppo rapida parabola terrena; un delicato gentiluomo di provincia che accende le sue insicurezze con aggressivo disincanto.
Li unisce e li trascina un’irresistibile fascinazione, un inappagato appetito di vita, una fedeltà, a dispetto di tutto, alla propria originaria vocazione. Li accomuna, al di là del gioco delle coincidenze, una nostalgia profonda per la campagna e per una sorta di stato di natura vissuto con intensità durante l’infanzia: i campi, l’erba, il grano maturo, l’acqua…”
E ancora Garbato acutamente puntualizza: “Certo, Grazia Giordani racconta sentimenti e sensazioni che le sono anteriori, ma secondo un’ottica per così dire familiare, secondo il filo di interrogazioni che trovano una risposta puntuale nel fluire ininterrotto dello stesso sangue in vene diverse.
I materiali narrativi sono organizzati con estrema attenzione al risultato espressivo in un gioco di piani paralleli che, con il procedere del racconto, si assottigliano e finiscono per coincidere. La stessa narrazione viene portata avanti per frammenti autonomi e tuttavia in uno stretto rapporto di interdipendenza fra loro, L’uso della terza persona cede ala compresenza di più protagonisti. Tutto questo perché i ricordi non restino inerti e uguali a se stessi, perché le risposte tornino ad essere domande inquietanti (…) Tutto sembra sfiorire con il passare delle stagioni, con il mondo che cambia, con il sopraggiungere della vecchiaia e della morte. Ma c’è lei, Grazia, la figlia di Hena e di Giorgio, testimone affascinata e stupefatta di quelle esistenze, pronta a ricostruirne i tre paralleli percorsi, a ritrovarne i sentimenti e gli appetiti, compulsando messaggi e appunti e immagini, scrutando e amando quelle sculture che ripropongono il volto e il corpo della madre, scrivendo, pagina dopo pagina, un romanzo intessuto di vita autentica.”

Il romanzo ha avuto un’indimenticabile presentazione da parte del compianto scrittore Fulvio Tomizza (nella foto), che in Accademia dei Concordi a Rovigo, ha fatto nel marzo del 1993, un ideale e generoso gemellaggio tra l’opera sua e quella dell’amica (“sua sorella nelle lettere” – così amava definirla), parlando di Hena e del suo premiato romanzo I rapporti colpevoli.

Come comincia:
Diede un calcio a quello che le sembrò essere un sassolino. Si chinò e vide che era un nocciolo di albicocca: rassomigliava ad una blatta, persa fra l’erba secca, lungo la sponda del Volano. La sua piccola mano di tredicenne si protese per raccoglierlo.
Era una ragazzina tutta nervi, detta in casa, “gambasecca”. Prediligeva i giochi da maschiaccio: si arrampicava sugli alberi, non andava matta per le bambole, era un po’ selvatica, lontana da tutto quello che avrebbe potuto apparirle svenevole.
In famiglia si diceva che non gradisse i baci dei parenti. Se qualcuno la baciava, pare che estraesse il fazzoletto per asciugarsi, offendendo le zie zitelle e suscettibili.
Aveva grandi occhi dalla pupilla scura, in contrasto con la sclera bianco-celeste, particolarità che avrebbe, in seguito, fatto dire al suo primo marito: “Adoro lo sguardo dei tuoi azzurroni…”


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Turismo&Cultura Editrice, 1992

Hena Martinelli


Presentazione romanzo


Presentazione di Fulvio Tomizza
Invito


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Invito e foto


Gli altri romanzi

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Pubblicato nel 1992, per i tipi della casa editrice Turismo &Cultura, dedicato al marito Lino e al figlio Eugenio, narra la vita di Hena, bellissima madre dell’autrice, e dei suoi due mariti, Giorgio – l’artista – ed Ennio il veterinario, sposato in seconde nozze.
Il matrimonio con lo scultore, da cui è nata Grazia, ha avuto durata breve. Trentacinquenne, l’irrequieto, vitalissimo artista (definito dall’amico fraterno Luciano Minguzzi “l’effervescente Giorgio Giordani, acuto e logico su ogni cosa scoppiettante come un fuoco d’artificio, spiritoso, inesauribile, seducente. Aveva uno stile anche nel dire le cose più futili…”) chiuse i suoi giorni, al culmine della carriera, lasciando la giovane moglie e la figlia di appena un anno d’età.
Cinque anni dopo, la vedova si risposa con Ennio, lasciandosi alle spalle il mondo bohémien degli artisti bolognesi, le dispute d’arte al Caffè San Pietro, dove si riunivano i più bei cervelli e le persone più creative degli anni Trenta, da Bacchelli a Morandi, Guidi e Bertocchi, solo per citare pochi dei moltissimi eletti del momento.
“Dalle stelle alle stalle” – usava dire l’ironica, tagliente Hena – dopo il suo secondo matrimonio, ovvero dal mondo dell’arte, movimentato, imprevedibile, a quello stagnante, agreste della vita di provincia, e parliamo della provincia degli anni Quaranta, per di più vulnerata dagli scempi della guerra.
Procedendo col suo stile “in parallelo”, per cui i personaggi si sfiorano quasi senza vedersi, convivendo in coincidenze di cui sono inconsapevoli, la scrittrice ci conduce dentro fatti di famiglia veri e immaginati, con penna agile e cuore dolente, capace spesso di farci anche sorridere, poiché non è fatto nuovo che tragedia e commedia siano anche coinquiline della stessa abitazione.
Sergio Garbato, critico de Il Resto del Carlino, ha scritto, in prefazione al romanzo: “Ecco una ragazza dai fulvi capelli impudenti, i denti perfetti e il corpo dalle linee voluttuose, posseduta da una strana e sottile inquietudine; un seducente e irrequieto scultore che tracannava i giorni di una troppo rapida parabola terrena; un delicato gentiluomo di provincia che accende le sue insicurezze con aggressivo disincanto.
Li unisce e li trascina un’irresistibile fascinazione, un inappagato appetito di vita, una fedeltà, a dispetto di tutto, alla propria originaria vocazione. Li accomuna, al di là del gioco delle coincidenze, una nostalgia profonda per la campagna e per una sorta di stato di natura vissuto con intensità durante l’infanzia: i campi, l’erba, il grano maturo, l’acqua…”
E ancora Garbato acutamente puntualizza: “Certo, Grazia Giordani racconta sentimenti e sensazioni che le sono anteriori, ma secondo un’ottica per così dire familiare, secondo il filo di interrogazioni che trovano una risposta puntuale nel fluire ininterrotto dello stesso sangue in vene diverse.
I materiali narrativi sono organizzati con estrema attenzione al risultato espressivo in un gioco di piani paralleli che, con il procedere del racconto, si assottigliano e finiscono per coincidere. La stessa narrazione viene portata avanti per frammenti autonomi e tuttavia in uno stretto rapporto di interdipendenza fra loro, L’uso della terza persona cede ala compresenza di più protagonisti. Tutto questo perché i ricordi non restino inerti e uguali a se stessi, perché le risposte tornino ad essere domande inquietanti (…) Tutto sembra sfiorire con il passare delle stagioni, con il mondo che cambia, con il sopraggiungere della vecchiaia e della morte. Ma c’è lei, Grazia, la figlia di Hena e di Giorgio, testimone affascinata e stupefatta di quelle esistenze, pronta a ricostruirne i tre paralleli percorsi, a ritrovarne i sentimenti e gli appetiti, compulsando messaggi e appunti e immagini, scrutando e amando quelle sculture che ripropongono il volto e il corpo della madre, scrivendo, pagina dopo pagina, un romanzo intessuto di vita autentica.”

Il romanzo ha avuto un’indimenticabile presentazione da parte del compianto scrittore Fulvio Tomizza (nella foto), che in Accademia dei Concordi a Rovigo, ha fatto nel marzo del 1993, un ideale e generoso gemellaggio tra l’opera sua e quella dell’amica (“sua sorella nelle lettere” – così amava definirla), parlando di Hena e del suo premiato romanzo I rapporti colpevoli.

Come comincia:
Diede un calcio a quello che le sembrò essere un sassolino. Si chinò e vide che era un nocciolo di albicocca: rassomigliava ad una blatta, persa fra l’erba secca, lungo la sponda del Volano. La sua piccola mano di tredicenne si protese per raccoglierlo.
Era una ragazzina tutta nervi, detta in casa, “gambasecca”. Prediligeva i giochi da maschiaccio: si arrampicava sugli alberi, non andava matta per le bambole, era un po’ selvatica, lontana da tutto quello che avrebbe potuto apparirle svenevole.
In famiglia si diceva che non gradisse i baci dei parenti. Se qualcuno la baciava, pare che estraesse il fazzoletto per asciugarsi, offendendo le zie zitelle e suscettibili.
Aveva grandi occhi dalla pupilla scura, in contrasto con la sclera bianco-celeste, particolarità che avrebbe, in seguito, fatto dire al suo primo marito: “Adoro lo sguardo dei tuoi azzurroni…”


E’ proibito qualsiasi utilizzo delle immagini e dei testi di questo sito salvo esplicito consenso scritto.
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