Archive for the ‘racconti’ Category

Un incontro

Un incontro

Scese dalla scaletta dell’aereo con passo lieve. Se ci sono donne che invece di camminare sfilano, lei era una di quelle. Pareva senza peso corporeo, senza età, aveva la grazia di un’apparizione. Così me l’aspettavo, dopo averla appena intravista ad una cena d’amici. Poche parole scambiate al tavolo, dove sedevamo dirimpettai, ci avevano fatto capire che avremmo dovuto assolutamente rivederci. Verrò io da te, mi mormorò con voce lievemente appannata dall’emozione. Non era imperturbabile come voleva apparire, era composta, riservata, felice di vedermi in maniera intima, come se fosse un fatto scontato, al di sopra del tempo, questo nostro desiderato incontro.

Salirono agili sopra la mia auto – già a sportello aperto – quelle sue gambe lievemente abbronzate, i piedi stretti da sandaletti chiari, intonati al vestito. Mi pareva di vivere una scena al ralenti, una situazione che aveva l’evanescenza di un sogno. Eppure lei era lì, al mio fianco , gli occhi sgranati davanti al ghignare delle figure barocche di quella Ragusa Ibla che per lei – mi parve – eccezionalmente accennavano un larvato sorriso.

‹‹Dove preferisci andare, vuoi che scendiamo dall’auto e ti faccio incontrare il misterioso fascino della mia città ?››

‹‹No. ll mare – rispose a mezza voce – il vostro mare, quello che quando ci siamo conosciuti, allora, mi hai descritto, come se lo vedessi già catturato da una bella fotografia. E tu sai fotografare, lo sento. Anzi, ne sono certa››.

Non ci volle molto a raggiungere quell’arenile dolce, color pelle di una donna ambrata, mentre un ricamo sottile di onde leggere sussurrava parole comprensibili solo alle nostre orecchie.

Salimmo su quella barca ancorata a riva. Il dondolio leggero mi stordiva, appannandomi gioiosamente i pensieri. Nel volto diafano della mia donna brillava il rubino della sua bocca, rossa come il frutto del peccato.

Non saprò mai se l’ho baciata veramente, se lei ha corrisposto con languore al contatto delle nostre labbra assetate, perché il gracchiare insistente della sveglia sul comodino mi ha richiamato all’ordinaria realtà.

Del resto, sappiamo tutti che i sogni finiscono all’alba. Grazia Giordani

 

Le spoglie d’Ignazia

Le spoglie d’Ignazia

Questo racconto mi è stato ispirato dalle disavventure capitate a una prozia di mia madre, naturalmente rivisitate e filtrate dalla mia penna.

LE SPOGLIE DI IGNAZIA

Ignazia era vissuta fino a i trent’anni come sorella a carico di fratelli egoisti e non certo delicati d’animo con lei. La sua esistenza aveva trovato spazio (o chiusura?) in un’abitazione barocca densa di passato della Ragusa Ibla, quella dei nobili e della gente che aveva un casato. Le stanze un po’ cupe del vecchio palazzo avevano accolto i giochi infantili della piccola mai del tutto spensierata. Spesso corrucciata, con lo sguardo di bambina adulta che ha pochi coetanei con cui giocare. Rimasta orfana quattordicenne, crebbe negli agi, ma con pochi affetti, quasi interamente affidata alla servitù, visitata da zie aspre e sbrigative che non avevano voglia e tempo di ascoltare quella ragazzina ombrosa che – da parte sua – sembrava avere ben poco da dire.
Studiò con precettori in casa come i due fratelli che le erano minori d’età di pochi anni. Sembrò versata per il ricamo e per il disegno, anche se i suoi manufatti dimostravano più buona volontà che vero estro. Suonava regolarmente il pianoforte e si occupava di beneficenza assieme con una veccia parente bigotta e claudicante che l’accompagnava tutti i giovedì in parrocchia.
A vent’anni Ignazia era massiccia, forte d’ossatura, più alta del normale. Aveva belle gambe rigorosamente coperte da abiti lunghi, il portamento eretto, mani grandi di struttura maschile. Lontana da ogni forma di civetteria, portava i lungi capelli acconciati in strette trecce, avvolte in chignon alla base del collo, senza ombra di riccioli o “tirabaci” che ingentilissero il suo volto. Lo sguardo bruno era sincero, indurito da grosse sopracciglia, congiunte sulla sommità della fronte, curiosamente mefistofeliche. Il naso aquilino non contribuiva certo ad intenerire quel volto schietto, ma non civettuolo, di ragazza nobile e d orgogliosa, avviata al triste destino dello zitellaggio.
I trent’anni furono una meta triste per la siciliana che andava nel tempo inacidendosi – soprattutto alla vista delle coetanee maritate – spesso con nidiate di figli. Anche i fratelli, nel frattempo, si erano ammogliati e l’entrata in casa delle cognate le aveva tolto quel po’ di indipendenza e di pallida egemonia che si era guadagnata. Il suo pianoforte era diventato ormai dominio dei nipotini, i suoi lavori a mezzopunto erano quasi derisi dalle giovanissime spose dei fratelli, più civettuole di lei negli atteggiamenti e nei vestiti: nel complesso donne più attente a se stesse.
Si sentiva sfiorita, guardandosi allo specchio, vedeva già ciocche bianche insidiare la sua capigliatura chiusa in trecce sempre più strette. Diventava solitaria, «strana», come dicevano i parenti che la rispettavano, pur non amandola in maniera particolare. In lei non c’era niente che accattivasse la simpatia, anche il tono della voce era aspro, con note stridule, con quei «Maria, Maria!» – tipici delle donne del Sud – così ben descritti da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Eppure era buona d’animo, pronta a prodigarsi, non certo pettegola o impicciona, ma le mancava quel quid che fa sì che una donna appaia femminile e desiderabile.
In quel tempo della sua vita, un cugino più anziano di lei di qualche anno, restò vedovo senza figli. Alto, distinto, con un’incipiente calvizie, non era bello senza essere brutto, aveva un’aria fine e uno studio notarile a pochi chilometri dal capoluogo.
Conosceva Ignazia da sempre, non la trovava sexy, ma la sapeva onesta, brava a condurre la casa, senza pretese, illibata nonostante la trentina, e soprattutto fornita di una ricca dote in case e terreni, attributo questo più importante di tutti fra quelli elencati. Il pretendente pensò: «L’amore l’ho già avuto e se ne è andato in fretta. La mia graziosissima consorte, ammalata quasi subito di tisi, mi ha offerto brevi consolazioni. Ignazia sarà la compagna della maturità, nessuno mi vieterà di cavarmi qualche sfizio, se lo riterrò necessario. Amministrare il suo denaro rimpinguerà i miei averi: insomma mi sembra un partito più che conveniente».
Parenti anziani fecero da intermediari. Ignazia esitò un poco, si consigliò con i fratelli scontenti di perdere una fidata presenza in casa e soprattutto l’eredità futura per i figli. Nel giro di un mese pronunciò il fatidico sì al fidanzamento. Le visite del promesso avvenivano prima di cena, nell’ampio salone del palazzo seicentesco. I fidanzati stavano seduti, a rigorosa distanza, più rigidi del rigido sofà. Scambiavano poche parole in presenza di almeno una delle cognate o dei fratelli di lei, mentre i nipoti giocavano, rincorsi dalla bambinaia o strimpellavano il pianoforte.
Ignazia prese ad avere più cura di sé. Si procurò una boccetta d’acqua di fiori d’arancio, con cui si rinfrescava le mani e le tempie. Cercò di rendere meno zitellesca la pettinatura, mise qualche merletto al collo delle camicette e dimagrì a suo vantaggio estetico, senza volerlo di proposito. Per lei era l’amore, non era un matrimonio di convenienza, come per il suo promesso sposo. Non era mai stata così felice, così elettrizzata; smemorata, illanguidita, non osava guardare in volto il suo Nicola. Avvertiva vampate di rossore e desideri inquietanti, soprattutto la notte, nel suo letto di zitella, quando immaginava i baci o le future carezze del riservatissimo fidanzato.
Si cominciò a parlare della data del matrimonio, del viaggio, del guardaroba. Gli sposi avrebbero abitato la casa di lui, già arredata, con solo qualche piccola modifica nella mobilia. Ignazia chiese timidamente – quasi a mezza voce -, che fosse cambiato il letto e ottenne di poter disporre i suoi famosi centrini a mezzopunto sui braccioli e le spalliere delle severe poltrone del salotto. Cucì febbrilmente con le sue mani le tende nuove e diede di piglio a ferri e crochet per dare vita a nuovi pizzi con cui ornare mensole e vassoi. Era al settimo cielo. Accompagnando alla porta il fidanzato, un pomeriggio – sempre sotto l’occhio vigile dei familiari – si vide riflessa fuggevolmente al suo fianco nella grande specchiera dell’ingresso. Per la prima volta in vita sua si ritenne graziosa: il pallore olivastro della donna bruna era ingentilito da un lieve rossore sulle gote, gli occhi brillavano, non più appesantiti dalle ciglia troppo folte che aveva iniziato cautamente a depilare e il corpetto aderente metteva in rilievo i seni sodi di vergine che stava per valicare il confine, quel fossato che le avrebbe finalmente permesso di essere del tutto e completamente donna fra le braccia del suo sposo.
La mattina seguente ordinò dalla prima sarta di Palermo un abito di amoerro marrone, per il giorno della cerimonia. Un modello abbastanza severo, adatto alla sua età nell’Ottocento una trentenne era già considerata stagionata) e appropriato alla circostanza di nozze con un vedovo. Avrebbe preferito un abito più gioioso, color tortora., con l’imbottitura sui fianchi e il corpetto scollato, ma non osò gratificare se stessa fino a questo punto. Il tessuto marezzato mandava sornioni bagliori. Lucentezze ammiccanti e sotterranee che parevano dire: «Vedrai, vedrai le gioie del dopo… ! ».
Ignazia pensava alle mani di lui che le sfilavano l’abito nel buio della stanza ed era presa da una frenesia di cui si vergognava un poco, era tutta in subbuglio, smaniosa di darsi allo sposo, con slancio insospettato.
Da qualche giorno il suo Nicola faceva comparizioni più brevi, visite affrettate e più fredde ancora del solito. Ignazia non vi fece caso, non volle notare la cosa. Attribuì la colpa agli ultimi preparativi, alle ansie normali di chi sta per raggiungere la meta.
Qualche giorno prima della data così attesa – quando tutto ormai era predisposto – vennero, lugubri, gli intermediari a dire che il futuro sposo rompeva la promessa. A dire il vero, non pronunciarono le terribili parole tutte d’un fiato, ma si espressero farfugliando, scusandosi con aria colpevole, cercando di giustificare il volubile promesso, chiedendo perdono a suo nome, fermi – alla fine – nell’assicurare, quasi in un rantolo, che il notaio aveva irremovibilmente cambiato idea. Apparve, senza ombra di dubbio, che erano sinceramente addolorati per lei che non meritava questo scorno.
Ignazia si chiuse nelle sue stanze, così infelice da augurarsi – anzi da sperare ardentemente – di morire. Non sapeva più se fosse maggiore la rabbia o il dolore, non aveva più desiderio di nulla, insonnia ed inappetenza erano diventate le sue amiche più fidate. Cadde in un’abulia che fece temere ai suoi familiari di doverla perdere Trascinava i suoi giorni senza occuparsi di nulla, trascurando se stessa e qualsiasi tipo do occupazione.
Una bella mattina si alzò repentinamente dal letto, in ora quasi antelucana, e svegliò tutta la casa dicendo che voleva andare a vivere in continente, presso dei lontani parenti per prendere le distanze dai luoghi del supremo affronto.
Resta un vuoto nella vita seguente di Ignazia. A documentarcela ci sono solo lettere ingiallite, spedite ai fratelli, con laconiche frasi formali, scritte in minutissima e tremolante grafia. Si sa che – cinquantenne – ha chiuso i suoi giorni in una cupa città del nord Italia. Fra le sue cose la sventurata zitella ha lasciato un abito di amoerro marrone, severo, un po’ mortuario che – al posto dei bagliori ammiccanti – ha ora opachi riflessi sinistri. I nipoti – traendolo dal baule – lo hanno trovato stranamente rigido, come se fosse abitato da un invisibile corpo.
«Cos’è questo?» – ha chiesto la nipotina più giovane, ignara delle sventure della zia.
«Ah, niente» – ha risposto indifferentemente la madre – «Sono “le spoglie di Ignazia”, l’abito del suo mancato matrimonio, ne faremo fodere per i cuscini del salotto».
GRAZIA GIORDANI

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 21 Marzo 2009

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Tavolo da bridge

TAVOLO DA BRIDGE  

Si riunivano da ormai quasi trent’anni attorno a quel tavolo scuro. Sorretto da gambe massicce, vestito di un panno verde, ai bordi scolorito: un vestito senza mode e senza tempo, testimone muto delle loro lente smazzate. Un tavolo per quattro, a volte compiacente e un po’ sornione. Mentre le mani disponevano picche e fiori in meditate combinazioni, i piedi dei giocatori avevano – soprattutto in passato – lavorato sotto ambigui e tentatori.
I piedi di Clara erano lunghi e sottili, calzati spesso da mocassini morbidi, facili da sfilare, estremità di una donna irrequieta, la voce roca per il troppo tabacco, l’abbigliamento casual, quasi maschile, i calzoni di buon taglio, bluse molto aperte a mostrare l’inizio di seni piccoli ed eretti.
Claudio, il marito, era un uomo taciturno, grande calcolatore nel gioco, considerato la “mente”, il mago della licitazione, che sapeva spaziare con intelligenza nel misterioso giardino dei fiori “Romano”, “Napoletano” e forse anche di “Timbuctù”…. Così almeno commentava Clara, gelosa della razionalità inesorabile del consorte, in conflitto con la sua ironica fantasia.
Nel gioco preferivano dividere le coppie. Marta, meno irrequieta, più remissiva dell’amica, subiva con classe le ire di Claudio e, al tavolo verde, ne diventava l’altra metà. Una metà in sottordine, come la spalla per il comico, la sguattera per il cuoco.
Alain, il marsigliese della compagnia, era il più enigmatico dei quattro. La sua condotta di gioco appariva irregolare, ora piena di slanci e di concessioni alla creatività, ora ingrigita dai trent’anni di appuntamenti.
In passato era parso che Marta e Alain – i due single per elezione – nutrissero una reciproca viva simpatia. C’era stato qualche viaggio con pernottamento in piccole stanze di alberghi altoatesini, riscaldate d’inverno da caminetti divorati dal divampare delle fiamme. E poi un week-end a Parigi, presi dalla “grandeur” della città, nutriti in piccoli ristoranti di Montmartre, come turisti qualsiasi, senza pretese di distinzione. Liberi, disinibiti, avevano goduto di questo flash d’amore fisico che non li aveva vincolati a niente: né a reciproca fedeltà, né a sentimenti profondi. Di quelli che parlano il linguaggio del “ti amerò per tutta la vita”.
Poi Alain si innamorò veramente di Clara. Se ne accorse una sera, quando osservando il volto dell’amica riflesso nello specchio, provò quasi una fitta dolorosa, una voglia di averla tutta per sé, di toccare le sue carni color miele, di perdersi dentro quella scollatura sempre offerta. Si chinò fingendo di raccogliere una carta da gioco e sfiorò con le dita la sporgenza del suo ginocchio. La gamba di Clara “rispose”, accostandosi alla sua mano con abbandono. Fu un linguaggio istantaneo, una “licitazione” cui non seppero sottrarsi, piena di antiche malie. Claudio non diede segno di capire, chiuso in una specie di impermeabile di indifferenza, sembrava interessato alle “donne di cuori”, piuttosto che alla sua legittima compagna. Da tempo la teneva lontana nel grande letto matrimoniale, preferendo la lettura di manuali di bridge alle effusioni della consorte. Non notava le maliziose combinazioni di pizzo nero che svelavano più che velare i tenui boccioli del suo seno e le cosce efebiche di donna che invecchierà tardi. Le carte non le bastavano. Nella vita aveva altri interessi: slanci sociali, cinema d’avanguardia, pittura, fumetti di Linus. Adorava le patatine fritte a mezzanotte, le sorprese, i viaggi senza meta, gli imprevisti di tutti i tipi.
Alain la travolse. Fu all’epoca di questa passione che i loro piedi presero a “parlare” sotto il tavolo, inverecondi più che mai. Fu tutto uno sfilarsi di mocassini, di alluci strisciati lungo le gambe dell’uno o il ventre dell’altra, mentre le mani continuavano a regolare la danza delle carte, colpevoli ed imprecise, animate da una gioia trasgressiva, sempre più eccitante.
Gli incontri nella piccola garçonnière di Alain forse non erano così appaganti come lo scambio di effusioni del sottotavolo. I corpi, nella stanza del marsigliese – svelati dalle inutili lenzuola nei lunghi pomeriggi -, erano affamati, quasi crudeli nello scambiarsi ardore, ma non raggiungevano mai la soddisfazione allusiva delle sere al tavolo verde.
Marta soffriva per l’orgoglio ferito. Si sentiva tradita più dall’amica che dall’amante. Era divisa tra due atteggiamenti opposti. Da un lato cercava di inventare scuse per rimandare gli appuntamenti al bridge: senza la sua presenza, l’incantamento si sarebbe rotto, la love-story avrebbe avuto degli impedimenti. D’altro canto si comportava come l’assassino che torna su luogo del delitto: non riusciva a svincolarsi del tutto dall’appuntamento col tavolo galeotto, masochista ed impietosa contro se stessa.
Come tutte le passioni, anche questa si spense e divenne una sbiadita amicizia. Clara entrò in una fase di vita sedentaria. Forse divenne più riflessiva, meno sognatrice, ma anche meno appagata e capace di dare sprint a chi le viveva al fianco.
Marta aveva avuto un’altra storia breve e poco gratificante con un greco, incontrato occasionalmente a teatro, e che aveva tentato – in parte riuscendoci – di estorcerle del denaro. Alain era chiuso in un riserbo sempre più impenetrabile, della sua vita privata non si sapeva ormai più niente. Claudio continuò nella sua abulia di bridgista a tempo pieno, posato ,metodico nel fare tutto al tempo giusto e con la debita pignoleria, come piegare il tovagliolo prima di alzarsi da tavola o spremere il tubetto del dentifricio dal basso, senza sprechi inutili.
I quattro bridgisti – dopo un lungo intervallo – si riunirono in una serata invernale piena di vento. Folate fredde si insinuavano nella stanza attraverso le fessure della finestra. La camera era in penombra. Alain accese una lampada dal lungo stelo che proiettò una luce innaturale sulla smazzata chiara nel verde del tappeto, quasi una croce copta stilizzata, parte di un rituale troppe volte ripetuto. Sembrava un disegno di morte, di fine di amori ad incastro, d’inizi di pallide amicizie senza calore. Il gioco non aveva più senso fra loro, privo dei sottintesi del passato; si svolgeva ormai solo sul tavolo senza i risvolti furtivi, non nascondeva più le ombre delle loro vite, non era proiezione di manovre del sottosuolo. Che senso avrebbe avuto continuare? Claudio pensò: “Cercherò altri partner più vivi. Con loro è diventata una noia misurarsi. Clara, Alain e Marta sono ormai dei giocatori fantasma, molluschi senza supporto interiore, mutilati dalla fine dei loro “giochini”. Povera gente scialba, dagli ideali sbiaditi! È giunto il momento di scaricarli, come zavorra da gettare a mare”.

Grazia Giordani

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TAVOLO DA BRIDGE

Si riunivano da ormai quasi trent’anni attorno a quel tavolo scuro. Sorretto da gambe massicce, vestito di un panno verde, ai bordi scolorito: un vestito senza mode e senza tempo, testimone muto delle loro lente smazzate. Un tavolo per quattro, a volte compiacente e un po’ sornione. Mentre le mani disponevano picche e fiori in meditate combinazioni, i piedi dei giocatori avevano – soprattutto in passato – lavorato sotto ambigui e tentatori.
I piedi di Clara erano lunghi e sottili, calzati spesso da mocassini morbidi, facili da sfilare, estremità di una donna irrequieta, la voce roca per il troppo tabacco, l’abbigliamento casual, quasi maschile, i calzoni di buon taglio, bluse molto aperte a mostrare l’inizio di seni piccoli ed eretti.
Claudio, il marito, era un uomo taciturno, grande calcolatore nel gioco, considerato la “mente”, il mago della licitazione, che sapeva spaziare con intelligenza nel misterioso giardino dei fiori “Romano”, “Napoletano” e forse anche di “Timbuctù”…. Così almeno commentava Clara, gelosa della razionalità inesorabile del consorte, in conflitto con la sua ironica fantasia.
Nel gioco preferivano dividere le coppie. Marta, meno irrequieta, più remissiva dell’amica, subiva con classe le ire di Claudio e, al tavolo verde, ne diventava l’altra metà. Una metà in sottordine, come la spalla per il comico, la sguattera per il cuoco.
Alain, il marsigliese della compagnia, era il più enigmatico dei quattro. La sua condotta di gioco appariva irregolare, ora piena di slanci e di concessioni alla creatività, ora ingrigita dai trent’anni di appuntamenti.
In passato era parso che Marta e Alain – i due single per elezione – nutrissero una reciproca viva simpatia. C’era stato qualche viaggio con pernottamento in piccole stanze di alberghi altoatesini, riscaldate d’inverno da caminetti divorati dal divampare delle fiamme. E poi un week-end a Parigi, presi dalla “grandeur” della città, nutriti in piccoli ristoranti di Montmartre, come turisti qualsiasi, senza pretese di distinzione. Liberi, disinibiti, avevano goduto di questo flash d’amore fisico che non li aveva vincolati a niente: né a reciproca fedeltà, né a sentimenti profondi. Di quelli che parlano il linguaggio del “ti amerò per tutta la vita”.
Poi Alain si innamorò veramente di Clara. Se ne accorse una sera, quando osservando il volto dell’amica riflesso nello specchio, provò quasi una fitta dolorosa, una voglia di averla tutta per sé, di toccare le sue carni color miele, di perdersi dentro quella scollatura sempre offerta. Si chinò fingendo di raccogliere una carta da gioco e sfiorò con le dita la sporgenza del suo ginocchio. La gamba di Clara “rispose”, accostandosi alla sua mano con abbandono. Fu un linguaggio istantaneo, una “licitazione” cui non seppero sottrarsi, piena di antiche malie. Claudio non diede segno di capire, chiuso in una specie di impermeabile di indifferenza, sembrava interessato alle “donne di cuori”, piuttosto che alla sua legittima compagna. Da tempo la teneva lontana nel grande letto matrimoniale, preferendo la lettura di manuali di bridge alle effusioni della consorte. Non notava le maliziose combinazioni di pizzo nero che svelavano più che velare i tenui boccioli del suo seno e le cosce efebiche di donna che invecchierà tardi. Le carte non le bastavano. Nella vita aveva altri interessi: slanci sociali, cinema d’avanguardia, pittura, fumetti di Linus. Adorava le patatine fritte a mezzanotte, le sorprese, i viaggi senza meta, gli imprevisti di tutti i tipi.
Alain la travolse. Fu all’epoca di questa passione che i loro piedi presero a “parlare” sotto il tavolo, inverecondi più che mai. Fu tutto uno sfilarsi di mocassini, di alluci strisciati lungo le gambe dell’uno o il ventre dell’altra, mentre le mani continuavano a regolare la danza delle carte, colpevoli ed imprecise, animate da una gioia trasgressiva, sempre più eccitante.
Gli incontri nella piccola garçonnière di Alain forse non erano così appaganti come lo scambio di effusioni del sottotavolo. I corpi, nella stanza del marsigliese – svelati dalle inutili lenzuola nei lunghi pomeriggi -, erano affamati, quasi crudeli nello scambiarsi ardore, ma non raggiungevano mai la soddisfazione allusiva delle sere al tavolo verde.
Marta soffriva per l’orgoglio ferito. Si sentiva tradita più dall’amica che dall’amante. Era divisa tra due atteggiamenti opposti. Da un lato cercava di inventare scuse per rimandare gli appuntamenti al bridge: senza la sua presenza, l’incantamento si sarebbe rotto, la love-story avrebbe avuto degli impedimenti. D’altro canto si comportava come l’assassino che torna su luogo del delitto: non riusciva a svincolarsi del tutto dall’appuntamento col tavolo galeotto, masochista ed impietosa contro se stessa.
Come tutte le passioni, anche questa si spense e divenne una sbiadita amicizia. Clara entrò in una fase di vita sedentaria. Forse divenne più riflessiva, meno sognatrice, ma anche meno appagata e capace di dare sprint a chi le viveva al fianco.
Marta aveva avuto un’altra storia breve e poco gratificante con un greco, incontrato occasionalmente a teatro, e che aveva tentato – in parte riuscendoci – di estorcerle del denaro. Alain era chiuso in un riserbo sempre più impenetrabile, della sua vita privata non si sapeva ormai più niente. Claudio continuò nella sua abulia di bridgista a tempo pieno, posato ,metodico nel fare tutto al tempo giusto e con la debita pignoleria, come piegare il tovagliolo prima di alzarsi da tavola o spremere il tubetto del dentifricio dal basso, senza sprechi inutili.
I quattro bridgisti – dopo un lungo intervallo – si riunirono in una serata invernale piena di vento. Folate fredde si insinuavano nella stanza attraverso le fessure della finestra. La camera era in penombra. Alain accese una lampada dal lungo stelo che proiettò una luce innaturale sulla smazzata chiara nel verde del tappeto, quasi una croce copta stilizzata, parte di un rituale troppe volte ripetuto. Sembrava un disegno di morte, di fine di amori ad incastro, d’inizi di pallide amicizie senza calore. Il gioco non aveva più senso fra loro, privo dei sottintesi del passato; si svolgeva ormai solo sul tavolo senza i risvolti furtivi, non nascondeva più le ombre delle loro vite, non era proiezione di manovre del sottosuolo. Che senso avrebbe avuto continuare? Claudio pensò: “Cercherò altri partner più vivi. Con loro è diventata una noia misurarsi. Clara, Alain e Marta sono ormai dei giocatori fantasma, molluschi senza supporto interiore, mutilati dalla fine dei loro “giochini”. Povera gente scialba, dagli ideali sbiaditi! È giunto il momento di scaricarli, come zavorra da gettare a mare”.

Grazia Giordani

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La cinese

La Cinese
Dicono che io sia un uomo ancora prestante, anche se la mezz’età mi ha portato via un po’ di capelli e diminuito le diottrie, ma mi consolo pensando che la calvizie oggi è à la page e lo sguardo “trasognato” piace alle donne. Quindi tutto okay, tutto a posto. E ne ho avuto conferma ieri sera, durante il  récital-concerto in memoria di Fabrizio De Andrè, il mio idolo, tenuto in un teatro di provincia, straripante di un pubblico composto, in carattere con la musica gioiosamente funebre di quel grande che sapeva parlare della morte con l’ apparente indifferenza di Guido Gozzano. Lo so che il paragone vi apparirà improprio, anche perché preceduto dall’ossimoro del “tenebrismo” illuminato dalla gioia, ma questo è quello che sento, quando suono e canto musica e parole del mio Faber.
Un concerto riuscito, insomma, quello di ieri e che mi ha fatto riassaporare piaceri antichi, intendo un tuffo nel passato, senza struggenti nostalgie; questa volta vi parlo di ritrovati flash di giovinezza, lievi perché sulle ali del ricordo, seppur scaldati da una folata di sensualità. Una situazione che sarebbe piaciuta al miglior Brancati, anche se il teatro dell’azione non era la Sicilia, ma la festosa Bologna di un trentennio fa. Lo so che sono lungo nei preamboli, ma i piaceri, anche solo ricordati, vanno gustati lentamente, devono sciogliersi in bocca come un bonbon, una chicca dai compositi sapori che la lingua trascina sul palato e non vorrebbe si sciogliesse troppo in fretta.
Ebbene – vi dicevo – una serata bella, anche per l’insperato incontro che mi ha regalato, quando, dal proscenio, avvicinandomi al pubblico, ho rivisto quegli occhi. Gli occhi della Cinese. La chiamavamo così, negli anni della mia adolescenza bolognese, quelli delle ore rubate alla scuola, delle prime monetine ingoiate dal jukebox, delle prime sigarette fumate di nascosto, dei primi fremiti del corpo che prende consapevolezza di sé.
Allora, quando la vedevamo passare per Via delle Rose, nei tiepidi pomeriggi d’aprile, l’aria si arroventava e il nostro fiato si faceva corto in maniera struggente. Prima c’era la fase dell’attesa, quando ancora non sapevamo se quel giorno sarebbe passata. Non era regolare e ripetitiva come un orologio. Avrebbe potuto esserci o non esserci. E se mancava per qualche giorno alla fila, almanaccavamo: «Che sia malata? Che si sia trasferita?» No, c’era sempre. Tornava. Aveva un passo – come dire? – liquido e altero nel contempo. Non invitava, eravamo noi che ci autoinvitavamo ad ammirarla, sboccati, lascivi, come solo può esserlo la ragazzaglia di quell’età; ma sempre inter nos nelle nostre esternazioni, non lasciandoci mai sfuggire nemmeno un fischio o una parola di troppo, protetti dalla vetrata del bar, dove lasciavamo la traccia umida dei nostri affannati respiri e l’essenza del nostro desiderio, mentre i suoi seni eretti parevano bucare la seta delle sue attillate camicette e lo sguardo obliquo delle sue intense pupille, trafiggeva i nostri turbamenti. 
Era il fascino fatto donna.
Era il nostro mito.
E ieri sera ho rivisto quegli occhi.
Non so se cammina ancora come una pantera.
Un po’ d’argento, un poco appena, ha illuminato i suoi capelli. Lo sguardo obliquo dei suoi occhi è sempre quello: trafigge ancora, perché il fascino non ha età.
Sissignori, e così mi consolo anch’io, sperando di restare “commestibile” nel tempo… 
Grazia Giordani

 

 

Ombra

OMBRA

La tinta polvere di cielo e mare mi parve un colore letterario, soltanto pensato per scriverne adesso; invece stavo “vivendola” in quel momento, proprio mentre stavo camminando a fianco del mio anziano amico. E fu lì – in quell’istante – che ebbi anche piena consapevolezza della vecchiaia di Sandro: camminava con passo greve, lasciando orme profonde lungo il bagnasciuga, mentre con mano lenta, chiazzata di efelidi che sembravano piccoli schizzi di caffè, cercava di togliersi da un occhio un cernecchio ispido, rivolgendomi a tratti, uno sguardo opaco, di persona che non ha più troppe curiosità, che guarda la vita attraverso un filtro che ne sfumi i contorni.

Soffocò dentro un aspro colpo di tosse l’inizio di un discorso che si perse nell’acciaio del mare. Riprese la parola sogguardandomi di profilo, come se non volesse esporsi ad un rapporto troppo diretto, quasi parlasse a se stesso, impaurito dalle emozioni.
“Perché mi chiedi sempre di Lorernzo? Sai bene che è stato il mio partner privilegiato di disquisizioni intellettuali, di sogni giovanili. Una specie di alter ego per spirituali affinità elettive; un amico di rara intelligenza e di rarissimo cuore. Cosa ti spinge a tanta insistente curiosità?”
“Sei dunque così egoista da non voler dividere, nemmeno virtualmente, con me il privilegio di tanto eccezionale amicizia? O meglio – mi correggo -, il ricordo di un sentimento tanto grande ed irripetibile? Non ho mai conosciuto nessuno di tanto speciale, artista dell’idea, poeta e pittore inquietante e quindi non vedo nulla di male nel fatto che mi piaccia un poco sognare sui vostri dialoghi giovanili, sul vostro parlare di letteratura e filosofia. Avrei voluto vedervi, non solo immaginarvi, quando anche voi, come Gottfried Benn, sognavate il grande autore dello Zarathustra, al punto da non poter più nemmeno “fare un passo della vostra vita senza adorare questo sogno”. Avrei voluto anche sentirvi parlare di ragazze, capire in quale conto tenevate la donna e quale donna poteva attrarvi. Avrei voluto indagare dentro le vostre speranze, lasciarmi cullare dalla brezza delle vostre malinconie. Sedermi con voi alle “Giubbe Rosse”, rabbrividire per la prima cucchiaiata di gelato, quella che apre la via al primo frammento di sapore”.
“Sei certa che avremmo gradito questa tua intrusione? Questo tuo voler rubare il miele della nostra amicizia, l’esclusività delle nostre confidenze?”
“Oh, sì. Avrei fatto di tutto per farmi amare…”
“Da me o da lui? Attenta che era un fascinatore. Un uomo irresistibile. Avresti potuto restarne folgorata”.
Un’onda più lunga, e già colorata di notte, bagnò in quel momento le mie scarpe e l’orlo dei calzoni di Sandro. Stavamo entrando in un autunno che già spasimava verso l’inverno.
La cenere, che sembrava tingere il nostro mondo di quell’ora, fu sopraffatta dalla pece dell’ora notturna, forata in cielo da poche stelle e lì, vicino a me, dalla brace della sigaretta che ora pendeva dalle labbra del mio amico. Sentivo il suo respiro un po’ ansimante (per la fatica di camminare sulla sabbia bagnata o per l’emozione dei ricordi?), ma non smettevo di chiedere, di scavare dentro lo scrigno, solo in parte aperto, mai veramente spalancato, della loro giovinezza comune.
“Ho saputo che ha avuto una passione di fuoco per una bella donna e che avrebbe voluto abbandonare moglie e figli”.
“E io l’ho esortato a seguire la voce del cuore, ma la sua generosità l’ha indotto a sacrificare se stesso, per evitare ai suoi di casa troppa sofferenza”.
“Com’era quella donna? Descrivimela”.
Sandro si voltò a guardarmi in volto nel buio, e – come se mi vedesse solo allora –
“Era il tuo ‘doppio'” – mormorò, accigliandosi.
“Un sosia? Un clone della mia immagine?”
“Basta, cerchiamo un posto dove mangiare”
Fu lui a riprendere il discorso, dopo un mio lungo silenzio, ormai seduti, all’interno di un ristorante semideserto, davanti a un piatto di sogliole non troppo invitanti, del tutto in carattere con il clima cupo che si era creato.
“Ti rendi conto della morbosità della situazione? Ti stai innamorando di un morto, di un uomo che non hai mai visto, di cui conosci parzialmente l’opera e l’originale pensiero. Ma cosa ne sai dei suoi tic, delle sue debolezze, del suo modo di sorridere, arrabbiarsi, del suo odore, delle sue smorfie, dei piccoli momenti della sua vita piccola. Anche i geni, i superuomini hanno momenti di fisicità minima; non passano certo la vita a interpretare Nietzsche e Benn. Sai se ti piacerebbe veramente toccare la sua carne ed essere toccata da lui? Credi che un suo bacio ti farebbe impazzire, e magari l’odore del suo fiato – fumava tante sigarette, sai? – potrebbe averti indisposta, male impressionata. Non si può amare un uomo raccontato, eroicizzato. Non si può innamorarsi di un fantasma, di un’ombra. Oltretutto, ingelosendomi, mi fai essere involontario complice di una situazione così insana ed assurda”.
Ci salutammo, stanchi per la passeggiata e ancora più per la difficile conversazione. Salimmo nelle nostre camere, una di fronte all’altra. Sentivo Sandro muoversi irrequieto. Temevo soffrisse, oppresso dalla sua sempre più oscura fatica di vivere, complicata ora anche dal mio paradossale e capriccioso atteggiamento.
Mi svegliai in un’alba di latte. Lo specchio rimandò l’immagine di un donna appagata dalla consolazione di essere stata un doppio, ma risolta a cambiare esistenza.

Grazia Giordani

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Retromarcia

Retromarcia

 

Mi sembrava di essermi tolto un peso dallo stomaco. Non ho mai sopportato gli snob, le persone che sentono puzza al tuo passaggio.

Ma sì l’avrò annoiata con tutto quel bouquet di guai (magari un vero bouquet fiorito avrei dovuto portarglielo in dono, o farle il baciamano con l’inchino a quella grandonna, per persuaderla a scrivere la mia misera vita).

E poi perché ci tengo tanto a far sapere a tutti che sono un disgraziato? Adesso non mi va tanto male. E il pranzo (che  ho ben  poco mangiato, temendo anche di non reggere al meglio le posate) avrei fatto bene a pagarlo io. Mi son fatto mettere i piedi in testa. Ecco cosa ho fatto. E l’ho mollata in contemplazione del suo mare d’infanzia.

Non ho rimorsi, perché se possiede in quel luogo un delizioso monolocale, quasi un ventre materno, passerà lì la notte. Troverà bene il modo di scaldarsi. Avrà pure una stufetta. Abituata al mare d’inverno, sarà attrezzata. Nella valigia avrà pur messo pullover e scarpette di lana.

Che me ne importa?

E, invece me ne importa.

Ho già percorso dieci chilometri, ma adesso faccio retromarcia.

Sissignori, me ne torno indietro.

 

Se n’è andato, insalutato ospite. Mi ha mollata come una vecchia ciabatta. Ma non so dargli del tutto torto. Oddio, era noioso e sorbiva la zuppa di pesce come un burino, però dal suo racconto, mettendoci molto di mio, avrei potuto trarre qualcosa di interessante….

 

Non riesco ad inserire la retromarcia.

Che sia colpa del ghiaccio o un segno del destino?

Il destino ‘sta volta è neutrale: né mi ostacola, né mi aiuta.

Lasciai fare alla mia vecchia bagnarola con le ruote mezze consunte e il motore che gracchia…

 

Devo proprio essere un soggetto originale, oppure una donna troppo sola, incapace di amare e quindi di affezionarmi a mia volta. Però quel racconto delle piccole bare bianche e dell’odore di gelsomini sfatti stanotte non mi farà dormire, sebbene io adori (ecco un verbo lezioso che lui non userebbe mai; a vero dire neppure i congiuntivi gli sono poi tanto congeniali…) questo monolocale dove persino i pochi soprammobili parlano delle mani di mia madre. Ah! Le sue mani così agili e creative, le sue chiome color del grano maturo. Come avrei voluto aver in dono un decimo della sua bellezza. Dicono conti l’intelligenza, ma io sono troppo sofisticata, poco spontanea…

 

Ecco, ho ripercorso i dieci inutili chilometri e non so bene dove diavolo si trovi quel tanto amato monostanza o come meglio si chiami (e un congiuntivo, adesso mi è venuto spontaneo, chissà come sarebbe soddisfatta se mi sentisse madame).

 

Cosa farei se tornasse indietro?

Gli darei alloggio?

Nella poltrona letto dell’angolo?

(Che sia un uomo pericoloso?)

Però non mi piacerebbe rivedere come impugna il cucchiaio…

 

L’unica casa con i battenti delle finestre aperti non può essere che la sua. Chi vuoi che sia un’altra matta che se ne viene d’inverno in una zona così desolata?

 

E’ lui, è lui.

Riconoscerei il rantolo della sua Lotus tra mille….

 

Mi scusi, signora, ma mi sentivo così umiliato dal suo disprezzo, che sono scappato come un vero vigliacco.

La prego di perdonarmi.

 

Maddai, si era allontanato?

Sono così distratta da non essermene accorta.

(g.g.)

L’Odore

L’Odore

Da anni cercavo uno scrittore che mettesse nero su bianco la mia vita. E il destino, talvolta, si sgrana tra le nostre dita come un imprevedibile rosario, perché proprio mio figlio, giorni fa, mi ha detto: «Non cercare tanto lontano, papà. Proprio in un paese vicino al nostro vive un’anziana scrittrice un po’ balzana, volubile, ma – se le andrai a genio e saprai convincerla – forse ti accontenterà».
L’auto non andava in marcia, stamani, succede sempre così, quando hai fretta e anche pochi chilometri di distanza ti procurano il batticuore. Mi aveva risposto seccamente al telefono, quella preziosa signora, di andare da lei subito e per pochi minuti perché stava partendo per il mare.
«Con questo freddo?»
«Lo preferisco d’inverno».
Dopo l’ultimo singulto la mia vecchia Lotus si è messa in moto, sgusciando dentro sdrucciolevoli stradine di campagna, ricamate di galaverna. Persino il casale severo della scrittrice, proprio come mi era stato descritto, mandava bagliori di cristallo.
Piccola, minuta, i capelli raccolti in una crocchia incolore, lo sguardo obliquo, mi è venuta incontro, agile, con un impercettibile sorriso.
Ho cominciato a raccontarle di getto, senza preamboli, le tribolazioni del mio vissuto di sessantenne che vorrebbe fermare sulla carta un’esistenza che andrebbe altrimenti perduta.
«Lo fa per vanità?»
«Forse, ma anche per non morire del tutto. Se la mia vita resta chiusa nelle pagine di un libro, parte di me resterà invece aperta ai lettori, soprattutto ai miei figli.»
«Dicono tutti così, ma è la vanità a prevalere….»
«Dunque, lei fa sogni ricorrenti ambientati in Barbagia, la sua terra natale.»
Come un fiume in piena – dopo questa sua lapidaria affermazione – mi sono sgorgate fuori le parole -, quelle che io non avrei mai saputo scrivere.
La terra di Seulo, quella dei miei anni infantili, mi è riapparsa nel suo fascino selvaggio e ho risentito dentro il cuore la voce del mio maestro, nei pochi miei anni di scuola che mi raccontava come fosse stata chiamata Barbaria perché inconquistabile. Ho rivisto, in un fulmineo flash, quelle aree vegliate da montagne severe, porte robuste da cui mai sono uscite le più remote tradizioni che ancora oggi rumoreggiano, colorano ed emozionano.
Mi sono rivisto a sei anni nella chiesa di San Nicola di Ottana, a ricevere la prima comunione, quasi vestito di stracci, con abiti rabberciati da una zia e calzato da scarpe tanto grandi (avrebbero dovuto durarmi nel tempo) che quasi inciampavo nei miei piedi.
Raggiunta la terza elementare, i miei hanno deciso che la mia istruzione fosse completata, addirittura troppa.
Un vecchio pecoraio mi ha assunto a guardare il suo gregge, affiancato da un cane ringhioso. Non posso nemmeno contare il numero di bastonate scritte sulla mia schiena, quando un agnellino mi è sfuggito dal petto, dove lo tenevo per coccolarlo, cadendo fra i rovi pungenti di quella mia terra di spine.
Ho lavato chicchere e piattini in un bar scalcinato, dove gli avventori sputavano per terra e mi lasciavano l’ultimo goccio di caffè nella tazzina, così gustavo quel po’ di zucchero nel fondo.
Ma tutto questo eran rose e viole, se penso che, a nove anni, l’età in cui i bambini dovrebbero studiare e giocare, mi ha quasi adottato uno zio di mio padre che aveva una rudimentale impresa di pompe funebri.
Costruiva casse da morto, soprattutto per i bambini.
In misteriosa comunicazione con gli infermieri degli ospedali del circondario, riusciva ad arraffare i corpicini di quei poveri malcapitati, quasi prima che avessero reso l’ultimo respiro.
E io dovevo aiutare a lavarli, vestirli, assistere ai gemiti delle madri e dei parenti e poi deporli nella cassa, ricoprendoli di gelsomini. L’odore stucchevole di quel fiore mi è rimasto nelle narici come una maledizione, tanto che lo risento persino in sogno.
Quando ritorno nella mia terra natale, provo nausea solo nel rivedere quelle delicate corolle che martirizzano da sempre il mio olfatto.
Risento il tonfo delle bianche casse affondare nella terra, rivedo lacrime di perla sgorgare da occhi che troppo avevano pianto.
Risento l’asprezza delle voci disperate.
Mi angoscia ancor più la rassegnazione di quella povera gente di allora.
«Basta così, lei non ha bisogno della mia penna. Scriva come sa parlare e riporti via con sé quel dolciastro odore che ha invaso la mia casa. Suskind col suo Profumo ha consegnato ai posteri un capolavoro. Lei non saprà fare altrettanto, ma la sua odorosa storia mi ha fatto male al cuore. I vecchi hanno bisogno di gratificazioni, non di rimescolii dentro le angosce. Anzi, visto che ha l’auto parcheggiata fuori, perché non mi conduce al mare? Le garantisco che in questa stagione là non fioriscono gelsomini.
Grazia Giordani

Grazia Giordani