Archive for aprile 2009

Cattivi

Dicono che cattivi si nasce. Dicono che cattivi si diventa. Dove sta la verità? Probabilmente queste due teorie, intersecandosi, sono valide entrambe, come a dire che genetica e ambiente giocano in sinergia dentro il cervello e l’animo umano. Scienziati e psicologi da anni si arrovellano e propongono teorie intorno al problema del male. Argomento – questo – che ha fatto spandere fiumi d’inchiostro in letteratura e impegnato i migliori registi cinematografici. Nelle sale cinematografiche e nelle librerie si è parlato molto di Hannibal Lecter, le origini del male, perché l’argomento non perde certo di spessore e di interesse agli occhi del pubblico.
Secondo gli uomini di scienza – quelli che non si perdono dentro le fantasie letterarie e dentro i dostoevskijani “doppi” -, ma che osservano dati ai loro occhi incontrovertibili, tre sembrano essere le radici del male: genetiche, cerebrali e alimentari. Genetiche a causa di un enzima, la monoamina oxidase colpevole di agire sul livello di aggressività delle persone. Ne sono maggiormente forniti gli uomini che – stando alle statistiche – rappresentano il 90 per cento dei responsabili di omicidi; cerebrali perché è stato riscontrato che alcuni criminali hanno in comune tra loro delle evidenti lesioni al cervello. Considerevole, in proposito, un deficit del lobo frontale, quello che avrebbe l’incarico di controllare gli impulsi; alimentari poiché sembra esservi uno stretto legame tra cibo e violenza. Gli Omega 3 acidi grassi essenziali, contenuti soprattutto nel pesce e i complessi multivitaminici possono ridurre l’aggressività degli esseri umani. In Inghilterra e in Belgio si stanno eseguendo test a questo proposito nelle prigioni.
Viene fatto di chiedersi, anche,  se sia bene somministrare un’alimentazione carnea così precocemente ai nostri figli, a pochi mesi d’età, sotto forma di omogeneizzati. Non potrebbe essere questa una delle cause dell’aggressività così prorompente nei nostri anni? Anni in cui pullulano le madri assassine in numero preoccupante. E pensare che Cesare Lombroso usava sostenere che “una mamma che uccide il figlio è un errore di natura”. Troppi errori del genere, in questo nostro difficile momento storico in cui i delitti di famiglia non si contano nemmeno più.
Tornando all’Hannibal cinematografico e letterario, ora riproposto in veste di ragazzo, sembra che sia diventato un cannibale colto e sanguinario, vero genio del male, non privo di un suo fascino perverso – del resto nessuno potrebbe negare lo charme intellettuale di Raskol’nikov che, pur omicida in Delitto e castigo, sembra aver ispirato Nietzsche per il suo Superuomo – divenuto mostruosamente crudele, dopo aver assistito al barbaro omicidio della sorella.
Ecco, stiamo palleggiandoci tra letteratura e realtà, poiché se nel romanzesco basta assistere a uno straziante omicidio per divenire degli Hannibal, o avere un iper concetto di sé , un ipertrofico io, tanto da autogiustificare il proprio crimine, come nel caso dell’eroe dostoevskijano,  nella vita reale, sembra non basti un singolo evento traumatico a trasformare una persona normale in un criminale. Le ombre e i traumi profondi devono essere certamente plurimi e di varia natura. La violenza ha dunque molte cause, annidata in nuce dentro le caratteristiche psicologiche e genetiche del soggetto, stimolate dall’ambiente familiare e dal mondo esterno.
Sembra addirittura che – stando alle statistiche – vi siano fattori di rischio atti a predire se da adulto un bambino potrà diventare un criminale. Gli scienziati ci esortano a tenere d’occhio i bambini iperattivi, troppo impulsivi, tendenti alla violenza nei confronti dei compagni, con difficoltà di concentrazione e di apprendimento. Corre pericolo anche il bambino che non riceve sufficienti attenzioni familiari, esposto o oggetto di violenza domestica , testimone di indigenza economica persistente per cui in età adolescenziale potrà cadere preda di alcol e droghe. Queste caratteristiche assommate, potrebbero essere la malefica porta che apre al giovane la via del crimine. Potrebbe, ma non vi sono regole inderogabili: l’animo umano non ha le caratteristiche di  un’operazione matematica.
Grazia Giordani
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L’amour fou

"C’è sempre un grano di pazzia nell’amore, così come c’è sempre un grano di logica nella follia".                                                                           

 (Friedrich Nietzsche)

Prime Rose

Anche se la mattinata non è radiosa e il bersò  fiorisce lentamente sotto la finestra del mio studio, vi dedico le prime rose – ancora in boccio – per augurarvi una profumata buona domenica, g*

Giorni pieni

Sono stati giorni pieni d’impegni, in questo bizzoso aprile bagnato di piogge e con squarci di sole ancora incerto. Dopo la presentazione di Diario Piccolo di Rosa Noci, così intriso di dolore e di speranza, ieri ho presentato la mostra d’arte di Daniela Ghirardi – raro caso di una pittrice che si è ispirata a Giorgio De Chirico, rivisitandolo in chiave più curvilinea e sinuosa – visto che la preziosa corrente metafisica ha avuto maggior numero di epigoni nell’universo maschile. E’ stata maggiormente sentita da uomini piuttosto che dal mondo femminile.

Il 28 aprile e il 5 maggio prossimi parlerò ancora di Mare Notte di Donatello Bellomo in occasione della chiusura degli anni accademici delle Università Popolari di Quistello (Mn) e Nogara (Vr).

Il prossimo 4 maggio parlerò –  in Sala Gidoni a Badia Polesine alle 17, 45 – di una silloge di Carla Sarain, uscita postuma, per scelta del marito che ha voluto onorare la memoria della sua donna tanto amata. Ricordi, Racconti e Pensieri, per i tipi dell’Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali, è veramente un composito mosaico che mi ha profondamente coinvolta. Carla, in vita, non aveva mai voluto pubblicare i suoi scritti e ora, con questa frizzante, spiritosa e – nel contempo – malinconica "confessione" su carta, ci regala toccanti spicchi del suo vissuto.

 
UN MONDO DI “GIOVANI VECCHI
 
Ci sembrano particolarmente interessanti ed in sintonia di questa nostra “Italia che cambia” – dai mutamenti della quale non è esente nemmeno il Polesine, pur nella sua notoria lentezza ad adeguarsi – il pensiero del sociologo Francesco Alberoni che dedica una cura puntigliosa ed ostinata alle problematiche dell’amore.
Questo sentimento – scrive il sociologo – “…fa la sua comparsa soltanto qualche volta nella vita, come un uragano, come un vento. Ma si dimostra un’illusione. Scomparsa la passione, l’altro ci appare per quello che è. A volte buono, ma stupido, altre volte meschino, altre volte avido e infido. I rapporti tra i due sessi sono cattivi. Molte donne sostengono che gli uomini sono prepotenti, egoisti e infedeli. Meglio vivere sole. La vita di coppia – mi sussurrano gli amici sessuologi – ha bisogno solo di intimità, di comprensione e di un pizzico di infedeltà. Quanto ai giovani, non corrono più il rischio di morire d’amore come Giulietta e Romeo. Insomma sembrano dire tutti, non facciamo sogni, restiamo terra terra. Ciò che conta è avere un lavoro, un po’ di sesso e un po’ di svago”.
Questa constatazione “terragna” e molto realistica sembra addolorare il nostro sociologo che la giudica nata da una società delusa dalle ideologie, che non crede più nella patria e nella nazione, che non crede più nel proletariato e nel suo compito di redimere il mondo, che non crede più nella religione tradizionale.
Questa società disincantata – nell’ottica di Alberoni – avrebbe perso anche la speranza nella possibilità di elevare i popoli del terzo mondo e non crede più nel futuro del pianeta sempre più sovrappopolato ed inquinato e che si è persuasa di non avere né mete né valori di sorta.
Queste sono certamente parole di una società posata e saggia, tanto saggia da fare apparire vecchi anche i giovani. Secondo il nostro sociologo, la vera vecchiaia è la perdita della speranza nel futuro, pur vedendo, senza paraocchi i limiti e le angustie del domani.
Insomma, diventiamo vecchi – anche se ventenni – quando smettiamo di sognare e non siamo più in grado di abbandonarci all’immaginazione, arricchendo la nostra esistenza di altre esistenze possibili.
“Così è anche per l’amore – sostiene Alberoni – . A partire dalla sua forma più semplice come attrazione sessuale. Come incontro con una persona nuova, diversa ; contatto, fusione, sfida. Come avventura, come infatuazione ardente, bruciante, eppure fragile. Infine come follia dell’innamoramento, quando in una persona qualsiasi noi intravediamo un valore infinito. Il riverbero dell’assenza, dell’assoluto. Illusione ? Certo, ma anche realtà, perché ogni essere umano, nel profondo, sa di essere unico e inconfondibile, sa di essere un universo. La follia dell’amore è l’unica esperienza che ci fa conoscere l’altro nello stesso modo”. Voi che ne pensate?

Epilogo

Qual è l’epilogo di romanzi o poemi celebri, nella letteratura italiana e straniera, che vi ha maggiormente impressionato nel corso delle vostre letture? Mi piacerebbe saperlo.

Delizioso noir

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