Archive for aprile 2017

Il giardino degli inglesi

LIBRI. Il nuovo romanzo di Vladimiro Bottone

Passioni e delitti
nella Napoli
di metà Ottocento

Grazia Giordani

Neri Pozza propone un avvincente noir con «Il giardino degli inglesi»

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sabato 29 aprile 2017 CULTURA, pagina 48

 

Se ci sono romanzi destinati a lasciare un segno nel mondo della letteratura, certamente tra questi brilla «Il giardino degli inglesi» di Vladimiro Bottone (Neri Pozza, pp. 400, euro 18), per l’originalità della trama, l’impasto lessicale di purissimo italiano, misto a frasi napoletane, con persino la civetteria di citazioni latine che l’autore non si è fatto mancare. Ci troviamo sotto gli occhi un noir sui generis, del tutto lontano e diverso da quanto avevamo letto finora.

Siamo nel 1842 in una Napoli attraversata da avidità e brama di potere in concomitanza con senso del dovere, tanta superstizione, nel vibrare di passioni tanto violente quanto pericolose.

Due giovani, fratello e sorella, troveranno misteriosamente la morte nella città partenopea. Quando il corpo della bella Emma Darshwood, insegnante di canto nel ricovero-orfanotrofio del Serraglio, viene ritrovato dalla polizia, qualcuno ai piani alti si affretta a chiudere il caso che scotta come un qualsiasi omicidio passionale. Ma ci sono dei punti oscuri, delle zone d’ombra che devono essere chiarite. Ed è proprio con il fermo proponimento di far luce sulla morte della sorella, che arriva a Napoli anche il fratello Peter. I due giovani erano legati, fin dall’infanzia, da un sentimento talmente forte ed appassionato da sfociare quasi in una forma d’incesto, mai consumato, come apprenderemo da un fitto e commovente carteggio che Peter Darshwood portava cucito all’interno del suo corsetto, per mai idealmente separarsi dall’amatissima sorella.

I fatti farebbero credere che Peter sia stato ucciso in una sanguinosa rapina di strada, per depredarlo dei beni che portava addosso. Quindi, viene sepolto assieme alla sorella Emma nel cosidetto «giardino degli inglesi», il suggestivo cimitero dedicato ai non cattolici. Comunque, c’è qualcuno che non si lascia abbindolare, credendo ciecamente al susseguirsi di queste tragiche fatalità. Il commissario della polizia borbonica Gioacchino Fiorilli non smette mai di indagare, persuaso che dietro il duplice omicidio si nasconda la mano nera dell’ex medico del Serraglio: l’avvenente e carismatico Domenico De Consoli, quintessenza del cinismo più abietto, un personaggio che con la sua bieca ed implacabile capacità di sedurre adulti e minori, resterà a lungo impresso nella nostra fantasia.

 

Sotto una stella crudele

Il Libro Le memorie della Kovàly per Adelphi

ricordi di Heda
sopravvissuta
a Hitler e a Stalin

Grazia Giordani 

«Sotto una stella crudele» descrive il dramma di una donna e la sua fuga

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lunedì 24 aprile 2017 CULTURA, pagina 57

La storia dello spirito indomito di una donna straordinaria, sopravvissuta due volte: all’Olocausto e alla dittatura comunista in Cecoslovacchia, sembrerebbe fiorire da una vivida fantasia, tanto appare inverosimile. Eppure è un doloroso fatto vero che leggiamo avidamente e molto commossi, nel libro di memorie di Heda Margolius Kovàly «Sotto una stella crudele Una vita a Praga1941-1968» (Adelphi, pp.214, euro 20, traduzione di Silvia Pareschi).

«Custodisco il passato dentro di me ripiegato come una fisarmonica, come uno di quei libretti di cartoline, piccoli e ordinati, che la gente porta a casa per ricordo di città lontane. Ma basta sollevare un angolo della prima cartolina per liberare un serpente interminabile, zigzag dopo zigzag, il simbolo della vipera, e di colpo tutte le immagini mi si allineano davanti agli occhi». E non stentiamo a crederlo che mentre Heda scrive la sua strabiliante storia, i due serpenti più velenosi prendano le sembianze di Adolf Hitler e di Josif Vissarionovič Stalin.

Seguiamo la sua fuga dai campi di deportazione, trattenendo il respiro, ma la parte che maggiormente ci colpisce è l’accoglienza che le riservano a Praga gli amici di un tempo, quelli che le avevano giurato eterna solidarietà. La sua vita da clandestina non è tanto meglio di quella da deportata. Non trova alloggio, non trova cibo; i suoi amici sono sopraffatti dall’orrore per le rappresaglie naziste. Tanta è la sua disperazione, che medita persino il suicidio: «Salii su un ponte e mi sporsi dal parapetto. Sotto di me la Moldava scorreva mormorando, scura e fredda. La distanza fra il ponte e l’acqua sembrava enorme. Dunque quella era la fine del mio viaggio. Quella era la libertà che nessuno poteva immaginare: la libertà di un uccello, la libertà del vento, una libertà senza persone. Una libertà senza uscita, solitaria e spaventosa quanto il fiume sottostante. Mi tolsi i guanti e appoggiai le mani sulla fredda pietra del ponte». Ma l’istinto di attaccamento comunque alla vita ha il sopravvento.

Finalmente la guerra finisce e la primavera del 1945  ci fa ammirare il fascino di una Praga radiosa nello splendore dei suoi giardini, tanto che Heda scrive: «diventammo ciechi di fronte alle ombre minacciose, ai segni premonitori di un futuro incerto». Infatti, due mesi dopo la liberazione, suona un’altra musica. Cominciano i soprusi, il mercato nero. Ed è proprio nel 1952, nel pieno clima della «rinascita comunista», che il marito dell’autrice, Rudolf Margolius, alto funzionario governativo, verrà condannato, innocente, all’impiccagione nel clima plumbeo e maligno del processo contro il segretario generale Slànsky.

Sono pagine toccanti, sempre più dense di particolari e soprattutto sincere quelle di Heda Margolius che entra insieme al figlio Ivan nel periodo del «silenzio attonito, terrorizzato». Solo le seconde nozze con Pavel Kovàly darannno a lei e ad Ivan una possibilità di sopravvivenza e riscatto.

Ma la tragedia sembra non dover avere mai fine, perché quando sembra ci si stia avviando verso un happy end di esistenze tanto martoriate, quando dopo la Primavera di Dubček, tutta la popolazione che aveva raggiunto il massimo del sollievo e della felicità, riversandosi festosa nelle strade, si scontra col massimo degli orrori: l’arrivo dei carri armati sovietici.

E tutto questo apprendiamo dalla sobria, luminosa prosa di Heda Margolius Kovàly (1919-2010) che, nata a Praga, emigrò negli Stati Uniti nel 1968, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

«Sotto una stella crudele» uscì per la prima volta in Canada nel 1973.

Grazia Giordani

Tiro al bersaglio

IL LIBRO. «Tiro al bersaglio» di Gianni Simoni

L’amara metropoli
dell’ex magistrato
che scrive «gialli»

Grazia Giordani

Il commissario dalla pelle scura affronta un nuovo, intricato caso

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sabato 15 aprile 2017 CULTURA, pagina 49

Ritorna il commissario Andrea Lucchesi, figlio di madre eritrea, forse l’unico poliziotto di pelle scura, nel nuovo bel romanzo giallo di Gianni Simoni «Tiro al bersaglio» (Tea, pp.263, euro 13). Questa volta è una storia molto complicata cui fa da sfondo una Milano amara e violenta, specchio dei nostri giorni, in cui le case ci appaiono ricettacoli segreti di squallidi delitti, nati dal trio esecrando di povertà, solitudine e delinquenza spicciola.

Una Milano che pullula di omicidi, appalti truccati, spaccio di droga, suicidi, prestiti a usura. Una città cupa e violenta quella del commissario Lucchesi dotato di un fiuto, quasi un istinto animale che lo induce a sbrogliare le matasse più aggrovigliate, cogliendo i dettagli di una satanica verità che agli altri sfugge, perché il suo istinto vede oltre. La sua vita stessa è complicata. Un matrimonio fallito alle spalle, una figlia, un nuovo amore con la compagna poliziotta Lucia Anticoli, troppo whisky  e troppe sigarette, ma tanta umanità.

Come spesso accade, una mattina all’alba, il commissario è tirato giù dal letto a causa di una rapina al quartiere milanese OT8, ai danni di un vecchio droghiere, rimasto ucciso da un colpo di fucile a canne mozze. Come se non bastasse, poco dopo la Omicidi è di nuovo chiamata in pieno assetto. In un appartamento del centro si trova un uomo con la testa spaccata da un colpo di martello.

Dietro entrambi i casi vi è un dedalo di piste che si moltiplicano, portando alla luce torbide verità inconfessabili, quasi una maligna rete di tradimenti e menzogne, ricatti, traffici illeciti. La situazione è talmente malsana e complessa come una diabolica matrioska, che Lucchesi, pur amando sbrogliarsela da solo, dovrà muovere la collaborazione di tutta la sua efficiente squadra.

La sua vita pubblica s’intreccia fortemente con i suoi sentimenti privati legati alla compagna Lucia Anticoli. Insieme dovranno affrontare e superare un grande dolore personale.

Questa abilità di Simoni di giocare tra il pubblico e il privato, regala note di umanità al romanzo, che, ingentilito dalle note private, si alleggerisce di tanto squallore ed efferata violenza.

Gianni Simoni, ex magistrato, prima di darsi alla scrittura poliziesca, ha condotto quale giudice istruttore, indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo.

Presso Garzanti ha pubblicato «Il caffè di Sindona» in collaborazione con Giuliano Turone. «Tiro al bersaglio» è la sesta delle indagini del commissario Andrea Lucchesi, pubblicate dalla Tea insieme alla serie dedicata alla serie di Petri e Miceli.

Il commissario Andrea Lucchesi appare per la prima volta nel libro «Piazza San Sepolcro» e da subito lo troviamo un uomo particolarmente interessante, forse anche per la sua vita personale complicata e per il suo acume nello sciogliere i rebus di delitti e macchinazioni.

Gianni Simoni ha saputo regalarci ancora un giallo coi suoi lati imprevedibili, con le sue descrizioni di una Milano fosca, abitata da tortuosi personaggi, un paesaggio esteriore ed intimo dipinto con mano abile e molto coinvolgente, eppure non privo di risvolti sentimentali.

 

 

 

 

Alle Case Venie

IL LIBRO. «Alle Case Venie» per Superbeat

Realismo, tragedia
e amore nei giorni
dell’armistizio

Grazia Giordani

Romana Petri racconta la vendetta della protagonista fra il 1943 e ’45

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martedì 04 aprile 2017 CULTURA, pagina 49

In maniera leggera, appena accennata, ci rimanda a certe impressioni del realismo magico di Elsa Morante o di Garcia Marquez,  il bel romanzo di Romana Petri «Alle Case Venie» (Superbeat, pp.203, euro 16,50). Sarà perché Alcina, la protagonista, trentenne dai capelli neri e ii cuore «rosso come il sangue» parla con Astorre,  con il padre morto, che non ha ancora trovato pace nell’aldilà,  pentito anche del suo erroneo pensiero politico di allora, regalando una sensazione fatata ad un romanzo che, per il resto è realistico. Il 2 settembre del 1943 il caldo soffocante dell’estate sembra essersi dilavato in un unico giorno di pioggia alle Case Venie, podere sopra Città della Pieve. L’armistizio ormai si respira nell’aria, ma la guerra continua, implacabile, a mietere le sue vittime. Alcina vive nel minimo borgo umbro col fratello Aliseo e il cane Arduino, orfana di entrambi i genitori Astorre ed Amarantina. Spalterio è un baldanzoso amico che spesso va a trovare i due fratelli, molto affezionato ad entrambi.

Siamo nel lasso di tempo che corre tra il 1943-45. Il fascismo ha chiuso i battenti, ma le razzie dei tedeschi in ritirata, in cerca di cibo per la sopravvivenza, perseguitano ancora i campagnoli, compresi gli appartenenti alla famiglia di Alcina, antifascista fino all’osso, ostile a questo regime prevaricante.

Alcina vorrebbe responsabilizzare il fratello diciassettenne affidandogli il delicato e pericoloso incarico di andare a prelevare carte e documenti che il capo dei partigiani periodicamente inviava agli antifascisti al fine si sapessero regolare.

Aliseo riesce nella difficile e pericolosa impresa. Ma c’è un Minghetti, feroce fascista, che induce Alcina, Aliseo e il cane, nonché la fidata vicina di casa Jone, a raggiungere i partigiani sul Pausillo. La seconda parte del romanzo è piuttosto cruenta in quanto descrive le azioni dei partigiani che si scatenano contro tedeschi e fascisti.

La tragedia non poteva brillare per assenza, in un romanzo che dopo la prima parte bucolica, profumata anche degli odori della campagna, si muta in concitata lotta. Aliseo, in una delle sue imprese, forse abbagliato dal sole, cade in una trappola tesagli dal nemico. Sotto gli occhi atterriti della sorella e dell’amico Spalterio, viene mitragliato, senza pietà, da quel Minghetti che tanto odiava gli antifascisti.

La vendetta di Alcina sarà terribile, come nelle antiche tragedie greche. Ucciderà l’uccisore del fratello, pregando Spalterio di non intromettersi. Sangue chiama sangue e questa non è certo una novità.

Alcina torna alle Case Venie, dove chiude i suoi giorni anche il cane Arduino.

Dopo tanta tragedia, c’è un finale dolce . Alcina riceve il suo primo bacio d’amore da Spalterio. Una nota tenera ad alleviare l’atmosfera cruenta degli anni della Resistenza partigiana, oltre ad essere la testimonianza del commovente rapporto tra un padre caduto in errore e una figlia desiderosa di riscattare la sua figura e la sua memoria.

Romana Petri è nata a Roma e vive tra la sua città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue numerose opere di successo, citiamo: «Ovunque io sia», (Beat 2012) e «Le serenate del Ciclone»(Neri Pozza, 2015).