Archive for dicembre 2016

Tempi felici

IL LIBRO. La riproposizione di Adelphi

Karinthy, l’ironia
riesce a vincere
sulla tragedia

Grazia Giordani

Lo scrittore ungherese si esalta nel romanzo breve «Tempi felici»

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mercoledì 28 dicembre 2016 CULTURA, pagina 41

 

Tra i non pochi meriti della casa editrice Adelphi, ai nostri occhi, c’è anche quello di ridare luce a voci letterarie di merito, ma un po’ appannate, oscurate dalla pletora di libri che stanno avanzando in una terra, la nostra, di scarsi lettori.

E questo è il caso dell’ungherese Ferenc Karinthy (Budapest 1921-1992), di cui qualche tempo fa avevamo letto con piacere «Epepe» e che ora ci viene riproposto in «Tempi felici» (Adelphi, pp.120, euro 12, traduzione di Laura Sgarlato, con una nota di Marion Van Renterghem).

Leggiamo un romanzo breve, ma intenso di contenuti. Il protagonista Jòszi Beregi, giovane di bell’aspetto, è un ebreo che si trova a Budapest nei giorni dell’assedio da parte dell’Armata Rossa, al termine dell’occupazione nazista. Ma, molto più dei pericoli della guerra, delle bombe che distruggono Budapest, molto più dei rischi che il giovane corre in prima persona, in quanto ebreo, ad occupare i suoi pensieri è nientemeno che il campionato di calcio. L’autore, con sottile sense of humour, riesce a trasformare lo scenario più cupo, tragico e disumano in una sarabanda di avventure sentimentali, dove il protagonista, fuggiasco e braccato, infine catturato e prossimo ad essere giustiziato, è invece un personaggio scanzonato, divertente, la cui unica vera occupazione è quella di cogliere l’attimo, godendosi la vita, sfamandosi quanto basta, cercando un alloggio asciutto e – soprattutto – facendo strage di cuori, senza badare all’aspetto delle sedotte: avvenenti e racchie, giovani e vecchie, simpatiche o scostanti, prendendo nel mazzo persino feroci squadriste, filonaziste. Ci fa sorridere il fatto che questo giovane riesca a trovare una grazia femminile in simili esseri, ricavandone piacere e addirittura scoprendovi umanità.

Siamo tentati, leggendo, di entrare dentro questo ubriacante girotondo, quasi un divertissement che però ci fa anche pensare quanto si differenzi il senso dell’umorismo a seconda della nazionalità: freddo e raffinato quello inglese, forse un po’ troppo scanzonato ed improbabile questo ungherese di marchio magiaro. Del resto, solo in un clima di commedia potrebbe vivere e sopravvivere, il nostro giovanotto, le sei drammatiche settimane dell’assedio dei Sovietici in una città martoriata.

L’Autore, in questo suo breve romanzo, si permette di ironizzare su qualunque cosa, per cui «Tempi felici» è soprattutto un esercizio di ironia letteraria, intesa come libertà di pensiero, capace di sorridere anche sulle tragedie, però sempre con eleganza, senza creare offesa o mancanza di rispetto. Certo è che il nostro strano protagonista non è schifiltoso, visto che accetta felicemente di farsi proteggere, nutrire e coccolare da prostitute e borghesi, indifferente al ceto o all’egida politica delle sue prodighe d’aiuto.

Non va dimenticato che l’Autore, quando non indulge al divertimento letterario, ha saputo con perizia, occuparsi di linguistica, drammaturgo di valore, traduttore anche di Machiavelli e di Molière. Inoltre, stranezza fra le stranezze, è stato campione di nuoto e pallanuoto, nonché animatore di quiz letterari, radiofonici e televisivi.
Grazia Giordani

Dove porta la neve

L LIBRO. Il romanzo dello scrittore padovano

Dove porta la neve
quasi una favola
«firmata» Righetto

Grazia Giordani

La trama si sviluppa sotto Natale fra dolore, amicizia e rinascita

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giovedì 22 dicembre 2016 CULTURA, pagina 56

Chi aveva letto con piacere il toccante romanzo «Apri gli occhi» di Matteo Righetto, nei prossimi giorni troverà in libreria «Dove porta la neve» (Tea, pp. 147, euro 13), per alcuni versi una favola di Natale. Gli appassionati del genere ricorderanno come da Ch. Dickens in poi, l’argomento sia stato variamente trattato. E in Righetto prende una allure tutta particolare, dove il binomio profondità e delicatezza percorre la pagina da cima a fondo.

È la vigilia di Natale e Padova sta per essere coperta da una nevicata memorabile, così realistica che ne sentiamo le falde cadere sui nostri ombrelli e sui nostri cappotti. Carlo, Down , ormai quarantottenne, come ogni mattina da parecchi mesi, va a trovare in clinica Nora, la madre, che sta morendo lentamente, logorroica  nella sua agonia, dove racconta agli altri – in particolare alla sensibile volontaria dll’AVO Bianca, ma soprattutto a se stessa -, la cascata dirompente dei suoi ricordi.

«La neve era la cosa che amavo di più al mondo – le dice – Ogni anno aspettavo con gioia la prima neve (…) la amavo. Quando avevo tre anni o forse quattro anni, mia madre m’insegnò che la neve non era tutta uguale. Per noi, lassù, c’erano tanti modi per chiamare la neve. C’era la nevera, come si chiamava una nevicata grande e copiosa, c’era la zijena, cioè la neve asciutta e farinosa, c’era la mola che era la neve bagnata e pesante dell’autunno . . .».

Carlo, il Down, affezionatissimo alla madre, descritto con pochi teneri tratti ( quel suo ripetere infantile le ultime parole di una frase, quel suo restar bambino, seppur autosufficiente, per forza di cose, orfano del padre), incontra in maniera fortuita e stravagante il settantaquattrenne Nicola, abbandonato dalla compagna, in possesso di un’auto antidiluviana per età, addolorato di aver perso l’ultimo lavoretto di Babbo Natale davanti ad un centro di vendite, dove avrebbe avuto il compito, non ottemperato, di attirare clientela di bambini ai fini commerciali.

Carlo crede, ingenuamente, a Babbo Natale e quindi spera che Nicola abbia il potere di far avverare il sogno di un vero regalo per la madre. Contagiato dal suo entusiasmo, Nicola organizza un breve viaggio per realizzare il sogno dell’uomo/bambino. La sua malandata Fiat 124 si allontana da Padova, sotto l’imperversare della tempesta di neve e, dentro il gelido abitacolo due uomini soli e abbastanza incoscienti riscoprono il valore sublime di un abbraccio.

«La gente dice sempre: “Un abbraccio, ti abbraccio”, ma poi nessuno si abbraccia mai per davvero . . . Io vorrei vivere abbracciato!».

E noi vorremmo più libri di questa finezza, capace di commuoverci, senza leziosità. In epoca in cui la letteratura è cupa, labirintica, alla ricerca di colpi di scena, il padovano Matteo Righetto, classe 1972 sa farci sognare con intelligente semplicità.

Il suo «La pelle dell’ orso» è diventato un film interpretato da Marco Paolini, per la regia di Marco Segato, ed è uscito nelle sale a novembre 2016. I suoi libri sono tradotti in inglese e francese. E siamo certi che una luminosa carriera lo attenda con un caldo abbraccio. Grazia Giordani

LEGGERA come una farfalla

LA NOVITÀ. Il romanzo dello scrittore rodigino Andrea Busin

La leggerezza della farfalla
che nasconde il dramma

Grazia Giordani

giovedì 15 dicembre 2016 CULTURA, pagina 41

Se ci sono libri che guadagnano più dal passaparola che da mille autorevoli recensioni, questo è proprio il caso del secondo romanzo dello scrittore rodigino Andrea Busin, intitolato «Leggera come una farfalla» (Il mio libro, pp. 202, 15 euro), che già vende alla grande, in un momento storico in cui i lettori parrebbero un po’ assopiti.Quale novità ci porta questa sorprendente proposta che arriva dalla provincia profonda? Innanzitutto l’ingannevole copertina, ad opera del compianto Valentino Rossin, che con le sue delicate trasparenze e i diafani colori, ci farebbe pensare ad una storia delicata, improntata a levitas, mentre nasconde un dramma, anzi più drammi, abilmente concatenati.Nell’incipit incontriamo una ragazza morta per strada, forse per colpa di un pirata della strada. Abilità dello scrittore sta nel farcela dimenticare, immergendoci nella densa matassa di avvenimenti che in soli tre giorni ci portano a conoscere amori e disamori, tradimenti, truffe, insomma uno spaccato della vita d’oggi, dove i sentimenti sembrano spesso scritti con inchiostro ad acqua, dove Carlo architetto e Lisa avvocato si amerebbero alla follia, se non entrasse da Facebook un Marco malandrino.Bastano pochi tocchi a Busin (classe 1974) per descrivere il paesaggio interiore ed esterno dei suoi personaggi, adottando quel lessico crudo che parlano i giovani d’oggi. Non solo amore, ma anche antagonismo nel lavoro: Carlo e Giorgio amici-nemici.Chi scrive, volente o nolente, porta nella pagina spicchi del suo vissuto e Andea avrà certo visto od orecchiato vicende spinose che racconta, alla maniera del giallista Gianni Simoni, il celebre ex magistrato. E la ragazza morta dell’incipit della narrazione? L’avevamo quasi dimenticata, presi dall’intreccio vorticoso della storia che non ci dà tregua, giocata sull’ossimoro della gioia triste della vita d’oggi, sapientemente ricalcata nelle pagine del romanzo.

Des Mois

IL LIBRO. Adelphi pubblica «Des Mois»

Un «non-diario»
ci aiuta a capire
lo stile di Landolfi

Grazia Giordani

La sua scrittura complessa si esalta nelle riflessioni sulla quotidianità

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martedì 13 dicembre 2016 CULTURA, pagina 49

Tommaso Landolfi (1908-1979) non finirà mai di stupirci, in quanto prototipo degli scrittori fuori dagli schemi, tanto blasé – si racconta – dall’aver pubblicato un suo volumetto in sole dieci copie per gli amici. E anche in «Des Mois» (pp. 169, 19 euro) che ora Adelphi ci propone, intento a curarne l’opera omnia, incontriamo un diario sui generis, preceduto da «La biere du pecheur» (1953) e da «Rien va» (1963), ovvero un diario non diario espresso in lingua inventata «vampirizzata dal francese», perché rimanda ora alla temporalità o alla centralità di un io sfaccettato da plurimi io, plurime identità. Luogo deputato a raccogliere gli sfoghi e le confidenze dell’anima, in Landolfi il diario subisce una radicale metamorfosi. Anziché catalogo di eventi ed emozioni quotidiane, diventa un’invenzione retorica dove passato e futuro si fondono in un «perituro istante». E il tempo risulta annullato; anziché documento privato, diventa rifiuto di sé.Benché l’autore qui tratti temi comuni come la discrasia tra vita e morte, il lavoro, la democrazia, il gioco d’azzardo, la famiglia, la casa e l’attività letteraria, questo diario si distingue dai due che lo hanno preceduto, per il maggior distacco, quasi la spersonalizzazione con cui l’autore osserva e registra.Gli affetti familiari prendono qui una connotazione tutta particolare.E la sua passione per i gatti? «A quel tempo vivevo solo», scrive a tal proposito, «per mia beatitudine e tormento. Insoddisfatto di me e d’ogni mia intrapresa, a una cert’ora scendevo in cortile; lei era lì sempre, e i nostri occhi s’incontravano. Io la guardavo un poco ontoso, e lei mi rendeva uno sguardo grave, cupo a dispetto dell’attonimento che sembra connaturale ai loro occhi chiari e sgranati, leggermente interrogativo, anche avido; e tutto era detto tra noi. In verità è forse il solo animale che conosca la noia umana, ossia di tipo umano; noia vera e non pretesa, da votezza e non da esuberanza o da almanaccamento, noia sconsolata, nell’esercizio e nella pena del quale sentimento esso può dar dei punti perfino all’uomo».Quello di Landolfi è un mix tra diario vero e pretestuoso. Non è lettura per tutti la sua scrittura così complessa, motteggiatrice. Se siamo giù di morale o desiderosi di un po’ di conforto dalla pagina scritta, non è a Landolfi che dobbiamo prestare attenzione. Se abbiamo invece voglia di originalità giocosa ed intelligente, addentriamoci nelle sue dissertazioni dove entra in conflitto tra la lusinga dei suoi vizi, in parole povere, la vita, e la mediocrità borghese, da lui tanto esecrata. E il suo concetto dello stile. Che nei grandi scrittori è distanza, capacità di considerare frasi e parole puri strumenti e non già «sacri arredi». Tratta un po’ di tutto, in maniera apparentemente slegata, l’autore, in questo suo diario-non diario, dal naturale stato  di sottomissione agli eventi che ci impedisce di adattarci alla desiderata e aborrita libertà al rapporto coi figli che, usciti dal «malevolo nulla» lo sfidano con la loro presenza miracolosa e accusatrice, lasciandolo lacerato tra «una tragica sollecitudine e la coscienza della metafisica inanità di qualsiasi affettuoso intervento». La visione di Landolfi, in buona sostanza, vira verso la catastrofe in tutti sensi. E i tempi d’oggi gli regalano sempre più triste attualità.

 

 

Appunti sulla presentazione di “LEGGERA come una farfalla” di Andrea Busin

Presentandrea-busin-leggera-come-una-farfalla-02-3azione di Leggera come una farfalla di Andrea Busin tenuta ieri 10/12/2016 nella prestigiosa cornice dell’Antica Rampa Caffè Letterario di Badia Polesine (RO)

Non e vero che l’abito non fa il monaco.

E a darci immediata conferma di questo è la copertina del nuovo libro di Andrea Busin. “Leggera come una farfalla”, dipinta ed ideata da Valentino Rossin, la veste estetica di questo romanzo cavalca l’ossimoro dell’ingannevole. Colori diafani, quasi trasparenze, c’inducono in inganno, spingendoci a credere di avere fra le mani un romanzo dotato di “levitas”, di pensieri leggeri.

Niente affatto.

Qualcuno ha detto che questo romanzo è un giallo, un piccolo noir con soluzione solo alla fine, nelle ultime righe, secondo l’uso corrente.

Io dico che sì è anche un thriller sui generis, ma soprattutto è una denuncia di costume, una testimonianza di come viviamo i nostri tempi e i nostri sentimenti.

Bastano tre soli giorni per creare un groviglio di avvenimenti.

Innanzi tutto c’è una ragazza a terra, parrebbe colpita da un’auto pirata

I romanzi a sfondo giallo non si raccontano.

Nessun romanzo dovrebbe essere narrato.

Sta all’abilità del relatore dare piccoli hors d’oeuvres, degli stuzzicanti antipasti tali da rendere irrinunciabile la lettura.

Abbiamo coppie non sposate come Carlo e Lisa.

Amici nemici come Carlo e Giorgio, tra i due si fa avanti l’antagonismo nel lavoro.

Carlo e Lisa sono profondamente diversi nell’anima e nei sentimenti.

Avvocato lei, architetto lui.

Sembrano amarsi molto.

Sembrano.

I social sono nemici dell’amore.

Basta un twit a far comparire un Marco malandrino.

Detta così parrebbe una storia come tante, magari ispirata a Gianni Simoni, il celebre giallista magistrato che ha creato indimenticabili poliziotti.

Ricordate Simenon col suo commmissario Maigret?

In questo romanzo di Busin il commissario non ha nemmeno fondamentale importanza.

Qui conta la vita attuale vista dagli occhi di un giovane. La volatilità dei sentimenti. Conta il lessico d’oggi, parte integrante del romanzo. I personaggi già citati, cui aggiungiamo Marco e Valentina, sono descritti nella loro interiorità. Poco conta l’aspetto. Siamo di fronte ad un reportage d’ âmes, anche se non hanno anime grandi, sono volatili com’è la gente d’oggi.

Voi direte. E la ragazza colpita a terra dall’auto?

Non posso dirvi troppo. Vi avevo avvertiti.

E un’analissi specifica del linguaggio?

Mi ripeto: è quello vivace, spesso scurrile dei nostri tempi, colorito, forte, ben calibrato.

Chi ha fatto editing per l’autore avrebbe dovuto porre maggior attenzione a certe  cadute grammaticali: l’eco è femminile al singolare e maschile al plurale. Certamente un simile svarione non appartiene ad un laureato in giurisprudenza.

Oggi, le case editrici sono sbrigative, lo sappiamo.

Dulcis in fundo. E i pregi?

La grande abilità con cui ha saputo concatenare gli avvenimenti, legare e slegare i protagonisti, parlandoci d’amore e disamore, di imbrogli, truffe, conducendoci all’ultima pagina a scoprire come e per quale mano è morta la ragazza investita dall’auto.

Farcela quasi dimenticare nel corso del romanzo è stato un colpo d’ala che vola alto.

Bravo Busin, il tuo è un piacevolissimo romanzo.

Grazia Giordani

 

 

L’enigma dell’arrivo

IL LIBRO. L’ultimo romanzo del premio Nobel: «L’enigma dell’arrivo»

Naipaul,
la meditazione
autobiografica

Grazia Giordani

Racconto ipnotico e metafisico La patria trovata nella scrittura

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domenica 04 dicembre 2016 CULTURA, pagina 54

Vidyadhar Surajprasd riceve il premio Nobel, dicembre 2001

Trovare una patria sulla pagina, invece che in un luogo geografico ben definito, non è da tutti, può riuscire solo a scrittori metafisici come il Premio Nobel Vidyadhar Surajprasd, fortunatamente noto come V.S.Naipaul, perché già il suo nome completo c’intrigherebbe la lingua fra i denti, non avvezzi a matrimoni di lettere così complessi. E l’ipnotico scrittore ci comunica la sua involuta meditazione autobiografica nello splendido e difficile «L’enigma dell’arrivo» (Adelphi, pp.412, euro 24, Un romanzo in cinque parti, traduzione di Marco e Dida Paggi).Sembra che si sia ispirato ad un inquietante quadro di Giorgio De Chirico – e tra metafisici il feeling è naturale – questo stranissimo scrittore, nato il 17 agosto 1932 (età 84), a Chaguanas, Trinidad e Tobago, che cerca e trova una patria sulla carta, perché la sua patria di nascita, l’India è qualcosa di angosciosamente irraggiungibile. Potrebbe permettersene altre due, ma per ragioni diverse, nessuna è una vera patria, la prima è Trinidad, dove esiste una forte immigrazione dall’India. Infatti, suo nonno era un immigrato indiano, suo padre un giornalista con naufragate ispirazioni letterarie. Seconda patria è l’Inghilterra, dove lo scrittore vive dal 1950, laureandosi nientemeno che ad Oxford. La Trinidad della sua infanzia non esiste. E in più ha perso i sapori coloriti , «crudi»del suo passato. Chi di noi, infatti, ritrova intatti ed immutati i luoghi del proprio passato? L’Inghilterra è per lui una patria malevola, se si pensa al colonialismo. Però tutto ruota intorno al luogo in cui lo scrittore si insedia al suo ennesimo ritorno in Inghilterra: un cottage nella valle del Wiltshire che solo un breve viottolo separa dall’incanto fatato di Stonehenge, i cui antichi tumuli «profilati contro il cielo» si intravedono dal varco di una siepe. Qui mette stabili radici. Ed è l’inglese – ironia della sorte – la lingua di cui è diventato uno dei più prestigiosi rappresentanti.Chi ha conosciuto le opere precedenti dell’Autore, improntate ad un piacevole umorismo, resterà meravigliato dalla svolta presa da questa sua nuova opera da cui emerge una macerazione interiore messa a nudo con crudezza che non sembrava appartenergli.Seppur filtrato dallo schermo dell’immaginazione, ci troviamo sotto gli occhi il vero diario dello srittore. Innegabilmente questo è il più complesso e meno facile alla lettura, romanzo di Naipaul. Diviso in cinque parti, come certi spartiti musicali in tonalità minore, perché qui prevale la malinconia che non degenera però mai in disperazione. «Un addio di famiglia la mattina, a migliaia di chilometri di distanza: un addio al mio passato, al mio passato coloniale e al mio passato asiatico e contadino. Subito dopo l’esaltazione: la vista di campi e di montagne che non avevo mai veduto; il mare increspato che sembrava strisciare; poi le nuvole viste dall’alto; e pensieri sull’inizio del mondo, pensieri di tempo senza inizio né fine; l’intensa percezione della bellezza. Un lieve panico, poi; in parte perfino simulato; quindi una perdita di identità. Un diario censurato, vero solo per metà, ma anche per metà intensamente vero, scritto in una stanzetta buia dell’Hotel Wellinghton a New York. E già l’impressione di essermi perduto, l’impressione di una verità non del tutto affrontata, di un mondo che avevo visto così grande e che la notte era ritornato piccolo un’altra volta».Nel corso della narrazione, incontriamo la morte di fratello e sorella dell’Autore che crea la figura di «Jack e il suo giardino», rappresentante dell’inglesitudine amata, dapprima comparso come un solo nome, man mano rinsanguato dalle caratteristiche di un vero personaggio.In buona sostanza, ci troviamo a leggere un capolavoro tanto insolito, quanto astruso, per assenza di vera trama e per analogia con romanzi che si affidano molto, forse troppo, all’intelligenza del lettore, sullo stile di «Ulisse» di Joyce che, a suo tempo tanto fece discutere la critica. La vera patria di Naipaul è dunque nella pagina non più angosciosamente bianca, è nella scrittura. E si arriva a questo epilogo contagiati dalla sua intelligente malinconia.

 

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