Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Annie John

  1. IL ROMANZO. Adelphi propone l’opera di questa singolare scrittrice

    Le geografie caraibiche
    di Jamaica Kincaid

    Grazia Giordani

    «Annie John» è il racconto di un «rito di passaggio» L’adolescenza che sboccia e il rapporto con la madre

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    domenica 28 maggio 2017 CULTURA, pagina 55

    Che Jamaica Kincaid provochi uno strano turbamento, molto piacevole però, nel lettore è un fatto certo. «Il genio ha molte sorprese, e una di queste è la geografia.»- ha scritto Derek Walcott a proposito di questa singolare autrice di colore, nata nel  1949 a Saint John’s ad Antigua e Barbuda. In effetti, è proprio la geografia del suo luogo natale a permeare la prosa di «Annie John» (pp. 121, euro 14) che Adelphi ci propone nell’accurata traduzione di Silvia Pareschi.

    Sul fondale caraibico sentiamo la voce narrante dell’autrice ammaliatrice, capace di trascinarci nel suo mondo. Incontriamo fin dall’incipit pagine molto intense sul rapporto madre-figlia, sul sentimento che solo una madre può provare nei confronti di una creatura da proteggere. «Un giorno mi portarono fuori per la prima volta dopo tanto tempo. La terra non si mosse quando la calpestai. I rumori che sentivo non mi attraversarono formando un gigantesco imbuto di rabbia. Le cose che vedevo restarono al loro posto. Mia madre mi fece sedere sotto un albero, e da lì guardai un bambino al quale aveva dato sei penny perché si arrampicasse su una palma e mi prendesse delle noci di cocco. Mia madre guardò la mia faccia emaciata ed esausta e disse: “Povera Piccolina, hai un’aria tanto triste”. In quel momento non mi sentivo affatto triste. Sentivo solo che non avrei mai più voluto vedere un bambino arrampicarsi su una palma, che non avrei mai più voluto vedere il sole splendere giorno dopo giorno . . .»

    La simbiosi genetica madre-figlia, però è pronta a mutare. Il passaggio all’età adulta di Annie sarà il fattore scatenante degli screzi, delle incomprensioni, atte a creare un rovesciamento degli affetti. A fare da sfondo agli attriti personali, il fremere degli alisei, i riti della pesca e dell’obeah che si fondono e confondono in un’unica musica palpitante. Ci sono continui rimandi magici, quasi incantesimi, nel corso di tutta la narrazione «Ogni tanto le figurine nere e bianche apparivano di mattina. Mia madre disse che probabilmente era la sepoltura di un bambino, perché i bambini venivano sempre sepolti di mattina. Fino a quel momento non sapevo che i bambini morissero.»

    Naturalmente, non possiamo renderci conto di quanta verità autobiografica vi sia nel romanzo. Se diventare signorina ha coinciso per la protagonista con la perdita dell’amore di una madre prima così attenta, avrà spinto Annie a guardare il passato con iniziale nostalgia e poi con disgusto, originando in lei il desiderio di rinnegare il già vissuto, lasciandosi tutto alle spalle. Annie si era trovata in un paradiso inesplicabilmente mutato in inferno. Aveva goduto di una preadolescenza densa di affetti, fino a quando la sua bellissima giovane madre non si trasforma in un’algida nemica. «Io vivevo in un paradiso così »- dice Annie dei suoi anni di bambina; ma ogni paradiso ha il suo «orribile serpente» e sarà un tormentoso duello quotidiano a preparare il suo ingresso nell’adolescenza.

    Prima di decidersi a partire, per raggiungere l’Inghilterra, soffre di una lunghissima malattia che ha aspetti magici alla Garcia Marquez. Medici e donne che praticano la stregoneria si avvicendano al suo letto. Pagine, queste, di intensa suggestione, in linea con lo spirito  di tutto il romanzo.

    Apprendiamo da Wikipedia che Jamaica Kincaid, scrittrice antiguo barbudana volle cambiare il suo nome, poiché era nata Elaine Cynthia Potter Richardson. Attualmente, con nazionalità statunitense, vive con la sua famiglia a North Benninghton in Vermont.

    Grazia Giordani

MUSICA NERA

516bj72ugml-_ac_us218_La Versilia «noir»
di Leonardo Gori
fra delitti e cinismo

Grazia Giordani

Temi civili e politici si intrecciano in un poliziesco mozzafiato

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venerdì 17 febbraio 2017 CULTURA, pagina 44

Ancora un thriller di Leonardo Gori, un autore molto amato dai cultori del genere. «Musica nera» (Tea, pp. 349, 14 euro, con una «Coda» di Marco Vichi) ci porta in Versilia, anno 1967. Mentre lo scenario internazionale è dominato dalla Guerra Fredda e dall’escalation americana in Vietnam, l’Italia si gode i frutti della ripresa economica. Il benessere non è più un sogno irrealizzabile, gli anni della fame e del fascismo sono solo un brutto, lontano ricordo. La 500 e le vacanze al mare sono ormai alla portata di quasi tutti. Nei juke-box impazzano Rocky Roberts, Gianni Morandi e Caterina Caselli.Eppure, lungo il litorale turistico di Viareggio, qualcuno sembra molto distante da questo clima di euforia collettiva. Si tratta di un gruppo di donne in nero che, sul pontile del Cinquale, si ritrova ogni sera per guardare il mare senza sosta, e lo scrutano silenti, misteriose. La stranezza non passa inosservata agli occhi del colonnello dei Carabinieri Bruno Arcieri, venuto al funerale di un vecchio amico, un ufficiale della Marina militare, morto per un’apparente disgrazia in un fosso inquinato, pieno di schiuma. Ma sarà il jazz della sua giovinezza, suonato dalla misteriosa tromba di un musicista che è come emerso dall’abisso del tempo, a condurlo a una trappola mortale a cui sfugge in modo inspiegabile. Gli appassionati dei gialli di Gori, che già hanno apprezzato «L’angelo del fango» (Premio Scerbanenco 2005), solo per citare il capostipite della serie, non si stupiranno per la sagacia di questo detective sui generis, che pure, nonostante il suo proverbiale intuito, fuorviato dal jazz della sua giovinezza, sta per cadere, come dicevamo, in un trabocchetto assassino. Proprio per prenderne reale consapevolezza e scoprire la radice di plurimi omicidi insoluti – una famiglia ebrea massacrata nel 1944, un faccendiere segreto legato ai servizi di Salò, l’equipaggio di un sommergibile colato a picco nel Tirreno – Arcieri condurrà un’indagine privata destinata a fare luce su un’intricata matassa di trame eversive e di interessi personali di efferato cinismo. Ma non è finita qui, perché la sorpresa delle sorprese sarà proprio nell’epilogo del ben congegnato romanzo. L’autore, da sempre è maestro nell’intrecciare temi civili e politici che ancora condizionano la vita d’oggi, plasmandoli in un poliziesco mozzafiato, giocoliere della vera Storia, frammista a quella inventata, dove vero e verosimile si rincorrono, facendoci correre a nostra volta, nella curiosità della lettura. In buona sostanza, potremmo dire, che dalla lettura di questo giallo, fuori dai canoni consueti, traiamo l’impressione di aver viaggiato nella memoria di una generazione che ha ricostruito l’Italia a favore di tutti, ma per il vantaggio di pochi. Si resta impressionati, leggendo questo labirintico noir sociale, dalla capacità di Gori di dosare con preciso acume i vari ingredienti che fanno di un romanzo del genere non solo una trama che si legge premuti dalla curiosità di scoprire il colpevole, ma anche una spinta alla riflessione. E il detective d’eccezione, Bruno Arcieri, inchiesta dopo inchiesta, attraversando i decenni più aggrovigliati del Novecento italiano, ci offre, nel ciclo di romanzi dell’autore, un ritratto vivido e stigmatizzante della realtà in cui viviamo.

 

 

La Troga

IL LIBRO. La riproposizione di Adelphi
«La troga»: quando
la realtà supera
di molto la fantasia
Grazia Giordani
L’opera di Rugarli è un’istantanea della storia italiana fra anni ’70 e ’90
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lunedì 06 febbraio 2017 CULTURA, pagina 49
Ardita impresa quella di Giampaolo Rugarli (1932-2014) di rappresentare, come in una pièce teatrale, la realtà italiana degli ultimi cinquant’anni. E già il titolo poliedrico ed enigmatico «La troga» (Adelphi, pp.248, euro12), c’incuriosisce e spinge a leggere senza interruzione, queste concitate pagine che, a suo tempo, tanto piacquero anche a Leonardo Sciascia. Che in proposito scrisse: «Nella Troga si intravedono tanti di quegli elementi che appartengono alla storia italiana dell’ultimo mezzo secolo che si finisce col leggerlo come se quella storia appunto fosse stata reinventata in una sfera surreale, metafisica: da sogno, da incubo . . . il lettore ne ha come un senso di sdoppiamento mentre segue con divertimento il vertiginoso ritmo della vicenda “inverosimile” ne va riscontrando nella memoria i particolari “veri”. Democrazia Cristiana, terrorismo, P2, mafie di ogni sorta, sfascio dell’amministrazione giudiziaria, tangenti: tutta la cronaca della corruzione italiana di questi anni confluisce nel libro, vi si amalgama, vi si esalta: con feroce allegria, con allegra ferocia. E i personaggi hanno a momenti i tratti fisici, il linguaggio, i tic di altri che campagne elettorali, scandali, cronache parlamentari e crisi di governo ci hanno fatto ben conoscere». E la vita reale di adesso sembra essere un prosieguo di quanto rileva Sciascia. Nulla è cambiato, se non in peggio.
L’Autore ricorre alla metafora poliziesca, già nell’incipit, del commissario Pantieri, pacifico piccolo borghese che si trova a ricevere una donnetta anziana delirante che lo mette sulle tracce di una fantomatica associazione criminale: la troga, appunto. Nome equivoco e polivalente che può indicare un agglomerato di cose: droga, toga, trota, tregua e via dicendo, scomodando persino l’etimo di verbi greci. Viene sequestrato l’onorevole Lauro Grato Sabbioneta, alter ego immaginario dell’ onorevole Aldo Moro. E da qui si scatena una danza forsennata di agnizioni ed anagrammi che tristemente divertono autore e lettori.
All’autore riesce insperatamente possibile, ricorrendo a giocosi espedienti, narrare le vicende italiane dell’ultimo ventennio, dandoci conto anche di un «Paese orribilmente sporco» (Pasolini), come, a suo avviso, fu l’Italia democristiana.
In effetti, dal1970 al 1990 ne capitarono di tutti i colori, al punto che il romanzesco è superato dalla realtà, in quanto ad attentati, bombe, trame segrete, depistaggi, scandali, corruzioni, sequestri, assassini e non sapremmo più che altro aggiungere.
In questo romanzo, volutamente delirante, la realtà sovrasta di gran lunga la fantasia.
Rugarli è riuscito in pieno a darci una visione dell’inenarrabile cronaca italiana, mantenendo sempre un’ottava sopra, volutamente eccessivo perché in lui il sarcasmo è debordante e sembra sbucargli fuori da tutte le tasche in una ridda che un po’ ci diverte e molto ci preoccupa.
Cantore di uno squallido avvenuto che è ancora in fieri mentre ne parla, ci dimostra, fra l’altro come la politica e la criminalità siano – ahinoi – pervase dalla stessa logica; la lotta politica è faida personale; il terrorismo ha invalidato possibilità rivoluzionarie, l’opposizione è a corto d’idee. E via dicendo lungo questa via lastricata di disperante sfacelo. Mentre L’autore ci parla, nelle parole del libro il martellare di una pioggia costante affligge una Roma sfatta, abitata da extracomunitari, coperta da immondizie. Chiusa la pagina, avremmo voglia di una favola, di qualcosa che ci tiri su, pur sapendo che la realtà è questa. Inutile illuderci.

Des Mois

IL LIBRO. Adelphi pubblica «Des Mois»

Un «non-diario»
ci aiuta a capire
lo stile di Landolfi

Grazia Giordani

La sua scrittura complessa si esalta nelle riflessioni sulla quotidianità

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martedì 13 dicembre 2016 CULTURA, pagina 49

Tommaso Landolfi (1908-1979) non finirà mai di stupirci, in quanto prototipo degli scrittori fuori dagli schemi, tanto blasé – si racconta – dall’aver pubblicato un suo volumetto in sole dieci copie per gli amici. E anche in «Des Mois» (pp. 169, 19 euro) che ora Adelphi ci propone, intento a curarne l’opera omnia, incontriamo un diario sui generis, preceduto da «La biere du pecheur» (1953) e da «Rien va» (1963), ovvero un diario non diario espresso in lingua inventata «vampirizzata dal francese», perché rimanda ora alla temporalità o alla centralità di un io sfaccettato da plurimi io, plurime identità. Luogo deputato a raccogliere gli sfoghi e le confidenze dell’anima, in Landolfi il diario subisce una radicale metamorfosi. Anziché catalogo di eventi ed emozioni quotidiane, diventa un’invenzione retorica dove passato e futuro si fondono in un «perituro istante». E il tempo risulta annullato; anziché documento privato, diventa rifiuto di sé.Benché l’autore qui tratti temi comuni come la discrasia tra vita e morte, il lavoro, la democrazia, il gioco d’azzardo, la famiglia, la casa e l’attività letteraria, questo diario si distingue dai due che lo hanno preceduto, per il maggior distacco, quasi la spersonalizzazione con cui l’autore osserva e registra.Gli affetti familiari prendono qui una connotazione tutta particolare.E la sua passione per i gatti? «A quel tempo vivevo solo», scrive a tal proposito, «per mia beatitudine e tormento. Insoddisfatto di me e d’ogni mia intrapresa, a una cert’ora scendevo in cortile; lei era lì sempre, e i nostri occhi s’incontravano. Io la guardavo un poco ontoso, e lei mi rendeva uno sguardo grave, cupo a dispetto dell’attonimento che sembra connaturale ai loro occhi chiari e sgranati, leggermente interrogativo, anche avido; e tutto era detto tra noi. In verità è forse il solo animale che conosca la noia umana, ossia di tipo umano; noia vera e non pretesa, da votezza e non da esuberanza o da almanaccamento, noia sconsolata, nell’esercizio e nella pena del quale sentimento esso può dar dei punti perfino all’uomo».Quello di Landolfi è un mix tra diario vero e pretestuoso. Non è lettura per tutti la sua scrittura così complessa, motteggiatrice. Se siamo giù di morale o desiderosi di un po’ di conforto dalla pagina scritta, non è a Landolfi che dobbiamo prestare attenzione. Se abbiamo invece voglia di originalità giocosa ed intelligente, addentriamoci nelle sue dissertazioni dove entra in conflitto tra la lusinga dei suoi vizi, in parole povere, la vita, e la mediocrità borghese, da lui tanto esecrata. E il suo concetto dello stile. Che nei grandi scrittori è distanza, capacità di considerare frasi e parole puri strumenti e non già «sacri arredi». Tratta un po’ di tutto, in maniera apparentemente slegata, l’autore, in questo suo diario-non diario, dal naturale stato  di sottomissione agli eventi che ci impedisce di adattarci alla desiderata e aborrita libertà al rapporto coi figli che, usciti dal «malevolo nulla» lo sfidano con la loro presenza miracolosa e accusatrice, lasciandolo lacerato tra «una tragica sollecitudine e la coscienza della metafisica inanità di qualsiasi affettuoso intervento». La visione di Landolfi, in buona sostanza, vira verso la catastrofe in tutti sensi. E i tempi d’oggi gli regalano sempre più triste attualità.

 

 

Appunti sulla presentazione di “LEGGERA come una farfalla” di Andrea Busin

Presentandrea-busin-leggera-come-una-farfalla-02-3azione di Leggera come una farfalla di Andrea Busin tenuta ieri 10/12/2016 nella prestigiosa cornice dell’Antica Rampa Caffè Letterario di Badia Polesine (RO)

Non e vero che l’abito non fa il monaco.

E a darci immediata conferma di questo è la copertina del nuovo libro di Andrea Busin. “Leggera come una farfalla”, dipinta ed ideata da Valentino Rossin, la veste estetica di questo romanzo cavalca l’ossimoro dell’ingannevole. Colori diafani, quasi trasparenze, c’inducono in inganno, spingendoci a credere di avere fra le mani un romanzo dotato di “levitas”, di pensieri leggeri.

Niente affatto.

Qualcuno ha detto che questo romanzo è un giallo, un piccolo noir con soluzione solo alla fine, nelle ultime righe, secondo l’uso corrente.

Io dico che sì è anche un thriller sui generis, ma soprattutto è una denuncia di costume, una testimonianza di come viviamo i nostri tempi e i nostri sentimenti.

Bastano tre soli giorni per creare un groviglio di avvenimenti.

Innanzi tutto c’è una ragazza a terra, parrebbe colpita da un’auto pirata

I romanzi a sfondo giallo non si raccontano.

Nessun romanzo dovrebbe essere narrato.

Sta all’abilità del relatore dare piccoli hors d’oeuvres, degli stuzzicanti antipasti tali da rendere irrinunciabile la lettura.

Abbiamo coppie non sposate come Carlo e Lisa.

Amici nemici come Carlo e Giorgio, tra i due si fa avanti l’antagonismo nel lavoro.

Carlo e Lisa sono profondamente diversi nell’anima e nei sentimenti.

Avvocato lei, architetto lui.

Sembrano amarsi molto.

Sembrano.

I social sono nemici dell’amore.

Basta un twit a far comparire un Marco malandrino.

Detta così parrebbe una storia come tante, magari ispirata a Gianni Simoni, il celebre giallista magistrato che ha creato indimenticabili poliziotti.

Ricordate Simenon col suo commmissario Maigret?

In questo romanzo di Busin il commissario non ha nemmeno fondamentale importanza.

Qui conta la vita attuale vista dagli occhi di un giovane. La volatilità dei sentimenti. Conta il lessico d’oggi, parte integrante del romanzo. I personaggi già citati, cui aggiungiamo Marco e Valentina, sono descritti nella loro interiorità. Poco conta l’aspetto. Siamo di fronte ad un reportage d’ âmes, anche se non hanno anime grandi, sono volatili com’è la gente d’oggi.

Voi direte. E la ragazza colpita a terra dall’auto?

Non posso dirvi troppo. Vi avevo avvertiti.

E un’analissi specifica del linguaggio?

Mi ripeto: è quello vivace, spesso scurrile dei nostri tempi, colorito, forte, ben calibrato.

Chi ha fatto editing per l’autore avrebbe dovuto porre maggior attenzione a certe  cadute grammaticali: l’eco è femminile al singolare e maschile al plurale. Certamente un simile svarione non appartiene ad un laureato in giurisprudenza.

Oggi, le case editrici sono sbrigative, lo sappiamo.

Dulcis in fundo. E i pregi?

La grande abilità con cui ha saputo concatenare gli avvenimenti, legare e slegare i protagonisti, parlandoci d’amore e disamore, di imbrogli, truffe, conducendoci all’ultima pagina a scoprire come e per quale mano è morta la ragazza investita dall’auto.

Farcela quasi dimenticare nel corso del romanzo è stato un colpo d’ala che vola alto.

Bravo Busin, il tuo è un piacevolissimo romanzo.

Grazia Giordani

 

 

Daphne

daphneIL LIBRO. La biografia romanzata della Maurier

«Daphne», vita
di una scrittrice
controcorrente

Grazia Giordani

La proposta di Neri Pozza firmata dalla francese Tatiana de Rosnay

Neri Pozza ci propone ora una biografia più avvincente di un romanzo: «Daphne» (Titolo originale «Manderley for ever, pp.427, euro18), scritta da Tatiana de Rosnay che sa regalarci l’affascinante illusione di aver camminato a fianco della celebre Autrice, tanta è l’immedesimazione che riesce a creare col reale personaggio. Eppure, parecchi decenni temporali le separano: Daphne du Maurier è nata il 13 maggio 1907 a Mayfair, in un’imponente dimora dal frontespizio neoclassico, figlia degli attori di teatro Gerald e Muriel Beaumont.

Tatiana de Rosnay è nata nel 1961 a Neully-sur Seine, nei sobborghi di Parigi.

Innegabile, anche se il tempo reale le separa, una sottile affinità tra le due scrittrici, entrambe con un’ascendenza in parte francese, entrambe con una famiglia importante (scienziati, attori, pittori in quella della Rosnay, mentre il padre di Daphne fu il più famoso attore di teatro del suo tempo, e le sorelle di Dapne furono a loro volta scrittrici e pittrici). Probabilmente, queste affinità di nascita hanno contribuito a rendere tanto vibrante il personaggio, già ricco di charme.

Quasi ci dispiace chiudere l’ultima pagina di una biografia che ci ha fatto ritrovare un’autrice amatissima . E qui la vediamo nell’incipit vivere nel prestigioso quartiere residenziale di Mayfair, una bella bambina di quattro anni, bionda, dagli occhi azzurri e al suo fianco vediamo la sorella maggiore Angela e la piccola Jeanne, appena rientrate a casa dal parco insieme alla loro balia. Nella bella abitazione vivevano l ‘estroso padre Gerald, celebre attore che «ogni sera recita a essere qualcun altro», con la moglie Muriel che ha voluto lasciare tutte le glorie teatrali all’egocentrico e seduttore marito.

Nella primavera del 1916, la famiglia du Maurier si era trasferita ad Hampstead, nella parte nord di Londra, in una grande casa, Cannon Hall. Le tre sorelle si divertivano ad allestire rappresentazioni teatrali dove Dapne voleva sempre rappresentare personaggi maschili. L’istrionico Gerald raccontava spesso alle sue bambine del loro nonno George du Maurier, pittore e romanziere, nato a Parigi, i cui libri avevano aperto all’acuta bambina il vasto mondo della lettura: Dickens, le sorelle Bronte, Scott, Stevenson, Wilde. Fin dall’adolescenza, Daphne aveva capito cosa voleva fare da grande: «scrivere libri in cui il suo lettore non resti mai indifferente».

Daphne non si negò nulla nella sua giovinezza, nemmeno relazioni saffiche, quando iniziò una storia con l’insegnante del collegio in cui studiava, ed era già sposata quando ebbe un vero e proprio colpo di fulmine per la moglie del suo editore americano, da cui fu respinta con eleganza. E tuttavia, quando la Nostra conobbe «Boy Browning», bello, baciato dalla gloria, dopo il ritorno dalla Grande Guerra, appassionato di vela e di mare alla sua stessa stregua, capì di aver trovato l’uomo conforme alle sue aspettative. Nel 1932 si sposarono. La nostra eroina era venticinquenne, ed aveva già pubblicato «Spirito d’amore».

La duplice natura sessuale dell’Autrice non si smentì mai, gravata da un sentimento, solo sentimento, incestuoso nei confronti del padre.

Sfortunatamente, il matrimonio così brillante, entrò in crisi per le lunghe assenze del marito per questa donna sui generis, legata da affetto speciale per il figlio maschio Kit, a detrimento delle due figlie Tessa e Flavia. Chi di noi ha letto quasi l’opera omnia di Daphne du Maurier, certamente resta legata alla figura indimenticabile di «Rebecca», il romanzo del 1938, a cui il nome dell’Autrice sarebbe rimasto collegato, più che a qualunque altro libro avesse scritto in seguito, quello che la maggior parte delle persone che bussavano alle porte del maniero Menabilly (la vera Manderley, fra le cui oscure mura si dipana il tenebroso, avvincente romanzo), recavano in mano, golosi di una firma dell’Autrice.

Tatiana de Rosnay ricrea ambienti, personaggi, clima interiore, sentimenti. Ci fa sentire il dolore per la morte del marito dell’Autrice, avvenuta nel 1965 e ci fa capire la scelta di Daphne di vivere in solitudine, fino al 1989, data della sua morte a Fowey. Eppure, resterà nei nostri cuori.

Grazia Giordani

 

 

 

daphne

I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia

Casorati Felice 013

Casorati Felice 013

Casorati Felice 013

Casorati Felice 013

MOSTRA. Dal 17 settembre a Rovigo «I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia»

LA BRETAGNA
IN 
LAGUNA

Grazia Giordani

La pittura sintetica francese si riflette nelle opere dei Profeti e anche di artisti come Gino Rossi Arturo Martini e Felice Casorati

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sabato 10 settembre 2016 CULTURA, pagina 48

«Bretagna 1889», acquerello su carta di Paul Gauguin|«Bambina che gioca su tappeto rosso» di …

«I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia», già è un titolo indovinato che stuzzica la fantasia degli amanti del non banale nel mondo dell’arte. Se aggiungiamo la metafora delle acque che si mescolano, da mare a mare, anzi da Oceano aLaguna, l’interesse cresce ancor più nei confronti dell’affascinante mostra che Giandomenico Romanelli ha deciso, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, di raccontare al pubblico di Palazzo Roverella dal 17 settembre 2016 al 14 gennaio 2017.Un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire, quattro grandi isole e tanto tanto colore. Si preannuncia una mostra di emozioni. E di storie intense. Storie di artisti in fuga da città, dai legami, da loro stessi, in molti casi. Che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e poetico della Laguna veneziana. Quasi fossero alla ricerca della catarsi dell’acqua e degli elementi naturali.A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Vi era già stato per un breve soggiorno due estati prima. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni. Alla loro ricerca sottendevano tensioni intellettuali. Molti cercavano la semplicità fortemente creativa.tesa all’essenziale. Profeti di un nuovo che attingeva all’essenza. Pur in una visione assolutamente soggettiva della realtà e della natura, cercavano di coglierne i simboli nascosti. Il linguaggio antinaturalistico del gruppo entrò anche in contatto con le poetiche del primitivismo e dell’esotismo in voga nell’Europa di fine Ottocento. Confluì in varie correnti artistiche e ne influenzò nascita e caratteri. Su tutti spicca l’esperienza parigina dei Profeti, o meglio Nabis, dall’antico ebraico. Fu una stagione straordinaria che segnò veramente la nascita dell’arte moderna. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all’essenziale. Perciò un loro gruppo prese il nome di Sintetisti. Da questa visione uscirà l’esperienza dei Fauves, fino all’Art Nouveau e all’Astratto. Anche l’Italia sentì questi stimoli innovativi. E sarà proprio il versante nazionale protagonista della seconda parte espositiva. La stagione bretone dell’arte italiana tra fine Ottocento e primo Novecento la si incontra in diversi artisti. Pittori che, in molti casi hanno vissuto a Parigi e che là hanno acquisito caratteri e cadenze spiccatamente legate a Gauguin. La rassegna quindi continua con Gino Rossi e la sua Burano. Rossi tenebra e luce. E con lui il grande Arturo Martini e il gruppo gravitante su Cà Pesaro. Gauguin e Rossi, due storie lontanissime, eppure vicine. Il primo stregato dai paradisi tahitiani, il secondo scivolato nei gironi d’inferno di un manicomio di provincia. Gli eredi di questo multiforme universo artistico saranno protagonisti dell’ultima parte della rassegna. E l’Italia non sarà da meno con Felice Casorati, Oscar Ghiglia e Mario Cavaglieri .Assunto dell’esposizione è anche quella di un rovesciamento di triti giudizi, cancellando immotivati complessi d’inferiorità sul palcoscenico dell’arte mondiale.