Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Il fiuto del dottor Jean e altri racconti

IL LIBRO. I racconti di Simenon per Adelphi
Non c’è Maigret
ma il dottor Jean
tinge tutto di giallo
Grazia Giordani

Il personaggio del giovane medico nacque prima della seconda guerra
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martedì 15 maggio 2018 CULTURA pag.47
Chi ama Georges Simenon lo legge volentieri in tutte le sue espressioni, pur privilegiando l’autore del «roman dur» o del ciclo di Maigret, comunque «Il fiuto del dottor Jean e altri racconti» (Adelphi, pp. 163, euro 12 , traduzione di Marina di Leo) non è deludente. E anche se ad una prima lettura, può apparire quasi avvolto da un’aura di stanchezza, meno brillante, insomma, siamo pronti a ricrederci, accorgendoci, procedendo di pagina in pagina, che gli eroi letterari possono vantare differenti stature. E che il dottor Jean, con la tecnica della sordina, comincia a farsi nostro, mettendoci addosso la voglia di giungere al quarto racconto.
Il linguaggio è sempre simenoniano, ricercato senza affettazione. Simpatizziamo con il giovane dottore dei tempi lontani dai nostri, che viaggia, fregandosene, su un’auto sgangherata, prodigandosi a medicare ferite, a far nascere bambini, nel clima afoso del sud della Francia, dove bolle un’estate africana. E lui, imperturbabile, raggiunge una casa sperduta, dove è folgorato dalla vis dell’investigazione. E come avrebbe potuto essere altrimenti, uscendo dalla penna di Simenon ?
Per caso e per sua istintiva inclinazione, il dottorino diventa investigatore e i suoi teatrini con le forze dell’ordine ci mettono allegria. Anche noi lettori, talvolta, abbiamo bisogno che il noir sbiadisca in tinte meno fosche.
Tra il 1929 e il 1962 Georges Simenon ( Liegi, 1903-Losanna, 1989) ha scrittto ben 178 racconti.
Nella primavera del 1938, sebbene impegnato a seguire i lavori di ristrutturazione della sua nuova casa nella Charente-Maritime, l’autore continuò a produrre: non romanzi, ma «racconti di una cinquantina di pagine, uno al giorno». Tra gli altri ne scrive tredici dedicati a Jean Dollent, un gionane medico di campagna che i pazienti chiamano affettuosamente il dottor Jean, o anche il dottorino, il quale scopre di possedere insospettabili doti di investigatore. Un personaggio non meno accattivante dei segugi dell’Agenzia O: entusiasta, sensibile al fascino femminile e capace, al pari di Maigret, di mettersi nella pelle degli altri, dote non comune, certamente.
I quattro racconti proposti nel presente volumetto ( «Il fiuto del dottor Jean», «La signorina in azzurro pallido», «Una donna gettò un grido», «Il fantasma del signor Marbe») apparvero nella collana «Police-Roman» tra il 1939 e il 1940 e furono quindi raccolti in volume nel 1943.
Forse il racconto che ci ha maggiormente coinvolti è quello dedicato alla signorina in azzurro pallido, perché il fascino che esercita sul protagonista è contagioso.
«Fu mentre cercava gli spiccioli in tasca che scorse la ragazza in azzurro pallido, e si può dire che da quel momento non le staccò più gli occhi di dosso. Non era una ragazza, era “la” ragazza nella piena accezione del termine, con la sua freschezza, la sua grazia ancora incerta, la pelle chiara e vellutata, gli occhioni da gazzella. Il dottore pensò proprio a una gazzella!
«Impegnato com’era a rimirarla, si scordò di puntare. Il sette uscì per la terza volta e lui la vide raccogliere con un gesto distratto i gettoni che il rastrello del croupier le aveva spinto davanti . . .
Proprio quando la situazione comincia a tingersi d’inconsueto e di misterioso, affidiamo la pagina al lettore non meno curioso del dottorino, perché i gialli possono essere accennati, ma non raccontati fino all’epilogo spesso imprevedibile e stuzzicante.

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La nemica

L LIBRO. Brunella Schisa per Neri Pozza

Truffe, furti, intrighi
La Francia ai tempi
di Maria Antonietta

Grazia Giordani

«La nemica» ripercorre le vicende di Jeanne de la Motte nel 1785-91

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domenica 31 dicembre 2017 CULTURA, pagina 61

La copertina di «La nemica»

Grazia Giordani L’affascinante libro di Brunella Schisa

L’affascinante libro di Brunella Schisa «La nemica», (Neri Pozza, pp.428, euro18) ci racconta nel dettaglio non una storia romanzesca, come potremmo sospettare, piuttosto la cronaca, in bello stile letterario,  di quello che successe tra il 1785 e il 1791, quando Jeanne de la Motte, la celebre avventuriera, discendente decaduta dei Valois di Francia, ordì e realizzò una delle truffe più colossali della storia, contemporaneamente organizzando ai danni di Maria Antonietta una feroce ed efficace campagna denigratoria. La maliosa avventuriera si è macchiata di tre gravi reati: furto, falso e lesa maestà. Fingendo di agire per conto di Maria Antonietta, ha convinto il grande elemosiniere di Francia, il cardinale Rohan, a comprare e consegnarle un favoloso collier di diamanti con oltre seicento pietre tra le più belle d’Europa.

Jeanne de la Motte subì l’arresto, fu sottoposta a pubblico supplizio, com’era nell’uso di quel tempo e, imprigionata a vita, riuscì a fuggire in maniera rocambolesca, degna di un classico romanzo d’avventure, abbandonando il carcere e mettendosi in salvo fuori dai confini di una Francia martoriata dalla Rivoluzione e dai suoi sanguinari fautori.

Naturalmente, un romanzo del genere non viene scritto di getto, ma è frutto di una lunga gestazione, fatta di accurate ricerche storiche e letterarie (persino Dumas, a suo tempo, se n’era interessato, scrivendo addirittura un romanzo sull’ «affair du collier de la Reine» ed anche Victor Hugo non era rimasto indifferente alla pruriginosa storia, raccontando il suo incontro con il principale complice di Jeanne, lo squallido marito Nicolas de la Motte).

L’Autrice si concede solo l’invenzione di due personaggi indispensabili al concatenarsi della trama.

Il libro torna utile, in maniera piacevole, anche a fini didattici, permettendoci un gradevole ripasso dei prodromi della Rivoluzione francese, dell’assetto politico della Francia di Luigi XVI, della disastrosa situazione economica del suo regno, dei fatti del luglio 1796 e delle loro conseguenze fino al 1791, anno della morte di Jeanne de la Motte, pur mantenendo qualche ragionevole dubbio sulla veridicità di questa morte, poiché non v’è certezza assoluta sulla versione storica ufficiale.

Del resto, un po’ di mistero non guasta.

Altro interessante protagonista dell’intrigante ed intrigato caso storico, oltre a Jeanne de la Motte, è Marcel, un giovane giornalista, cui lo zio, Jacques Renéaume de la Tache ( anch’egli realmente esistito: fu giornalista ed editore della Gazette de Gazzettes) insegna  il mestiere, e nemmeno troppo in sordina.

Brunella Schisa, l’illuminata autrice, a sua volta importante  giornalista ci parla di fake news, di manipolaioni dell’opinione pubblica e dei disastri che ne posson scaturire, ci racconta di politici incapaci, di costumi decadenti e di coscienze corrotte.

Potremmo quasi dire, per estensione,  che ci troviamo di fronte ad un vero racconto solo parzialmente fatto anche di fiction, un réportage   valido anche ai tempi nostri, sotto l’abito di un romanzo storico, perché il cuore dell’uomo, nonostante il migrare dei secoli, in buona sostanza cambia poco.

Grazia Giordani

 

 

Annie John

  1. IL ROMANZO. Adelphi propone l’opera di questa singolare scrittrice

    Le geografie caraibiche
    di Jamaica Kincaid

    Grazia Giordani

    «Annie John» è il racconto di un «rito di passaggio» L’adolescenza che sboccia e il rapporto con la madre

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    domenica 28 maggio 2017 CULTURA, pagina 55

    Che Jamaica Kincaid provochi uno strano turbamento, molto piacevole però, nel lettore è un fatto certo. «Il genio ha molte sorprese, e una di queste è la geografia.»- ha scritto Derek Walcott a proposito di questa singolare autrice di colore, nata nel  1949 a Saint John’s ad Antigua e Barbuda. In effetti, è proprio la geografia del suo luogo natale a permeare la prosa di «Annie John» (pp. 121, euro 14) che Adelphi ci propone nell’accurata traduzione di Silvia Pareschi.

    Sul fondale caraibico sentiamo la voce narrante dell’autrice ammaliatrice, capace di trascinarci nel suo mondo. Incontriamo fin dall’incipit pagine molto intense sul rapporto madre-figlia, sul sentimento che solo una madre può provare nei confronti di una creatura da proteggere. «Un giorno mi portarono fuori per la prima volta dopo tanto tempo. La terra non si mosse quando la calpestai. I rumori che sentivo non mi attraversarono formando un gigantesco imbuto di rabbia. Le cose che vedevo restarono al loro posto. Mia madre mi fece sedere sotto un albero, e da lì guardai un bambino al quale aveva dato sei penny perché si arrampicasse su una palma e mi prendesse delle noci di cocco. Mia madre guardò la mia faccia emaciata ed esausta e disse: “Povera Piccolina, hai un’aria tanto triste”. In quel momento non mi sentivo affatto triste. Sentivo solo che non avrei mai più voluto vedere un bambino arrampicarsi su una palma, che non avrei mai più voluto vedere il sole splendere giorno dopo giorno . . .»

    La simbiosi genetica madre-figlia, però è pronta a mutare. Il passaggio all’età adulta di Annie sarà il fattore scatenante degli screzi, delle incomprensioni, atte a creare un rovesciamento degli affetti. A fare da sfondo agli attriti personali, il fremere degli alisei, i riti della pesca e dell’obeah che si fondono e confondono in un’unica musica palpitante. Ci sono continui rimandi magici, quasi incantesimi, nel corso di tutta la narrazione «Ogni tanto le figurine nere e bianche apparivano di mattina. Mia madre disse che probabilmente era la sepoltura di un bambino, perché i bambini venivano sempre sepolti di mattina. Fino a quel momento non sapevo che i bambini morissero.»

    Naturalmente, non possiamo renderci conto di quanta verità autobiografica vi sia nel romanzo. Se diventare signorina ha coinciso per la protagonista con la perdita dell’amore di una madre prima così attenta, avrà spinto Annie a guardare il passato con iniziale nostalgia e poi con disgusto, originando in lei il desiderio di rinnegare il già vissuto, lasciandosi tutto alle spalle. Annie si era trovata in un paradiso inesplicabilmente mutato in inferno. Aveva goduto di una preadolescenza densa di affetti, fino a quando la sua bellissima giovane madre non si trasforma in un’algida nemica. «Io vivevo in un paradiso così »- dice Annie dei suoi anni di bambina; ma ogni paradiso ha il suo «orribile serpente» e sarà un tormentoso duello quotidiano a preparare il suo ingresso nell’adolescenza.

    Prima di decidersi a partire, per raggiungere l’Inghilterra, soffre di una lunghissima malattia che ha aspetti magici alla Garcia Marquez. Medici e donne che praticano la stregoneria si avvicendano al suo letto. Pagine, queste, di intensa suggestione, in linea con lo spirito  di tutto il romanzo.

    Apprendiamo da Wikipedia che Jamaica Kincaid, scrittrice antiguo barbudana volle cambiare il suo nome, poiché era nata Elaine Cynthia Potter Richardson. Attualmente, con nazionalità statunitense, vive con la sua famiglia a North Benninghton in Vermont.

    Grazia Giordani

MUSICA NERA

516bj72ugml-_ac_us218_La Versilia «noir»
di Leonardo Gori
fra delitti e cinismo

Grazia Giordani

Temi civili e politici si intrecciano in un poliziesco mozzafiato

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venerdì 17 febbraio 2017 CULTURA, pagina 44

Ancora un thriller di Leonardo Gori, un autore molto amato dai cultori del genere. «Musica nera» (Tea, pp. 349, 14 euro, con una «Coda» di Marco Vichi) ci porta in Versilia, anno 1967. Mentre lo scenario internazionale è dominato dalla Guerra Fredda e dall’escalation americana in Vietnam, l’Italia si gode i frutti della ripresa economica. Il benessere non è più un sogno irrealizzabile, gli anni della fame e del fascismo sono solo un brutto, lontano ricordo. La 500 e le vacanze al mare sono ormai alla portata di quasi tutti. Nei juke-box impazzano Rocky Roberts, Gianni Morandi e Caterina Caselli.Eppure, lungo il litorale turistico di Viareggio, qualcuno sembra molto distante da questo clima di euforia collettiva. Si tratta di un gruppo di donne in nero che, sul pontile del Cinquale, si ritrova ogni sera per guardare il mare senza sosta, e lo scrutano silenti, misteriose. La stranezza non passa inosservata agli occhi del colonnello dei Carabinieri Bruno Arcieri, venuto al funerale di un vecchio amico, un ufficiale della Marina militare, morto per un’apparente disgrazia in un fosso inquinato, pieno di schiuma. Ma sarà il jazz della sua giovinezza, suonato dalla misteriosa tromba di un musicista che è come emerso dall’abisso del tempo, a condurlo a una trappola mortale a cui sfugge in modo inspiegabile. Gli appassionati dei gialli di Gori, che già hanno apprezzato «L’angelo del fango» (Premio Scerbanenco 2005), solo per citare il capostipite della serie, non si stupiranno per la sagacia di questo detective sui generis, che pure, nonostante il suo proverbiale intuito, fuorviato dal jazz della sua giovinezza, sta per cadere, come dicevamo, in un trabocchetto assassino. Proprio per prenderne reale consapevolezza e scoprire la radice di plurimi omicidi insoluti – una famiglia ebrea massacrata nel 1944, un faccendiere segreto legato ai servizi di Salò, l’equipaggio di un sommergibile colato a picco nel Tirreno – Arcieri condurrà un’indagine privata destinata a fare luce su un’intricata matassa di trame eversive e di interessi personali di efferato cinismo. Ma non è finita qui, perché la sorpresa delle sorprese sarà proprio nell’epilogo del ben congegnato romanzo. L’autore, da sempre è maestro nell’intrecciare temi civili e politici che ancora condizionano la vita d’oggi, plasmandoli in un poliziesco mozzafiato, giocoliere della vera Storia, frammista a quella inventata, dove vero e verosimile si rincorrono, facendoci correre a nostra volta, nella curiosità della lettura. In buona sostanza, potremmo dire, che dalla lettura di questo giallo, fuori dai canoni consueti, traiamo l’impressione di aver viaggiato nella memoria di una generazione che ha ricostruito l’Italia a favore di tutti, ma per il vantaggio di pochi. Si resta impressionati, leggendo questo labirintico noir sociale, dalla capacità di Gori di dosare con preciso acume i vari ingredienti che fanno di un romanzo del genere non solo una trama che si legge premuti dalla curiosità di scoprire il colpevole, ma anche una spinta alla riflessione. E il detective d’eccezione, Bruno Arcieri, inchiesta dopo inchiesta, attraversando i decenni più aggrovigliati del Novecento italiano, ci offre, nel ciclo di romanzi dell’autore, un ritratto vivido e stigmatizzante della realtà in cui viviamo.

 

 

La Troga

IL LIBRO. La riproposizione di Adelphi
«La troga»: quando
la realtà supera
di molto la fantasia
Grazia Giordani
L’opera di Rugarli è un’istantanea della storia italiana fra anni ’70 e ’90
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lunedì 06 febbraio 2017 CULTURA, pagina 49
Ardita impresa quella di Giampaolo Rugarli (1932-2014) di rappresentare, come in una pièce teatrale, la realtà italiana degli ultimi cinquant’anni. E già il titolo poliedrico ed enigmatico «La troga» (Adelphi, pp.248, euro12), c’incuriosisce e spinge a leggere senza interruzione, queste concitate pagine che, a suo tempo, tanto piacquero anche a Leonardo Sciascia. Che in proposito scrisse: «Nella Troga si intravedono tanti di quegli elementi che appartengono alla storia italiana dell’ultimo mezzo secolo che si finisce col leggerlo come se quella storia appunto fosse stata reinventata in una sfera surreale, metafisica: da sogno, da incubo . . . il lettore ne ha come un senso di sdoppiamento mentre segue con divertimento il vertiginoso ritmo della vicenda “inverosimile” ne va riscontrando nella memoria i particolari “veri”. Democrazia Cristiana, terrorismo, P2, mafie di ogni sorta, sfascio dell’amministrazione giudiziaria, tangenti: tutta la cronaca della corruzione italiana di questi anni confluisce nel libro, vi si amalgama, vi si esalta: con feroce allegria, con allegra ferocia. E i personaggi hanno a momenti i tratti fisici, il linguaggio, i tic di altri che campagne elettorali, scandali, cronache parlamentari e crisi di governo ci hanno fatto ben conoscere». E la vita reale di adesso sembra essere un prosieguo di quanto rileva Sciascia. Nulla è cambiato, se non in peggio.
L’Autore ricorre alla metafora poliziesca, già nell’incipit, del commissario Pantieri, pacifico piccolo borghese che si trova a ricevere una donnetta anziana delirante che lo mette sulle tracce di una fantomatica associazione criminale: la troga, appunto. Nome equivoco e polivalente che può indicare un agglomerato di cose: droga, toga, trota, tregua e via dicendo, scomodando persino l’etimo di verbi greci. Viene sequestrato l’onorevole Lauro Grato Sabbioneta, alter ego immaginario dell’ onorevole Aldo Moro. E da qui si scatena una danza forsennata di agnizioni ed anagrammi che tristemente divertono autore e lettori.
All’autore riesce insperatamente possibile, ricorrendo a giocosi espedienti, narrare le vicende italiane dell’ultimo ventennio, dandoci conto anche di un «Paese orribilmente sporco» (Pasolini), come, a suo avviso, fu l’Italia democristiana.
In effetti, dal1970 al 1990 ne capitarono di tutti i colori, al punto che il romanzesco è superato dalla realtà, in quanto ad attentati, bombe, trame segrete, depistaggi, scandali, corruzioni, sequestri, assassini e non sapremmo più che altro aggiungere.
In questo romanzo, volutamente delirante, la realtà sovrasta di gran lunga la fantasia.
Rugarli è riuscito in pieno a darci una visione dell’inenarrabile cronaca italiana, mantenendo sempre un’ottava sopra, volutamente eccessivo perché in lui il sarcasmo è debordante e sembra sbucargli fuori da tutte le tasche in una ridda che un po’ ci diverte e molto ci preoccupa.
Cantore di uno squallido avvenuto che è ancora in fieri mentre ne parla, ci dimostra, fra l’altro come la politica e la criminalità siano – ahinoi – pervase dalla stessa logica; la lotta politica è faida personale; il terrorismo ha invalidato possibilità rivoluzionarie, l’opposizione è a corto d’idee. E via dicendo lungo questa via lastricata di disperante sfacelo. Mentre L’autore ci parla, nelle parole del libro il martellare di una pioggia costante affligge una Roma sfatta, abitata da extracomunitari, coperta da immondizie. Chiusa la pagina, avremmo voglia di una favola, di qualcosa che ci tiri su, pur sapendo che la realtà è questa. Inutile illuderci.

Des Mois

IL LIBRO. Adelphi pubblica «Des Mois»

Un «non-diario»
ci aiuta a capire
lo stile di Landolfi

Grazia Giordani

La sua scrittura complessa si esalta nelle riflessioni sulla quotidianità

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martedì 13 dicembre 2016 CULTURA, pagina 49

Tommaso Landolfi (1908-1979) non finirà mai di stupirci, in quanto prototipo degli scrittori fuori dagli schemi, tanto blasé – si racconta – dall’aver pubblicato un suo volumetto in sole dieci copie per gli amici. E anche in «Des Mois» (pp. 169, 19 euro) che ora Adelphi ci propone, intento a curarne l’opera omnia, incontriamo un diario sui generis, preceduto da «La biere du pecheur» (1953) e da «Rien va» (1963), ovvero un diario non diario espresso in lingua inventata «vampirizzata dal francese», perché rimanda ora alla temporalità o alla centralità di un io sfaccettato da plurimi io, plurime identità. Luogo deputato a raccogliere gli sfoghi e le confidenze dell’anima, in Landolfi il diario subisce una radicale metamorfosi. Anziché catalogo di eventi ed emozioni quotidiane, diventa un’invenzione retorica dove passato e futuro si fondono in un «perituro istante». E il tempo risulta annullato; anziché documento privato, diventa rifiuto di sé.Benché l’autore qui tratti temi comuni come la discrasia tra vita e morte, il lavoro, la democrazia, il gioco d’azzardo, la famiglia, la casa e l’attività letteraria, questo diario si distingue dai due che lo hanno preceduto, per il maggior distacco, quasi la spersonalizzazione con cui l’autore osserva e registra.Gli affetti familiari prendono qui una connotazione tutta particolare.E la sua passione per i gatti? «A quel tempo vivevo solo», scrive a tal proposito, «per mia beatitudine e tormento. Insoddisfatto di me e d’ogni mia intrapresa, a una cert’ora scendevo in cortile; lei era lì sempre, e i nostri occhi s’incontravano. Io la guardavo un poco ontoso, e lei mi rendeva uno sguardo grave, cupo a dispetto dell’attonimento che sembra connaturale ai loro occhi chiari e sgranati, leggermente interrogativo, anche avido; e tutto era detto tra noi. In verità è forse il solo animale che conosca la noia umana, ossia di tipo umano; noia vera e non pretesa, da votezza e non da esuberanza o da almanaccamento, noia sconsolata, nell’esercizio e nella pena del quale sentimento esso può dar dei punti perfino all’uomo».Quello di Landolfi è un mix tra diario vero e pretestuoso. Non è lettura per tutti la sua scrittura così complessa, motteggiatrice. Se siamo giù di morale o desiderosi di un po’ di conforto dalla pagina scritta, non è a Landolfi che dobbiamo prestare attenzione. Se abbiamo invece voglia di originalità giocosa ed intelligente, addentriamoci nelle sue dissertazioni dove entra in conflitto tra la lusinga dei suoi vizi, in parole povere, la vita, e la mediocrità borghese, da lui tanto esecrata. E il suo concetto dello stile. Che nei grandi scrittori è distanza, capacità di considerare frasi e parole puri strumenti e non già «sacri arredi». Tratta un po’ di tutto, in maniera apparentemente slegata, l’autore, in questo suo diario-non diario, dal naturale stato  di sottomissione agli eventi che ci impedisce di adattarci alla desiderata e aborrita libertà al rapporto coi figli che, usciti dal «malevolo nulla» lo sfidano con la loro presenza miracolosa e accusatrice, lasciandolo lacerato tra «una tragica sollecitudine e la coscienza della metafisica inanità di qualsiasi affettuoso intervento». La visione di Landolfi, in buona sostanza, vira verso la catastrofe in tutti sensi. E i tempi d’oggi gli regalano sempre più triste attualità.

 

 

Appunti sulla presentazione di “LEGGERA come una farfalla” di Andrea Busin

Presentandrea-busin-leggera-come-una-farfalla-02-3azione di Leggera come una farfalla di Andrea Busin tenuta ieri 10/12/2016 nella prestigiosa cornice dell’Antica Rampa Caffè Letterario di Badia Polesine (RO)

Non e vero che l’abito non fa il monaco.

E a darci immediata conferma di questo è la copertina del nuovo libro di Andrea Busin. “Leggera come una farfalla”, dipinta ed ideata da Valentino Rossin, la veste estetica di questo romanzo cavalca l’ossimoro dell’ingannevole. Colori diafani, quasi trasparenze, c’inducono in inganno, spingendoci a credere di avere fra le mani un romanzo dotato di “levitas”, di pensieri leggeri.

Niente affatto.

Qualcuno ha detto che questo romanzo è un giallo, un piccolo noir con soluzione solo alla fine, nelle ultime righe, secondo l’uso corrente.

Io dico che sì è anche un thriller sui generis, ma soprattutto è una denuncia di costume, una testimonianza di come viviamo i nostri tempi e i nostri sentimenti.

Bastano tre soli giorni per creare un groviglio di avvenimenti.

Innanzi tutto c’è una ragazza a terra, parrebbe colpita da un’auto pirata

I romanzi a sfondo giallo non si raccontano.

Nessun romanzo dovrebbe essere narrato.

Sta all’abilità del relatore dare piccoli hors d’oeuvres, degli stuzzicanti antipasti tali da rendere irrinunciabile la lettura.

Abbiamo coppie non sposate come Carlo e Lisa.

Amici nemici come Carlo e Giorgio, tra i due si fa avanti l’antagonismo nel lavoro.

Carlo e Lisa sono profondamente diversi nell’anima e nei sentimenti.

Avvocato lei, architetto lui.

Sembrano amarsi molto.

Sembrano.

I social sono nemici dell’amore.

Basta un twit a far comparire un Marco malandrino.

Detta così parrebbe una storia come tante, magari ispirata a Gianni Simoni, il celebre giallista magistrato che ha creato indimenticabili poliziotti.

Ricordate Simenon col suo commmissario Maigret?

In questo romanzo di Busin il commissario non ha nemmeno fondamentale importanza.

Qui conta la vita attuale vista dagli occhi di un giovane. La volatilità dei sentimenti. Conta il lessico d’oggi, parte integrante del romanzo. I personaggi già citati, cui aggiungiamo Marco e Valentina, sono descritti nella loro interiorità. Poco conta l’aspetto. Siamo di fronte ad un reportage d’ âmes, anche se non hanno anime grandi, sono volatili com’è la gente d’oggi.

Voi direte. E la ragazza colpita a terra dall’auto?

Non posso dirvi troppo. Vi avevo avvertiti.

E un’analissi specifica del linguaggio?

Mi ripeto: è quello vivace, spesso scurrile dei nostri tempi, colorito, forte, ben calibrato.

Chi ha fatto editing per l’autore avrebbe dovuto porre maggior attenzione a certe  cadute grammaticali: l’eco è femminile al singolare e maschile al plurale. Certamente un simile svarione non appartiene ad un laureato in giurisprudenza.

Oggi, le case editrici sono sbrigative, lo sappiamo.

Dulcis in fundo. E i pregi?

La grande abilità con cui ha saputo concatenare gli avvenimenti, legare e slegare i protagonisti, parlandoci d’amore e disamore, di imbrogli, truffe, conducendoci all’ultima pagina a scoprire come e per quale mano è morta la ragazza investita dall’auto.

Farcela quasi dimenticare nel corso del romanzo è stato un colpo d’ala che vola alto.

Bravo Busin, il tuo è un piacevolissimo romanzo.

Grazia Giordani