Archive for ottobre 2006

L’idea è del solito Zop che ne combina una al giorno.
Due piccoli tentativi

Verso le sei


Il giorno e l’ora me li ricordo benissimo, era un sabato pomeriggio, verso le sei. Me lo ricordo perché stava per iniziare una partita in Tv e mi ero appena sistemato sul divano con le sigarette e la birra a portata di mano. Avevo spento il cellulare, non volevo seccature. Quando a giocare era la mia squadra dovevo isolarmi dal resto del mondo e godermi quell’unico piacere che la vita ancora mi riservava.
Invece, proprio in quel momento, suonarono alla porta.

– Salve! Lei si starà chiedendo come mai venga a visitarla a quest’ora, senza preavviso. E fa bene a chiederselo signor Birambai, anche se non troverà una risposta, non c’è una spiegazione precisa, non c’è mai quando a decidere è il caso, quando la fortuna stabilisce che è arrivato il tuo momento.
Lei è un uomo fortunato signor Birambai, me lo lasci dire, il destino oggi ha deciso di passare dalle sue parti.

Si presentò così, rovesciandomi addosso un fiume di parole, con un’irruenza che non riuscii a contrastare minimamente.
Era un uomo sulla cinquantina, piccolo di statura, con un vistoso riporto sulla zucca quasi pelata e un sorriso forzatamente stampato sulla faccia. L’abito blu che indossava era di una misura più grande rispetto alla sua minuta statura, e le maniche della giacca gli arrivavano fino alle nocche.
Aveva già fatto due passi avanti e, mio malgrado, me lo ritrovai dentro casa.
Continuava a parlare, senza prendere fiato, sembrava una macchina programmata con delle sequenze obbligate. Credetti di trovarmi di fronte a un venditore di enciclopedie o a uno di quei personaggi che girano per le case a convincerti che bisogna svegliarsi e scoprire le grandi verità contenute nella Bibbia. La prima cosa che considerai fu di rispondergli che ero ateo e che non avevo bisogno di niente. Ma così avrei rischiato di alimentare la sua verbosità, magari innescando una discussione che non avevo nessuna intenzione di affrontare. Lo lasciai sfogare.
Parlò ancora per cinque minuti. Mi disse che la vita di ognuno di noi può cambiare da un momento all’altro, che non bisogna rassegnarsi alla mediocrità, che la qualità della nostra esistenza dipende anche da noi: tutte cose che avevo già sentito da quei predicatori d’assalto o nelle convention sulla produttività che la mia azienda ogni tanto organizzava.
Lo ascoltavo in silenzio, cercando di mostrare qualche segno di impazienza. Nel frattempo la partita era cominciata e questo non fece che aumentare la mia insofferenza.
– Ora vorrei farle vedere una cosa, le ruberò solo pochi minuti – mi disse, a un certo punto.

Appoggiò la sua ventiquattrore su una sedia, si chinò e fece scattare le chiusure di metallo.
In quel momento lo vidi di spalle. Gli osservai la nuca, mentre ancora mi parlava. La sua voce mi giungeva sempre più sgradevole.
Fu in quel momento che la mia vita cambiò. Senza che l’uomo potesse vedermi, afferrai la mazza da baseball che tenevo appesa vicino al portone d’ingresso. Mi bastò un colpo, uno solo.
Ecco, così, più o meno come vi ho raccontato. Un sabato pomeriggio, verso le sei.
E’ cominciata così. Io, io non avevo proprio detto niente. Niente.
(Céline, Viaggio al termine della notte )

Io questa storia

Sì, sul divano, signor brigadiere, anche se le sembrerà strano. Me ne stavo manzo davanti alla tv  già da un bel po’,  se proprio lo vuole sapere. Invece di andarmene in giro a zillerare con gli amici e farmi una birra eccetera eccetera, io quella sera ero a casa. Anche perché a Nughes il martedì sera cosa vuoi fare. Ho visto tutto  il telegiornale delle otto e poi la pubblicità e poi quella cosa dell’apri il pacco chiudi il pacco o come diavolo si chiama. E di nuovo la pubblicità e via discorrendo.

Poi non mi ricordo, probabilmente sono andato in camera mia a leggere un libro. E’ così, adesso ce l’ho ben chiaro in testa quel momento che ho detto a mia madre che palle questo film sgrauso l’ho già visto, meglio se vado a studiare un po’, domani ho interrogazione di matematica e lei mi ha guardato come se fossi fuori di melone. Ecco potete chiedere a lei, a mia madre, lei vi confermerà tutto, mia madre è una tipa molto precisa anche se sembra bette sbiellata dall’alcol.  Lo so che la giustizia deve seguire il suo corso e le testimonianze e compagnia bella ma lei signor brigadiere, scusi se glielo dico, non vuole proprio ascoltarmi. E anche lei signor appuntato ride per ogni cosa che dico. Anche se somiglia a mio zio Fernando che mi vuole bene e non ride mai. 

E’ così, vi dico. Stavo ancora leggendo. A mezzanotte io stavo ancora leggendo quel romanzo.
Quella storia è proprio ganza, la matematica me l’ha fatta  scordare come niente. Il tipo era massiccio,  era stato bocciato in quattro materie come me e parlava in un modo tutto strano, si vedeva che lo studio non gli piaceva tanto. E diceva un fracco di balle, mai visto uno che le sa dire così  bene.  Ma quando ci si metteva sapeva anche scrivere e oltre a farmi ridere mi ha fatto  emozionare, se capite cosa voglio dire. Mi ha preso di brutto non so bene perché ma in qualche punto mi sono commosso, mi sono sentito dalla sua parte come un fratello, forse perché anche io…

No, non lo so perché. E poi adesso basta, io questa storia non ve la voglio raccontare, tanto lo so come va a finire.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.

(Salinger,Il giovane Holden)

 

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Il significato della notte

Il significato della notte di Michael Cox è un romanzo modernissimo, un thriller psicologico di grande finezza. Se siete interessati a saperne di più, potete leggere qui la mia recensione, pubblicata venerdì 27 ottobre nelle pagine culturali de L’Arena.

 

Anno accademico 2006-2007

Grazia Giordani

introduce

Donatello Bellomo

autore del romanzo

"La donna della tempesta"

Sabato 28 0ttobre 2006 – ore 15,30

Multisala Capitol – Sermide (Mn)

La vita

La vita, si vive o si scrive.

L’ironia di Agatha

Un archeologo è il miglior marito che una donna possa desiderare; più lei invecchia, più lui sarà attratto da lei. (Agatha Christie, 1954) 

Disperazione di Vladimir Nabokov, Adelphi

Nabokov e il sosia

Proprio in un momento storico in cui quasi tutto è aleatorio, legato alle mode non sempre intelligenti del presente, in cui tutto sembra durare lo spazio di un mattino, non possiamo che restare ammirati nel constatare la vita lunga e l’attualità di certi romanzi quasi centenari, in fatto di data di nascita. E il caso vuole che questa nostra affermazione, qualche tempo fa provocata dalla scrittura della Némirovskj, si riferisca ancora una volta alla splendida letteratura russa. Molto lodevole quindi l’intento di Adelphi che va ristampando anche l’opera omnia di Nabokov (1899-1977). Conosciuto dal grande pubblico soprattutto per il celeberrimo “Lolita”, divenuto romanzo cult nel bene e nel male degli anni Cinquanta tanto puritani da portare il libro in tribunale (e ben sappiamo che questo tipo di réclame stuzzica sempre la curiosità dei lettori) l’autore raggiunse il culmine del successo, una vera consacrazione, col film di Kubrick del 1962 al quale lo scrittore stesso contribuì alla sceneggiatura con quei provocatori ed ammiccanti occhiali a cuore della locandina che gli suscitò critiche e proteste..
Al di là dl suo romanzo pruriginoso, Nabokov fu grande scrittore in tutta la sua vasta produzione, anche in quella dei suoi romanzi di più lontana scrittura come appunto questo “Disperazione” (Adelphi, pp.226, euro 18, trad. Davide Tortorella) che vanta un’origine tanto travagliata quanto poliglotta visto che fu scritto in russo a Berlino tra il luglio e il settembre del 1932; pubblicato a Parigi nel 1934 in una rivista dell’emigrazione, poi convertito in volume nel 1936 dall’editore berlinese Petropolis e quindi tradotto in inglese dallo stesso Nabokov nel medesimo anno; da ultimo riveduto ed integrato per l’edizione del 1965. A offrirci spiritosi ragguagli sulla genesi del singolare romanzo è l’autore stesso che ci rivela le somiglianze e le differenze tra Humbert – protagonista di “Lolita” – ed Hermann, personaggio principale di “Disperazione”, affermando che “si somigliano solo nel senso in cui possono somigliarsi due draghi dipinti dallo stesso artista in differenti periodi della sua vita. Sono entrambi furfanti nevrotici, eppure in Paradiso c’è un sentiero verdeggiante dove Humbert ha il permesso di passeggiare una volta l’anno al crepuscolo; mentre l’Inferno non concederà mai a Hermann la libertà sulla parola” .In effetti, questo Hermann, suo personaggio russo di matrice tedesca, dall’io ipertrofico, convinto di poter disporre della vita altrui a suo vantaggio, incurante di umiliare e addolorare chi gli passa accanto, ha caratteristiche criminali che potrebbero assimilarlo anche al Raskol’nikov di dostoevskijana memoria, ovvero all’uomo che si ritiene superiore agli altri al punto tale da poter uccidere , poiché tutto gli è consentito e permesso, proprio in grazia del suo considerarsi “al di sopra”, oltre e fuori dal gregge degli altri esseri umani. Il protagonista di “Disperazione” vive a Berlino e in un viaggio d’affari a Praga incontra un vagabondo che gli sembra essere il suo sosia, con l’aiuto di Lydia, la rosea, sciocca e innamoratissima moglie, stipulata un’ingente assicurazione sulla vita, indotto il barbone – astutamente raggirato – a uno scambio di abiti, lo fredda con un colpo di pistola. Ma un particolare insignificante un misero bastone del clochard di cui non ha tenuto conto, lo tradisce, vanificando il suo perfido piano criminale, ordito con satanica freddezza. Il tema del sosia, del “doppio”, tanto frequentato dalla letteratura russa, in Nabokov – maestro dei divertissement verbali – si colora di una pregnanza diversa, più beffarda e autoironica, quasi di presa in giro di se stesso, di sberleffo o parodia della presunzione di chi, credendosi onnipotente, perdendo di vista i parametri del reale, non sa distinguere tra il desiderato e l’attuabile. E questa è appunto la marcia in più che consente all’artista di volare oltre e al di sopra delle meschinità, sfuggendo ai limiti e alle imperfezioni del mondo, poiché l’Arte sa vivere in un pianeta diverso.
Grazia Giordani

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 17 Ottobre 2006

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Eno-gastronerie


Maiale alle ortiche

Ingredienti: un maiale, otto cipolle, burro, vino rosso, venti uova, un ramo di mirto, erbette, ortiche, peperoncino, acqua, sale.

Tempo di preparazione: un’ora circa.

Grado di difficoltà: elevato.

Affettate otto cipolle, prestando la massima attenzione a che le fette siano molto sottili.
Per fare questa operazione dovrete tenere gli occhi bene aperti. Ecco, così, un po’ di più…bene così.
No, non state piangendo, è solo l’effetto "affetto", anche perché questa ricetta non è adatta per le mammolette romantiche. Però potete approfittarne per dire “ti amo” a vostra moglie come non gliel’avete mai detto prima d’ora. Si consiglia di non esagerate con l’enfasi, se volete essere credibili.
Bene, ora prendete del burro, una noce. Vi state chiedendo come mai le noci non compaiano fra gli ingredienti? Una noce di burro, va meglio così?
Dunque prendete una noce di burro e copritela bene, in modo che non ci arrivino le mosche, che non c’è neppure la noce moscata nell’elenco e così evitate di farvi altre domande del cazzo.
Riempite un bel bicchiere di vino rosso, possibilmente cannonau del Mandrolisai. Anche di Oliena va bene. Bevetelo.
Prendete sette mele renette, sette pesche, tre belle pere, delle verze ben fresche, erbette del vercellese, del pesce, penne, trenette (sette lettere: t-r-e-n-e-t-t-e), effe, enne, erre, esse, elle, emme e, lemme lemme, stendete le fette perfette nel…
che fetente, ma che mi ha preso? La E c’entra, in questa ricetta, ma non fino a questo punto.
A questo punto, semmai, è la O a farla da padrone. Entra in gioco il PORCO, infatti.
Prendete il maiale, nel senso del maiale.
Prima di ogni altra cosa, munitevi di un grosso recipiente, meglio se è di coccio e meglio se è grande, che se no il maiale non ci sta. Riempitelo di abbondante acqua salata e immergetevi il maiale. Se lui si dimostra soddisfatto, pensando di essere al mare di Alghero, siete sulla buona strada. A quel punto chiedetegli come si chiama. Quasi certamente vi risponderà “porcèddu”, con la E esageratamente aperta. In rapida successione leggetegli qualche articolo della Costituzione Italiana, un brano del Corano, una canzone napoletana e la traduzione di un gospel. Noterete subito segni d’insofferenza suina. Allora prendete degli occhiali, con una montatura larga, e appoggiateli sul muso del maiale. Legategli un fazzoletto verde intorno al collo. Guardatelo bene e ditegli “referendum!”. Oppure: "miiinchia!" Lui grugnirà e a voi sembrerà di averlo già visto.
Riempite un bicchiere di vino rosso. Bevetelo. L’avevo già detto? Bevetelo lo stesso, male non vi fa.
A questo punto, le cipolle e il burro e tutto il resto non vi servono più. Potete anche buttarle. Prendete il maiale e cospargetelo di peperoncino in tutte le parti. Ho detto tutte!
Mettetelo in un sacco e liberatelo solo quando sarete arrivati in un campo di ortiche. Mentre corre, impazzito, tirategli dietro tutte le uova.
Ah, dimenticavo, lanciategli anche il ramo di mirto, urlando qualcosa in sardo.

Ora potete tornare a casa, con calma, gustandovi i pensieri che vi vengono in testa. La qualità di questi ultimi dipenderà dalla bontà del vino che avete bevuto. A me, che ho bevuto un Turriga, mi si è stampato un sorriso fisso di soddisfazione.
Vi potrà capitare di avere delle illuminazioni. Tipo: maioliche e porcellane. Oppure: maialiche e porcellone.
Ma anche cose più importanti. Passando davanti al Motel, tanto per fare un esempio, io mi sono fermato e ho pensato alla finanziaria. Guardavo attentamente il palazzo, stando immobile, con lo stesso sguardo che avevo mentre affettavo le cipolle, attentissimo. E ho detto:  le imposte e le finestre della pensione.
Robe così.