Archive for agosto 2006

Il bagnino si chiama Salvo. Di nome. E di fatto. E’ bello stampato sulla maglietta rossa, a ricordare a tutti che lui è lì per fare il suo dovere. Anche se dovrebbe fare altro, anche se non ha le physique du rol, ora è lui il re della spiaggia.
Il comune di Abbamala ha già impegnato tutti i fondi di bilancio nelle ventiquattro sagre estive in programma e ha dovuto affidare al vigile urbano quel compito delicato. Così Salvo, dai primi di Giugno, tutte le mattine, alle sette, si prepara. Fa alcune flessioni, un’ abbondante colazione a base di “frue” con pomodori, si guarda allo specchio e si pettina i pochi capelli. Poi, ogni giorno, cerca di trattenere il respiro più a lungo, per vedere fino a che punto può nascondere la pancia; indossa la sua nuova divisa che non gli piace per niente, con quel fischietto che sparisce nel folto pelame del petto e i boxer che mettono in bella mostra le sue gambe magre e storte. Saluta la moglie ed esce, puntuale come sempre. Alle otto è in spiaggia a gridare ai bambini della colonia “il petto e la nnucca, il petto e la nnucca, bagnatevi il petto e la nnucca”.
Ci siamo anche noi, io e Polanca. Siamo usciti presto, stamattina, con la speranza di trovare meno gente. Invece lo sbarco degli Unni ha invaso anche questo tratto di costa. L’arenile è pieno di lardo e cellulite, di bambini vocianti e madri isteriche, di racchettoni e bocce di plastica, di coccobbelli e cappellini, di superpalestrati che passeggiano sul bagnasciuga con la testa ruotata di novanta gradi per guardare tutti gli ombrelloni.
– Andiamo via – mi fa, Polanca – io di questo posto voglio conservare almeno la memoria, andiamo a invocare uno Tsunami.

Gli dico che adesso non ho voglia di cercare un’altra spiaggia, facciamoci un bagno e sfruttiamo almeno i tre euro di parcheggio che abbiamo pagato. A malincuore, mi segue nella gimcana fra gli asciugamani fino a trovare un metro quadro libero. Quando ci stendiamo è di pessimo umore. Per fortuna quasi subito ci buttiamo in acqua, proprio davanti alle evoluzioni di Salvo che continua a dare istruzioni. Polanca se ne sta lì a guardarlo fisso, sorridente. Quando fa così c’è qualcosa che non vuole farsi sfuggire. Dopo un po’ li vedo che parlano fitto fitto e ridono come vecchi compagni di leva. Non passa neanche un minuto e Salvo si dirige al suo ombrellone, apre la borsa frigo e prende una bottiglia di vino con due bicchieri. Brindano, ora, chissà a che cosa. Li lascio così, con i piedi nella risacca, col mare davanti e tutta quella carne unta alle loro spalle, felici di essersi incontrati.
Quando mi raggiunge nella nostra postazione ha gli occhi lucidi, Polanca. Dice solo “troppo forte” e non capisco se si riferisca al bagnino autoctono o al vino locale. Si stende a pancia in giù e non parla più per quasi un’ora. Ma non sta dormendo. Ha lo sguardo vigile che scruta in direzione di una famiglia di turisti. Lombardi, dall’accento. Sembra un cane da punta, immobile, con gli occhi che seguono ogni minimo movimento. A un certo punto si alza, di scatto.
– Lo sapevo, si capiva che questi sono coglioni.
– Cosa c’è?
– Non hai visto il tipo? Ha aperto una bottiglia di birra e ha buttato il tappo nella sabbia. Ora vado a dirgli qualcosa.
– Ma lascia stare, dopo lo raccogliamo noi. Magari l’ha fatto distrattamente.
– Sì, e magari distrattamente ha votato pure per chi so io.

Non lo trattengo. E’ già lì che raccoglie il tappo e si avvicina con un dito alzato in segno di scusa.
– Scusi, signore, scusi… guardi ha perso questo, le è volato via, non so come ma le è volato via, forse il vento.
– Che vento?- fa il tipo.
– Non so, ci deve essere stata una folata.
– No, non si preoccupi, l’ho buttato.
– No, non è possibile.
– Come no, è proprio così, mi ricordo benissimo.
– Cioè, lei mi vuole dire che è così cretino? Sta sottoscrivendo di pugno la sua cialtroneria? Non posso crederci, anche perché da quelle parti siete maestri di civiltà. La prego, mi dica che è stato il vento.
– Ma si può sapere che cazzo vuoi?

A quel punto, Polanca, non discute più. Si mette a urlare:
– Bagninooo, bagninooo, aiuto c’è qualcuno che affoga!

Salvo è a pochi passi, guarda verso il mare, poi si guarda intorno. Vede Polanca che lo chiama.
– Itte b’at?
– Guardi, bagnino, quest’uomo sta affogando, sta annegando nella sua coglionaggine. Faccia qualcosa.

Salvo scuote la testa. – Sì sì, è proprio in pericolo- fa, rivolto al mio amico.
Poi, di peso, prende il lumbard. Polanca lo aiuta a trascinarlo. Lo portano fino al cassonetto, nello sterrato. E lo scaricano dentro.
Quando tornano, stanno parlando della sagra del torrone salato.
– Ma che roba è?
– Invenzioni. Domani c’è quella del basilico di montagna.

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La donna della tempesta
Di volata a casa, per poche ore, voglio lasciarvi le mie impressioni sul nuovo romanzo del mio caporedattore Donatello Bellomo. A fine mese sarò nuovamente qui con voi. Intanto, un affettuoso abbraccio, g*
Se amate il mistero, prendete il fantasma di una barca che appare, si dissolve e si moltiplica nel capriccioso gioco di un’elusiva fata morgana, affiancatele una donna scomparsa tra i sensi di colpa di un frate, affidate il tutto al talento letterario di Donatello Bellomo – caporedattore culturale del quotidiano veronese "L’Arena" – e ne uscirà "La donna della tempesta" (Mursia, pp.307 euro 18), uno stuzzicante romanzo percorso da continui colpi di scena. Personaggi chiave sono ancora una volta l’affascinante capitano Destouches e l’ironico giornalista skipper, figure care alla penna bellomiana, ricorrenti ma non ripetitive in quanto nel nuovo romanzo arricchite dal gioco del "doppio", un freudiano "doublage" che li fa rispecchiare l’uno nell’altro in un climax sempre più intenso mentre s’impegnano nella generosa ricerca della barca e della donna scomparse al fine di alleviare le spirituali sofferenze di Marcel che si è fatto frate oppresso dai sensi di colpa. Un romanzo – questo di Bellomo – che si presta a molteplici interpretazioni, che non è solo un giallo marinaro, ma un’intersecata ricerca psicologica densa di afflati sociali con intenti morali, ma mai moraleggianti. Alcuni tratti della narrazione sembrano scritti su un ideale pentagramma, tanto la musicalità è connaturata all’autore, abile nell’alternare vibranti presto a delicati pianissimo. Il linguaggio d’impianto bukowskiano presenta un impasto lessicale di lingua naturale parlata, forse ipertrofica di termini marinareschi, in cui non fanno meraviglia gli abbandoni lirici, le note di sobria poesia uscite dalla penna di un autore già vincitore del "premio Ungaretti" in anni giovanili, perseverante nello stile asciutto che sa parlare anche di sentimenti senza svenevolezze.
Magistrali le pagine su una Parigi più che mai carnale che avrebbe incantato Céline, autore di culto di Bellomo, spinto a dare al suo capitano Destouches il vero cognome del grande scrittore francese. Dunque, un romanzo molto moderno non solo per il linguaggio, ma anche per la struttura filmica in cui le immagini si rincorrono tra rapide zumate e sapienti dissolvenze. Finalista al "premio Sanremo", ancora fresco di stampa, in questi giorni insignito del "premio Gallanti", presentato alla grande in "Maffeiana" a Verona dai critici letterari Grazia Giordani e Giulio Galetto, "la donna della tempesta" – romanzo di rara polifonia – sta andando a grandi passi incontro al meritato successo.


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