Archive for gennaio 2005


                                  
                                   Sintassi dei casi

Eravamo io, Gavino Palighetta e Bulgaria e ce ne stavamo lì,
indrommigati dal dopo panino con pancetta e svariate birrette, sotto la
pineta di Malamurì, alle tre del pomeriggio con un caldo che non veniva
bene neanche a dirlo. Così, come tre
ballalloi, muovendoci appena
appena per cercare una posizione più comoda, sotto il cuscino di aghi
di pino e asciugamano. Io non l’avevo mai visto un calore così da
morire. Finchè stavi a mollo ancora ancora andava bene, anche se
l’acqua sembrava uscita dallo scaldabagno, ma  fuori sembrava che la mamma del sole esisteva davvero e che ti
cuoceva l’uovo in testa.

Praticamente eravamo rimasti solo noi. Noi e una coppia di tedeschi,
rossi come la cipolla, che la notte avrebbero cantato di sicuro. L’altra gente se n’ era andata a casa e anche noi l’avremmo fatto ma
eravamo senza mezzo e toccava aspettare il postale alle sette. Cercare
di dormire era impossibile, non era cosa col sudore a
zampillo e con la sete che sapeva di lardo. In più Bulgaria ogni dieci
secondi faceva un rutto che sembrava la voce della grotta de Sa ‘Oche, e
Palighetta rispondeva col suo repertorio di irrochi :
sa matta, crepau,
s’istrale
e così via. Quell’altro rideva. Ruttava e rideva. E in più,
per vendicarsi cantava
Inter merda Inter merda alè alè òò: secondo me
Bulgaria non è sano in testa, come si fa a ridere e cantare con quella
temperatura, che c’era da piangere c’era.



– Forse è meglio se frazziamo una canna – faccio io, dopo un dieci
minuti buoni – almeno ci
stontoniamo un altro po’ e sentiamo meno il
caldo –

– Oh, mì che il fumo l’abbiamo finito stamattina mì! E cosa
aspettavo a te se ce n’era ancora? 
Pistiddori
che caldo, ma cosa c’è incendi? – Questo, Gavino.

– Pezzemmerda, te lo sei girato da solo e ora cambi anche discorso, ma cosa hai mangiato pane e volpe? –

Mì chi ses tontu, ma se siamo rimasti tutto il tempo in acqua, cosa facevo canne in salamoia? Che ti ho chiesto anche se avevi mangiato
pollo con le mani, che l’ultimo carciofo ti è rimasto attaccato alle
dita! –

– A comprarne di più sia, la prossima volta! – dice Bulgaria. E
attacca a ridere. Da quello abbiamo capito che l’ultimo tocchetto se
l’era fatto lui quando era andato a pisciare dietro una macchia di
lentisco.

Insomma eravamo un po’ scimmiati e crepati dall’afa, l’unica
lattina di birra rimasta sembrava piscio e di andare al baretto sulla
spiaggia neanche a parlarne.  Così siamo di nuovo caduti in una specie
di catatonia, come dice la professoressa Dettori. Sembravamo
imbalsamati, fermi come
crasti e con gli occhi spalancati a guardare le
pigne sopra di noi.

A un certo punto sento che quei rompicazzo di grilli -o forse
cicale erano, boh- che non avevano mai smesso di rompere,
all’improvviso stanno zitti. Sì, sento che stanno zitti, proprio così, e mi accorgo che qualcuno sta venendo verso
di noi. Alzo la testa e vedo questo: uno, vestito di velluto pesante, col
bonette in testa e con i gambali. – Robba da matti – ho pensato – il
sole mi sta facendo male, non si poteva
agguantare nudi figuriamoci
vestiti in quel modo! –

E invece non era una visione. Arriva fino a due metri da noi un
pastore che sembrava scappato da un documentario su Orgosolo. Si guarda
intorno e con aria circospetta ci fa: – Oh, formaggio ne volette? Robba
buona eh, fatta in casa – Era una cosa da non credere, troppo strano.

Io e Bulgaria ci guardiamo in faccia e nello stesso istante capiamo che ci sta proponendo della "maria".

– E a quanto ce la dai? – chiede Palighetta, anche lui sgamando l’affare.

– Eh, già ve lo lascio a un prezzo buono, che non ve ne pentite di
sicuro, se volete potete chiedere in giro, per dire.  Poi, dipende anche dalla quantità, per dire –

-Beh non è che c’ abbiamo tanti soldi eh! Arriviamo sì e no a cinquanta euro, per dire – fa timidamente Gavino.

– Tramite che per quello già ci arrangiamo, certo ve ne esce poco
eh, ma almeno l’assaggio… ajò, venite con me – E si dirige verso la
stradina sterrata che stava a trenta metri dalla pineta. Noi dietro.

-Oh, se vi ferma la finanza dite che ve l’hanno regalato eh, che
quelli stanno cominciando a
segae sa matta – ci dice, sottovoce, nel
tragitto.

– Tranquillo, tranquillo, tanto viaggiamo in corriera –



Arriviamo davanti a un fuori strada che minimo minimo costava centomila euro, nuovo fiammante.

Tira fuori il telecomando e fa scattare le chiusure centralizzate.
Noi eravamo un po’ in para, guardando se c’era gente nei pressi.

– A quindici ve lo posso lasciare. Perché siete voi. Lo stanno
dando anche a venti e a venticinque, in costa. Una
pischedda piccola
forse mi è rimasta –

Io continuavo a farmi in testa la traduzione simultanea di quel
linguaggio cifrato e mi immaginavo bustine più o meno grandi di
mariuana ben impacchettata. E pensavo al perfetto travestimento del
tipo, che nonostante l’abbigliamento sembrava non soffrire minimamente
il caldo.

Gli diamo i soldi. E lui apre il cofano: un’ondata di pecorino
stagionato ci investe in tutta la sua violenza, almeno cinquanta forme,
ben allineate nel bagagliaio, dalle più grandi alle più piccole.

– Dev’essere per nascondere il fiago ai cani – mi fa, ad un orecchio, Bulgaria.

Eia, ista mudu però – faccio io, mentre il pastore frugava dentro l’auto.

– Ecco qua, questa pesa all’incirca tre chili e mezzo buoni, ci state anche guadagnando –

E mette in mano a Palighetta questa forma di formaggio oleoso e a odore di piedi.

– Aspettate che vi do una busta, che sennò vi sporcate. La borsa frigo ce l’avete? –

– Sì, sì ce l’abbiamo, ma tanto ce lo facciamo fuori adesso –

Lui sale in macchina, con un sorriso soddisfatto, e noi ci
ritroviamo con questo fagotto di plastica da supermercato. Eravamo
incazzati come iene ma nessuno osava aprire bocca.

E cosa potevamo fare? Dirgli che avevamo capito aglio per
cipolla? Io una figura di merda così non la volevo proprio fare. Pure la
mano ci ha stretto, con una forza che sembrava Marieddu Tenaglia.



– Ma almeno i soldi per il pulmann ci sono rimasti? –
– Oh merda!-

– Ebbè, tanto ce lo torniamo a vendere, no?-


Ma che cazzo, perché in quest’isola succedono queste cose? Mi sembra che io imparo un azìco di inglese e mi dimetto da sardo.

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             abbandoni

1) d2-d4, d7-d5; 2) c2-c4, d5:c4… Gambetto di Donna
accettato. E fin lì tutto bene.
La cessione del centro era solo momentanea e
già pensavo ai possibili sviluppi del mio gioco sull’ala della regina.
Quell’apertura era la mia preferita, quando dovevo giocare col nero. Da sempre. Fin da quando avevo letto, decine d’anni prima, l’opera di Ruy Lopez  vescovo di
Sigura “Libro de la invencion liberal y arte del juego del Axedrez muy util y
prouchosa”. Con quel posizionamento iniziale, seguito da un paziente gioco di
difesa, avevo impattato molte partite e con avversari certamente più forti di
Marta.
Facendo le mosse canoniche avrei consumato pochissimo del mio tempo a
disposizione e solo dopo la decima avrei cominciato a portare qualche attacco ai
suoi pedoni centrali. Naturalmente avrei dato a Marta la possibilità di
applicare qualche variante, per dimostrarle, a fine partita, che per il bianco
la strategia migliore è l’apertura violenta delle colonne centrali.
E
infatti dopo venti minuti avevo un vantaggio di posizione, avevo effettuato
l’arrocco e aperto la grande diagonale.
Ora osservavo Marta. Potevo
sciogliere la mia concentrazione e guardarla. Potevo vedere le piccole smorfie
del suo viso, i suoi occhi che si spostavano rapidamente sui pezzi, le sue mani
intrecciate che sostenevano il mento. Potevo sentire il suo respiro, intuire i
suoi pensieri e quanto questi influenzassero il ritmo del suo cuore. Quanto
l’amavo!
Poi, quella sua mossa inaspettata, quel cavallo che si insinuava
nella mia difesa minacciando torre e regina contemporaneamente.
Ma come era
possibile? Come avevo fatto a non accorgermi di una debolezza così evidente?

Sacrificio di torre. E una inutile difesa ad oltranza.
Ho adagiato
lentamente il re sulla scacchiera e senza pronunciare una parola mi sono alzato
dalla sedia. Non l’ho neppure guardata negli occhi e non le ho stretto la mano,
come normalmente si dovrebbe fare quando si abbandona una partita. Ho infilato
nella tasca della giacca sigarette ed accendino, le ho voltato le spalle e ho
raggiunto la porta. Ho indugiato per qualche secondo pensando a come congedarmi.

– Il tuo gioco è cambiato, è diventato imprevedibile. Ho trascinato
inutilmente questa partita.   Così ho prolungato
la sconfitta-
Mentre dicevo quelle parole, ho sentito dentro di me un
senso di perdita definitiva e irrimediabile: ho capito, in quel preciso istante,
che non l’avrei più rivista.
– Se hai voglia di giocare chiamami – ha detto
distrattamente mentre riordinava con cura i pezzi dentro la custodia, – io
domani riparto ma fra qualche settimana sarò di nuovo qui e così… se vuoi…-
Era
sempre stata lei a chiedermi di giocare e quel rovesciamento di ruoli era il più
esplicito degli addii. – Solo se mi prometti di lasciarmi vincere – le ho
risposto schiarendomi la voce. Lei mi ha guardato dritta negli occhi e mi ha
sorriso, con una espressione d’intesa che non lasciava spazio ad altre parole.
Avrei voluto dirle addio.
Milo, il cucciolo meticcio che aveva adottato da
qualche giorno, mordicchiava incessantemente i lacci delle mie scarpe riuscendo
a strapparmi un sorriso prima di scendere le scale.
Ho raggiunto velocemente
la strada e prima di entrare in macchina ho dato uno sguardo alla sua finestra
illuminata, sperando inutilmente di vederla affacciata. Per l’ultima volta.

Passeggiando dentro il mio sito – nella sezione racconti – mi è nata la fantasia (solo quella, per fortuna!) di intrecciarli fra loro, rendendoli intercomunicanti. E così la razionale Helga (dell’Eco della montagna) dovrebbe sedersi sullo stesso canapè, accanto alla sensuale Ginevra (recidiva, in quanto fuoriuscita già da tempo dal romanzo Signora a una piazza) e Giovanna (l’allieva uccisa dal suo professore ne La bretella rossa) e la scrittrice un po’ spocchiosa (caduta comunque nella trappola del seduttore ne La fotografia) e via dicendo nella grande rete che si allarga del panorama di mie figure femminili, dovrebbero familiarizzare o odiarsi, a seconda del mio capriccioso e contorto pensiero. Meglio lasciarle cristallizzate nella pagina, immobili come il déjà dit, o svegliarle con un colpo di penna, meglio con un tic-tac di tastiera pc?Più salutare passeggiare realmente e non in maniera contorta dentro se stessi, visto che oggi in questa brumosa terra brilla alto un sole estraneo all’attuale stagione? Non è il momento più propizio per queste elucubrazioni .Le pentole dalla cucina si fanno sentire, chiamano forte con arroganti sfrigolii. Dovrò, per forza, dar retta alla loro domestica voce.

 

Non si dovrebbe stare troppo rintanati in casa, perché fa male allo spirito. Certo è che il freddo qui da noi urla forte, oltre tutto in terzetto con la nebbia e la galaverna. Ieri pomeriggio ho interrotto l’ "ibernamento" per la presentazione in biblioteca di un saggio veramente accattivante: Rovigo e il Polesine tra Ottocento e Novecento. A parlarne è stato l’autore – Sergio Garbato – in maniera veramente deliziosa, facendoci sostare dentro i risvolti umani, le pieghe dell’anima dei personaggi "minori" , delle gente della strada, inconsapevole di fare storia, riesaminando con noi le note segrete, quelle che non saltano agli occhi, nelle splendide fotografie. Garbato è finissimo, sotto questo profilo, da anni critico di "Carlino- Rovigo" ha presentato, prefato e recensito anche miei libri negli anni Novanta. 

Lo struggente, bellissimo film Il Pianista ha chiuso una giornata addolorata dal pensiero dell’Olocausto da cui era ben difficile, addirittura impossibile distogliere la mente.

UN’ AMARA SOSTA NEL GROVIGLIO
 DEI SENTIMENTI DI FAMIGLIA
È un romanzo molto forte L’intruso di Carla Cerati (Marsilio, pp.171, € 13), un’analisi minuziosa e spietata del rapporto padre-figlia, nel contesto dei contrasti generazionali, complicati dal senso del dovere.
L’autrice, fotografa di fama internazionale, apprezzata soprattutto per Un amore fraterno (finalista al Premio Strega, 1973) e per Un matrimonio perfetto (1975- Premio selezione Campiello) oltre che per La cattiva figlia (1990- Premio Comisso), mostra ancora una volta il suo acuminato bisturi, pronto ad incidere e scavare nelle contraddizioni del cuore, e nel groviglio dei sentimenti, particolarmente in ambito familiare. Il linguaggio è spoglio, senza fronzoli esornativi –  pur non privo di una sua irsuta poesia – adatto alla storia da narrare, storia in sé ben altro che inconsueta: la cura di un genitore molto avanti negli anni, da parte di una figlia a sua volta non più giovane. E qui va sottolineato, come impliciti nelle pagine del romanzo, siano anche i problemi del prolungamento piuttosto che della qualità della vita e persino dell’eutanasia, come estrema ratio. Dicevamo non inconsueta, la vicenda, che prende però originalità dalle ambivalenze, dal dubbio che la Cerati sa abilmente instillare nella mente del lettore, per cui non sapremo mai se Adriana – la protagonista – sia fuorviata dal filtro e dall’influenza della figura materna o se il padre, aspro, egoista, bestemmiatore, sia veramente quell’arida persona che ci viene descritta.
Certo, per Adriana, prendersi cura di un padre amorevole, a cui fosse stata legata da un rapporto d’affetto profondo, di complicità tenera, non sarebbe stato così faticoso e quasi insostenibile. Ma perché entrambi, padre e figlia,  non sono riusciti ad amarsi?
La narrazione si snoda dentro un accalorato dialogo tra Delia, l’amica del cuore e Adriana. Delia interroga, intervista, approfondisce, non accettando a priori l’affermazione categorica dell’amica: «Mio padre è un uomo odioso, autoritario, insolente, egocentrico, prevaricatore, pieno di sé, incurante dei diritti altrui, attento solo alle proprie necessità; un  despota, un padrone. Per gran parte della mia vita sono riuscita ad evitare ogni contatto con lui pur sapendo che presto o tardi avrei dovuto dedicargli la mia attenzione, il mio tempo, le mie energie. Avendo sempre previsto il mio futuro non mi sorprende di dovermi occupare di lui che ormai ha quasi cent’anni e gode ottima salute, mentre io devo già fare i conti con diversi acciacchi.»
Sì, Delia non si accontenta delle affermazioni tassative e spinge la sua interlocutrice , invero molto riottosa, a non accontentarsi delle apparenze,  guardando dentro le pieghe, le sfumature degli avvenimenti, esaminando anche foto del passato.
La lettura di questo libro assurge a valenze universali, spingendo quanti di noi hanno avuto genitori anziani da accudire, a ricordi, ripensamenti, nostalgie e tuffi nel passato e così tornano a galla sentimenti anche fatti di sensi di colpa, inevitabili in queste circostanze.
Non è solo un romanzo sui dissidi generazionali – quello della Cerati – ma abbraccia anche l’argomento dell’amicizia femminile e del punto di vista della donna nell’esaminare i temi difficili della vita.
Chiudiamo le pagine di questo libro, pieni di domande inquietanti, sollecitate da una lettura che intriga e fortemente coinvolge. (g.g.)
 

 

Premettendo che i miei racconti sono raramente autobiografici in senso stretto, spesso ispirati da voli della mia fantasia per colorare il grigiore del tran-tran di provincia, mi piacerebbe un vostro pensiero su questo Solitudini  . A ispirarmi è stato "Infinite Storie.it" un portale del romanzo che permette di comunicare con altri lettori.

Parlando di cinema e dei suoi grandi  attori e registi, non possiamo certo ignorare  Vittorio De Sica. Interessanti notizie potete leggerle  qui .