Archive for novembre 2008

La lettera

Se v’incuriosisce conoscere quali disgrazie possano sortire da una lettera, leggete qui

La radio
Nelle nostre campagne era detta l’aradio, così come c’era il l’atte, la sale, la ragù e la diabete. Spesso mi sono chiesta la ragione di questi contorcimenti lessicali, tali da far persino cambiare sesso a cose e malattie, senza parlare di quelli che hanno il polistirolo o i tricicli alti e si nascondono dietro i diti e mangiano uno scaldatoast, assassini della nostra bella lingua
Ma torniamo alla radio. Mi è tornata in mente vedendone, riprodotta in una rivista, una simile a quella di casa mia, della mia casa di ragazza, intendo. Un modello antiquato, contenuta dentro un mobile mastodontico, irrazionale, ma all’epoca usavano così, la moda era quella. C’erano pomoli rotondi per spegnere, accendere, alzare o diminuire il volume. La si accendeva solo ad orari prestabiliti. Soprattutto la sera, dopocena. Seduta sulle ginocchia della nonna, ascoltavo le commedie di Pirandello, capendo poco allora, adorandolo oggi.
La radio di adesso è più impersonale, algida, come la sorella TV la si fa funzionare col telecomando, ha molti canali. Ne vedo anche di lillipuziane che stanno nel palmo di una mano, corredate di marchingegni per ascoltare i programmi in solitudine, senza la coralità dei commenti, dello stare insieme.
Eppure, eppure rimpiango quel vecchio apparecchio

La bottiglia
 Marjorie guardò fissamente la bottiglia e ripensò al fuoco del whisky che era corso, incandescente, dentro la sua gola. Le restava vivo il ricordo di quella fiammata, del resto la sua vita era fatta solo fatta di frammenti: scampoli di un esistere scomposto e disarmonico, anzi “atonale”, le venne da pensare, con un sussulto ritrovato dentro il suo passato di pianista. Perché aveva riempito quella bottiglia d’acqua, posandola sul davanzale? Semplicemente perché odiava il vuoto, il nulla che ormai portava dentro. Che ci fosse un liquido magico per colmare anche le sue voragini interiori? La domanda restò senza risposta.Rivide quel mare d’inverno, mare della sua giovinezza. Avrebbe voluto tuffare il volto fra quelle onde nevose di spuma, ma il whisky era finito e non poteva continuare a sognare, no non poteva.In quel prato avrebbe voluto essere sepolta, sì, fra quei fiori selvatici avrebbe trovato pace e dimenticato i suoi affanni, per sempre tappati dentro le trasparenze di quella magica bottiglia.

IL pitale

Sarà un argomento poco romantico, non dico di no, ma mi è tornato improvvisamente davanti agli occhi, rivedendo l’immagine di un  antico pitale, complice di una storia tanto boccaccesca, quanto divertente. La raccontava mio bisnonno materno a cui l’aveva confidata un suo amico di giovinezza, dell’epoca in cui i giovanotti speravano che una signora – scendendo dalla carrozza – mostrasse la caviglia. Ebbene, a quell’epoca, il miglior amico del mio avo si era follemente innamorato di un’aristocratica signora, raffinatissima, elusiva, giudicata inespugnabile più di un castello arroccato. Dopo un anno di corteggiamento inesausto, la misteriosa signora si convinse a concedere un appuntamento all’innamoratissimo pretendente. L’incontro avvenne in una stanza d’albergo. Il bisnonno era meticoloso nel descrivere l’ambiente, l’atmosfera voluttuosa avvolta dalla penombra, il brillare  dello sguardo e degli anelli della dama, il suo volto diafano, incorniciato da boccoli tiziano. Sembrava di esserci, di sentire le voci arrochite dal desiderio. Quando, sul più bello (sarà stata l’emozione?) al povero Clodoveo – così si chiamava – accadde un movimento, un borborismo intestinale. Immaginate la scena? Dentro il comodino troneggiava un invitante pitale che lo sventurato colmò all’istante, sotto gli occhi schifati dell’ineffabile dama che fuggì nella notte, lasciandolo solo con la sua disgrazia.

 

 

La tazza

 

Pur essendo larga e bassa – come certe donne di struttura mediterranea – aveva un suo stile, quella tazza, una sua aria rétro, tale da ingentilire le prime colazioni e le merende e le bevute notturne di Ludmilla. Quella porcellana pallida, con fiori appena adombrati lungo i bordi, la seguiva, come un’amica fedele, fin dagli anni dell’infanzia. Dentro gli infusi, i tè e le camomille, la nostra invecchiata ragazza aveva visti riflessi tutti gli atti della commedia, quella della sua vita. Le occhiate dolci di sua madre, il mattino appena sveglie, avevano galleggiato liquide e sfatte, dentro quella tremula superficie; le luci del tramonto sul terrazzo, avevano nuovamente scherzato – dentro quella solida tazza – con le trasparenze screziate da scie di porpora cangianti. E la luna, quante volte la luna era scoppiata, in un barbaglio di algido argento, ferita a morte dal roteare del suo cucchiaino.  Può, dunque, un’esistenza intera vivere chiusa dentro i bordi angusti di un così piccolo recipiente? Minuscolo stagno agitato dal fremere di un respiro, da un colpo di tosse improvviso, vibrante superficie d’ambra di epoche diverse? Proprio quel mattino, a colazione finita, mentre sfogliava il quotidiano, curiosa delle ultime notizie, le cadde di mano quel fragile contenitore, rimbalzò sul tappeto e perse, con mossa addolorata, il suo arcuato manico. Questa amputazione procurò a Ludmilla rammaricato stupore, esitò un attimo sul da farsi, ma non la gettò nei rifiuti, incapace di cancellare un solo segno del suo passato.

 

Parlar d’amore
In quale di queste tre situazioni amorose, tratte dalla penna di E.Bronte, Tolstoj o Hemingway, vi riconoscete maggiormente?
Da: “Cime tempestose”:
«Heathcliff non saprà mai quanto io lo amo, e non perché sia bello, ma perché è me stesso più di quanto io lo sia .Non so di che cosa siano fatte le nostre anime,ma la mia e la sua sono identiche e quella di Linton è diversa dalla mia come un raggio di luna da un lampo o il gelo dal fuoco…»                      (E.Brontë)          
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Da : “Anna Karénina”:
«Quello che per un anno era stato per Vronskj oggetto di desiderio, così intenso da sostituire in lui tutti gli altri desideri, e per Anna un sogno impossibile, tremendo e delizioso si avverò…» (Tolstoj)
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Da: “Per chi suon la campana”:
«Maria gli si stringeva contro, ed egli sentiva, contro le proprie, le sue lunghe cosce lisce e i suoi seni come due piccole colline che sorgevano da una lunga pianura dove ci fosse una fonte, e il paese lontano, oltre le colline, era la valle della sua gola che egli baciava…» (Hemingway)

Il giardino incantato

Chi non vorrebbe avere un giardino come quello che ci viene descritto da William Faulkner ne "La paga dei soldati"? Leggendone la descrizione ho sognato di esserci e di camminare per un attimo dentro quell’angolo di meraviglie. La penna dell’autore – premio Nobel nel 1950 – così lo dipinge: "Un viale di rose delimitava un sentiero di ghiaia che passava dal sole sotto un arco formato da due querce. Al di là delle querce, contro la parete di una schiera regolare di pioppi inquieti, v’erano le colonne di un tempietto greco, e gli stessi pioppi, con il loro vago verde slanciato, erano composti e vanesi, come fanciulle in un fregio. Contro una siepe di ligustro presto sarebbero apparsi gigli come monache in un chiostro, e giacinti azzurri, sognando Lesbo, facevano oscillare mute campane. Su una spalliera a  graticcio, il glicine avrebbe presto bruciato in lente fiamme lilla rovesciate, e seguendola essi giunsero infine davanti a un  rosaio isolato. I rami erano enormi e nodosi di vecchiaia, pesanti e scuri come un piedistallo di bronzo, coronati di un pallido, effimero oro".