Archive for giugno 2010

Nonostante il tempo inclemente, parto per le vacanze, pronta a fare qualche rapido ritorno a casa, nostalgica della vostra amicizia. Grande smack. g*

Recensire
 

A un certo punto della propria esistenza – soprattutto se si vive in provincia, dove tutto procede a rilento – recensire diventa quasi un tic cui è difficile sottrarsi. Le pagine culturali sono poche (alla gente interessa soprattutto la cronaca, lo sport e il gossip) e i recensori troppi, vista l'avarizia degli spazi. Quindi, l'attesa che esca un proprio pezzo si tramuta in ansia, per molti di noi che amiamo sinceramente la cultura.
Tutto questo preambolo, per dire che oggi in Arena, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi è uscito il mio pezzo su Survivre di Denise Epstein, figlia di Irène Némirovsky.
E' uno struggente reportage d'anima, in forma di intervista .


La copertina strappata

 

 

Provò un lancinante dolore al fianco, uscendo a fatica dalla copertina del suo libro, Ginevra Valmarana. Suo, sì, proprio suo in quanto uscito dalla sua penna. Vivere fra quelle pagine l’aveva estraniata dalla normalità e adesso l’assaliva un sentimento di disappunto per il bel vestito del suo romanzo danneggiato, in contrasto col sollievo di essere tornata nel mondo. Attraverso la finestra semichiusa di quella disadorna biblioteca, sobria proprio com’era lei, vide rami spogli d’alberi che foravano un sudario di nebbia. Un gatto bigio faceva crocchiare le ultime foglie morte. Clacson gemevano in lontananza. Rassettò la gonna sgualcita, faticando a riprendere il passo sui tacchi divenuti troppo alti per la sua attuale età. Non era più tempo di frivolezze. Uscì di casa, rabbrividendo. Il pensiero del libro danneggiato stava diventando un‘ossessione. Era l’ultima copia in suo possesso di un libro ormai fuori commercio. E ora la brillante copertina era violata da uno strappo proprio nel pube della donna nuda, lì raffigurata. Uno stupro da lei stessa causato. Tornò sui suoi passi. C’era un vasetto di colla e forbici nel secondo cassetto dello scrittoio. Si mise all’opera con ostinata diligenza. Bisognava ridare al libro la sua perduta dignità esteriore. Lavorò incurante della fame e della sete, rammendatrice amorosa della sua opera vulnerata. Quando la copertina le apparve miracolosamente tornata al suo primitivo splendore (sì, forse un osservatore implacabile avrebbe potuto notare minime imperfezioni!) si guardò allo specchio. Anche il suo viso avrebbe gradito un restauro, anche la sua anima per troppi anni sacrificata dentro quel romanzo, ma ora la vita era tornare a leggere opere altrui, scrivendone di nuove, ora la vita era uscire dall’angustia di un volume solo. Prese una bracciata di libri, scegliendoli fra i migliori, determinata a lasciarli ai lettori di passaggio, sulla panchina del giardinetto all’angolo.
 

 

LA PANCHINA DEL GIARDINO ALL'ANGOLO

 

Le era sempre piaciuto quel posto vagamente proustiano dov’era possibile respirare l’air du temps, come se il tempo avesse lì lasciato una scia in impalpabile dissolvenza. Sotto le frange che strisciavano a terra di un salice piangente trovava posto la sua panchina prediletta, seminascosta agli occhi dei distratti, rugginosa, di ferro battuto, aveva l’aria confidenziale di una vecchia amica. Posò i suoi libri su quel piano sconnesso, curando di non scompigliarne le pagine, separandosi con tristezza dai versi di Baudelaire:”Viens, mon beau chat, su mon coeur amoureux./Retiens les griffes de ta patte,/Et lasse-moi plonger dans tes beaux yeux, /Mêlés de métal et d’agate”, impressi nella pagina affiancati a una deliziosa sanguigna che lettori precedenti (sua madre, un’amica, una cugina?) avevano lì disegnato. Lasciare un libro era separarsi da pagine di vita, da sospiri fra le righe, pensieri appena abbozzati o lungamente sofferti. Eppure, eppure era tempo che condividesse, che non tenesse tutto per sé. Messo a frutto il tesoro di parole si sarebbe ampliato. I disegni a margine avrebbero parlato altre lingue. Altre sottolineature si sarebbero aggiunte. Vedeva mani anziane succedersi a mani fresche nel voltare quelle pagine. Chi avrebbe preso lo Zarathustra ? Si sforzò di immaginare il volto e l’aspetto del suo successore nella lettura di uno dei volumi che più le erano cari. Pensandolo, sia lazò dalla panchina, rassettando l’abito un po’ sgualcito- la sua cura dell’aspetto non veniva mai meno. E chi avrebbe preso le poesie della Dickinson? E i testi di Eliot e di Pound? Il Gattopardo, scivolato a terra, le lanciava un addio sommesso. Com’era duro separarsene. Come avrebbe voluto riprendersi Cime tempestose. Ah, se avesse potuto dissuadere Anna Karenina dal suo gesto insensato! Il Profumo di Süskind arroventava l’aria di torbido aroma.
La sera calava lenta, stendendo il suo opaco mantello su uomini e cose. Non era più possibile leggere, ma quella luce estenuata vivificava i ricordi. A passi lenti riprese il cammino di casa. Voltandosi indietro per un’ultima volta, notò la mossa agile di un uomo giovane che si accostava alla panchina. Un solo libro reggeva in mano, allontanandosi senza fretta. Pareva sapesse con preveggenza quale scegliere, a colpo sicuro. Non volle tornare sui suoi passi, Ginevra. Controllare, ora, le sarebbe parso un atto voyeuristico, una mancanza di discrezione, però aveva una voglia matta di conoscere le scelte di quell’occasionale lettore. Nel frattempo, un micio scuro era salito sulla panchina. Avrebbe graffiato i libri? Li avrebbe sciupati? I giochi sono fatti – si disse – quelle pagine vanno lasciate al loro destino.
Dormì serena, quella notte.
Un’alba di latte carezzò il suo risveglio.
La panchina era libera.
Solo un foglio fremeva nella brezza del mattino, incastrato nello schienale, lo estrasse piano, per non strapparlo. Scritto a mano, in grafia minuta, le sembrò un messaggio a lungo atteso. Una lettera d’amore del destino. Sorrise fra sé, pensando che il destino le stava scrivendo in francese.

 

IL DESTINO FRANCESE
 

Un foglietto volubile come certi pensieri di donna, quello che aveva estratto dalla spalliera della panchina. Un rettangolo di carta avorio, stazzonato ai bordi, che continuava a svolazzarle tra le dita. Ma jolie dame – lesse al centro della scrittura – je vous remercie bien pour… (per cosa, perché ringraziava una graziosa signora questo misterioso mittente e perché aveva posizionato il biglietto, proprio su quella panchina da cui erano stati prelevati tutti i libri?). Ginevra cominciò ad almanaccare se la mano misteriosa ringraziasse per l’inatteso dono o se il foglio fosse capitato lì per caso, portato dal vento. La grafia era chiara, e le sembrava virile (le sembrava o sperava lo fosse?). Due macchie d’inchiostro facevano pensare a una penna stilografica difettosa o a un gesto voluto, premeditato per prendersi gioco del destinatario. Magari chi aveva scritto quell’incipit di ringraziamento lasciato a metà ora era acquattato dietro una pianta a spiare l’imbarazzata signora e stava prendendosi gioco di lei e del suo gesto sentimentale di separarsi da libri tanto amati per condividerli con persone ignote.
Che fosse veramente un francese?
Che fingesse d’esserlo?
La monotonia dei suoi giorni si vivificava un po’ con questa piccola avventura, un’inezia che avrebbe fatto sorridere le amiche, se ne avesse avute. Riflettendoci bene, solo i libri, le parole impresse nero su bianco erano i suoi veri amici. Era vissuta senza emozioni reali, soltanto attraversata da transfert di carta. Ma ora quel biglietto era reale e meritava la pena di andare a fondo, verificandone il mittente.
Così pensando, si sedette sulla panchina, sminuzzando briciole per i passerotti che si assembrarono, amichevoli, attorno a lei.
Un ragazzino venne a sedersi sull’altro lato della panchina.
“Hai marinato la scuola?”
– Non ero pronto per l’interrogazione…
Nel vento si perse la sostanza della sua impreparazione.
Ma che importava?
Restava certo il fatto che dalla penna di quello svogliato scolaretto italianissimo non poteva esser uscita la frase francese.
Una giovane donna si accostò alla panchina, appoggiò pacchetti e involti della spesa, poco incline a conversare.
Ma era una donna e Ginevra aveva fermamente deciso che lo scrivente fosse un uomo inoltre di bell’aspetto, come lei innamorato della letteratura.
Un vecchio tossicchiante le si sedette accanto, offrendole brustoline da un sudicio cartoccio.
No, non poteva essere lui.
Passarono i giorni.
Le settimane.
I mesi.
Ginevra non smise di sperare.

 

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 28 Gennaio 2007

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(immagine dal web)
L’isola stregata

 

Parlavano di un’isola fatata, anzi stregata, che appariva e scompariva, a seconda della piena del fiume. Dicevano che fosse incorniciata d’azzurro, come se un’aureola gigante l’attorniasse, protettiva, all’orizzonte. Non posso negare che m’incuriosisse. Adoro i misteri, le storie ambigue, mi piace la realtà sospesa, quella che confina con la metafisica e che non sapremo mai se è vera o sognata. Pioveva – quel mattino d’ottobre – proprio come povespesso in quel mese di mezzo, nostalgico dell'estate, avviato verso il rigore dell'inverno. Dal cielo ferruginoso cadevano larghe gocce circospette, come se la natura si fosse messa, dubbiosa, in attesa di eventi più forti. Sembrava che volesse restare sulla porta a vedere come si mettevano le cose.
M’incamminai. Proseguivo lentamente, attenta a schivare le pozzanghere, imbarazzata dall’ombrello. Tutto era come sempre. Alberi spogli, erba appassita. Acqua che lambiva il pilone del ponte, appesantito da un traffico convulso, casette povere dai comignoli fumanti.
All’improvviso – diomio, so già che non mi crederete, perché anch’io stento a credermi – all’improvviso, come una fatamorgana, l’isola si è stagliata all’orizzonte. Sembrava un fiore di madreperla, chiara, iridata, quasi trasparente. Cercai di scendere, cautamente, lungo l’argine. Scivolavo, ero tutta inzaccherata, ma non riuscivo a fermarmi, l’isola mi chiamava. Non potevo resisterle.
Caddi rovinosamente. Fui fermata da un masso contro cui sbattei il capo.
Mi trovarono svenuta. Mi salvò un cacciatore munito di cane ringhioso.
Non dissi nulla. Non gli rivelai il mio segreto. E ora, ostinatamente, sto mettendomi in cammino di nuovo, per cercare di rivederla. (g.g.)

 

Ripropongo


L'uomo della gru


(immagine dal web)
La Balilla

 

All’inizio degli anni Cinquanta, si pativano ancora molte restrizioni postbelliche, ma papà (ed è chiaro che mi riferisco a mio patrigno, essendo mio padre, l’Artista, morto quando avevo appena compiuto un anno d’età) era riuscito – dopo tanti anni di motocicletta – ad acquistare una balilla di seconda mano.Nera, brillante come se fosse tirata a cera, corredata di rigorose tendine, suscitò l’invidia di amici e parenti. La vedo ancora sobbalzare nei viottoli di campagna, carica di medicinali e dei ferri chirurgici per il pronto intervento del mio amorevole babbo, medico degli animali.
A proposito del suo secondo matrimonio, l’ironica, affascinante Hena usava dire: «dalle stelle alle stalle.» In effetti, il passaggio dall’intellighenzia degli artisti bolognesi – frequentando il cenacolo del mitico Caffè San Pietro, a fianco di Guidi, Saetti, Bacchelli, Minguzzi & Compagnia – alla vita piatta e agreste polesana, deve esser stato un colpo non da poco, per la vedova rimaritata.
Insomma, ritorniamo alla balilla.
Notoriamente, papà – pur amandomi molto – era un distratto, quindi mamma mi affidava malvolentieri alle sue cure, soprattutto da quando mi aveva dimenticata in un caffè veronese, consolata da un solerte cameriere che aveva telefonato a casa per il mio recupero. Quindi, Hena cedette controvoglia alle insistenze paterne di portarmi con sé in campagna a far le visite agli animali, inaugurando così l’automobile.
Era una mattinata piovosa. Papà guidava piano, canterellando stonato. Tenevo stretta in seno la mia bambola prediletta, la mia confidente. Mamma rimase a casa perché era impegnata in cucina: aspettavamo gente a pranzo. L’auto fu parcheggiata vicino a un grande fossato. Non volevo scendere, preferendo i dialoghi confidenziali con la mia bambola, all’approccio con gli animali: oche soffianti, scrofe grugnenti, mucche e cavalli rumorosamente defecanti; oltre alla pressione dei contadini che insistevano per farmi bere un gotesato de vin,
Fortunatamente, non l’ebbi vinta e fui costretta a scendere.
Finite le visite – questa volta si trattò della nascita di un delizioso vitellino – fummo colti dall’amara sorpresa della sparizione dell’auto. Della balilla si vedeva a malapena il tetto affiorare dall’acqua limacciosa del fossato. Evidentemente, papà non l’aveva lasciata in marcia, o non so quale altra distrazione avesse commesso. Ci vollero quattro buoi per recuperarla, grondante d’acqua, ma ancora rombante e dispostissima a riportarci a casa. (g.g.)

 


Cattivi

si nasce o si diventa?