Archive for dicembre 2004

Andavo tranquillo per la strada.


Cioè non ero proprio tranquillo tranquillo avevo appena litigato con la mia fidanzata per via di un torsolo di mela che avevo lasciato dentro un posacenere anziché buttarlo nella spazzatura e si sa che i torsoli di mela si ossidano dopo cinque secondi e dopo sette attirano l’attenzione di Giovanna che dopo dieci ti urla di non fare il maiale e tutto il resto figuriamoci se sopra ci spegni pure le cicche e in più pioveva avevo finito le sigarette tutti i tabaccai erano chiusi e non mi era rimasto neanche uno spicciolo per il distributore automatico o una banconota da farmi cambiare figuriamoci il bancomat che la banca me l’ha ritirato dopo due giorni lei signor Birambai l’ha usato male no veramente credo di averlo usato benissimo mi ha dato i soldi lo scontrino e tutto quanto anzi io quei soldi neanche li avevo sul conto quindi forse l’ho usato meglio di quanto si aspettasse lui stesso. Lui stesso chi? No cioè volevo dire lei la carta non pensava a quelle prestazioni straordinarie.


Insomma ero nero come il tempo e verde di bolletta quindi non so perché ho detto andavo tranquillo forse perché è un modo come un altro per cominciare una storia e mi sembra che così con quell’aggettivo uno si prepara ad eventuali colpi di scena che possono sempre arrivare se cammini tranquillo per la strada che cioè se vai per la strada e basta uno non sa se sei tranquillo oppure ansioso oppure di fretta per recuperare un ritardo invece così gli dai un’indicazione l’illusione che tutto proceda bene e che però qualcosa potrebbe succedere da un momento all’altro.


Dunque andavo tranquillo per la strada non mi aspettavo nulla dalla stupida vita in quella stupida sera di pioggia ma d’altra parte cosa potevo aspettarmi? Fatta eccezione per quella volta che una zingara mi lesse la mano dicendomi che la mia vita sarebbe scivolata via stupidamente per il resto degli anni non ricordo niente di veramente interessante successomi per strada mentre camminavo oltretutto mi trovavo in una strada di Nuoro mica al Sunset Boulevard o agli Champs Elisée o in una via di Città del Messico che lo dicono anche le classifiche del Sole 24 ore che qui non accade mai nulla che siamo fra gli ultimi per la qualità della vita ma primi per il numero esiguo degli scippi ma chi vuoi scippare se non c’è nessuno per le strade e qualche volta mi chiedo se non siano tutti fuggiti perché sta per arrivare un terremoto. Che poi neppure il terremoto può arrivare siamo la terra più antisismica ecchecavolo passiamo dalla siccità alle alluvioni come se qualcuno cambiasse col telecomando risparmiateci almeno le scosse. A Mario Faularzu invece succede di tutto vede elettricisti che cascano dai pali della luce turisti francesi che dicono bella questa città gente che sorride e ti saluta cordialmente elicotteri che scaricano l’acqua sui boschi in fiamme e assieme all’acqua un sub che hanno pescato in mare mentre faceva immersione.


Io sono sfigato non vedo mai niente.


Dunque andavo tranquillo per la strada senza aspettative desideravo solo che smettesse di piovere anche se queste precipitazioni non avevano niente di normale e probabilmente i pastori avevano fatto un rito propiziatorio sbagliando le dosi oppure gli americani avevano rovesciato l’isola e non ce n’eravamo neanche accorti e a casa erano esplose pure le scatole di riso soffiato per colpa dell’umidità.


Ecco ero immerso in questi pensieri quando a un certo punto sento uno che mi urla buon natale mi giro e alle mie spalle c’è uno vestito da Babbo Natalebagnato con le launeddas in mano e un sacco sulle spalle tipo”bertula” una di quelle sacche fatte al telaio che usavano i contadini prima che diventassero souvenir delle vacanze le bertule dico non i contadini.


-Buon Natale Antò- urla di nuovo guardando verso di me che faccio dietro- front e gli vado incontro non tanto per ricambiare gli auguri quanto per chiedergli una sigaretta grazie grazie bella questa iniziativa di mandare qualcuno per rallegrare un po’ la città ce n’era proprio bisogno era ora che l’amministrazione comunale pensasse ai nuoresi scusa non è che avresti una sigaretta?-


-Ma perché tu ti chiami Antonio?


-No, veramente sono Gianni.


-E allora che cavolo vuoi?


-Beh mi guardavi pensavo che ti rivolgessi a me.


Mentre glielo dico lo guardo in faccia e mi accorgo che è totalmente strabico con un occhio al prezzo e uno alla qualità come dice il mio amico Polanca ha gli occhi talmente storti che non capisco più se sta guardando me o un tipo che sta affacciato ad una finestra lì affianco probabilmente Antonio comunque scusa ti faccio i complimenti lo stesso e chissà come suoni bene le launeddas… maaa… una sigaretta?


-Non fumo.




  • E allora vaffanculo tu e il Natale.



  • Non ci crederete in quell’istante la terra ha tremato un po’.



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Affettuosi auguri di Buone Feste a tutti voi, g.

Ieri sera – ospiti de La Repubblica Veneta (qui)– siamo stati a cena con il direttore (donna) e i collaboratori della rivista rodigina, per il consueto scambio degli auguri natalizi e per festeggiare Sergio Bonelli, simpaticissimo, che è venuto a parlarci di Tex e del suo mondo del fumetto. Nel cuore della serata – e questa è la nota interessante – Roberto Leggio, giovane e promettente regista locale, ha proiettato per noi un documentario, veramente pregevole, ricavato da un inedito diario di viaggio di Lovecraft, ritrovato per caso in un mercatino a Montecatini. Parrebbe che questo maestro dell’horror avesse fatto, appunto, un viaggio in Polesine alla ricerca di luoghi misteriosi.

 Vi invito a brindare con me – e soprattutto con il mio blog – che domenica compirà due anni. Grazie per la compagnia che mi fate e per le gradite manifestazioni d’affetto che mi andate dimostrando. Un bacio da g.

PAESIA


Mara Doliànova

Lei, sola, russa.
Anela Carlo: forte, bono.
Anela villa urbana, villa mar,
piscina su l’assai villa grande.
Anela sole, ministri.

E i padri:
Amara chi amore sposa da saga! –

Ma monti già vedono riflussi
O Mara, sola russa, sorgono neon
e lì, tu, l’amore smonti.

 

INVIDIE E VELENI DI PAESE

 

NEGLI ANNI SESSANTA

 

È ancora Bellano, il paesino lacustre, a fare da liquido fondale su cui Andrea Vitali sa dipingere le sue storie di strapaese con abilissima mano. Già lo avevamo letto e recensito, con viva ammirazione, in Una finestra vistalago e ora ritroviamo lo stesso clima di stagnante provincia – che serba nelle sue pieghe molli, imprevedibili angoli di veleni e di mistero – nel suo Un amore di zitella, non nuovo, perché era già uscito nel 1996, ma coerente per l’atmosfera che l’autore sa creare, fatta anche di rimpianto per quel mondo a misura d’uomo che ci stiamo lasciando alle spalle ogni giorno di più. Questo librino è una vera chicca con le sue quinte mobili, collocate in capitoli brevi che guizzano e si ricompongono, regalandoci un affresco della vita di paese anni Sessanta, fra chiacchiere, sospetti e femminili ripicche.

 

Chi potrebbe mai pensare che l’incolore zitella Iole covi nel suo magro seno un segreto? E chi meglio della sua collega Iride potrebbe stuzzicarla, rosa da un’irrefrenabile e malevola curiosità? Ambedue impiegate comunali, passano i loro monotoni giorni a ticchettare sulle macchine da scrivere, fra scartoffie, errori di battitura e rimbrotti del segretario, afflitto da suoi malanni “virili”.

 

L’impianto narrativo è più essenziale ed ingenuo, rispetto ai due romanzi che gli hanno fatto seguito, e – forse anche per questa sua maggior snellezza – Un amore di zitella si fa leggere tutto d’un fiato, in poche ore, stuzzicati dall’ironia benevola dell’autore che sa anche giocare con calembour e che immaginiamo essere divertito dalle sue stesse trovate, mentre le colloca nero su bianco o quando ci descrive la maligna Iride che tenta di sorridere «ma non lo sapeva fare: aveva una bocca stretta, tagliata per dire cattiverie» o quando intinge la sua penna di scrittore nell’inchiostro dell’assurdo che sa mutare in realtà. Protagonista del romanzo è l’equivoco, giocato con una levitas godibilissima, lieve come la brezza che increspa l’acqua del lago, e nel contempo, venato di quel filo di crudeltà che rende credibile la vita, perché i personaggi del nostro medico-scrittore, sono così reali, da apparire appena usciti dall’ufficio dove scorrono i quotidiani sportivi o leggono romanzetti da quattro soldi, rubando tempo al lavoro.

 

Precisamente, siamo nel 1962. Sotto i nostri occhi sfrecciano le schedine della Sisal; Villa e Modugno vincono al festival di Sanremo con «Addio, Addio», sconfiggendo la più popolare e gradita dal pubblico «Quando, quando, quando» di Tony Renis, con profonda delusione della zitella gentile, quella mite, che questa canzone sa persino fischiettarla, divenuta piacevole refrain – quasi un controcanto – della narrazione di Vitali. L’happy end lascia un buon sapore in bocca, in un romanzo dal ritmo narrativo così incalzante, quasi una mazurca vorticosa, dove i ballerini danzano un ballo che non è mai scontato, perché l’autore sa creare sempre passi nuovi, lanciando i suoi personaggi dentro una rete di piccoli intrighi, talvolta colorata di giallo..

 

(g.g.)

 

Andrea Vitali Un amore di zitella Garzanti pp.116 € 12,50

 

Ieri giornata molto piena: mattinata rodigina di shopping col figlio; pomeriggio veronese col marito in redazione a ritirare i libri da recensire e a scambiare auguri natalizi. Domani inizierò a leggere Il lamento di Epicuro di Kate Christiansen (Neri Pozza). Speriamo sia una lettura interessante. Oggi, L’Arena dovrebbe avermi pubblicato due recensioni nell’ inserto libri. Più tardi ne parliamo…