Archive for dicembre 2012

Indimenticabile esperienza

Azzurro, l’Africa tra le braccia di Paolo Conte

ELZEVIRO. Viaggio sul Mediterraneo con i dializzati dell’ospedale, la moglie di un medico e l’affascinante entertainer
Una sera in crociera a ballare con il cantautore quando il capolavoro c’era già, ma «di Celentano»

Paolo Conte nel 1976

Paolo Conte nel 1976

  • Settembre 1976.Sulla pista da ballo volteggiavano coppie di tutte le età. Eravamo sull’Eugenio C, la mitica nave da crociera che ci stava portando in Medio Oriente. Di per sé non sarebbe stato un fatto speciale, se l’ospedale di Legnago, dove lavorava mio marito, non avesse portato per la prima volta in viaggio un gruppo di dializzati. Medici e attrezzature per la sopravvivenza al seguito. Anche agli ammalati in dialisi, dunque, quella sera di settembre e per una quindicina di altre sere ancora, fu dato di ballare e ascoltare musica. E che musica: intrattenitore era un cantautore allora non proprio notissimo, tale Paolo Conte. In compagnia, lui e il suo collega Luciano Willinger con cui si altervava al piano, di splendide mogli. Vicini di cabina, avevamo fatto amicizia e condiviso il privilegio di cedere il nostro posto per la visita in Terra Santa agli ammalati che, altrimenti, avrebbero dovuto rinunciare all’opportunità. Noleggiando un taxi, ci siamo accontentati, felicemente, di goderci una Betlemme radiosa di sole. Con noi c’era anche nostro figlio Eugenio che, omonimo della nave, ne ha ricevuto in dono un modellino dal capitano. Un viaggio pieno di sorprese. Nuotavo in piscina con Carlo Loffredo che la sera ci allietava col suo banjo e proprio su quella lucida pista da ballo ho danzato una sera con Paolo Conte, in sosta dalle sue mansioni di intrattenitore. Che classe, l’uomo. Spontaneo e signorile, di sobria conversazione, venata di ironia, come le sue ironiche canzoni. Era già l’epoca di Azzurro, che però avevamo sentito solo dalla voce di Celentano, e a Paolo Conte un po’ dispiaceva, e come la cantava lui che ne è l’autore… Nessuna canzone avrebbe potuto rendere meglio l’atmosfera della crociera. Se non ci siamo ristorati sotto un baobab, abbiamo visto in Egitto, ad Alessandria, le mamme dai lunghi capelli: così gli abitanti chiamano delle chiomate piante, piene di mistero. Conte e Willinger condividevano le soste diurne del viaggio: visite alle moschee, acquisti nei bazar, l’aria tinta di viola che aleggiava attorno al lago di Tiberiade. Mio marito diceva: «Questo artista è destinato ad un grande successo». Non si sbagliava. La voce particolarissima di Conte, così carnale e carica di pathos, e i testi insoliti delle sue canzoni, rendevano facile la profezia. Inoltre, niente arie, niente spocchia, un’adorabile naturalezza. Allora, sembrava tutto scontato. Non vivevamo l’eccezionalità del caso, molto presi dall’ammirare i paesaggi esotici, gli usi diversi dai nostri, le conversazioni così interessanti, la consapevolezza di fare del bene agli ammalati che portavamo con noi. Avidi di novità, non eravamo del tutto consci di vivere giorni speciali di cui ora riassaporiamo il valore, persi dentro il ricordo di quell’Azzurro che ancora ci risuona nel cuore.

Grazia Giordani

Recensione di Hena

DI MAMMA CE N’È DUE

AFFETTI. «Hena», torna il libro autobiografico di Grazia Giordani
La Zelda padana, la femme fatale modella del marito. E la madre di una bimba che fu subito orfana Conti rimasti aperti con la vita

La veletta, bronzo di G. Giordani

La veletta, bronzo di G. Giordani

  • I crediti che non si possono esigere e i debiti che non possono essere saldati, parlando di sentimenti, sono quelli generazionali, tra genitori e figli, nei due sensi. Capita che neppure il tempo sia galantuomo, che non lenisca e non razionalizzi, lasciandoci una volta di più, soli. Questa storia sarebbe piaciuta all’Henry James del periodo veneziano, protagonisti una donna di grande avvenenza e di ottima famiglia, archetipo degli anni ruggenti all’italiana, più votata alla bella vita che non alla maternità o alla prevedibilità comunque spumeggiante di una vita coniugale, uno scultore di successo che la sposa, un tertium non datur, il veterinario Ennio che la condurrà all’altare dopo la vedovanza, strappandola dalla Bologna degli intellettuali per la Badia Polesine della pianura e del delta del Po, e una figlia di primo letto, Grazia, che nel dare e nell’avere verso la madre e l’eccellente patrigno, e, aggiungiamo, verso la figura del padre, scomparso quando lei aveva solo un anno, ancora non ha imparato la partita doppia. Fra’ Luca Pacioli aveva scritto che le passività si iscrivono all’attivo, e viceversa. L’autrice Grazia Giordani firma con Hena, ripubblicato pochi giorni fa dall’editore Il Cerchio, il romanzo del proprio sangue, scritto più in punta di piedi che in punta di penna, e pure diretto, ironico, dolente, à rebours laddove descrive ciò che non ha visto ma ricorda attraverso le parole della madre, fiutata l’aria di chiusa di un baule che conserva lettere, testimonianze, recensioni, cataloghi della Biennale d’Arte, dove tutto è rimasto immoto e pertanto iconico, difeso a doppia mandata dalla figura dominante di Hena, denti perfetti, capelli fulvi e corpo di statua. Colta, blasé, tagliente, una Zelda emiliana, un’ammaliatrice che della figlia apprezzerà più la diligenza che l’avvenenza, consapevole della propria, coagulata prima dello sfregio del tempo in quelle sculture che dicevano dell’ineluttabilità del termine ad quem, lontana dal genio di Giorgio, vicina al secondo marito che la voce narrante, in terza persona, lascia intendere stimato, sì, rispettato certo, ma amato mai. L’uomo di Hena (battezzata senza la h, posata sul nome nei giorni dell’estate, volata via in quelli dell’autunno inoltrato) è morto a poco più di trent’anni, già considerato un protagonista dall’arte italiano, maestro tra gli altri di Luciano Minguzzi. Neanche l’avesse immaginato, Giordani aveva impresso al calendario un’accelerazione frenetica, fatta di dissipazione, di rilancio, di effusione, di scialo. Hena era con lui, cavallo cavaliere arco e freccia. Li azzopperà l’attacco febbrile che brucerà Giorgio in poche ore. Non si svela la trama di un libro che altri leggeranno scendendo e salendo i gradini di una scrittura articolata su piani e tempi diversi, spesso in soggettiva, altrettanto come voce fuori campo e come manoscritto trovato nella bottiglia. Intorno ai protagonisti, il mondo fa da sfondo e non fa rima. Ora è un caffè vicino alla Torre degli Asinelli dove Giorgio Morandi, occhiali sulla fronte, osserva quella signora slealmente bella che guarda nel vuoto, ora è il Polesine della nebbia e dei tramonti sanguinanti, ora è il divertissement verbale su un canone estetico, ora è la parlata gergale della campagna, all’ombra di pioppi capitozzati e di barene che riflettono il cielo. Dallo spunto intrigante di un profumo francese all’odore della terra smossa dall’aratro, dalla favola bella vissuta in prima persona alla constatazione che il solido, concreto, paziente sentimento coniugale e paterno di Ennio è la pietra angolare che sorregge anche Ena (ora senza h) nella sua brillantezza intellettuale, nel suo sovrano buon gusto, nella sua scarsa indulgenza, nella rara, preziosa dolcezza. Un arco temporale di sessant’anni, un atto unico senza sipario, un intreccio di trama e personaggi scolpiti nel Dna, definiti in un trasfert coraggioso, ironico, anche amaro, perché no, un Amarcord ben lontano dallo scrivere la parola fine sull’ultimo foglio dell’ultima lettera, con l’ultima goccia d’inchiostro di una stilografica di bachelite trovata in fondo al baule.
Donatello Bellomo

 

Hena

Hena

E’ ormai presente in libreria, oppure può essere richiesto direttamente alla casa editrice IL CERCHIO, il mio romanzo HENA, corredato – in questa riedizione, di nuove foto e documenti.

Venerdì 21. ore 21. sarà presentato al caffè letterario “Antica Rampa” di Badia, da DONATELLO BELLOMO.

Che Irène da cinema

 

CHE IRENE DA CINEMA

FENOMENO. Il caso Némirovsky: pubblicata postuma, star universale
Hollywood fa un film dal capolavoro «Suite francese» mentre è in libreria la sceneggiatura dell’autrice «Sinfonia di Parigi e altri racconti». Da effetto Dolby

Irène Némirovsky nella Parigi che la tradì, consegnandola ai nazisti

Irène Némirovsky nella Parigi che la tradì, consegnandola ai nazisti

  • Diventerà un  film il capolavoro di Irène Némirovsky, Suite francese, affresco letterario ambientato nella Francia occupata dai tedeschi; sarà prodotto dalla Universal Pictures. L’autrice stessa aveva ammesso l’influenza del cinema sulla sua opera, evidente anche in romanzi come David Golder, con dissolvenze incrociate e sovrapposizioni d’immagine in linea col cinema d’avanguardia, che le valsero la reazione ironica della critica. Sceneggiatura cinematografica, e da fuoriclasse, è La sinfonia di Parigi e altri racconti (Elliot, 91 pagine, 9 euro, traduzione di Ilaria Piperno). «Il cinema», diceva la scrittrice russo-francese, «è l’arte più vicina alla vita, la più apparentata alla verità››. Quindi può essere una straordinaria risorsa per la scrittura, una fonte di suggerimenti e spunti persino tecnici. Coerente con le sue convinzioni, nel 1931, Irène scrisse il trittico compreso in Sinfonia di Parigi, tre racconti elaborati in un’ottica decisamente cinematografica con tanto di flashback, piani sequenza e indicazioni sonore (musiche, colpi di clacson, suoni ambientali). Natale, il racconto al centro della triade, offre pungenti spunti sociali: la festività religiosa è occasione per stigmatizzare l’ipocrisia degli adulti. Papà e mamma non perdono l’abitudine di frequentare i rispettivi amanti. Non manca nemmeno una figlia minorenne, sedotta e abbandonata, che ripiegherà sul fidanzato della sorella. Le adorabili perfidie della Némirovsky che guarda al mondo borghese con occhio spietato punteggiano anche la sua scrittura cinematografica, ove i suoni e i rumori e le musiche sono così ben descritti da creare un «effetto Dolby» sul lettore. I suoni, lo si evince dal titolo, dominano in Sinfonia di Parigi, il racconto d’apertura, protagonista un musicista che abdica al talento, preferendogli un facile successo. Il racconto che conclude la raccolta, Il carnevale di Nizza è particolarmente amaro: il classico triangolo, con tradimento all’interno della stessa famiglia. Anche questi racconti, dopo Suite francese, sono pronti per diventare film. LA GRAZIA femminile fatta scrittura si rivela invece nella Vita di Cechov (Castelvecchi, 188 pagine, 17,50 euro, traduzione di Monica Capuani). Se Tolstoj, spesso qui chiamato in causa da Irène Nèmirovsky, ha rappresentato la fiammata delle passioni, Anton Cechov è l’umorismo sottile, l’animo delicato. Non ci racconta l’eccezionale, la sua pagina non è dostoevskijanamente bagnata dal sangue del delitto e schiacciata dal rimorso, ma è vaporosa anche nel dramma, mai eccessiva, pur toccando le umane corde del dolore. L’«infanzia senza infanzia» di Anton bambino, percosso dal padre («Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il mio primo pensiero era: oggi sarò picchiato?») commuove, anche perché il futuro uomo di lettere cerca di trarre frammenti di felicità anche in quella vita di stenti «come una pianta che attiri a sé dal terreno più ingrato il nutrimento che le consente di sopravvivere». In questa splendida biografia-romanzo incontriamo Anton nei suoi anni ginnasiali, corteggiato dalle sue coetanee, incline a giocherellare con l’amore che non l’ha ancora preso nella sua rete; lo vediamo studente di medicina contentarsi di compensi da fame (otto copechi a riga), per i racconti che invia ai giornali, visto che il morbo della scrittura lo ha ormai preso. E lo vediamo soffrire per l’ironia che gl’indirizza Tolstoj e per il flop in teatro del Gabbiano e poi rallegrato dal ravvedimento di pubblico e critici. Lo incontriamo medico amorevole dei contadini, seguito dai suoi amatissimi cani Bromuro e Chinino. Le attrici delle sue opere s’innamorano di lui; sposerà Olga Knipper, la sua «tedeschina». Morirà, quarantacinquenne, con stoico coraggio, divorato dalla tisi, tra le braccia della moglie che troppo spesso l’aveva lasciato solo, ammalata di teatro. Una vita non fortunata, nonostante la gloria letteraria, nonostante i bei viaggi, con soste anche nelle città italiane (ma i musei sembravano annoiarlo). «Una farfalla notturna», scrive Irène, descrivendo la sua fine, «enorme e nera entrò in camera nello stesso istante. Volava da una parete all’altra, si lanciava sulle lampade accese, ricadeva dolorosamente con le ali bruciate, e riprendeva il suo volo cieco e fatale. Poi ritrovò la finestra aperta sulla dolce notte buia e scomparve. Cechov però aveva cessato di parlare, di respirare, di vivere». Un volo anche per i lettori, nella letteratura russa.
Grazia Giordani

L’ultima Ginevra

L’ultima Ginevra

La vita nell’appartamento di Manrico si era fatta stagnante, un’esistenza da placidi sposi non sposati. E Ginevra temeva il tarlo della routine non meno del suo compagno. Decisero allora di cercare una casa sul monte, una dimensione “arborea”, naturale della vita.
Manrico aveva un concetto tutto suo della vita da innamorati che non hanno bisogno del pane quotidiano. Vivono di poco e si danno reciprocamente, giorno e notte, tutto quello che hanno, resi perfetti e completi dal dono ricevuto dall’amante. A coloro che sanno amare con questa dedizione assoluta – pensava – si dovrebbero dedicare paesaggi, montagne incantate, il mare aperto e le grandi praterie, l’immensità del cielo su tutti gli orizzonti. Non è dunque, anche per il Poeta «l’amor che move il sol e l’altre stelle»?
Partirono all’alba, decisi a trovare un alloggio “silvano” – così lo definirono all’unisono – e dobbiamo dire che furono fortunati.
Un rustico, mezzo soffocato dai rovi, sembrava aspettarli a mezzo monte. Si accordarono con i proprietari. Vendettero mobilio e suppellettili dell’alloggio cittadino, trasferendosi in una casa-grotta che non offriva nessuna comodità, ma che a loro parve un angolo di paradiso, un modo per fuggire dal convenzionale, dagli stereotipi della vita borghese.
Lumi ad olio e candele sostituirono la luce elettrica. Una radio a pile fu l’unica finestra sul mondo che seppero concedersi. Riempirono i rozzi scaffali di libri, tanti libri e ancora libri. Riattarono una vecchia stufa., ingozzandola di legna che Manrico tagliava a colpi d’ascia.
«E se ci vede il guardaboschi?»
«Figurati se passa in questi luoghi desolati…»

***

Il tempo scorreva lento, ma non certo monotono.
Ginevra gli comunicò che aspettavano un figlio, un figlio che sarebbe nato nella natura, secondo i loro sogni.
Una gravidanza gioiosa rese facile lo scorrere dei mesi.
Toccò a Manrico il compito di aiutare quell’atteso figlio a venire alla luce, in una notte di luna, una dolce notte.
Lo afferrò all’uscita, senza incertezze, recise il cordone ombelicale, lo lavò, l’asciugò, l’avvolse nei pannicelli già preparati. Si sedette accanto a Ginevra, spossata, ma felice come se stesse vivendo nelle pagine di una favola.
Del resto era una realtà magica quella che stavano vivendo.
Il novello padre, fierissimo di quel figlio “stella polare della loro nuova esistenza” – così l’aveva definito – accese il fuoco. Tirò la tendina. Il sole irruppe violento, coprendo tutto di luce e d’armonia. Si fece silenzio totale. Il bambino parve sorridere al padre e alla madre e ringraziare il mondo di essere nato.
Fuori, le cime delle montagne splendevano di neve, gli abeti stavano raccolti in un’attesa mattutina, il torrente sussurrava appena appena per non svegliare il mondo. Volavano i passeri senza fare alcun rumore, solo lo scoiattolo squittiva su e giù lungo i tronchi degli alberi.
All’improvviso, un rombo sordo ed insistente, prese a salire dalla valle rendendo inquieta la pace dei boschi immersi nel silenzio panoramico del tempo. Come un velame leggero avvolse la montagna, quasi volesse soffocare la immensa vastità dell’alba.
Manrico ebbe subito un sussulto. Gli parve di udire un grido repentino lacerare l’aria della vallata: un ricordo d’infanzia doloroso lo sorprese. Lo feriva ancora l’urlo strozzato di un piccolo maiale che chiedeva aiuto al mondo. Nel momento in cui i contadini in festa lo trascinavano alla morte. Lo tiravano in tanti con una cordicella stretta al naso, lo estraevano dal suo ricovero abituale, lo stendevano sul tavolaccio, in tutta la sua lunghezza, gli piantavano un coltello al cuore. Ne raccoglievano il sangue nel paiolo.
L’urlo della morte coincideva ora col canto della vita, quella appena nata, adesso in grembo alla sua donna, all’ultima Ginevra. Figlio e madre davano luce piena alla sua esistenza, . che un tempo era stata notte senza pleniluni.

Grazia Giordani

 

Il ritorno di Ginevra

Il ritorno di Ginevra (continua da Frenesia)

Sostò a lungo su quel monte, Manrico. Si trattenne in quel paradisiaco boschetto finché le ombre della sera non distesero il loro manto violetto sul volto di Ginevra, che ormai intravedeva a malapena, quasi fosse un’eterea epifania.
“Si è fatta notte – mormorò lei in un sussurro – tra poco chiuderanno le porte dei giardini. Dobbiamo andarcene, se non vogliamo restare bloccati dentro”.
“Ti dispiacerebbe così tanto ?”
“Soffro il freddo della notte, preferisco l’atmosfera raccolta e rassicurante di una casa, anche se  non sono certa di possederne una, a meno che non mi sia dato di esistere dentro quella del romanzo, in cui vivevo come Ginevra Valmarana : era un palazzetto liberty, con pareti gialle e avorio; a quell’epoca mi piaceva sostare nel solarium: è in quel luogo protetto dai vetri, illuminato da una luce densa, come quella che filtra dalle pareti d’alabastro del mausoleo ravennate di Galla Placidia, che ho scritto Signora a una piazza”.
“Basta con queste fantasticherie. Non mi piace saperti uscita dalle pagine di un libro, col tuo nome medievale, abitante di una casa che forse non è nemmeno tua, piena di ubbie”.
“A te dispiace il pensiero che io non ami la fusione nell’uomo, l’annullamento per cui due diventa uno, come dice Zarathustra, anche se con lessico più alato e misterioso. Vorresti che io fossi una donna sottomessa, complementare al maschio, ti dà noia la mia piazza interiore monoposto…”
“Mi dà noia soltanto constatare quanto il tuo sia un partito preso. Anch’io non tengo per niente a una con-fusione dei due esseri in uno, ma visto che tu non sei certa di avere un alloggio e io sono intristito dalla solitudine di una vita da scapolo, non capisco perché non potremmo cercare un alloggio che ci permettesse liberamente di farci compagnia, data soprattutto la magia di questo nuovo incontro che ci ha messi davanti al fatto compiuto dell’istintiva simpatia : abbiamo gli stessi sentimenti al punto che i nostri corpi hanno goduto assieme, si sono uniformati al cuore ; il latte della vita che portiamo dentro è sgorgato da noi, come un liquido velluto d’avorio. Non avere vergogna : questo è un evento dolcissimo al di là del bene e del male, un evento solo nostro di cui dobbiamo essere orgogliosamente gelosi”.
“Proviamo” – rispose laconica Ginevra, che era più secca e immediata del suo compagno, fortunosamente di nuovo incontrato, meno incline al filosofeggiare, anche se del tutto avulsa da moralismi.

***

Entrando nella stanza dell’abitazione dove alloggiava Manrico – che da tempo aveva lasciato la sua lussuosa dimora veneziana (la ricordate?) a causa di rovesci di fortuna – la donna rimase meravigliata dalla grande profusione di libri : le pareti erano quasi completamente ricoperte da volumi esposti con il dorso, dentro bacheche a vetri, semplici protezioni perché la polvere non li danneggiasse. Il mobilio era essenziale : un tavolo massiccio di legno scuro, un computer, un letto ampio coperto da un raso color rubino, damascato in tinte più sobrie, due poltroncine leggere, una credenza con dentro stoviglie bianche, fini.
In casa non si era portato nulla del fasto del suo negozio d’antiquario, come se qui volesse depurarsi da un eccesso di eleganza, preferendo l’essenzialità al lusso, all’ostentazione e – a dire il vero – anche perché gli affari gli erano andati maluccio, ultimamente.
“Teniamo entrambi alla nostra libertà e non vorremmo logorare un incontro così magico con la routine di un matrimonio – si affrettò a dire – io conosco le insidie della noia più di te, che dici di uscire dalle pagine di un libro”.
“Bene, smettiamola con questa storia del libro : è il mio paravento, quasi una persona, una maschera di comodo che mi separa dai guai del mondo, un’illusione a cui io stessa voglio credere, perché mi fa vivere meglio”.

***

Si spogliarono lentamente, non per pudore, ma piuttosto perché volevano assaporare nella sua pienezza questa prima volta della loro reciproca nudità.
Si sdraiò prima Ginevra e posò felice il capo su una federa di bucato, ornata da un fine orlo a giorno, immacolata. Manrico voleva che il letto del loro primo incontro non portasse tracce del suo passato di uomo solo.
Le molle cigolarono piano, complici di questa unione ; il tessuto fresco delle lenzuola li fece rabbrividire all’unisono, quasi il brivido fosse un respiro unico di nuovi amanti. Manrico la baciò a lungo sulla bocca, introducendo la lingua dolcemente, indugiando sui denti di lei e sul palato : una piccola schermaglia di lingue che si sovrapponevano per cedere poi l’una all’amorevole violenza dell’altra. Scese lungo il collo, sempre più giù, fino alla seta tenera del suo ventre.
Fu una notte d’amore ubriacante.
L’alba sporcava di rosa il cielo, macchiandolo dell’oro pallido del mattino e si insinuava nella camera attraverso le fessure delle imposte, creando un’atmosfera surreale, come se volesse collaborare alla loro favola.

Grazia Giordani