Archive for aprile 2014

Minacce di morte

Quando Simenon richiamò in servizio Maigret

Adelphi traduce cinque racconti scritti tra il 1938 e il 1942

Ci sono racconti di Simenon che non avremmo mai potuto leggere tradotti nella nostra lingua se Adelphi – che si sta occupando da anni dell’opera omnia del grande belga – non ci avesse proposto il fresco di stampa Minacce di morte (175 pagine, 10 euro, traduzione di Marina Di Leo), un volumetto veramente singolare, inerente le inchieste del commissario Maigret, comprensivo di cinque racconti scritti tra il 1938 e il ’42. Fatto curioso: la «resurrezione» o meglio il recupero di Maigret che Simenon, forse annoiato dal suo stesso personaggio, nel 1934 aveva mandato in pensione. Esigenze economiche ed editoriali lo spingono a richiamarlo in servizio, «resuscitando» anche due dei suoi più fedeli collaboratori: Lucas, di cui avevamo appreso la scomparsa in La signorina Berthe e il suo amante e Torrence, che era stato sconsideratamente fatto fuori già in Pietr il Lettone.
In questa silloge, l’inedito L’ enigmatico signor Owen ci stupisce per la sua atipicità con il commissario che procede per deduzioni, affidandosi a una logica aliena dal suo tipico e a noi ben noto «non-metodo». In Quelli del Grand Café ritroviamo invece un Maigret meno anomalo, rispetto le nostre aspettative. Il commissario in pensione, mentre è intento a godersi le gioie della pesca e delle partite di manille nel cuore della provincia francese – in un luogo placido dove scorre la Loira – si lascia impelagare nei grovigli di una vicenda di sangue, innervosendosi al punto tale da diventare scortese, per la prima volta da quando lo conosciamo, con la Signora Maigret, l’amata Louise.
Ne Il prigioniero della strada il commissario insegue per cinque giorni e cinque notti il sospettato, senza dargli tregua, tallonandolo en plein air senza remissione. Capolavoro della psicologia simenoniana, visto che il nostro autore sa essere grande nei racconti fulminei, di breve stesura, come nei lunghi romanzi «duri», in cui ben lo conosciamo.
In Vendita all’asta sembra quasi di essere dentro un film dove la pellicola rotta viene continuamente riaggiustata, o si ha l’illusione di ascoltare un disco in cui la puntina s’inceppa sempre allo stesso punto, perché Maigret cristallizza la scena dell’omicidio e fa ripetere mille volte ai testimoni le stesse azioni. Siamo in una locanda sperduta della Vandea dove percepiamo l’odore nauseante degli acquitrini e l’atmosfera è densa di alcol e bugie.
L’ultimo racconto, l’inedito Minacce di morte, è venato anche d’ironia, non nuova. Qui, Maigret accetta obtorto collo di fare da guardia del corpo a un notabile ossessionato da fantasiose minacce di morte. Potremo così entrare anche noi nella casa di vacanze di una gretta e noiosa famiglia borghese, condividendo all’unisono le impressioni dello scrittore che, se in alcune pagine non è stato avaro di pietas nei confronti del genere umano,, qui è percorso da opposti sentimenti.

Grazia Giordani
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Un paesaggio di ceneri

Cosa puoi scrivere se tua mamma è Irène Némirovsky

«Un paesaggio di cenere», seguito di «Suite francese»: con che fatica

Élisabeth bambina con Irène

Élisabeth bambina con Irène
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  • Chi ha amato il capolavoro di Irène Némirovsky, Suite francese, potrà leggere ora, come ne fosse il seguito, Un paesaggio di ceneri (Marsilio, 171 euro, 16,50 euro, traduzione di Cinzia Bigliosi), scritto dalla figlia minore Élisabeth Gille. È quasi un’autobiografia questo romanzo uscito dal dolore di una figlia che, anche in età adulta, ha tardato a capire come i genitori abbiano deciso di separarsi da lei e dalla sorella maggiore Denise, per salvarle dalla persecuzione nazista e dai Lager. Nel 1942, Élisabeth, Babette, aveva cinque anni. In quei giorni, prima la madre e poi il padre vengono arrestati e deportati ad Auschwitz, da dove non faranno mai ritorno. Il padre ha il tempo di affidare alla piccola e alla sorella maggiore pochi effetti personali tra cui il manoscritto di Suite francese che verrà dato alle stampe più di cinquant’anni dopo.

Le due sorelle tra il 1943 e il 1945 imparano a vivere in clandestinità, sotto nomi falsi, nascoste tra cantine e collegi nella regione di Bordeaux.
Il romanzo ha l’allure di un’autobiografia, ma con modifiche romanzesche rispetto ai fatti storici. Babette si chiama in queste pagine Léa Levy; sembra figlia unica, perché non incontriamo Denise, ma non cambiano le situazioni né i luoghi descritti. La bambina è accolta in un collegio religioso di suore molto ligie alle tradizioni, ma pure molto generose, visto che sfidano la morte per sottrarla ai nazisti. La piccola si dimostra molto ostile e ribelle a ogni forma di disciplina, anche se eccezionalmente precoce nell’apprendimento scolastico. Salvifica, per farla uscire dall’immensa depressione, sarà l’amicizia che la lega a Bénédicte, di due anni maggiore, che l’aiuterà a evadere con la fantasia in un mondo infantile, lontano dalla violenza degli adulti.
Entrambe sono all’oscuro della sorte dei genitori scomparsi. La Liberazione riporterà a casa i genitori delle bambina più grande. Il mistero resta aperto come un baratro per Léa/Babette, incaponita nella ricerca della verità. Anche se Bénédicte si batterà per ridare un futuro all’amica e anche se i suoi genitori l’accoglieranno nella loro casa alla stregua di una figlia, quando l’identità di una ragazzina è stata distrutta e devastata e la sua coscienza sembra essere passata sotto un rullo compressore, è ancora possibile uscire alla luce, scrollandosi di dosso quel paesaggio di ceneri che dà il titolo al romanzo?
Pur martoriata a lungo dal passato, come la sorella Denise, Élisabeth Gille riuscirà ad alzare la testa, diventando un’importante redattrice editoriale, e pubblicherà tre libri: Mirador (Fazi, 2011), Le crabe sur la banquette arrière e questo Un paesaggio di ceneri, vincitore di molti premi letterari. Poche settimane dopo l’uscita di questo suo ultimo romanzo in Francia, l’anno scorso, la scrittrice è morta di un tumore contro cui combatteva da tempo.

Grazia Giordani

Yohse Kalb

L’ALTRO DEI SINGER

Israel Joshua, fratello del Premio Nobel Isaac Bashevis con «Yoshe Kalb» ha dipinto un affresco sublime della Mitteleuropa ebraica: un retaggio che tocca tutti

È la storia della perdita della propria identità e, nel contempo, la vicenda di un amore appassionato, assoluto e proibito Yoshe Kalb (281 pagine, 18 euro) lo splendido romanzo scritto nel 1932 da Israel Joshua Singer che ora Adelphi ci propone tradotto da Bruno Fonzi, con una prefazione del fratello dell’autore, Isaac Bashevis Singer, Premio Nobel per la letteratura nel 1978. Scritto a partire da un personaggio storico, la figura di Nahum, il mistico, uno dei grandi della religione hassidica, attraverso la penna di Singer, il teatro dell’azione si accende di una vivacità erotico-grottesca che rende irresistibile la voglia di procedere nella lettura. Si viaggia in quella Mitteleuropa ebraica che sopravviveva ai tempi dell’autore e da lì a poco sarebbe stata spazzata via dai totalitarismi e dalla guerra, travolti dalla narrazione nel cuore delle questioni eterne che quella civiltà pone a ogni uomo: chi sei davvero, qual è la tua patria?
L’incipit del romanzo ci fa conoscere, in un ritratto a vividi colori, le descrizioni anche fisiche dei personaggi a partire da Rabbi Melec, il potente rabbino galiziano che aveva «occhi sporgenti, colore della birra, che sembravano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite, per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradiava una vitalità furibonda». E furibondo lo era veramente questo focoso sessantenne, per tre volte vedovo, ansioso di riammogliarsi e costretto, per questo, a dare prima marito alla sua figlia minore, la scialba e grassoccia Serele. Per cui persuase il Rabbi di Rachmanivke, un paese della Galizia russa, a fidanzare obtorto collo il figlio Nahum con l’adolescente Serele. Il padre del giovanissimo futuro sposo era la perfetta antitesi del corpulento Rabbi Melec. Magro, ascetico, lo sguardo profondo, i modi aristocratici (per non parlare della moglie che sembrava addirittura una gentile, per aspetto e abbigliamento), si vergognava del consuocero, ritenendolo volgare e rumoroso.
Nahum, fragile, nervoso, ieratico, fu l’agnello sacrificale che trovò alla corte di Melech tutto disgustoso, a partire dalla giovane moglie — subito innamoratissima — per finire allo stato di degrado del luogo gremito di immondizie. Sua miglior compagna era la nostalgia della corte di Rachmanivke, luccicante di ogni genere di eleganza. Al giovane sposo non resta che immergersi sempre più nella lettura dei testi sacri e nella preghiera.
Lo scenario cambia immediatamente quando Malika, la giovanissima orfana, sposa di Rabbi Melech arriva a corte. Strana, affascinante, quasi borderline nelle sue stravaganze, l’efebica sposa adolescente del suocero sembra stregare Nahum. Entrambi restano ammaliati l’uno dell’altra e il palpitare erotico della passione che li attanaglia, vibra nella pagina con forza struggente. Il giovane cerca di resistere, ma Malika riesce a trascinarlo nel tronco vuoto di un albero nella boscaglia, dove i due divennero un solo corpo.
La loro storia non ebbe un seguito. Malika morì di parto e Nahum, trafitto dai sensi di colpa, scompare, introvabile. E i suoi genitori muoiono straziati. E Serele, la moglie abbandonata, è inconsolabile.
Nella seconda parte del romanzo ritroviamo Nahum in un villaggio della Galizia russa. Ormai è un mendicante senza identità, lo chiamano Yoshe Kalb, ovvero Yoshe il tonto. Si adatta ai lavori più umili, vive in casa dello scaccino della sinagoga che cerca di affibbiargli, dandogliela in sposa, la figlia che tonta lo è veramente.
Mirabili le pagine in cui sentiamo l’odore e le voci della vita di quei luoghi con le lunghe carovane, le fiere, i saltimbanchi, le bancarelle. Sembra di entrare in un quadro di Chagall. Molti attendono il Messia che doveva essere preannunciato da nugoli di sciagure: incendi, pogrom, catastrofi di ogni tipo. L’impenetrabile Nahum torna, all’improvviso, a Nyesheve. Molti — suocero e moglie compresi — lo riconoscono. Mentre coloro che provenivano dai luoghi russi della sua prima fuga sostengono che sia Yoshe il tonto. Un tribunale di settanta rabbini lo giudica senza raggiungere una soddisfacente verità, finendo col ritenerlo «un mostro errante nel caos del mondo». Vestito di cenci, Nahum fugge per la terza volta, mentre «la luna illuminava il suo volto vegliando su di lui».
Sembra un incantesimo la lettura di questo romanzo corale in cui possiamo rilevare persino accenti kafkiani, dove attorno a Yoshe/Nahum è tutto un brulicare di indimenticabili personaggi, non ultime le figure femminili tra cui spicca Malika che si ribella alle regole dell’ortodossia hassidica, femminista ante litteram.

Grazia Giordani

Viviane Elisabeth Fauville

Esordiente, la giovane francese Julia Deck, ma già dotata di una penna acuminata come un bisturi che sa affondare nei nodi più contorti della psiche umana; ce ne offre stupefacente prova nel suo Viviane Élizabeth Fauville (129 pagine, 15 euro) che Adelphi propone tradotto da Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco.
Un incipit fulmineo, senza preamboli, espresso in prosa prosciugata: siamo in una stanza vuota che dà il senso dell’assenza e dell’alienazione. Qui una donna culla su una sedia a dondolo, con fare ossessivo, la sua bimba di pochi mesi e si sforza di ricordare qualcosa di terribile che pensa di avere commesso.
Viviane, quarantenne, depressa, ha pochi ricordi del suo ultimo periodo di vita. Sa di avere da poco lasciato l’affascinante marito che la tradiva spudoratamente. Sa anche che prima godeva di un’esistenza agiata in cui feste, aperitivi e shopping sembravano sostituire consapevolezze e profondità di sentimenti. Pensa di avere ucciso il suo psichiatra Jacques Sergent, colpevole di non averla saputa realmente far uscire dal labirinto di paranoie in cui è precipitata, aggravato dal fallimento coniugale.
DI QUELLO che è stata — direttrice di successo della comunicazione, con lussuoso ufficio nei pressi degli Champs Élisées, moglie invidiata e figlia devota — ora a Viviane non resta che il suo nome. E quella bambina che culla? Della figlia si prende cura come per automatismo istintivo: tra le cose che non è, non sente di essere nemmeno una madre.
La realtà in cui vive Viviane ci introduce dentro una sinistra camera a specchi deformanti dove nulla è come dovrebbe essere, sullo sfondo di una Parigi oscura e topograficamente minuziosa.
Si resta frastornati per le possibili e mutevoli varianti della realtà. Il comportamento della protagonista oscilla su un filo sottile tra follia e lucidità, depistandoci continuamente, per cui la verità si fa viscosa, scivolando tra le nostre dita, impossibilitate ad afferrarla.
Anche i pronomi, in corso di lettura, sono sfuggenti: il tu può diventare un noi, passando a essere egli.
Si è presi, leggendo, da una contagiosa ansia di separare il vero dal falso, ansiosi di arrivare alla fine, all’esplosivo epilogo, per sapere. Ma si saprà veramente?
Hitchcock avrebbe fatto capriole di gioia se gli fosse capitato un simile testo fra le mani, perché questo breve, sconvolgente romanzo sembra essere la summa delle tortuosità della mente e delle sue imprevedibili contorsioni. Per ritrovare se stessa, la protagonista dovrà rinunciare all’identità che le restava come unica sicurezza.

Grazia Giordani