Archive for gennaio 2009

 UN MONDO DI “GIOVANI VECCHI”
 
Ci sembrano particolarmente interessanti ed in sintonia di questa nostra “Italia che cambia” il pensiero del sociologo Francesco Alberoni che dedica una cura puntigliosa ed ostinata alle problematiche dell’amore.
Questo sentimento – scrive il sociologo – “…fa la sua comparsa soltanto qualche volta nella vita, come un uragano, come un vento. Ma si dimostra un’illusione. Scomparsa la passione, l’altro ci appare per quello che è. A volte buono, ma stupido, altre volte meschino, altre volte avido e infido. I rapporti tra i due sessi sono cattivi. Molte donne sostengono che gli uomini sono prepotenti, egoisti e infedeli. Meglio vivere sole. La vita di coppia – mi sussurrano gli amici sessuologi – ha bisogno solo di intimità, di comprensione e di un pizzico di infedeltà. Quanto ai giovani, non corrono più il rischio di morire d’amore come Giulietta e Romeo. Insomma sembrano dire tutti, non facciamo sogni, restiamo terra terra. Ciò che conta è avere un lavoro, un po’ di sesso e un po’ di svago”.
Questa constatazione “terragna” e molto realistica sembra addolorare il nostro sociologo che la giudica nata da una società delusa dalle ideologie, che non crede più nella patria e nella nazione, che non crede più nel proletariato e nel suo compito di redimere il mondo, che non crede più nella religione tradizionale.
Questa società disincantata – nell’ottica di Alberoni – avrebbe perso anche la speranza nella possibilità di elevare i popoli del terzo mondo e non crede più nel futuro del pianeta sempre più sovrappopolato ed inquinato e che si è persuasa di non avere né mete né valori di sorta.
Queste sono certamente parole di una società posata e saggia, tanto saggia da fare apparire vecchi anche i giovani. Secondo il nostro sociologo, la vera vecchiaia è la perdita della speranza nel futuro, pur vedendo, senza paraocchi i limiti e le angustie del domani.
Insomma diventiamo vecchi – anche se ventenni – quando smettiamo di sognare e non siamo più in grado di abbandonarci all’immaginazione, arricchendo la nostra esistenza di altre esistenze possibili.
“Così è anche per l’amore – sostiene Alberoni -. A partire dalla sua forma più semplice come attrazione sessuale. Come incontro con una persona nuova, diversa ; contatto, fusione, sfida. Come avventura, come infatuazione ardente, bruciante, eppure fragile. Infine come follia dell’innamoramento, quando in una persona qualsiasi noi intravvediamo un valore infinito. Il riverbero dell’assenza, dell’assoluto. Illusione ? Certo, ma anche realtà, perché ogni essere umano, nel profondo, sa di essere unico e inconfondibile, sa di essere un universo. La follia dell’amore è l’unica esperienza che ci fa conoscere l’altro nello stesso modo”.
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Un master d’amore
I tedeschi sono uno strano popolo davvero. Hanno dato i più grandi musicisti e quindi i più grandi filosofi (dopo i greci, ça va sans dire!), hanno brillato in letteratura – basterebbe citare Goethe, ma hanno nuove generazioni incapaci di corteggiamento. Quindi, dobbiamo scordarci in fretta il cliché dell’ingegnere secchione tutto algoritmi e informatica, impacciato ad intrecciare un flirt, perché a Posdam, vicino a Berlino, si è aperto un Master di Information Technology (MIT) dove alla facoltà di ingegneria si insegna come conquistare una ragazza. Un vero seminario per apprendere le tecniche di corteggiamento.
«Vogliamo sviluppare negli studenti le abilità sociali necessarie – sostiene il professor Philip von Senftleben – per aver successo nella vita privata e nel lavoro. Il successo dell’iniziativa? Immediato: 440 studenti iscritti.
«Flirtare – nell’ottica del singolare docente – è soltanto un modo per comunicare con gli altri che si basa sul rispetto e sull’empatia».
Non solo “flirt romantico” sembra essere l’assunto del master, ma anche “business flirt”, insegnando non solo la retorica, ma anche la psicologia, privilegiando il linguaggio, utilizzando diversi esempi di sms, raccomandando la giusta formulazione di un messaggio.
Sembra che i giovani studenti tedeschi si siano messi in fase di convinto allenamento e che – dopo aver appreso le tecniche base – s’impegnino di gran lena "a far battere il cuore di una persona, rimanendo calmi. Chi sa flirtare è vincente, perché riesce ad eliminare il nervosismo".
Potrebbe mai aver successo da noi questa disciplina del flirt? Come amoreggiano i nostri ragazzi? Ci sembra in ben altro modo, meno scientifico, meno programmato e meno inamidato.
In casa nostra servirebbe piuttosto un master del reciproco rispetto, della considerazione dell’altro, dell’amore nel senso più alto di questa consunta parola.
O che abbiano ragione i tedeschi?  (g.g.)

Hena

"Ha ritardato oggi, bella signora" – disse – con l’aria di chi non aveva fatto altro che attenderla.
Le baciò la mano con una galanteria da manuale. Assomigliava a un Gary Cooper meno alto e più sofisticato dell’originale. Parlava con una lievissima inflessione romana, addetto stampa di un Ministero, dipingeva con passione e disegnava con pungente umorismo.
"Quando inizieremo il suo ritratto – le chiese  –  Prima era in attesa della bambina, poi ha avuto lo stress del parto. Adesso non ha più scuse. La pupa è nata e lei è abbastanza libera.
"Mi piacerebbe ritrarla con l’abito verde che indossa ora. Dona molto alla sua carnagione e al colore vivo dei suoi capelli. Ma quello che le sto dicendo lei lo sa già certamente. In lei niente è casuale: ha persino il pacchetto delle sigarette intonato all’abito. Ha fatto un patto con il monopolio?"
" Basterà che si tolga il cappellino, la voglio nuda, almeno nei capelli, per il ritratto. Bisogna sapersi accontentare".
Non si seppe mai quando Hena posò per l’intraprendente pittore, comunque, dopo due mesi, alla parete del suo salotto in via Riva Reno (quando il fiume non era ancora interrato) si vide la sua immagine ripresa di profilo, un po’ imbronciata, espressione che le era abituale) come se contemplasse una meta irraggiungibile…"

  (Grazia Giordani, Hena, Turismo & Cultura, pp.99, Rovigo, 1992, romanzo ormai fuori commercio)                                            

Lev Tolstoj

(1826-1910)

Stranezze editoriali

Dicono che i libri siano “beni di consumo” e che – quindi – le case editrici tendano a pubblicare pagine tali da prevedere un successo di vendita, cavalcando i gusti dei lettori, rispondenti al preciso momento storico. Quindi ci appare un’incongruenza – se non addirittura una stranezza  editoriale, in un momento in cui gli epistolari hanno successo, proprio perché permettono di “spiare” dentro le pieghe più intime dei personaggi celebri che li hanno scritti – l’oblio in cui è caduto da ben sessantacinque anni il Carteggio confidenziale di Lev Tolstoj con Aleksandra Andréjevna Tolstaia (1857-1903), edito da Einaudi nel 1943 e pubblicato nuovamente nell’anno successivo. Il nostro è il momento degli epistolari celebri, basterebbe pensare a quello intercorso tra Mozart, i suoi familiari e musicisti d’epoca, a quello di Luigi Pirandello con Marta Abba – che è diventato addirittura un Meridiano Mondatori -, alla corrispondenza tra Sibilla Aleramo e Dino Campana, al famoso Triangolo di lettere di Freidrich Nietzsche, Lou  Salomè e Paul Rée, solo per citarne pochissimi fra i tanti e non dimenticando la spumeggiante corrispondenza, uscita da poco, «A gonfie vele» (Adelphi) che Isaiah Berlin ha intrattenuto con grandi figure del suo tempo tra il 1928 e il 1946. Non va, inoltre, dimenticato che il carteggio tra Tolstoj (1826-1910) e la  zia in secondo grado Aleksandra (nata nel 1817- morta dopo il 1903 -, principessa, addetta alla corte imperiale, cui era stata affidata l’educazione di due nipotine dello zar Nicola I), ha avuto una curatrice d’eccezione in Ol’ga Resnevič Signorelli (1883-1973), moglie di un insigne medico italiano, amica e traduttrice dei più importanti artisti russi del suo tempo.

Leggiamo in prefazione al carteggio, che, «oltre ad essere la testimonianza della profonda amicizia che unì Lev Nikolàjevič Tolstòj alla contessa Aleksandra Andréjevna Tolstàja, può considerarsi come la più sincera  autobiografia spirituale del grande scrittore russo. “Chi cerca la mia autobiografia, legga le lettere ad Aleksandra Andréjevna, se un giorno verranno pubblicate (e da qui  si evince che i grandi del passato corrispondevano consapevoli e speranzosi di una futura pubblicazione ndr.).Tutto ciò che è possibile esprimere con parole intorno alla propria anima, io l’ho confessato a quella donna”, aveva dichiarato Tolstoj al suo biografo e amico Pavel Ivanovič Birjukov. E gli amici della famiglia Tolstoj raccontano con commozione come nell’ultimo anno della sua vita, e quando Aleksandra ormai non era più, egli rileggesse le copie di quelle lettere e come ripetesse sovente che nel ripensare  alla sua buia lunga vita, solo il ricordo di Aleksandrine gli tornava alla mente come un costante raggio di luce»

Queste lettere sono una vera delizia da ambo le parti dei corrispondenti, ora affettuose, ora burrascose per divergenze inerenti la religione,  da cui trapelerebbe – leggendole controluce,  con un po’ di malizia – persino un’infatuazione di Tolstoj per la più anziana prozia, tanto il suo animo le si apre con accorata tenerezza, scandendo anche le tappe della sua vita: matrimonio, figli nati e figli morti.

A nostro avviso lo stupore consiste persino nel fatto che da queste lettere diario si ricava la convinzione che Aleksandra – letterariamente parlando – scrivesse persino meglio, con maggior poesia, del suo già celebre pronipote.

Non solo per gli studiosi, anche per il lettore comune, quello che non ama nutrirsi di banalità, questo carteggio meriterebbe una ristampa. La meriterebbe, eccome! Grazia Giordani

Nobili e plebei
 
Nel tempo, i nobili del piano di sotto presero ad annoiarsi, chiusi dai limiti della provincia. Il vecchio notaio, ridotto in carrozzella, era “passato a miglior vita”, come avrebbe detto il caro amico Fulvio Tomizza.  Le figlie, per uscire dalla tetraggine della casa, si eran fatte dame di San Vincenzo e crocerossine, obbligando malcapitati vecchietti a ingurgitare pentolini di brodo sciapo che, caritatevolmente, portavano loro a domicilio.
Un bel giorno, anzi un brutto giorno, decisero di vendere l’avito palazzo, senza rimpianto per i soffitti a cassettoni, le vetrate e le porte d’epoca, il salone grande con una gigantesca dama in altorilievo colorato, talmente prosperosa, da indurre la pudica contessa madre, a chiedere l’opera di un pittore locale, perché a colpi di pennello, le velasse le pudenda. Forse, speranzose di trovar marito, le ragazze decisero di trasferirsi Padova con la madre, la mobilia e le suppellettili di pregio. Nessun rimpianto, pensavo io – ragazzina – per lo splendido giardino con laghetto, il bersò di rose carnicine, gli alberi secolari?. No. Meglio inurbarsi, lasciando tutto alle spalle. Il palazzo, messo in vendita, fu prontamente acquistato da un nuovo ricco, uno di quelli che al tempo venivano definiti “pescecani”, comunque plebeo agli occhi degli aristocratici venditori del palazzo.
Il nuovo acquirente arrivò di domenica con la sfrecciante Appia carica di figli, moglie, cani e gatti. Parlavano tutti insieme, o meglio urlavano all’unisono. La prima decisione fu quella di distruggere parco e giardino, perché volevano spazio per auto e calessi con i cavalli. Aria, aria libera!
Furon demoliti i cassettoni del soffitto nel salone principale, anzi gli scarsettoni, come li chiamava la signora Speranza – che aveva, nonostante lei, un nome gozzaniano. Furono fatti togliere – unica opera buona – le “modestie” alla dama dipinta sul muro, “perché se una ha le tette, non è colpa sua!”
La signora si fece dipingere dal pittore che aveva prima velato e poi svelato le pudenda,  artistici uccelli tropicali su una vestaglia color ramarro e alcuni maliziosi volatili, non si sa se per caso o ad arte, presero a posarsi in luoghi intimi della compiaciuta nuova castellana. Hena, mia madre era sgomenta da tanta volgarità e incuriosita dalle possibilità di nuovo lessico di tutta la famiglia, presa dal dubbio amletico nei confronti del vocabolo amazzone che diventava amazzòne, con la o accentata, se a cavalcare era un uomo in luogo di una donna. E le banconote eran banconate e il piloro era il pirolo e l’anestesia, diventava Anastasia (che fosse figlia dello zar?)
Però  erano bei tempi, tempi di giovinezza e questi plebei chiassosi non erano avari e ci divertivano come un’eterna barzelletta, muniti di un falso blasone nobiliare, appeso al muro, convinti di avere più palle di Ludovico il Moro di cui tutti conosciamo qualche nobiliare carenza… (g.g.)

Il puzz
 
Con il secondo matrimonio di mamma, rimasta vedova del suo primo marito, abitavamo nell’ala di servizio di un antico palazzo nobiliare tardoquattrocentesco. La cucina assomigliava a quella del castello di Fratta, così ben descritta da Ippolito Nievo. Vi si respirava la stessa atmosfera. L’ingresso sembrava un eterno vernissage artistico, perché – essendo stato il papà uno scultore di talento – qui si concentrava la maggior parte delle sue opere e soprattutto i quadri che scambiava coi pittori del suo tempo. La sala da pranzo era arredata con mobili laccati chiari, tipici del Ventennio, e qui c’era un gran divano che – la notte – per i primi tempi, diventava il letto di una bambina terrorizzata da un Cristo in cera che la guardava severamente, quasi minaccioso, illuminato dai guizzi di luce che l’avarizia delle tende non riusciva a schermare. Una casa bizzarra, un po’ come lo erano i miei genitori: la mitica Hena, musa ispiratrice del suo primo marito –  morto trentacinquenne – e i due coniugi così dissimili per mestiere, temperamento e scelte di vita, ma non banali entrambi.
Al piano nobile vivevano gli aristocratici Garbin. Lei, la contessa, era una Solez Splendore (che bel cognome!), donna finissima. Il marito svolgeva la professione di notaio ed era così parsimonioso, che conservava l’olio nell’archivio dei suoi documenti e lo concedeva a misurate gocce a Jone, la cameriera-cuoca, che doveva mangiare cibi diversi dai padroni, perché noblesse obblige.
Mi piaceva scendere al piano nobile, accolta dalla calorosa disponibilità verso i bambini, da quegli inamidati signori che mi offrivano magri biscotti o piccole loro delizie che non sapevano di niente. C’era grande attesa, in casa loro quel mattino, per l’arrivo dei cugini di nobiltà più alta, i Branca, quelli del Fernet. Fanny era un’adolescente graziosissima, anticonvenzionale, diversa dalle cugine di nobiltà campagnola, non propriamente graziate da Venere. Mi sembrava che una fosse fatta come una caffettiera e l’altra avesse le rotondità di un a teiera. Nella mia ingenuità infantile, fantasticavo che – se avessero avuto figli – ne sarebbero nate delle tazzine (o dei tazzoni?).
Guardavo, ammirata, i volteggi dell’eterea Fanny che si aggirava per la stanza, criticava sorridendo, provava le molle del divano, quando – nel silenzio generale – si avvertì un suono non proprio di violino. Tutti ammutolimmo increduli.
«Non è nulla – esclamò, con voce flautata – la padroncina del Fernet – mi è scappato un puzz.»
 «Che cosa, che cosa? – chiedeva, impensierito il conte-notaio che era un po’ sordo».
«Un puzz! – ripeteva la contessina, spazientita dall’ottusità dei parenti di campagna»
Risalita a casa, raccontai l’episodio alla mia ironica mamma che mi rispose, ridendo:
«Non farci caso, bimba mia, quando sono nobili, anche i puzz diventano blasonati e odorano di violetta.» (g.g.)
 
 
 

Questa sera vi propongo un pezzo di Donatello Bellomo – caporedattore culturale de L’Arena – di cui già conoscete il romanzo Mare Notte,  più volte nominato nel mio blog.

 
ANNIVERSARI. DUECENTO ANNI FA NASCEVA A BOSTON UNO DEI PIÙ GRANDI SCRITTORI MODERNI, CAPOSTIPITE DI GENERI LETTERARI E STRAORDINARIO POETA
È IN NOI L’ABISSO
18/01/2009
 
Lo scrittore, giornalista e poeta americano Edgar Allan Poe (1809-1849)


La mattina del 7 ottobre 1849, una fitta nebbia gravava sul porto fluviale di Baltimora. Ombre di pennoni, bompressi, e sagome scure di velieri apparivano e sparivano nel chiarore traslucido del primo sole. Una giovane prostituta, vistosamente bistrata, passeggiava sul molo cercando marinai da adescare. L’eco lamentoso di frasi sconnesse la guidò oltre una pila di casse di legno. Quasi inciampò nel corpo di un uomo riverso e farneticante. Magro, terreo, la bava alla bocca, agitava le braccia cercando di scacciare topi e insetti che solo lui vedeva. Era coperto di vomito.
La donna corse via a chiedere aiuto. L’uomo fu ricoverato in ospedale, preda del delirium tremens. Morì dopo qualche giorno senza aver ripreso conoscenza. Si chiamava Edgar Allan Poe. Aveva 40 anni.
Capita raramente che arte e vita coincidano. Nel caso di Poe, le scie di una straordinaria capacità di scrittura e di un’esistenza sbriciolata sull’orlo dell’abisso si sovrapposero in un finale tragico.
Poche persone seguirono il feretro sino al cimitero: il locandiere, a credito di molti mesi di pigione, un libraio che aveva rifornito Poe di inchiostro e penne e soprattutto, ne aveva ascoltato i tormenti seduto accanto a una stufa a carbone, un redattore del Graham’s Magazine che aveva pubblicato alcuni suoi scritti e la prostituta, che asciugò qualche lacrima di pietà sulla manica del vestito.
Il transito terreno di un gigante della letteratura si chiuse con l’ultima badilata di terra che coprì una cassa di abete, pagata con una colletta dagli etilisti che stazionavano negli angoli più bui della locanda. Il giorno dopo, sotto una pioggia battente, qualcuno lasciò sul tumulo una piccola corona di fiori adornata da un nastro rosso su cui spiccava un nome, Auguste Dupin, personaggio creato da Poe ne «I delitti della rue Morgue», antesignano di tutti gli investigatori deduttivi che hanno il loro campione in Sherlock Holmes.
Poe era nato il 19 gennaio 1809 a Boston, figlio di attori girovaghi, David, di sangue inglese ed Elizabeth, di origini irlandesi. L’ombra lunga della morte, si delineò subito: i genitori scomparvero quando aveva due anni. Se il ricco commerciante John Allan non lo avesse adottato, sarebbe finito in un orfanotrofio, primo dei gironi infernali in cui si sarebbe avvitata la sua esistenza. Dall’America all’Inghilterra, dal 1815 al 1821. Un bambino bello, votato alla musica e alla poesia, di prodigiosa memoria. La scuola di Stoke Newington, gli olmi superbi, la campagna fradicia, i versi dei poeti inglesi che Edgar leggeva come uno spartito e come un copione.
Pareva che il destino ci avesse ripensato. Non era così. Tornato in America, Poe scrive i primi versi. Di sé dice di essere «irrimediabilmente poeta e sognatore» e precisa che «i sognatori non dormono mai».
A scorrere la sua "produzione" viene da chiedersi come sia riuscito a tanto, nei singulti degli incubi in cui si trasformavano i suoi sogni e quale sia, se mai è esistito, il crinale che separa la cronaca dalla leggenda nelle annotazioni talvolta confuse della sua biografia.
Si innamora di Elena Stannard, una donna matura, madre di un suo compagno di studi. Elena muore e il giovane per mesi e mesi piange sulla sua tomba, di notte, tra statue di angeli dolenti e croci piegate dal vento. Ogni donna è l’icona della madre che ha perduta: Irene, Leonora, Elena. Si innamora di Elmira ma, come per i Montecchi e i Capuleti di Romeo e Giulietta, i rancori tra le famiglie Allan e Royster impediscono che la storia sbocci.
L’uomo e lo scrittore, due declinazioni della dissipazione: perde al gioco, il padre si rifiuta di onorarne i debiti, lo disereda. John Allan non gli ha perdonato l’onta dell’espulsione dall’Accademia di Richmond nonostante la pubblicazione del primo libro di poesie («Tamerlane and other poems») sia stata accolta con favore dalla critica e dal pubblico.
L’anelito a una vita regolare, più che l’ambizione ad aderire a uno stereotipo romantico- non è certo incline ai sospiri da giovane Werther-, induce Poe ad arruolarsi nell’esercito. Di questi anni quasi misteriosi si sa che si cucì sulla giacca i galloni da sergente maggiore e che, dopo essere stato ammesso all’Accademia di West Point, ne fu espulso per indisciplina. Regolare nell’irregolarità, vince un premio di cento dollari messo un palio da un giornale di Baltimora con «Il manoscritto trovato in una bottiglia» e la poesia «Il Colosseo». Il cono d’ombra dell’arte è compiuto nel 1838 con «Storia di Arthur Gordon Pym»; arrivano i primi soldi e la scansione della scrittura si intensifica: «La caduta della casa degli Usher», «Morella», «William Wilson», «La cometa», «La conversazione di Eiros e Charmion», il magnifico «I racconti del grottesco e dell’arabesco», «Eleonora», «Il ritratto ovale», «La maschera della morte rossa». Il capolavoro sgorga come un fiotto di sangue: «I delitti della rue Morgue» dove, tra tanta morte, "nasce" l’investigatore Auguste Dupin.
La svolta pare vicina. Redattore della rivista Gentleman’s Magazine si era messo in luce con una serie di articoli di critica letteraria e di racconti, apprezzati dal pubblico al punto che la tiratura era passata da poche centinaia di copie ad oltre ventimila. Conseguenza ovvia: la gelosia dei colleghi e del direttore con cui entra in conflitto al punto da dare le dimissioni. I pochi quattrini investiti in una nuova testata , «The Stylus», vanno bruciati. L’indigenza è di nuovo alle porte.
Poe pubblica «Lo scarabeo d’oro» nel 1843, «Il corvo e altre poesie» e «Il pozzo e il pendolo». Temi e motivi: il fascino dell’oceano, l’incubo della morte, la seduzione del mistero, la porta spalancata sull’inaccessibile. Scrive di sé definendosi «uno scrittore analitico dotato di fantasia analitica». La metodica con cui Dupin dipana gli intrecci dell’enigma risolvendo intrighi e delitti genera un meccanismo lucido e perfetto. Non una parola in più, non un aggettivo di troppo, non una virgola che cresca.
Poe, forse, è già il dottor Jeckyll e mister Hyde di Stevenson: quando siede al tavolo e intinge la penna nel calamaio l’inquietudine e l’angoscia si trasformano in compiutezza. I diritti d’autore gli permettono di tirare il fiato ma la tragedia è in agguato: la cugina Virginia Plemm, che ha sposato a Richmond nel 1835, si ammala di tubercolosi. Nonostante le cure, i consulti con i migliori specialisti, i ricoveri, Virginia muore. Poe ha speso per lei sino all’ultimo centesimo. Il sudario in cui avvolge il cadavere della moglie è il lenzuolo nuziale portato in dote da Virginia. Non è un gesto simbolico ma una necessità: Poe non ha i soldi per acquistare una bara. Esorcizza il demone che gli sta sulla spalla, quasi il corvo di un negromante, tra viaggi, frequentazioni femminili- il suo fascino "maudit" è irresistibile- e attacchi sempre più frequenti di delirium tremens. Mangia poco e beve molto, anche alcol puro in mancanza di meglio. Crea liriche di altissimo livello: «Ulalume», «Annabel Lee», «Il verme conquistatore», «La città in mezzo al mare», «Per Anna». Un anno prima di morire, pubblica il poema in prosa «Eureka», vagante tra metafisica e scienza. Il 3 febbraio 1848 aveva tenuto a New York una conferenza sulla «Cosmogonia dell’Universo» illustrando la sua teoria cosmologica secondo la quale l’universo sarebbe nato dalla frammentazione di una particella primordiale in un "flash" che avrebbe disperso gli atomi, che successivamente avrebbero iniziato ad attrarsi. Affascinato dal «mesmerismo» (teoria che ipotizzava l’esistenza di un flusso magnetico in grado di ristabilire gli equilibri nel corpo umano e dunque di guarirlo) aveva scritto il racconto breve «La verità sul caso di mr. Valdemar».
Quel giorno, tornato in albergo, Poe si accasciò nella hall coprendosi gli occhi: intorno a sé vedeva volare stormi di pipistrelli.Il viottolo che si inerpicava sull’orlo della rovina stava per materializzare l’esito finale.
La variabile indipendente dei suoi ultimi giorni è il dolore che si autoalimenta nella solitudine e nella coscienza del fallimento.
«E se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà in te».
Donatello Bellomo