Archive for maggio 2014

La casa di Ararucaìma

25.05.2014

Amazzonia gotica Álvaro Mutis riesce nella magia

Il racconto nato dalla scommessa con Buñuel: trapiantare un genere

Chi ha amato Álvaro Mutis (1923, Bogotà – 2013, Città del Messico), il grande scrittore e poeta colombiano, lo ricorderà soprattutto per il romanzo La neve dell’Ammiraglio in cui Magroll il Gabbiere «marinaio delle vele di gabbia», risalendo il fiume verso una meta irraggiungibile. Chi si è appassionato a quell’Amazzonia metafisica troverà non meno coinvolgente La casa di Araucaíma, seguito da altri suggestivi racconti (176 pagine, 10 euro) che Adelphi ora propone, vestito da un’allusiva copertina opera di Julio Romero de Torres. Il quasi romanzo ha avuto una stravagante origine, nato da una scommessa tra l’autore e il regista Luis Buñuel che si chiedeva se fosse mai possibile rappresentare in America Latina un genere europeo come il gotico. Fortunatamente per noi, Mutis accettò la provocazione, lasciando da parte l’amata poesia, per avventurarsi nel genere. Sfida vinta: al posto dei castelli inglesi o delle brughiere, funzionano altrettanto bene le piantagioni di caffè.
NELL’IMMENSO CASALE del racconto, chiamato Araucaíma, isolato nella campagna tropicale e sospeso in un tempo senza tempo, incontriamo sei personaggi: il guardiano, il proprietario, il servo, il frate, il pilota e la Machiche, unica donna «femmina matura e rigogliosa. Donna di candida pelle, grandi seni molli, fianchi poderosi e grosse natiche, occhi neri e uno di quei volti dalla mascella forte, gli zigomi grandi e la bocca avida, quali erano soliti disegnare i vignettisti della Parigi galante del secolo scorso».
L’arrivo di Angela, giovane modella, protagonista di un cortometraggio pubblicitario, rompe il consolidato equilibrio. La ragazza accende il desiderio dei personaggi, prima appagati dalla consuetudine. Attratta dalla casa così singolare, Angela vi si insedia spontaneamente, cerca di ambientarsi, pernottando per le prime due notti nella stanza della Machiche; ben presto sarà travolta dalla carica sessuale del pilota; non si farà mancare un’accesa relazione con il frate, fino a quando il servo, stuzzicato dall’invidia del padrone, la sedurrà. A questo punto la Machiche, avvelenata dalla gelosia, decide di possederla e, dopo averla quasi stregata col suo eros perverso, la abbandona come se non valesse più nulla, nella più gelida indifferenza. La tragedia dell’epilogo è solo una conseguenza della frattura di un ordine prestabilito per cui «gli eventi sfociano in una serie di assassinii mossi dal torrente esasperato della passione».
Insomma, l’arrivo di Angela coincide con la catastrofe più assoluta. Angela morirà suicida. Nemmeno gli altri personaggi sfuggiranno alla morte, come a dire che l’ingresso della giovane nella casa allude alla disobbedienza a un’interdizione, ovvero alla violazione di un patto stabilito tra gli abitanti.
Un racconto di tale finezza letteraria va scandagliato nei suoi significati più profondi. Molto apprezzato anche da Gabriel Garcia Marquez, amico dell’autore, il racconto si legge d’un fiato, incuriositi dalle parole, a partire da Araucaíma: parrebbe essere un’invenzione dello stesso Mutis, da Arauca — il fiume latinoamericano che bagna l’omonima provincia della Colombia nordorientale, al confine con il Venezuela — mentre la desinenza «ima» richiamerebbe i paesi nella memoria del Poeta. Anche questa curiosità lessicale regala un mistero in più al realismo magico di questa scrittura densa di suggestioni.

Grazia Giordani

Annunci

E’ nato un giallista con il dono di far sorridere

13.05.2014

È nato un giallista con il dono di fare sorridere

Esordio di Marco Ghizzoni: cimitero teatro di commedia degli equivoci

Si era in passato creduto che gl’italiani non fossero giallisti, incapaci di maneggiare letterariamente delitti e misteri. Certo, i nostri scrittori del genere non raggiungono l’acme psicologico di un mostro sacro come Simenon o dei grandi inglesi e americani, ma — senza scomodare il Camilleri che spopola con il suo commissario Montalbano — notiamo tutta una fioritura di giovani giallisti dall’impronta singolare che affonda le radici in un sense of humour leggero, latino, nostrano.
In questo campo, è stata una felice scoperta incontrare la penna di Marco Ghizzoni, cremonese, poco più che trentenne, che ha saputo cogliere, nel bar del piccolo paese gestito dalla madre, gli umori, i sapori, le voci, le burle della provincia, trasferendole nel suo romanzo d’esordio Il cappello del maresciallo (Guanda, 250 pagine, 16 euro).
LEGGIAMO di volata pagine gustose che un po’ ricordano Pietro Chiara, un po’ Giuseppe Pederiali, pur mantenendo una marca semantica del tutto propria all’autore, capace di una levitas a volte esilarante, anche se al centro della vicenda c’è un morto. La forza di questo giovane esordiente è l’ironia che mai lo abbandona, nemmeno nei frangenti più tragici. Un dialogo al cimitero: «Oh, ma non avrai mica paura! Uno grande e grosso come te. Qui sono tutti morti, più al sicuro di così».
Uno dei protagonisti è il becchino, detto il Bigio che, venuto a conoscenza della morte del liutaio Arcari in circostanze imbarazzanti, si rallegra in quanto pensa di poter avere qualche chance di conquista nei confronti di Edwige, la carnosa e carnale vedova del fedifrago. Quando dalla donna gli viene chiesto un posto in bella vista, un posto centrale nel cimitero del paese, sposta la salma del corpulento ex sindaco, per compiacere la vedova. Da questo evento zampilla, come da una fontana impazzita, un profluvio di equivoci e indagini per capire cosa mai stia accadendo. Perché vengono ritrovati i resti senza testa di un uomo che non si riesce a identificare. Tutto il paese viene coinvolto nella girandola di situazioni imbarazzanti, cui si aggiunge la sparizione del cappello d’ordinanza del maresciallo Bellomo (pure lui invaghito dell’Edwige).
Nessuno sembra essere innocente. Tutti, in qualche modo sono più o meno irretiti dalle maglie della contorta vicenda. C’è chi ha aiutato il becchino a nascondere le ossa, chi, pur non occultando nulla di materiale, non è stato chiaro a proposito dei propri sentimenti, chi ha inventato scuse per tacere la verità.
Indimenticabili le figure femminili: l’intrigante segretaria comunale Gigliola, vanitosa all’eccesso e zelante in tutto tranne che nel lavoro, la bella barista Elena, contesa tra due uomini e decisa a conquistarne un terzo.
Una gustosa commedia degli equivoci, in cui Guzzoni ci fa sorridere, regalandoci qualche ora di piacevole svago.

Grazia Giordani

L’amante indegno

04.05.2014

La trama infallibile e mano di maestro Piccolo capolavoro

«L’amante indegno»: un testo unico su seduzione e sue infinite varianti

Il tema dell’adulterio è uno dei più frequentati in letteratura. Basterebbe pensare a Madame Bovary o ad Anna Karenina, solo per scomodare due clamorosi esempi tra i capolavori, ma Rudolf Borchardt con il lungo racconto/quasi romanzo L’amante indegno ora pubblicato da Adelphi (145 pagine, 10 euro, traduzione di Elisabetta Dall’Anna Ciancia) ci propone un testo unico per il tono, la costruzione sintattica, il susseguirsi degli eventi dentro cui sussultano — e l’autore sa rendercene partecipi — anche le più impercettibili vibrazioni dell’animo.
In parallelo con Hugo von Hofmannsthal, Rudolf Borchardt (1877-1945) è stato nella prima parte del Novecento una delle maggiori figure nella cultura di lingua tedesca, e come tale ora viene finalmente riconosciuto, dopo anni in cui la sua opera era caduta nell’oblio. Del resto, non è fatto nuovo l’impegno di Adelphi, intenta a ripescare autori altrimenti dimenticati.
L’azione del romanzo si svolge in poche ore, in una nobile tenuta di campagna. Acutamente osserva Pietro Citati: «Il lungo racconto è la storia di un contagio, di una degradazione e di un disastro. Attraverso il viso e le parole di Konstantin von Schenius, il losco s’insinua nella bella casa dei Luttring: invade gli animi e li tenta. Borchardt ne rende in modo impareggiabile la forza d’attrazione, l’atmosfera, la corruzione che rapidissimamente getta attorno a sé: la tensione che getta nelle anime nobili e la loro inutile difesa».
Konstantin von Schenius è l’ospite atteso per una delicata trattativa matrimoniale. Fin dalle prime righe, nella complessa prosa dell’autore avvertiamo quanto sia stridente il contrasto tra i modi suadenti e la bellezza fisica del protagonista, rispetto all’onestà delle sue intenzioni. Avvertiamo l’odore dell’avventuriero apportatore di calamità, perturbatore della quiete di questi nobili apparentemente appagati dal trantràn delle loro esistenze.
Si ha la sensazione che l’aria si ammorbi, creando quasi una venefica aureola attorno a questo sconcertante charmeur di professione.
Steffi, la promessa sposa e la cognata Tina, come attratte da un maleficio irresistibile, cadranno nella sua trappola. Non fa meraviglia che lo charme perverso di Schenius avesse folgorato la bella e un po’ frivola ragazza, ma viene inevitabile chiedersi il motivo per cui l’aristocratica e altera Tina von Luttring si perda così inesorabilmente. Dunque, anche nobili di campagna formali e un po’ blasé sono passibili di comuni, volgari debolezze?
L’autore lascia del tutto a noi affascinati lettori le risposte legate a un dramma senza remissione, raccontandoci con struggente intensità una storia misteriosa, con l’allure di una tragedia greca.

Grazia Giordani