Archive for marzo 2011

(La Veletta di Giorgio Giordani)
 

Quando mio padre modellò La veletta, ritraendo, Hena, mia madre, il loro fidanzamento – siamo nel 1933 o giù di lì – era giunto ad un punto un po' burrascoso. Forse l'Artista non era fedelissimo o non so bene cosa avesse combinato. Fatto sta che mia madre, presa da ira furibonda, gli restituì la statua (che, in seguito vinse la Biennale veneziana del '36) e l'anello, formato da due tralci di mughetti, tempestati di piccoli brillanti – unico gioiello di sua creazione -, addirittura precursore dei monili di Bucellati.
Per otto giorni, papà non si fece più vivo.
Mamma pensava che il fidanzamento fosse finito senza speranza di recupero.
Invece, celestiale, mio padre, le riapparve, reggendo.in mano un giglio e ostentando due angeliche alette ai lati della giacca, quasi fosse diventato un cherubino…

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Ripropongo

("La Pescatrice "di Giorgio Giordani)

La statua
 

Con grande naturalezza, come se gli portasse in dono un accendino, un cd, un libro – che ne so? – una cosa normalissima, entrando nel suo studio, i capelli fradici di pioggia e un sorriso obliquo, appena posato all’angolo della bocca: “questo bozzetto era stufo di starsene sul piedistallo del mio salotto – aveva detto a mezza voce, come se parlasse fra sé – quindi ha deciso di traslocare in casa tua”.
Al momento, restai senza parole, stordito, mi pareva uno scherzo.
“Ma…” – tentai di dire – e a quel punto, un imperioso drin-drin telefonico, mi trasse dal momentaneo imbarazzo.
“Non ci sono ma che tengano! Non si può non esaudire un desiderio di marmo, uno dei materiali meno malleabili che io conosca … E poi, quando abbiamo visto insieme l’originale, a grandezza naturale, della statua, avevi detto che ti piaceva molto e che – avendo posato mia madre – non ti meravigliavi della somiglianza con la mia figura, e che è proprio questo che ti intriga: un transfert madre-figlia che regala piacevole ambiguità alla situazione.”
“Ma come sei contorta!”
“Veramente, non faccio che riferire le tue parole. Dette da te, erano normali, ripetute da me si tingono di colore torbido?”
“Grondi acqua ovunque. Va in bagno, asciugati. Ti preparo qualcosa di caldo?”
“Abbracciami. Tu sei la cosa più calda che io possa immaginare in questo momento.”

”Come sempre accadeva, quando si precipitava, inaspettata a casa mia, finimmo a letto. Era delizioso, quanto inevitabile. E ogni volta mi sarebbe piaciuto trattenerla per sempre. E ogni volta non dubitavo che ci sarebbero state altre volte ancora, come se l’eco di perla della sua risata avesse continuato ad abitare gli spazi intimi dei miei pensieri e della mia stanza. Nemmeno spalancando le finestre, si sarebbe persa quell’eco argentina, quello squillare di note gioiose, capaci di accendermi anche a distanza. Se ne andò com’era venuta, lasciandomi la statua sul mobiletto di fronte al computer. Le fattezze della madre sembravano un clone delle sue. Veramente, sarebbe meglio dire viceversa. Ero felice di quel dono. Accarezzai le curve del seno di marmo, che sotto il contatto delle mie dita, parvero riscaldarsi, eccitandomi come se lei fosse nuovamente al mio fianco. Le labbra scolpite, sotto le mie, parvero farsi di carne.
Stavo amando la madre o la figlia?
Che idee malsane!
Sarà questa giornata di interminabile pioggia, il cielo d’antracite, la primavera che resta incapsulata nell’autunno, la vita che non si ferma, corre avanti, sarà che vorrei averla ancora qui, sarà che ho paura di amarla troppo, facendola soffrire, soffrendo.
Eppure, la statua sembra sorridermi con ironia. Lei sa, lei sola ha penetrato l’enigma delle cose.
Grazia Giordani
Data pubblicazione su Web: 18 Aprile 2006
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 (immagine dal  web)
 

Vittoria
(racconto quasi vero)

Di media statura, figura snella,  sguardo azzurro e limitatissima cultura, Vittoria (che nome inadeguato per una giovane perdente), prestava servizio domestico a ore in varie famiglie della sua città. In lei conviveva uno strano doublage, nato dall’auto persuasione di essere avvenente – e, in effetti, non era niente male -, contrapposto al senso di sconfitta, perché avrebbe desiderato un marito più affascinante (« non sarei stata più  adatta a mio cognato, alto e slanciato, che lavora in banca e non fa l’operaio?»), un mestiere più prestigioso e di minor fatica.
A dire il vero, era una domestica perfetta, se non fosse stato per il carattere così scaglioso, tipico degli scontenti che sembrano nascondere aghi puntuti sottopelle, pronti a saltar fuori ad ogni minima provocazione.
Veloce, solerte, fidatissima, onesta, ma un po’ – come dire? – deflagrante, nel senso che, essendosi addossati troppi servizi, correva come una vaporiera, rompendo qualche oggetto lungo il suo cammino.
Nel primo giorno di assunzione chez nous, è partita la cornice di un quadro, precipitato a terra («… ma, per fortuna, il vetro non si è rotto!». Guaietti simili si sono inseguiti come segugi in una battuta di caccia, spesso occultati. («C’è troppa roba in questa villa, meglio sfoltirla un po’…».
Tenevo tanto a un tavolinetto anni Trenta, laccato in tinte chiare.
Ho smesso di tenerci, vedendolo sfregiato, proprio al centro, da maldestre abluzioni.
«Cos’è successo, Vittoria?»
– Niente di grave, ho coperto la scrostatura coi sassi.
(Quelli che mi ha  detto di aver comprato all’Isola d’Elba.)
« Veramente sarebbero minerali…»
– Ecco, così, finalmente servono a qualcosa…
Sopra uno scatolone di calici di cristallo, giorni fa, l’improvvida ha messo – inavvertitamente? – un peso.
« Che peccato, Vittoria, si sono fracassati i bicchieri!»
– Chissà quanti se ne potrebbero comprare ancora, volendo!
All’improvviso, ore fa, ho visto un tralcio del lampadario di porcellana venirmi minacciosamente incontro, sembrava un motile serpente…
«Non l’ho fatto apposta. E poi, visto che è così, mi licenzio, perché in questa casa avete troppi oggetti e troppe fisime…»
Naturalmente, ho tradotto in italiano quanto  dalla rovinosa suddetta era stato espresso in dialetto, non potendo (che sia vendetta?) esimermi ora dal ricordarvi qualche perla del suo colorito collier lessicale.
«Le medicine si prendono una dosa alla volta; perché le dosi sarebbero due… Bisogna dare poca acqua all’agava perché è una pianta grassa… e se un bambino fa pipì a letto, basta mettergli una cedrata sopra il materasso.»
Il braccio rotto del lampadario, penzolon penzoloni sembra guardarmi compassionevole. Credo abbia voglia di dirmi: «Potevi lasciar correre, anche perché, adesso a trottare sarai soltanto tu…»
Troppo impegnata a raccoglier cocci, non ho fiato per rispondergli.( g.g.)

 

 

  Virginia Woolf 
 
Dopo aver citato la poesia di Vita Sakville West ci sembra conseguente riprodurre qui anche l'ultima lettera dell'amica Virginia Woolf, indirizzata al marito, prima del suicidio.


 

"Carissimo. Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita. So che senza di me potresti lavorare e lo farai, lo so… Vedi non riesco neanche a scrivere degnamente queste righe… Voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita. Sei stato infinitamente paziente con me. E incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonata tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinare la tua vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi. (Lettera di addio al marito)"


(immagine dal web)

Sto leggendo…
 

… per recensirlo, un piacevole romanzo di Stephanie Barron: Virginia Woolf e il giardino bianco (Tea). Virginia ha ispirato fior d'autori. Basterebbe pensare a The Hours di Michael Cunningham, per citarne uno fra i tanti. Ma non è del romanzo, appena iniziato, che voglio parlare, piuttosto della poesia di VIta Sackville-West (grande amore della Nostra), scritta nel 1930, che leggo quasi in esergo, intitolata:
 

Sissinghurst

Stanco nuotatore nelle onde del tempo
Sollevo le mie mani: la superficie si chiude:
Sprofondo nei secoli in un  altro clima,
E sepolti trovo il castello e la rosa.
Sepolti nel tempo e addormentati
Così sonnolenti, sommersi di vegetazione
Là dove il muschio è verde sulla pietra,
E il lichene macchia il torrione.
Sono affondata in un'immagine, annegata,
Dove non soffia il vento, né penetra alcun suono,
Illusoria, fragile al tocco, remota,
Naufragata nel pozzo degli anni così profondo
Come le acque di un fossato stagnante.
Tuttavia dentro e fuori da queste mura in rovina
Mi muovo e non un'increspatura, non un tremito,
Scuote il riflesso, benché le acque fremano.

 

Chissà, a quanti di noi ogni tanto tocca – metaforicamente – di "naufragare nel pozzo degli anni", come dice il Poeta. L'importante è riuscire a risorgere…. (g.g.)

Libia

(immagine dal web)
 

Suscita molta inquietudine. g*

Voci di Donna . di Laura Polato e Luisa Zaccarelli
 

Sotto lo sguardo severo di bassorilievi ed elaborati stucchi, nell' elegante cornice di un palazzo settecentesco polesano, è  stato bello parlare di Voci di donna la silloge scritta in duo da Laura Polato e Luisa Zaccarelli.
Scherzosamente, chiamo Thelma e Louise queste due creative signore, piene di idee e di voglia di fare, anche nel campo del sociale, non solo in quello artistico-letterario.
Struggenti, sotto mentite vesti di favola, le Metafore di Laura, tra cui primeggia – ma non è certo il solo a suscitare la nostra ammirazione – il racconto Le mani, apparentemente semplice, denso invece di addolorate significanze, perché le mani, nell'ottica della nostra autrice (pianista e mezzosoprano di talento, nonché coautrice dell'originale film Consonanza imperfetta), possono essere strumento di piacere o di condanna, possono "essere la cosa più bella del mondo, ma anche la più terribile". Mani rassicuranti di amante, possono demolire sentimenti ed illusioni.
Un mix di prosa e poesia le Istantanee di Luisa Zaccarelli, una biologa che si sta dedicando con passione all'insegnamento delle mappe mentali per l'apprendimento, soprattutto in caso di dislessia e alla ri-motivazione scolastica degli adolescenti.
Respiri brevi e profondi alcune sue liriche della silloge.
Frizzante e polifonico, scelto uno fra i tanti degni di riflessione, il racconto Gianna che brilla per la vis polifonica di voci che s'incontrano e si scontrano, creando, in breve spazio, la trama di un intero mondo.
Entrambe – Laura e Luisa – scrivono con lessico sciolto, ricco d'inventiva che invoglia alla lettura e suscita idee condivise in chi avvicina le stimolanti pagine, edite da Il Melograno.

Altro ancora diremo venerdì 27 maggio, ore 17,30 nell'Auditorium del Conservatorio "Venezze" di Rovigo
(g.g.)