Archive for gennaio 2015

Romain Gary

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UNA FIRMA NON BASTA

Romain Gary, il solo ad avere due volte il Prix Goncourt ma con due nomi diversi: «La vita davanti a sé», il suo capolavoro, la presentò come opera di Émile Ajar

Romain Gary console di Francia a Los Angeles e la moglie Jean Seberggt;

RoRomain Gary console di Francia a Los Angeles e la moglie Jean Seberg

Nel centenario della nascita di Romain Gary (Vilnius 1914 – Parigi, 1980), Neri Pozza, che ne sta riproponendo l’opera, ha pubblicato una nuova edizione del romanzo La vita davanti a sé (214 pagine, 9,90 euro, traduzione di Giovanni Bogliolo). Un libro storico, se non altro perché conferì all’autore un primato difficilmente ripetibile: vincere due volte il Prix Goncourt, massimo riconoscimento letterario francese, ma con due nomi diversi. Come Romain Gary l’aveva già vinto con Le radici nel cielo, nel 1956. Nel 1975, il trionfo con La vita davanti a sé (che diventò film da Oscar, Simone Signoret protagonista) ma con il nome di Émile Ajar sulla copertina. Sarebbe stato solo a pochi mesi dalla sua morte, con la pubblicazione postuma di Vie et mort d’Émile Ajar che si scoprì la verità: Ajar, il romanziere più promettente degli anni Settanta, prima ancora della notorietà da Goncourt, inventore di un gergo che sarebbe piaciuto a Céline, da banlieu, altri non era che Romain Gary, capace di cambiare penna e pelle con la disinvoltura degli scrittori geniali. Solo un capitolo, peraltro, di una biografia straordinaria (vedi l’articolo a destra) per un uomo assetato di «cambiar pelle, ritrovare la verginità» nel moltiplicarsi personalità, quasi vedesse se stesso frangersi e ricomporsi dentro il caleidoscopio della vita.
La vita davanti a sé è il suo capolavoro. A raccontarci la toccante trama del romanzo è lo sguardo innocente di un bambino. Momo viene cresciuto da madame Rosa in un appartamento al sesto piano di un palazzo nel quartiere multietnico di Belleville a Parigi. «Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore».
Reduce da Auschwitz, l’anziana ebrea si occupa di crescere i figli di prostitute che per legge non possono tenerli con sé. Momo proviene da una famiglia musulmana e sua madre non gli fa mai visita, sebbene provveda da lontano, senza mostrarsi, al suo mantenimento. Affamato d’affetto, Momo si affeziona a un cagnolino trovatello che chiama Super e che, generosamente, cede a una ricca signora per regalargli un destino migliore.
Con l’andare degli anni, Momo si rende conto delle difficoltà fisiche di Madame Rosa che deve trascinarsi appresso i suoi 95 chili di peso in una casa senza ascensore. Lo nota una bella ragazza, colpita dal suo languido sguardo. Momo la segue più volte, acorgendosi che è madre di due figli e questo fatto gli apre la speranza di essere adottato da lei.
La salute di Madame Rosa volge al peggio e Momo è combattuto fra il timore per la propria sorte — gli sarebbe insopportabile l’assistenza pubblica — e il dolore per la probabile scomparsa dell’unica figura materna che mai abbia conosciuto. Gli inquilini della casa non sono indifferenti alla dolorosa situazione. Madame Rosa chiede a Momo, come ultimo favore, di non lasciare che i medici prendano il controllo del suo corpo obbligandola a vivere comunque.
Densa di personaggi dalle più disparate origini, la trama s’infittisce intenerendoci sempre più, presi come siamo dal generoso animo di Momo che sa riferirci con naturalezza lo sfacelo della vecchiaia e della malattia con l’ingenua sensibilità degli occhi di un bambino.
Nelle pagine di Gary non contano i legami di sangue e le tragedie della storia si fanno piccole davanti al semplice desiderio di vivere, circondati dall’affetto. Un romanzo toccato dalla grazia dell’innocenza, espresso in un linguaggio rinnovato, che coinvolge. Ci sono pagine che si stampano nel cuore.

Grazia Giordani

Animali domestici

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Sono tutti randagi non solo i cani con donna Letizia

Parioline animaliste di affetti vari in un labirinto dal finale rosa-nero

Letizia Muratori con il suo nuovo Animali domestici (Adelphi, 218 pagine, 18 euro) congegna come nei suoi libri precedenti pagine di non facile lettura, per alcuni versi labirintiche, sempre tendenti al romanzo nel romanzo, poiché questo è il suo stile, personalissimo.
La scrittrice romana, che da tempo si occupa anche di cinema e costume per vari giornali e riviste, sembrerebbe aver preso ispirazione da una vicenda realmente accaduta. Il titolo, infatti, trae origine da un grande quaderno gremito di nomi, foto e caratteristiche di cani custoditi con estrema cura dalla sua amica Chiara che decise di mostrarglielo, dopo che la polizia aveva fatto irruzione nel suo ricovero, portando via buona parte degli animali.
Con un ardito transfert, l’autrice si sente la più randagia dei randagi e il suo romanzo-diario dal mondo animale slitta in quello umano, percorrendo l’avvitato iter da cane randagio che si addomestica, in un susseguirsi di abbandoni e dolori che ci auguriamo siano un divertissement soprattutto letterario, ben conoscendo ormai la caustica ironia della sua penna.
Il romanzo, fitto di episodi familiari, ci fa camminare a fianco della protagonista e dell’amica Chiara, due parioline, in adolescenza piuttosto punk, mentre si snoda, come un’avvolgente sciarpa, irta di nodi, tutta la famiglia di entrambe, percorsa dagli inevitabili snobismi della buona borghesia.
Gli uomini sono piuttosto crudeli con la Nostra: un bouquet di marito e amanti che finiscono sempre col lasciarla e trascurarla.
Tra costoro spicca l’ambigua figura di Edi Sereni, padre di Chiara, che la prende e la molla con l’abilità di un perverso, attempato burattinaio, pronto a elargire alla protagonista di tanto in tanto un «trattamento» di cui non vorremmo saperne di più, riottosi come siamo a spiare sotto le loro lenzuola. «Ricorrevo al trattamento nei momenti in cui cadevo in letargo e non volevo più farmi toccare da nessuno».
Mentre Chiara, non certo brillante negli studi, dislessica e poco affascinante nel complesso, trova la sua strada nel matrimonio e in una vita sportiva, all’aperto, soddisfatta dall’amore per i suoi cani, per lo meno prima del loro sequestro (ma che sia stato Edi, il padre, a ordirlo e organizzarlo?) Letizia — ne apprenderemo il nome solo nell’epilogo del romanzo — pur avendo qualche successo nel mondo delle lettere, continua ad accumulare sconfitte amorose: un marito drogato, l’editor Tullio che la molla, Marco che perde e ritrova, sempre ossessionata dalla presenza/assenza di quel maturo Edi Sereni che le grava addosso come una condanna.
Riassumere la scrittura di Letizia Muratori è impossibile con tutti i flashback che l’attraversano, con l’humour di lacrime che la bagnano, con i gustosissimi ritratti di personaggi maggiori e minori che la popolano, proiettati in un fondale rosa-noir con finale a sorpresa.

Grazia Giordani

Pietroburgo

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Attentare al padre La rivoluzione parte sempre da lì

Il capolavoro del simbolismo russo Parricidio letterario prepara il caos

Il prezioso saggio introduttivo di Angelo Maria Ripellino, guida nelle tortuose e contraddittorie pagine del romanzo Pietroburgo (384 pagine, 22 euro) di Andrej Belyj che Adelphi, instancabile nel suo ripescaggio di capolavori, propone vestito dalla suggestiva copertina con il Cerchio bianco di Aleksandr Rodcenko. Il romanzo, considerato il capolavoro dell’estroso autore russo — addirittura definito da Vladimir Nabokov una delle quattro più grandi opere letterarie del ventesimo secolo — è ambientato in un’isterica atmosfera a cavallo tra i due secoli, a Pietroburgo, Delirante e grottesco nella trama, in un complicato contesto sociale legato alla Rivoluzione del 1905, racconta l’attentato dinamitardo eseguito da Nikolaj, un giovane terrorista, ai danni del padre, un funzionario immerso nella burocrazia statale, Apollon Apollonovic Ableukov. Il vero bersaglio che lo scrittore vorrebbe colpire è la burocrazia russa pre-rivoluzionaria.
«Prodigio architettonico issato su vacillanti paludi», scrive il curatore dell’edizione Adelphi, «Pietroburgo si profila dalle pagine degli scrittori russi come assurda città di incantesimi. Dietro fastose apparenze, palazzi austeri, merletti di cancellate, la “Palmira del Nord”, scaturita come un miraggio dal fango degli acquitrini per il caparbio volere di un despota, nasconde misere spoglie sofferenti, un querulo mondo di pena. Il motivo precipuo di Pietroburgo è la rivolta del figlio contro il padre, dello studente contro l’uomo di Stato».
Le pagine sono pervase da motivi autobiografici, poiché il padre di Belyj, professore di matematica all’università moscovita, famoso per distrazione e bruttezza, era un bislacco, perduto dentro il suo mondo numerico. E la madre passava per una delle più belle e frivole donne di Mosca.
Questo conflitto familiare si riverbera in pieno nelle pagine di Pietroburgo, poiché Apollon Apollonovic Ableuchov — brutto, sbadato, immerso in tortuose elucubrazioni, amante dei calembour — è il ritratto del matematico Bugaev che l’autore ridicolizza con mano pesante, non sottraendosi a espressioni volgari. Il parricidio sembra essere tema comune di molti romanzi di Belyj che ritorna spesso ai ricordi d’infanzia, al dramma della propria famiglia, sciorinando anche un senso del comico piuttosto greve.
CARATTERISTICA che fa meraviglia è quella innanzi tutto della consistenza dei personaggi che sembrano perdere peso, muovendosi guizzanti e leggeri come ectoplasmi, creature di fumo. Il domino di raso rosso che di continuo compare e scompare nel buio degli androni e sui ponti segna il tempo di una velocità nuova e spaventevole.
La mascherina indossata forse non nasconde nulla, neppure l’impotente nostalgia di un centro, di un punto fermo verso il quale fissare lo sguardo. È come se gli specchi riflettessero figure ormai disossate, impalpabili, gassose, solo uno scabro contorno del niente. E fu proprio questo ad ammaliare Nabokov.
In sintesi: quello che Pietroburgo adombra è un gioco cerebrale, simbolista che, pur dialogando col presente, non ha dimenticato la grande letteratura ottocentesca da Puskin a Gogol, Dostoevskij e Tolstoj, facendoci percepire l’ululato del vento che freme lungo le gole del libro, immagine fluttuante dei sommovimenti di inizio secolo, preludio di future tragedie.

Grazia Giordani