Archive for maggio 2006


Tiri sinistri

Figicì Figicì, i diritti tivì,
gli indici Fib, Mib, i listini, l’Ifil,
i bicipiti chimici, gli invincibili cinici,
i trittici Dg sibillini, i viscidi visi,
gli infiniti trilli di Tim, gli intrighi,
i risibili fischi, i limpidi discrimini,
gli indicibili litigi in tivvì,
i critici fidi piccini piccini,
i ciclici dissidi,
i tipici finti vittimismi,
i Lippi, i figli di big, i ministri,
i tifi divisi…
i Gip, i blitz, i crimini.
Click.
I primi in B, i primi in C, i primi in D.
I miti intristiti, irrisi, illividiti.

Finiti?

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la domanda

Davanti a me vedo gli ultimi tre piani di un palazzo, nove finestre. Non so perché sono qui. Mi succede spesso di trovarmi in un punto della casa senza sapere perché. Mi sposto come se fossi comandato da una forza sconosciuta, con movimenti del tutto scollegati da quello che stavo pensando fino a un attimo prima. Così, spesso, mi ritrovo a guardare la costola di un libro o un bicchiere vuoto o la lancetta dell’orologio in cucina. Per lunghi tratti, con lo sguardo fisso. Ma quegli oggetti è come se non esistessero. E anche questo palazzo, ora, è come se non esistesse. Continuo a fissare le luci dietro le finestre, e intanto vedo altro.

Mi rivedo seduto sul divano, accanto a lei.
E’ un martedì sera stanco, come tanti altri. C’è la tv accesa, con il volume a zero, una pubblicità che conosco a memoria. Mag sta leggendo un libro, con le ginocchia piegate sotto un plaid. E’ completamente presa. Sembriamo due sconosciuti nello scompartimento di un treno.
Dopo un po’ mi alzo e vado a prendere una birra dal frigo. Quando torno al divano, senza guardarla, le chiedo:
– Di cosa parla?
– Di noi – mi risponde, senza staccare gli occhi dalla pagina e con una voce neutra, senza intonazione.
In quel momento capisco quanta tensione aleggi dentro il soggiorno. Come altre volte, decido di far cadere il discorso, di starmene zitto. Afferro un giornale che sta sopra il tavolino e mi metto a leggere anch’io. Ma non riesco a concentrarmi, sento che il bisogno di parlare prende il sopravvento.
– Della fine?
Mag non risponde. Si morde un labbro, si tocca nervosamente i capelli.
– Della nostra fine?- insisto.
A quel punto, con uno scatto, lei chiude il libro, si volta verso di me e mi guarda negli occhi.
– Sì – mi dice.
Stavolta il colore della sua risposta è diverso. E’ deciso, non ci sono sfumature d’incertezza.

Sarebbe bastata un’esitazione, una pausa più lunga fra il movimento e la parola. Sarebbe stato sufficiente picchiettarsi le labbra con le dita e io le avrei detto che era bellissima.
Invece quella risposta così secca mi convince a sottomettermi al destino. – Ci siamo – penso.
Comincio a tremare, a torturarmi con le mani la fossetta del mento. Mag riprende a leggere come se non fosse successo nulla.
– Ok – dico, senza aggiungere altro. Indosso il cappotto ed esco.
Prima di entrare in macchina mi devo appoggiare alla portiera e vomitare la birra che ho in corpo. Per fortuna in strada non c’è nessuno, per fortuna sta piovendo.
Faccio diversi chilometri, esco dalla città e mi immetto nell’autostrada, senza una destinazione precisa.
E’ quasi mezzanotte quando mi fermo alla stazione di servizio.
Dentro c’è una luce accecante e un insopportabile odore di spray detergente. Una commessa sta passando una spugna sopra i tavolini. In fondo al bancone due uomini, seduti su sgabelli alti, stanno conversando di calcio. Ogni tanto buttano l’occhio sul culo della cameriera e ridono sgradevolmente.
Chiedo una birra. La cassiera mi guarda con un’aria di commiserazione e si sforza di sorridermi. Anche uno degli uomini mi guarda con insistenza. Faccio finta di niente, finché il tizio si alza e mi viene vicino:
– Lei è Carl, credo di non sbagliarmi. Mi dispiace, mi dispiace molto per quello che le è successo a pagina centocinquanta.
– No, veramente io non so di cosa stia parlando, mi chiamo Andrea e…
 Sento che il cuore continua a battermi all’impazzata. Quando vedo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le bottiglie, mi sento mancare. Sto per cadere.

E’ in quel preciso momento che una finestra del palazzo di fronte viene spalancata. La mia visione di quel martedì viene interrotta.
Ora riesco a intravedere la sagoma di un uomo che si muove nervosamente nella stanza. Apro la mia finestra. E riesco a sentire che quell’uomo sta urlando qualcosa.
– Della nostra fine? Della nostra fine? Della nostra fine? Rispondimi, cazzo!
Segue un lungo silenzio, poi la luce si spegne.

Mi trascino lentamente fino alla camera da letto. Mag sta già dormendo. Tiene ancora un libro aperto fra le mani.

                                              Carriego & Costabruna Production
                                                          
                                                                   presenta

                              
                  

venghino siori venghino

Letteratura al femminile
Una letteratura scritta da mano femminile, indirizzata precipuamente alle donne? Sì, questo è l’assunto preso da Corbaccio, casa editrice da tempo attenta al gentil sesso, che ha appena pubblicato Una figlia a sorpresa  di June Spence (titolo originale: Change Baby, pp.280, euro 15, tradotto da Cecilia Scerbanenco) e Le altre di Kirsty Crawford (titolo originale: Other Women, pp.400, euro 17, traduzione di Silvia Bogliolo).
Sarebbe interessante, a questo proposito, porre l’accento sulla tendenza del mondo femminile a privilegiare letture che sanno soffermarsi sui sentimenti a vasto raggio dall’amore materno-filiale a quello uomo-donna, regalando momenti di sogno, di evasione dal tran-tran domestico di un’esistenza spesso grigia, senza voli in cieli consolatori. Come a dire che il dream di carta è quasi un piccolo eccitante contro la noia del quotidiano e dell’incomunicabilità tra le mura di casa.
E così la Spence, con la sua opera prima, ci propone un romanzo coraggioso, collaudata già dall’aver pubblicato racconti sulle più prestigiose riviste specializzate, vincitrice del “Willa Cather Prize”. La sua “figlia a sorpresa” del romanzo è la minore di tre fratelli, nata quando la madre era ormai alle soglie della menopausa.
In proposto la madre le raccontava di “aver riso come Sara, la moglie di Abramo, anziana e sterile, dubbio e gioia mescolati assieme, quando aveva saputo che era stata benedetta all’impossibile età di quarantanove anni”. Una gravidanza tardiva accolta con gioia, come un frutto raro, proprio perché fuori stagione.
La figlia inaspettata sa guadagnarsi la sua indipendenza, uscendo di casa, sfuggendo alla stagnazione di una piccola città di provincia del sud degli Stati Uniti, ma  ventiquattrenne è costretta a fare ritorno negli spazi domestici, a causa di un incidente occorso alla madre. Qui nasce l’occasione per intimi colloqui, frugando in un passato che altrimenti sarebbe rimasto inesplorato. Misteri di famiglia e scheletri nell’armadio balzano fuori dall’ombra in un dialogare a tre voci tra madre, figlia e amica della madre. Così Avie, l’enfant gâté, matura, cresce, acquisisce consapevolezze, giungendo a una più completa comprensione di sé e a una visione più lata di progetti per il suo futuro. Ritornare alle proprie radici significa anche scoprire i segreti della propria identità.
Le altre della Crawford – che ha lavorato, dopo gli studi oxfordiani, come editor di narrativa in molte case editrici, prima di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittrice – è un romanzo che entra nei meccanismi del matrimonio, dell’amicizia fra donne e dell’amore. Teatro dell’azione è una bella villa della campagna inglese, Rawlston House, dentro cui convivono differenti destini. Incontriamo la proprietaria, vedova con tre figli, che ha preso la decisione di vendere parti della sua casa per affrontare la difficile situazione economica in cui è incorsa. Verrebbe da dire: dalla padella nelle braci, per la vedova che si vedrà coinvolta nei problemi dei suoi nuovi vicini, ovvero una moglie adorante nei confronti del marito, incapace di stabilire un positivo rapporto con la figliastra e piena di dubbi sul passato dello sposo. A costoro si aggiunge una nuova figura di donna, allontanata dalla sua adorata Londra per compiacere il marito. Abbiamo qui un terzetto al femminile, tre vite legate le una alle altre. Si sa che le amicizie fra donne possono comportare risvolti pericolosi. E sarà compito delle lettrici scoprirne i lati oscuri, perché questo genere di letteratura d’evasione, confezionata su misura proprio per loro, non vuol certo procurare ernie cerebrali per lo sforzo di comprendere, ma solleticare la curiosità con colpi di scena e brividi piacevoli, ritmati da una scrittura, chiara, moderna, spesso frizzante e vaporosa, pronta a fare buona compagnia, come un film leggero, un viaggio in paesi e consuetudini lontane, prendendo a prestito la forza delle emozioni sentimentali narrate da autrici a noi contemporanee.
Grazia Giordani 
Pubblicato stamani nelle pagine culturali de L’Arena

Attraverso un periodo di stasi. Un po’ il restauro della casa con tutti i grattacapi e le fatiche che comporta, un po’ la sensazione che la mia attività di recensore letterario stia finendo, un po’ la vita che cambia, in tutti i sensi, anche perché l’età non è dotata di retromarcia, ma inesorabilmente avanza… Fatto sta che sento il dovere di scusarmi con gli amici tutti per la mia scarsa presenza "bloggante", pur portandovi tutti nel cuore e con affetto profondo. A presto, spero. Un caloroso abbraccio, Grazia.