Archive for ottobre 2011

Dal mio sito letterario è possibile leggere qui il pezzo sul Simbolismo in Italia che mi è stato commissionato il mese scorso ed è uscito stamani sui consueti tre quotidiani.

La multa

Agrigento. Una multa in data 208 ante Christum – insomma con uno zero in meno, per colpa di una distrazione del vigile urbano, o forse per un errore del computer – ha causato il ricovero al pronto soccorso della terrorizzata signora che si è vista presentare una richiesta in danaro da capogiro. Fortunatamente, l'equivoco è stato chiarito e sono bastati 102 euro a chiudere la surreale vicenda. (notizia dal telegiornale di ieri sera)

Avete voglia di un giallo sui generis, scritto con simpatica ironia? Siete serviti                                                        
 

                                                   


Un mattino d'ottobre
 
.Se un ex magistrato che ne ha viste di cotte e di crude, occupandosi di indagini di criminalità organizzata,  di eversione nera e di terrorismo, decide di prendere in mano la penna, per privilegiare il romanzo poliziesco, i giochi sono fatti. E, a confermarcelo è lo stesso Gianni Simoni in postfazione al suo piacevolissimo Un mattino d’ottobre (Tea, pp.295, euro 12). Definire di “piacevole” lettura un giallo, può apparire improprio, ma Simoni c’induce a questo per il sense of humour di cui sono pervase le sue pagine e per la schietta confessione, riguardo all’ex magistrato Petri, protagonista del romanzo che porta in sé ‹‹molto di autobiografico, nel corpo e nell’anima e, soprattutto nel suo quotidiano e nel modo di rapportarsi con gli altri: l’amata moglie Anna, la Polizia con cui continua a collaborare “in nero”, ma anche gli inevitabili mascalzoni››.
Ci troviamo, in effetti, fra le pagine  del primo capitolo della serie noir che vede in azione il sopra accennato ex giudice e il commissario Miceli, ovvero gli stessi protagonisti di Commissario, domani ucciderò Labruna, Lo specchio del barbiere e La morte al cancello. Quando una serie di romanzi polizieschi può permettersi un continuum e riedizioni così di successo, significa che i personaggi e il clima attorno a loro sono azzeccati, tanto meglio se impreziositi da un po’ di ironia e senso dell’umorismo.
La trama parla di due famiglie legate da una forte amicizia. Un incidente stradale uccide Giulia, la piccola bimba di un noto avvocato e di una stimata pneumologa, mentre si avvia al parco, accompagnata da Santina, la sua baby sitter. Sembra solo una drammatica fatalità, ma da quel momento si scatena una serie di delitti che con la morte della piccola parrebbe non avessero nulla a che fare. Morti apparentemente slegate. Una calibro 22 sputa pallottole in maniera si direbbe folle e del tutto casuale.
Una sfida veramente ardua per Petri e Miceli e per i poliziotti che fanno loro corona, una vera carambola di sorprese e nel contempo una critica agli usi borghesi, espressi in maniera sorniona.
Il finale del sorprendente caso sta al lettore che arriverà trafelato al finale, perché è un libro che si legge in fretta, premuti da grande curiosità.
Simoni sostiene di scrivere in maniera simenoniana, un po’ come gli scrittori detti “ciechi” – aggiungiamo noi – facendo seguire un capitolo dopo l’altro, senza conoscere in anticipo quello del giorno successivo. Forse è anche questa tecnica a regalare movimento  e naturalezza alla sua simpatica scrittura.
Parlando dei suoi personaggi, ancora in postfazione al romanzo, l’autore ci confida come anche il commissario Miceli non sia un personaggio inventato, ‹‹ma un uomo che, stringendo i denti, sta faticosamente affrontando gli ultimi anni di lavoro e che a Petri è legato da un rapporto d’antica data, fatto di stima, d’amicizia e di rispetto reciproci, e dal comune desiderio di raggiungere un obiettivo, quello della verità. Ovviamente, una verità umana, che a volte sembra sfuggire, in un momento della loro vita in cui nel mondo che li circonda non esistono più solo il bianco e il nero, ma il colore dominante appare il grigio›.
E noi, come potremmo dare torto a questo giallista d’eccezione?
Grazia Giordani

 

Signore delle anime» (Adelphi), il suo ultimo libro

La trama: salire per scendere

farsi una fama infangandosi

Grazia Giordani

Sabato 15 Ottobre 2011 CULTURA, pagina 54

Privo soltanto in apparenza di allusioni biografiche, Il Signore delle anime (Adelphi, 233 pagine, 18 euro, traduzione di Marina di Leo, a cura di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt), l'ultimo romanzo di Irène Némirovsky, in realtà ci fa intravedere in filigrana, quasi in controluce, ansie e tremori dell'autrice, nati dall'ineluttabile «eredità del sangue».
Siamo nel 1939, anno difficile per un'ebrea che non è riuscita in nessun modo a ottenere la cittadinanza francese, quando Irène scrive il suo libro, uscito a puntate tra maggio e agosto su Gringoire, importante settimanale politico-letterario parigino, a otto anni dallo straordinario successo di David Golder che il teatro e il cinema avevano fatto a gara per accaparrarsi.
È un libro spietato, scritto in fretta, per contingenti ragioni, anche finanziarie, Il Signore delle anime, quasi una denuncia di una torbida integrazione, pagata con un rinnegamento delle origini, quelle origini che tanto avevano afflitto la scrittrice che — pur non venendo dal basso, da una povera famiglia, come Dario Asfar, protagonista della trama — è tuttavia circondata dalla meschinità di una borghesia conformista che finge di accettarla pienamente, senza pregiudizi, lodandola per i suoi successi letterari, ma mai dimenticando che è una russa bianca, un'esule, sfuggita dai disordini rivoluzionari nella patria d'origine.
Dario Asfar è dunque un misero levantino, cresciuto nei porti e nelle bettole, un méthèque che conduce una grama esistenza. Trasferito a Nizza, nel 1920, seppur laureato in medicina, i suoi giorni continuano a esser segnati dalla povertà e dagli espedienti per procurarsi la sopravvivenza. Vive nella pensione familiare dell'usuraia Marta Aleksandrovna. Ora ha con sé l'amatissima moglie Clara e il figlio Daniel. Gli serve un prestito di quattromila franchi per sfamare la sua famiglia. L'ascesa sociale di Asfar coincide con la sua caduta morale, iniziata con un procurato aborto. Il suo è un salire per discendere, un guadagnare fama, infangandosi. Desiderio e vergogna sono i sentimenti che vive con maggior intensità, piegandosi a qualsiasi bassezza, portandosi appresso il marchio indelebile della sua nascita e del suo suo destino.

La seguente notizia, presa dal web, mi lascia più che sbigottita:

Roma, 8 ott. (LaPresse) – Tre ragazzine in età compresa tra gli 8 ed i 10 anni hanno sotterrato 3 gattini vivi, che si sono salvati semplicemente perché alcuni adulti sono intervenuti salvando i micini e sgridando le bambine che si sono giustificate dicendo di averlo fatto solo per gioco. E' successo qualche giorno fa in provincia di Ascoli Piceno ed è solo l'ultima delle circa duecento segnalazioni ricevute quest'anno dall'associazione animalista Aidaa (Associazione italiana difesa animali e ambiente).

Secondo la stima degli attivisti sono circa 400 gli animali che nel corso dell'anno sono stati massacrati da gruppi di bambini ed adolescenti in età compresa tra gli 8 ed i 14 anni. "La quasi totalità dei casi – spiega l'Aidaa – vede coinvolti cani o gatti e le segnalazioni arrivano dal centro-sud Italia in particolare da Sicilia, Calabria, Puglia e anche da Marche e Lazio, ma non mancano anche segnalazioni di cani seviziati nelle regioni del cento-nord. I casi di cui stiamo parlando riguardano atti di crudeltà efferata che nella stragrande maggioranza dei casi portano alla morte tra atroci sofferenze dell'animale e riguardano cani e gatti, mentre per quanto riguarda la statistica degli autori dei reati, sono commessi da bimbi e ragazzi in età compresa tra gli 8 ed i 14 anni e quindi non punibili".

"La maggior parte dei reati e dei maltrattamenti – spiega ancora l'associazione – avvengono nei confronti di cuccioli di cani randagi che vengono picchiati fino alla morte, in alcuni casi impiccati e bruciati vivi. Per quanto riguarda i gatti si tratta invece di maltrattamenti sui cuccioli che vengono sia picchiati che uccisi o a bastonate o in alcuni casi affogati per gioco

IL LIBRO. Guanda pubblica Patrick Lapeyere
Amore? Indicibile
Ma che capolavori
a dirne gli effetti

Grazia Giordani
Sentimento e ironia in un romanzo manuale di «fisica della passione»

Lunedì 03 Ottobre 2011 CULTURA, pagina 49

Patrick Lapeyere
  
  

  Se credete di aver sentito tutto sull'amore, non avete ancora letto La vita è breve e il desiderio è infinito (Guanda, 288 pagine, 17 euro, traduzione di Marcella Uberti-Bona) del francese Patrick Lapeyere, vincitore nel 2010 del Prix Femina con questo acclamatissimo romanzo, che per un soffio non ebbe anche il Goncourt: 60mila copie vendute in pochi giorni, grazie al passaparola. L'autore sa coniugare romanticismo e ironia in un gioco di piani temporali mobili, elusive quinte teatrali che alternano eros e tenerezza nell'immaginario del lettore.
Cuore della narrazione è Nora che non ha le caratteristiche classiche della femme fatale, ma è dotata piuttosto di una innocente ambiguità, capace di rasentare la perfidia. Di madre francese e padre inglese, aspirante attrice, giovanissima, tanto inquieta quanto inquietante, è la donna eternamente sfuggente e inconoscibile che non sa decidersi a quale amante darsi veramente, divisa tra il parigino Louis Blériot, quarantenne, traduttore freelance, sposato con l'intellettuale e troppo indulgente Sabine, e l'americano Murphy Blomdale, operatore finanziario a Londra.
Improvvisamente, dopo 25 mesi, tre settimane e 25 giorni di silenzio, Nora («la donna che sente essergli destinata») si fa viva con Blériot, dicendogli che sta tornando a Parigi da Londra. Il desiderio infiamma e sconvolge Blériot, scontento della mediocrità del suo malcompensato lavoro e stanco del tran-tran matrimoniale con la lodevole Sabine, angosciato dal persistente legame altalenante di Nora con l'americano Blomdale, vero eroe della pazienza, illuso di trovare nella ragazza la possibilità di formare una famiglia, scongiurando anche la minaccia della solitudine.
Maestro nel descriverci il piacere del desiderare una persona e la sofferenza di non poterla avere in toto, Lapeyre ci tiene incollati alla pagina. Interrogato in merito, l'autore sostiene di non essersi prefisso di «raccontare il solito triangolo amoroso. Il centro dell'amore è stato descritto in tutti i modi. A me interessava l'effetto che nasce quando si vuole a tutti i costi una persona. È come con il sole: non ha senso cercare di guardarlo direttamente, ti acceca. Ma molto più valore ha vedere i suoi effetti sulle cose».

L'autore è dunque riuscito in maniera innovativa a descrivere il sottile spazio che s'insinua tra il desiderio e il suo compimento, coagulandolo dentro l'ambito esistenziale dei suoi personaggi, dando voce anche alla magia del ricordo e sottolineando come la possibilità dell'amore vero non debba essere resa asfittica dalla confusione con la passione. Concentrato sugli istinti normali, quelli della quotidianità, Lapeyere rifugge da «parametri psicoanalitici», per sua stessa ammissione, sostenendo che il suo libro sia piuttosto «un esperimento di fisica della passione e del desiderio puro». Operazione letteraria perfettamente riuscita.
pubblicato lunedì 3 ottobre in Arena, Bresciaoggi e Il Giornale di Vicenza

La canzone più triste in assoluto per me è Sombre dimanche, ovvero lo specchio di come possa essere malinconico un giorno di festa per chi soffre di mal d'amore. Resta il fatto che il testo della canzone è talmente ricco di suggestioni da indurmi a proporlo e condividerlo, visto che cantarlo non potrei, essendo stonata . . . Dicono che – al cadere degli anni Quaranta – ne fosse stata proibito l'ascolto in Francia, perché la canzone istigava al suicidio. Che sia vero o falso?

Sombre Dimanche

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Sombre Dimanche

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Sombre dimanche… Les bras tout chargés de fleurs
Je suis entré dans notre chambre le c?ur las
Car je savais déjà que tu ne viendrais pas
Et j'ai chanté des mots d'amour et de douleur
Je suis resté tout seul et j'ai pleuré tout bas
En écoutant hurler la plainte des frimas …
Sombre dimanche…

Je mourrai un dimanche où j'aurai trop souffert
Alors tu reviendras, mais je serai parti
Des cierges brûleront comme un ardent espoir
Et pour toi, sans effort, mes yeux seront ouverts
N'aie pas peur, mon amour, s'ils ne peuvent te voir
Ils te diront que je t'aimais plus que ma vie
Sombre dimanche.