Archive for giugno 2005

Arrivederci

Tra un po’ si parte. Arrivederci, amici cari. Vi porto nel cuore. Pensieri affettuosi e baci per tutti voi, Grazia.

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Tra valigie e valigette

La mia partenza per il mare è un mezzo trasloco. Quindi, sto vivendo tra valigie e valigette semiaperte in  cui allegramente inciampare. La sportona dei libri va ingrossandosi sempre più, dopo aver inviato le ultime due recensioni in redazione. La sacca di sandali e scarpe è debordante. Gli abiti saranno gli ultimi ad essere riposti, sperando che si sgualciscano meno. Sono in fase di attesa, prima di lasciarvi il saluto più dolce, quello di pochi attimi prima di partire. 

Vacanze

Tutti gli anni, quando cominciano ad approssimarsi le vacanze, entro in un clima di doublage, sollevata da un lato al pensiero che non dovrò più occuparmi delle mie mansioni consuete, rattristata d’altro canto, non potendomi sottrarre ai sensi di colpa per cui, mentre io me ne starò placidamente al mare, marito e figlio continueranno la vita di lavoro. Insomma, trascorrerò la fine di giugno e il mese di luglio, solo inframmezzati dai fine settimana,  con i miei di casa; in agosto saremo tutti insieme, nuovamente, un po’ stipati nel minuscolo monolocale, anche se il figlio non resterà lì a lungo. Quando entro in questo clima di arrivederci, prendo a congedarmi non solo dalle persone, ma anche dagli oggetti,  dalla casa, dall’interno dei cassetti, dalle suppellettili, soprattutto dai libri, comincio a salutare le rose stupende del mio giardino, il profumo della magnolia, la grazia inebriante del gelsomino. E sono divisa tra il dispiacere di pensare i miei di casa gravati dalla mia assenza e dalla speranza che avvertano fortemente la mia mancanza. Anche voi mi mancherete molto. Dove vado non  sono collegata Internet, là ho soltanto il cellulare. Fino a lunedì prossimo sarò ancora con voi. Abbiamo qualche giorno per salutarci. Questo è solo un anticipo di mie confidenze e di affettuosi pensieri.

Infanzia predestinata a delinquere?

Secondo un rapporto del ministero dell’Interno britannico, nel bambino di soli tre anni di età già si potrebbero vedere i prodromi del futuro delinquente. Ecco, dunque, la necessità di tenerlo sotto controllo, di rieducare i genitori, di toglierlo, se è il caso, alle famiglie, affidandolo a centri specializzati. Questa predestinazione al crimine, seppur potenziale, riferita a un bambino in tenera età, a noi sembra una grande esagerazione, pur essendo consapevoli dei rischi che corre un’infanzia non confortata da una sana ed equilibrata educazione familiare. Il bullismo scolastico non è solo un fenomeno inglese, abbiamo visto che anche in Italia ha prodotto deleteri effetti, ma tre anni non vi sembrano pochi per decidere il futuro in "chiave criminale" di un bambino?

 Meglio l’italiana o la straniera?
La giornalista Barbara Palombelli, lo scorso aprile, ha pensato bene di porre questo interrogativo: “Meglio l’italiana o la straniera?”, lanciando il dibattito nella sua rubrica sul Magazine, inserto del “Corriere della Sera”. A darle l’idea è stata la lettera di un lettore che sosteneva di preferire queste “ragazzone sane, abituate a lavorare e a farsi da sole, al contrario delle nostre viziatissime veline di massa”. Apriti cielo! Il risultato è stato piuttosto acceso con invettive di signore inviperite verso gli “agghindati e leccatini” quarantenni, contro lettere di uomini che controbattono esaltando le donne di paesi lontani adoranti nei confronti del maschio, con un ancora forte senso della famiglia, inclini a rendere felice il loro compagno.
Barbara Palombelli è certa che il fenomeno ci riguardi e ci induca a riflettere. “ Con l’allargamento dei confini dell’Europa a Est arrivano ragazze che hanno studiato più di noi, sono più capaci e con molta grinta. E non  solo a letto”.
Quindi, le belle slave e rumene cominciano ad essere un  problema agli occhi delle connazionali che ne vedono il fascino non solo fisico, ma anche la serietà e la voglia di farsi avanti. Se le signore dovrebbero impensierirsi, i signori di che parere sono?
Per alcuni dei nostrani, Monica Bellucci incarna la femminilità italiana della donna che non rinuncia a creare il nucleo familiare. Certo è che scegliere la Bellucci come prototipo ci sembra un po’ azzardato, dal momento che pochissime potrebbero competere con la sua rara avvenenza. La straniera, d’altro canto, presenterebbe il vantaggio di essere meno gelosa, meno possessiva, incline ad educare i figli in maniera più spartana, non destinandoli a divenire mammoni.
Paolo Brosio è uno dei sostenitori del “meglio la straniera”. Infatti ha sposato una giovane modella cubana. “Ha portamento fiero e  temperamento forte – sostiene, innamoratissimo – con capacità di soffrire e di intuire il pericolo che raramente ho trovato tra le italiane. Ho avuto svariate fidanzate, modelle capricciose con cui devi stare attento al portafoglio. Mi sono lasciato sedurre da molte, ma ho sposato Gretel perché detesta la mondanità e ama casa, cani famiglia. Mi ha insegnato a non sprecare. Se avanzo del pane, per esempio, lo raccoglie e lo porta alla signora che ha le galline. L’amo perché è straniera? Non direi. Amo la donna con cui ho deciso di fare dei bambini.”
In buona sostanza, cosa vorrebbe la maggior parte dei maschi nostrani?
Un donna economa, senza grilli per la testa, che si lava i capelli in casa, non veste in boutique, ricalcando l’esempio delle nonne? Forse non proprio così, ma quasi. Qualcuno sostiene che le italiane sono viziate, troppo prese dall’estetica, dalla carriera e dai falsi miti televisivi. Altri le trovano piccolo-borghesi, inclini ad essere dispotiche col maschio, con un distorto concetto di aver mal compreso  l’emancipazione delle donne di altri Paesi.
Ma sarà poi vero? Queste critiche ci appaiono iperboliche e inadeguate. Possibile che l’erba del vicino sia sempre più verde? Fortunatamente, il Polesine è una terra tranquilla, non incline alle forzature. Qui ci sembra di incontare ancora madri assennate e giovani con la testa sul collo che cercano di farsi avanti con giudizio, senza sogni di “veline” o “letterine” o come diavolo si chiamano. Così almeno vogliamo sperare, pur non avendo nulla contro le straniere di cui sappiamo riconoscere senza sforzo le belle qualità, quando ci sono.
(g.g.)
 

Santi e miracoli on-line

Invocazioni a migliaia, richieste di miracoli e ringraziamenti entusistici per grazie ricevute, sono arrivate e continuano ad arrivare da cinque anni a questa parte, al sito www.carosantantonio.it. Anche i santi, dunque, sembrano seguire il progresso, visto che i fedeli affidano le loro speranze alla rete, e constatato che le intercessioni via web cominciano ad avere successo. Perplessa, mi rimetto alle vostre opinioni, dopo aver tratto la notizia dal Corriere del Veneto di ieri, leggendo un simpatico articolo di Francesca Visentin.

– Chiii? Parli più forte per favore, più forte. Chiii… aaah, tu sei! Tadannu, non ti stavo conoscendo!

Alle otto del mattino, la signora Anna sta urlando, aggrappata alla cornetta del citofono, al sesto piano del condominio “L’Avvenire”.  Venti metri più in basso, all’altro capo del filo, anche Irma urla a squarciagola:
– Mamma, che è tutto questo baccano? Che succede?
– Niente, figlia mia, è la televisione, tuo padre. Ma non sali a salutarlo?
– No mamma, sono in ritardo, devo accompagnare il bambino a scuola. Senti, ti sto lasciando una busta di mele.
– Daniele? E dopo passi a riprenderlo? Ma perché, oggi non va a scuola?
– Nooo, mele, mamma, meeleee! Siamo andati a prenderle all’orto, con Franco, la settimana scorsa. Chiama l’ascensore, le trovi lì. Ciao, saluta babbo.
– Ciao, ciao…

Poco dopo, la vecchia infila la testa piena di bigodini, forcine, retina e lacca alla vaniglia, dentro la scatola metallica ( la Dottoressa Carriego le ha insegnato a chiamarlo così, che  ascensore non riusciva proprio a dirlo e faceva ridere tutti quell'assessore). Si incastra per qualche secondo nella chiusura automatica. Poi rientra in casa e ciabatta in direzione del marito.

– Antò, mì che cosa ha portato tua figlia, le mele. Te le cuocio? Con lo zucchero, buone mì. Dall’orto. Tua figlia. Te le mangi. Buone.

Antonio non si volta. Seduto nella poltrona grande, con un plaid sulle ginocchia, sembra concentratissimo su una televendita: sguardo fisso, tremolio delle mani, volume a palla, pentole.
Lei insiste: – Allora, te le faccio? Mele di Sunis, mì, quelle piccole. Dolci. Adesso le sbuccio e le metto a bollire. Bene ti fanno.

Nessuna reazione.

-Ohi, ma tu non mi stai sentendo! Ma perché non ti metti l’apparecchio? E stai anche guardando la televisione. Cosa sentirai, così. Boh. Te lo porto?

Ancora assenza.

La vecchia, allora, tira fuori dalla busta una mela e, allungando un braccio, la mette davanti agli occhi di lui, impallando lo schermo della tv. Lui è costretto a guardare.
– Mì, che bella! Adesso la preparo, con le altre. Così fai colazione. Che non hai mangiato nulla. E poi ti fanno bene.

L’uomo sorride, quell’immagine sfocata, a dieci centimetri dal suo sguardo, lo riporta in vita. Si gira verso di lei e la guarda con tenerezza. Sembra che quel frutto rossolucente lo conduca alla memoria di qualcosa. Forse è una memoria che riguarda lui e la signora Anna. Magari è la loro giovinezza che si affaccia, di quando, fidanzatini, andavano a "su Grumene" a raccogliere favette e meline.

Sta così, col sorriso stampato, gli occhi languidi. Lei lo guarda con affetto. La mela è un ponte fra le loro esistenze: che bella immagine!
Poi, la faccia di Antonio improvvisamente si fa dura. E anche lui urla qualcosa.
– Ficcatela nel culo, nel cuuulooo!