kEYLA LA ROSSA

IL LIBRO. Adelphi pubblica il Nobel I. B. Singer

«Keyla la rossa»
e il lato oscuro
del ghetto ebraico

Grazia Giordani

Un affresco turbinoso della Polonia fra amore, passione e tabù religiosi

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lunedì 13 novembre 2017 CULTURA, pagina 49

Un I. B. Singer fuori dagli schemi quello di «Keyla la rossa», che Adelphi ci propone a cura di Elisabetta Zevi. Traduzione di Marina Morpurgo (pp.280, euro 20).

«Capitava assai raramente che una femmina già passata per tre bordelli si sposasse – scrive l’autore – Era un segno del cielo inviato a tutte le puttane di Varsavia: non dovevano perdere la speranza, l’amore avrebbe continuato a governare il mondo».

A Keyla la rossa nessuno resiste. Il suo primo protettore era stato Itche il Guercio. Ma Yarme,  un seducente avanzo di galera, dopo un solo giorno e una notte con lei, l’aveva portata da un rabbino del quartiere, uno di quelli che non fanno domande, e l’aveva sposata. A Varsavia nel ghetto, in quella via Krochmalna poverissima, incantata e folle, covo di ladri puttane mendicanti, che è la strada in cui Isaac Bashevis Singer visse da quando aveva tre anni.

Alla maliarda rossa non resiste nemmeno il giovane  fervido Bunem – che pure era destinato a diventare rabbino come suo padre – né l’ambiguo Max, tanto per citare alcuni dei sedotti. Se questo splendido libro è rimasto praticamente inedito fino a oggi, forse dipende dal fatto che Singer esitava ad esporre sotto gli occhi dei lettori goy il lato oscuro di quella via della sua infanzia da lui resa un luogo letterariamente mitico. Nel romanzo si parla infatti in modo esplicito di due argomenti tabù:  la tratta a opera di malavitosi ebrei, di ragazze giovanissime, che dagli shtelt dell’’Europa orientale venivano mandate a prostituirsi in Sudamerica, con l’aggiunta più che disdicevole di un ebreo sia etero che omosessuale.

Comunque, a parte queste considerazioni moraleggianti, è proprio l’amore la sostanza incandescente di questo romanzo: l’amore-passione, quello che i francesi chiamerebbero amour fou, quello che non lascia scampo e che può indurre alla follia.

Alle turbinose vicende dei quattro protagonisti ( e dei numerosi interessanti personaggi minori), fa da sfondo la via brulicante, sporca del ghetto di cui l’autore ha il potere letterario di farci percepire voci e odori come in un film dall’effetto dolby. Da Varsavia a New York godiamo di affreschi possenti, quadri vivi di un’umanità estrema che ci fa azzardare un raffronto con Dostoevskij, insuperato maestro della polifonia letteraria.

Con «Keyla la rossa» – apparso a puntate sul Forverts, il quotidiano yddish di New York, tra il dicembre 1976 e l’ottobre 1977 e finora tradotto solo in ebraico – prende avvio la pubblicazione presso Adelphi di un nucleo essenziale di opere di Isaac Bashevis Singer (1904-1991), premio Nobel per la letteratura nel 1978.

Sottolineiamo una stranezza: Nell’elenco dei Nobel per la letteratura polacca, il nome di I.B.Singer non trova posto. Eppure, l’autore premiato dall’Accademia di Stoccolma nel 1978 e scomparso a Miami nel ’91, è nato a Leoncin, non lontano da Varsavia ed è inoltre cresciuto fra le cittadine di Bilgoraj e Radzymin, ha studiato e lavorato nella capitale ed è vissuto in Polonia sino all’età di trentadue anni prima di trasferirsi negli Stati Uniti. E solo nel ’43 lo scrittore ha acquisito la cittadinanza americana. Sembrerebbe che i polacchi fossero indignati per la rivelazione di custoditi tabù, a detrimento di uno scrittore geniale.

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LA GLORIA

IL LIBRO. «La Gloria» di Vladimir Nabokov

Martin e Sonja
quel che è lontano
diventa romanzo

Grazia Giordani

Il personaggio femminile prefigura Lolita che rese famoso lo scrittore

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venerdì 27 ottobre 2017 CULTURA, pagina 52

 

Certo Vladimir Nabokov (Pietroburgo, 1899-Montreux, 1977), conosciuto dai lettori soprattutto per il romanzo «Lolita» non è un autore per tutti, tanto è complessa la sua scrittura ricca di sinestesie e giochi di parole. Adelphi, specializzato nei romanzi raffinati, non banali, ci propone ora «La Gloria» (pp.245, euro 20, traduzione di Franca Pece). Quinto romanzo russo dell’autore. Scritto fra il 1930 e il 32, apparve a Parigi a puntate sulla rivista russa «Sovremennye zapiski», intitolato «Impresa valorosa». L’attuale edizione si basa sulla traduzione inglese di Dmitri Nabokov, rivista e introdotta dall’autore e pubblicata nel 1971 negli Stati Uniti sotto il nuovo titolo «Glory».

La trama è la storia del viaggio del giovane Martin Edelweiss, emigrato russo da Pietroburgo, che sogna di realizzare qualcosa di straordinario e sorprendere tutti con il proprio coraggio. Nonostante non abbia veramente amato suo padre, ne vorrebbe seguire le orme e spera di averne la fama, dato che questo è morto coraggiosamente in battaglia durante la rivoluzione russa. Con la madre Sofia si sposta dalla Crimea alla Svizzera, quindi va a studiare a Cambridge. Mentre è ospite a Londra, presso una famiglia, incontra Sonja (ragazza che prefigura in qualche modo il personaggio di Lolita, e spera di provocare l’interesse di lei verso di sé, in competizione con l’amico Darwin, attraverso un incontro di pugilato. Va quindi a Berlino e nel sud della Francia, seguendo il progetto inutile e folle di un rientro in Russia. Il protagonista, Martin, è un russo di origine svizzera e di madre anglomane, cresciuto, come l’autore, in un colto contesto plurilingue, ma non dotato al pari di altri eroi nabokoviani, di talento creativo. A rendere unico Martin, ingenuo, un po’ impacciato, persino scialbo, è la straordinaria capacità di esaltarsi per ogni piccola meraviglia del creato, di divorare con avida tenerezza la vita, di intendere la quotidianità come festa ininterrotta dei sensi. Lo anima una fantasia inesauribile che trapassa di continuo da sogni a occhi aperti, alle loro incarnazioni oniriche e viceversa.

Nella sua cameretta infantile, sulla parete sopra il letto, «era appeso l’acquerello di un fitto bosco con un sentiero serpeggiante che si perdeva nelle sue profondità»: e Martin aveva la precisa sensazione di esservi saltato dentro, una notte, esattamente come il protagonista della fiaba inglese che la madre gli leggeva da bambino.

L’acuirsi della sensibilità, l’attrazione magica ed irresistibile verso ciò che è lontano, proibito, vago, verso qualsiasi elemento capace di accendere la sua fantasia, diverrà il suo stemma araldico, quasi una consacrazione che lo contraddistinguerà per sempre.

«Martin è il più gentile, il più retto, il più commovente di tutti i miei giovani uomini»- ha scritto Nabokov, aggiungendo che Sonja (antesignana di Lolita) , la civetta capricciosa e spietata che affascina Martin, dovrebbe essere celebrata dagli esperti di lusinghe erotiche, come fra le più attraenti delle figure femminili uscite dalla sua penna di scrittore. Martin è dunque uno di quegli uomini rari per cui contano solo i sogni che cerca ostinatamente di realizzare per superare una sua sottostima di sé.

Un eroe delicato e malinconico, questo del geniale autore russo, una originalissima figura controcorrente.

Grazia Giordani

Lo strano caso di Maria Scartoccio

IL LIBRO. Un «noir» ambientato in Liguria

Bistolfi, quando
il «giallo» diventa
cronaca di paese

Grazia Giordani

Lo scrittore propone «Lo strano caso di Maria Scartoccio» (Tea)

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mercoledì 18 ottobre 2017 CULTURA, pagina 44

Ancora una volta Renzo Bistolfi ci propone uno dei suoi gradevoli gialli di provincia, dopo che avevamo letto «I garbati maneggi delle signorine Devoto», sempre per i tipi di Tea. Questa volta è «Lo strano caso di Maria Scartoccio», sottotitolato «ovvero, Un brutto fatto di cronaca a Sestri Ponente» pp.287, euro 14).

Piero Chiara, Giuseppe Pederiali, se fossero ancora in vita, e lo stesso Andrea Vitali troverebbero qualcosa della loro tanto amata penna, da quel pubblico che predilige questo genere di strapaese, godibile ma non ovvio, scritto con sense of humour leggero e mai scontato.

Nel presente fresco di stampa, ci troviamo a Sestri Ponente nel lontano novembre1956. La palazzina di via D’Andrade ospita un campionario di umanità molto varia: la sarta laboriosa aiutata da una giovane apprendista timida e bella; l’oste truffaldino, la vedova insolvente con il figlio dalle spalle larghe, vita stretta e poca voglia di faticare; la cinquantenne con tanti figli e nessun marito. . . Tutti sanno tutto –o quasi – di tutti. Alcuni sono amici, altri si sopportano, tutti si danno una mano per affrontare le ristrettezze. E c’è una cosa che unisce indissolubilmente gli abitanti di via D’Andrade: l’odio per la loro padrona di casa, la Maria Scartoccio. Ogni 5 del mese fa il giro degli appartamenti per riscuotere gli affitti e alla fine della giornata non c’è un inquilino che si addormenti col sorriso . . . Così quando la donna tanto odiata viene trovata in casa, vittima di quello che sembra un grottesco incidente, tutta la palazzina tira un enorme respiro di sollievo. Forse, però, non è stato un incidente: per il maresciallo capo Galanti troppi particolari non quadrano.

La folla di personaggi evocati da Bistolfi recita come in una commedia. I dialoghi ci prendono dentro tanto che anche noi vorremmo rispondere al Battista che sbotta: «La vedete? Adesso va a fare il giro delle pigioni: è il cinque del mese di novembre millenovecento e cinquantasei. (…) un tempo da andare a picchiare negli scogli con barca e tutto, ma lei niente: nemmeno la burrasca di mare la fa ritardare di un giorno. E poveretto chi gli manca uno scudo, una palanca, allora non vuol sentire ragioni e diventa cattiva come l’aglio! (…) e poi ha sempre una cattiveria da dire. Una a testa, come il prete che ti mette l’ostia sulla lingua . . . lei invece ci posa un po’ di veleno. E io ci avrei fin paura che il Padreterno un giorno o l’altro mi castigasse, altro che».
E il romanzo, intessuto in questo tono di dialogo in linguaggio parlato, ci conduce verso un epilogo che parrebbe scontato, ma sta nell’abilità dello scrittore librare il giusto colpo d’ala. «Cos’è successo?» chiese una donna. Mah. Sarà qualcuno che è rimasto fuori chiuso di casa», rispose un’altra. «E il fumo? chiese un uomo che a giudicare dalla tuta doveva essere un operaio dei cantieri navali. «Boh, va a sapere . . . Avranno lasciato il pentolino sul fuoco». «Alla faccia del pentolino!»
«Sì. E la Croce Verde invece a cosa serve? I carabinieri? Un’altra donna si voltò con l’aria di quella che sa tutto, e concluse: «No. Secondo me è successo qualcosa».

Con questo originale lessico da pièce teatrale Bistolfi tiene viva l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina dell’originale giallo. E non saremo certo noi a rovinargli la sorpresa circa la fine della  Maria Scartoccio, l’odiosa padrona di casa.

 

 

LA MOSTRA Rassegna a Rovigo allestita a Palazzo Roverella L’ONDA DELLA MODERNITA’

LA MOSTRA. Rassegna a Rovigo allestita a Palazzo Roverella. «L’onda della modernità»

SECESSIONI
ARTE D’EUROPA

Grazia Giordani

Monaco, Vienna, Praga e Roma: viaggio nei capolavori dei maestri che aprirono una nuova strada visuale. Opere di Klimt, Schiele, Casorati

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domenica 08 ottobre 2017 CULTURA, pagina 56

Chi ha avuto la chance di sentire la presentazione a viva voce del curatore della mostra Francesco Parisi sulle Secessioni Europee a Palazzo Roverella (23 settembre 2017-21 gennaio2018),  si è subito reso conto che Rovigo ha fatto veramente un colpo grosso, per originalità delle scelte e nuovo accostamento delle opere accuratamente selezionate.
«Ad ogni epoca la sua arte, ad ogni arte la sua libertà» sono le parole che accoglievano il visitatore all’ingresso del Palazzo della Secessione viennese ideato, come un tempio, dall’architetto Joseph Maria Olbrich e destinato alle esposizioni d’arte.
Il motto, coniato dal giornalista Ludwig Hevesi, fu trasposto graficamente da Gustav Klimt in un celebre manifesto che vedeva Teseo, l’eroe artista, lottare contro il Minotauro, emblema di una cultura al potere, dominata dall’implacabile avversione nei confronti dell’arte moderna.
Anche Klimt, che più tardi riscosse numerosi e ufficiali successi, fu escluso da una delle più importanti mostre annuali viennesi assieme ad altri giovani colleghi costretti a restare nell’oscurità. Incompresi e maltrattati dall’arte ufficiale timorosa d’innovazione, i giovani artisti europei si costituirono in movimenti staccandosi dalle aggregazioni capitanate dagli artisti della precedente generazione, dando vita a vere e proprie Secessioni che, con rapidità moderna,  si diffusero nei grandi centri di area mitteleuropea: Monaco, Berlino, Lipsia, Darmstad, Vienna. Le Secessioni apportarono all’arte moderna un nuovo e più dinamico dibattito che si allargò presto anche in altre città come Praga (Secese), Budapest (Magyar Szecessziò), Sofia, Varsavia (Secesja), Belgrado e Zagabria (Secesija) propagando un gusto più irrigidito delle fluenze dell’Art Nouveau francese e del Liberty anglosassone, ma che includeva stilemi delle varie tradizioni nazionali.
La novità della mostra rodigina, consiste nell’aver creato un ensemble che associa e propone per la prima volta un panorama complessivo delle vicende storico-artistiche dei quattro principali centri in cui si svilupparono le Secessioni: Monaco, Vienna, Praga Roma.
Evidenziando differenze, affinità e tangenze dei diversi linguaggi espressivi  nel primo vero scambio culturale europeo, basti pensare a Gustav Klimt e a Egon Schiele che esposero alle mostre della Secessione Romana o a Segantini che partecipò alle annuali mostre viennesi. Nella rassegna rodigina vengono messi in evidenza gli esiti modernisti della secessione monacense, il trionfo del decorativismo della secessione viennese, il visionario espressionismo del gruppo Sursum praghese fino al crocevia romano e alla sua continua ricerca di una vita altra e diversa.
A battenti appena aperti, l’esposizione  promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi,  egregiamente curata da Francesco Parisi, vede già un afflusso notevole di pubblico. Si avvale, la singolare mostra,  della prestigiosa collaborazione delle principali istituzioni museali europee, dall’Albertina di Vienna alla Klimt Foundation, dal Museo Villa Stuck di Monaco alla National Galerie di Praga e di altre importanti collezioni museali europee.
Intelligente la scansione per sezioni tematiche, l’esposizione si apre con la Secessione di Monaco. Molto interessante «Il Lucifero»di Franz von Stuck, tanto per citare una fra le varie opere che caratterizzano il movimento. Della Secessione di Vienna ammiriamo opere stupende di Gustav Klimt.  Della Secessione praghese ammiriamo soprattutto lo splendido «Orpheus»dello scultore Jaroslav Horeic. Vediamo anche opere su carta. Insomma, tutte le espressioni artistiche hanno avuto un loro singolare spazio. A differenza delle secessioni europee, con predisposizione all’estetica simbolista, la Secessione di Roma (1913-1916) esprime una tendenza più libera. E qui ammiriamo il «Nudo» di Enrico Lionne, e fra i molti altri di elevato impatto estetico «Ada» di Felice Casorati.
In un momento di difficoltà economiche, Rovigo ha saputo cogliere la voglia di cultura, addirittura con un continuum nell’attiguo Palazzo Roncale dove abbiamo visto i capolavori dei Concordi, ovvero un’importante selezione di opere della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi che copre l’arco temporale che va dal Quattrocento al Settecento.
Grazia Giordani

 

 

 

 

Il club delle vecchie signore

L LIBRO. Adelphi completa la pubblicazione

I colleghi di Maigret
Quando il «giallo»
diventa umorismo

Grazia Giordani

Un Simenon ironico ne «Il club delle vecchie signore e altri racconti»

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mercoledì 27 settembre 2017 CULTURA, pagina 4

Non è una sorpresa per gli appassionati di Georges Simenon (Liegi, 1903-Losanna,1989), leggendo «Ilclub delle vecchie signore e altri racconti» (Adelphi, pp.168, euro10, traduzione di Leopoldo Carra),rilevare l’humour e lo spirito scanzonato di un autore che ci aveva abituati all’umanità e all’equilibrio del commissario Maigret, o alla durezza intelligente dei suoi romanzi più riusciti.

Non è una sorpresa – ribadiamo-, perché tra il1929 e il 1962 il grande belga ha scritto ben 178 racconti improntati a questa vis scherzosa che si concludono appunto con questo quarto volume, le avventure del detective dell’ Agenzia O, «una delle agenzie investigative più famose del mondo». E Simenon, che ormai ci ha preso gusto, si diverte a metterli nelle situazioni più incongrue creando quasi un vaudeville, una farsa sottile che vira decisamente nel comico. Dopo questi quattordici racconti- buttati giù nel solo mese di giugno1938 a Villa Agnès, a La Rochelle, apparsi nella collana «Police Roman» nel 1941 e raccolti poi in volume nel 1943-, Simenon abbandonerà al loro destino i quattro protagonisti di queste indagini scanzonate. Comunque, sarà valsa la pena di fare la loro conoscenza, pur restando degli innamorati di Maigret.

Con Il club delle vecchie signore ecco che Adelphi completa l’opera di pubblicazione dei racconti che Georges Simenon ha dedicato all’Agenzia O.
L’Agenzia O, “una delle agenzie investigative più famose del mondo” è stata fondata da Torrence che in precedenza, per più di tre lustri, è stato ispettore di polizia e attivo aiutante di Maigret. Non certo l’ultimo arrivato, quindi, ma anche in questo caso, come nella serie ben più nota, il suo apporto rimane spesso secondario, visto che la punta di diamante è il fotografo dell’agenzia, Émile, che svolge anche buona parte del lavoro di indagine e deduzione.
Gli altri due membri sono Berthe, segretaria che spesso non si limita al suo ruolo ufficiale, e Barbet, il cui passato da criminale lo rende molto abile sul campo, in particolare nei pedinamenti.

Le avventure dei quattro dell’Agenzia O sono sempre condite dall’ironia e, ne Il club delle vecchie signoreGeorges Simenon sembra amplificare ancora di più questa attitudine, ficcando volutamente i suoi detective in situazioni strane e paradossali. In Prigioniero di Lagny vedremo sia Torrence che Émile in palese “difficoltà” nell’interrogare un pittore, difficoltà dovuta non tanto alle capacità dialettiche dell’interrogato quanto alla presenza di due modelle ben poco vestite.

“Una vampata di caldo. E non è solo il caldo. Di punto in bianco Émile e Torrence sono entrati in un mondo così diverso che gli è salito il sangue alla testa. Il locale in cui si trovano è tutto tappezzato di morbide stoffe, ammobiliato unicamente, parrebbe, con divani profondi e soffici. Vi regna un profumo che ricorda quello dell’incenso, ma più tenue.

Sul divano di fronte alla porta è sdraiata una figura che si potrebbe scambiare per una statuina. È davvero una donna? Non è piuttosto un’effigie di cera?

È proprio una donna, una giovane giapponese completamente nuda, che fuma una sigaretta orientale e il cui sguardo indifferente sfiora appena Torrence e il suo collega. Su un altro divano, con indosso una sfarzosa vestaglia, la ragazza bruna che i due uomini hanno ammirato poco prima si trastulla con un gatto siamese”.

Nel racconto titolare, Il club delle vecchie signore, scopriremo cosa ha di tanto speciale questo club visto che un uomo ha finto di essere una donna pur di entrare a farne parte, e in seguito assisteremo anche all’arresto di Torrence, bloccato dai suoi stessi (ex) colleghi di Quai des Orfèvres con l’accusa di tentato ricatto nei confronti di un artista molto noto.

Secessioni europee

ARTE. Dal 23 settembre al 21 gennaio 2018 una mostra a Rovigo

SECESSIONI
EUROPEE

Grazia Giordani

Da Monaco a Vienna, da Roma a Praga, «l’onda della modernità» a cavallo fra ‘800 e ‘900 segna una svolta con artisti del calibro di Schiele, von Stuck, Casorati

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martedì 19 settembre 2017 CULTURA, pagina 47

Il celebre manifesto della Secessione viennese di Egon Schiele

 

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Scandita per sezioni tematiche dedicate alle singole città europee, la mostra si apre, cronologicamente, con la secessione di Monaco. Al movimento aderirono Franz  von Stuck, di cui anticipiamo, si ammirerà «Lucifero» con bozzetto preparatorio .

Quanto alla secessione viennese, non mancherà, fra l’altro,Egon Schiele col suo magnifico manifesto specifico per la 49esima mostra della Secessione Viennese.

Praga ci mostrerà, fra l’altro, anche lo scultore Jaroslav Horeic, col suo splendido «Orpheus».

La secessione di Roma, a differenza delle consorelle, si atterrà ad un tono più aristocratico, non sperimentale, con nomi come: Enrico Lionne, Giuseppe Biasi, Plinio Nomellini e Felice Casorati, solo per citarne alcuni.

Grazia Giordani

Il libro degli amici

Il Libro  Neri Pozza pubblica il saggio di Pecora

I grandi del ‘900
italiano nella Roma
che non c’è più

Grazia Giordani

«Il libro degli amici» è un omaggio agli anni intensi fra il ’60 e il ’90

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sabato 05 agosto 2017 CULTURA, pagina 41

Verrebbe proprio voglia di invidiare Elio Pecora per il paesaggio letterario, così folto di personaggi celebri, che ci presenta ne «Il libro degli amici» ( Neri Pozza, pp.142, euro 15). Non manca proprio nessuno, descritto con efficace penna, non scevra da abbandoni lirici, del resto Pecora è anche poeta.
Da Alberto Moravia, a Elsa Morante che l’autore stima molto, pur non tacendone le sottili perfidie, da Sandro Penna che ebbe una vita così singolare ed infelice, a Italo Calvino, da Francesca Sanvitale a Elsa de Giorgi, per non tacere Palazzeschi, tutti i più grandi dell’Italia letteraria, privilegiando Roma del secondo Novecento, ci balzano davanti agli occhi con i loro tic e la loro grandezza.

Vita e letteratura a quell’epoca erano tutt’uno. Che bei tempi andati e che scrittori e poeti che giganteggiano in un cielo del tutto svanito.
Chi ricorda, ormai, se non è un addetto ai lavori, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Rodolfo Wilcock e tanti altri  fra musicisti, pittori, attori di cui Pecora con penna da maestro, intinta nell’inchiostro dell’ironia, malinconico e nel contempo divertito, racconta i loro giorni dai momenti più banali ai più importanti.
Ci perdiamo anche noi, partecipi, dentro le piccole grandi invidie, i rancori.

Non vi è nulla in questa galleria di grandi delle invenzioni cinematografiche, ma la realtà umana dei loro affetti, poliedrici come sanno esserlo i sentimenti umani.

Siamo negli anni che vanno dalla metà dei Sessanta alla fine degli Ottanta, quando Roma va esaurendo gli entusiasmi succeduti alla Ricostruzione e resistiti alla Prima Repubblica. Sono anni in cui la città è gremita di cinema d’essai e di teatri d’avanguardia, di librerie affollate (che bei tempi!) e dove nelle strade del centro era ancora possibile perdersi in intelligenti meditazioni o incontrare De Chirico sulla porta del caffè Greco, i Torlonia a cavallo che scendono da Villa Borghese, Fellini che traversa piazza di Spagna, Ingrid Bergman che sembra slittare sui suoi famosi lunghi piedi.

Anche il dolore ha largo spazio in queste pagine: la morte di Pasolini, il suicidio della Rosselli. Non è un nostalgico Pecora, piuttosto lo diventiamo noi, leggendolo, ma esterna  la necessità di consegnare di quel tempo, di cui è stato testimone, una memoria ancora viva e affascinante.
Elio Pecora è nato nel 1936 e vive a Roma dal 1966. Ha pubblicato libri di poesia, di prosa, di saggistica, testi teatrali, poesie per l’infanzia.
Ha curato antologie di poesia italiana contemporanea e raccolte di fiabe popolari. Ha collaborato a lungo per la critica letteraria a quotidiani, settimanali, riviste e ai programmi culturali della Rai.

Dirige la rivista internazionale «Poeti e Poesia».

Difficile trovare un libro senza trama che tega così viva l’attenzione del lettore, quello che ama sinceramente la cultura, senza snobismi, senza plateali esibizioni.

Sono pagine queste di Pecora che si centellinano piano perché il gusto resti in bocca a lungo e la curiosità venga soddisfatta con garbo intelligente.

Grazia Giordani