Il nome del padre

IL LIBRO. Neri Pozza pubblica il giallo di Villani

Un «cold case»
nella Milano nera
degli anni Settanta

Grazia Giordani

«Il nome del padre» è un viaggio poliziesco nei misteri del cervello

martedì 16 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

 

martedì 16 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

Non è solo un avvincente noir «Il nome del padre» (Neri Pozza, pp. 315, euro 17) di Flavio Villani, ma come un’insolita matrioska, racchiude in sé il mistero di un cold case, inserito nel clima difficile di una Milano anni Settanta che offre l’estro all’autore di giocare su due diversi livelli in cui quanto non fu risolto nel passato, riemerge nel presente. Il romanzo si apre con una visione che evoca l’atmosfera di un paesaggio di De Chirico con Piazza Duca D’Aosta deserta e soffocata dalla canicola di Ferragosto.

Nel deposito bagagli della Stazione Centrale viene rinvenuto, all’interno di una valigia, il cadavere squartato di una donna.

«L’addetto al deposito bagagli era franato nell’ufficio della Polfer che pareva inseguito da un fantasma, lo sguardo dilatato, pallido da far paura». All’inizio, sentito l’odore nauseabondo, aveva pensato a un ratto putrefatto, visto che in quel luogo malsano se ne vedevano correre in continuazione, ma il fetore si era fatto così intenso, che l’addetto si era deciso ad aprire una valigia rigonfia, facendo l’orripilante scoperta.

È a questo punto che il lettore incontra il vero protagonista della narrazione, l’allora giovane viceispettore Rocco Cavallo, alla sua prima indagine importante e quindi ansioso di fare bella figura con i suoi superiori. Il caso, a causa del caldo torrido, appare subito complesso. L’ avanzata decomposizione, ha reso irriconoscibile il corpo.

Una piccola croce ortodossa, rinvenuta sul fondo della valigia, potrebbe far pensare a una donna di origine slava.

Sbrigativi, i commissari Naldini e Ferretti della Buoncostume sono certi che si tratti di una prostituta, visto che il delitto, ai loro occhi, sembra essere una punizione esemplare da parte di un magnaccia noto per l’ esagerata crudeltà. Ad avvalorare la loro persuasione, concorre la scomparsa di una squillo, molto conosciuta nel giro. E ritengono già punibile anche il colpevole, Totò il Guercio, un pappone più volte preso in castagna per le sue malefatte, dotato di una fedina molto macchiata.

Non viene prestata fede e dato ascolto ai dubbi del commissario Vicedomini, propenso a seguire la pista fondata sull’omicidio della donna nella valigia che ricorderebbe efferati crimini, compiuti nella metà degli anni Quaranta da un serial killer di quel tempo, soprannominato dalla stampa d’epoca, Macellaio della Martesana. Quindi, il caso non trova soluzione, o meglio trova posto nei polverosi archivi della cronaca nera.

Ci voleva una donna determinata come la viceispettrice Valeria Salemi, responsabile dell’omicidio.

Il noir dell’autore, abilmente giocato su diversi livelli narrativi, crea nel lettore un interesse che travalica le caratteristiche del giallo classico. Si avverte subito, pagina dopo pagina, l’esperienza e l’animo del neurologo, dell’autore classe 1962, il tocco di chi conosce il mistero del cervello, per di più esperto di neurofisiologia. Ci auguriamo che a questo fresco di stampa, facciano seguito altri romanzi di Flavio Villani altrettanto densi di suggestione, espressa in raffinato linguaggio.

per indurre, anni dopo, Rocco Cavallo, ormai commissario, a riaprire l’insabbiato caso. Il desiderio di giustizia è più forte e pressante nel commissario delle delusioni accumulate nel passare degli anni. Trent’anni di ossessione di un delitto portato dentro la propria coscienza, finalmente gli daranno modo di trovare il vero colpevole.

 

Rovigoracconta

EVENTI. Da oggi a domenica 7 maggio torna l’appuntamento con «Rovigoracconta»

LA SCRITTURA
.È UN FESTIVAL

Grazia Giordani

Dall’editoria alla musica, dal teatro alla poesia, grandi nomi e un ricco calendario di eventi che lo scorso anno ha richiamato 40mila spettatori

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giovedì 04 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

 

In un momento storico in cui la cultura sembra non essere uno dei precipui interessi della gente, Rovigo si distingue col suo Rovigoracconta che rallegrerà le piazze della città da giovedì 4 maggio a domenica 7 maggio, coi toni caldi del suo emblematico arancione, portando musica, teatranti, scrittori, in quattro giorni di cultura, divertimento, entusiasmo e poesia, a ingresso gratis.

Per la sua quarta edizione Il Festival dedicato ai libri, alla musica e al teatro organizzato dall’Associazione Culturale Liquirizia, si fa guidare da un immaginifico «Cerca la meraviglia».

Forte dei 40 mila spettatori provenienti da tutto il Nord-Est che hanno seguito l’edizione 2016, il Festival si sta imponendo come uno dei principali  appuntamenti  culturali  del nostro Paese, con un programma ricco di novità e ospiti illustri.

Giovedì 4 maggio, ad aprire l’edizione sarà Andrea Scanzi alle 19 in Piazza Vittorio Emanuele II con un monologo su Pietro Mennea, Marco Pantani, Nadia Commanecci, Muhammad Alì, e i loro dolori e le loro storie di libertà.

Alle 20,15 in Piazza Garibaldi, Mauro Corona e Luigi Maieron daranno vita ad un incontro canzoni in cui parleranno dei loro libri. Alle 21,30 sfida musicale tra gli anni Novanta e Duemila.

Venerdì 5 maggio Luca Bianchini presenterà alle 19,30 in Piazza Vittorio Emanuele II il suo romanzo «Nessuno è come noi» (Mondadori).Alle 20,30 nella stessa Piazza Valeria Parrella parlerà di un suo personale aggiornamento dell’Enciclopedia della donna. A chiudere la giornata Giulio Casale e Norman creeranno una fusione tra rock e musica d’autore.

Sabato 6 maggio Alle 11 presso la Sala della Gran Guardia, con l’incontro intitolato «Le cose semplici» saranno protagonisti Mattia Bertoldi con il suo «Le cose belle che vorrei ricordare»(Tre60) e Lorenza Gentile con «La felicità è una storia semplice» (Einaudi).Alle 12 presso l’ Accademia dei Concordi Red e Chiara Canzian presenteranno «Sono vegano italiano» (Rizzoli). Dalle 16 alle 19 presso la libreria Calibri Gioia Lovison e Valentina Berengo parleranno di libroterapia.

Alle 17,30 presso l’Accademia dei Concordi, vi sarà il confronto sul tema dei figli, tra Silvia Vegetti Finzi con «L’ospite più atteso»(Einaudi) e Simona Sparaco «Sono cose da grandi» (Einaudi). Alle 17,30 in Sala della Gran Guardia sarà Luca Briasco che con il suo «Americana» (minimum fax) ci condurrà in un viaggio nella letteratura statunitense. A Palazzo Roncale alle 18 Donatella di Pierantonio parlerà de«L’Arminuta » (Einaudi) uno dei libri più venduti in Italia.

Seguiranno altri incontri di massimo interesse in Sala Confagricoltuta e a Palazzo Roncale. Alle 19 in Piazza Vittorio Emanuele II la scrittrice Silvia Avallone con il suo «Da dove la vita è perfetta (Rizzoli). Sarà Piazza Garibaldi alle ore 20 ad ospitare il progetto Under 25, ideato da Rovigoracconta per festeggiare, per la prima volta, dalla sua morte Pier Vittorio Tondelli. Seguiranno altri eventi interessanti.

Dalle 23 tutta la città si animerà con la notte di Rovigoracconta: balli in tutti i luoghi del centro.

Domenica sette maggio l’ultima giornata si aprirà in Piazza Vittorio Emanuele II con «La città segreta in bici» avremo in seguito, nei luoghi deputati, interessanti presentazioni di libri con nomi noti come Paola Calvetti «Gi innocenti» (Mondadori), Paola Pellegrino «Se mi tornassi questa sera accanto» (Giunti), Alberto Shiavone «Ogni spazio felice» (Guanda), Valentina Berengo,Claudia Morandini, Cristian Spinello,Federica Manzon. Un festival da non perdere.

La manifestazione è promossa e sostenuta dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo insieme a Confindustria Venezia-Area metropolitana di Venezia e Rovigo e Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. È patrocinata dalla Regione Veneto e dalla Fondazione per lo Sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale. In collaborazione con l’Accademia dei Concordi e il Comune di Rovigo.

Gli sponsor: Credem Banca, Fresenius Cabi, Frefuglia Srl, Assindustria SERVIZI srl e Ali Supermercati. Mediapartner: Il Gazzettino, Il Resto del Carlino, Via Vai, Delta Radio.

Parter tecnici: Peruzzo industrie grafiche e Promozione Italia.

 

 

Il giardino degli inglesi

LIBRI. Il nuovo romanzo di Vladimiro Bottone

Passioni e delitti
nella Napoli
di metà Ottocento

Grazia Giordani

Neri Pozza propone un avvincente noir con «Il giardino degli inglesi»

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sabato 29 aprile 2017 CULTURA, pagina 48

 

Se ci sono romanzi destinati a lasciare un segno nel mondo della letteratura, certamente tra questi brilla «Il giardino degli inglesi» di Vladimiro Bottone (Neri Pozza, pp. 400, euro 18), per l’originalità della trama, l’impasto lessicale di purissimo italiano, misto a frasi napoletane, con persino la civetteria di citazioni latine che l’autore non si è fatto mancare. Ci troviamo sotto gli occhi un noir sui generis, del tutto lontano e diverso da quanto avevamo letto finora.

Siamo nel 1842 in una Napoli attraversata da avidità e brama di potere in concomitanza con senso del dovere, tanta superstizione, nel vibrare di passioni tanto violente quanto pericolose.

Due giovani, fratello e sorella, troveranno misteriosamente la morte nella città partenopea. Quando il corpo della bella Emma Darshwood, insegnante di canto nel ricovero-orfanotrofio del Serraglio, viene ritrovato dalla polizia, qualcuno ai piani alti si affretta a chiudere il caso che scotta come un qualsiasi omicidio passionale. Ma ci sono dei punti oscuri, delle zone d’ombra che devono essere chiarite. Ed è proprio con il fermo proponimento di far luce sulla morte della sorella, che arriva a Napoli anche il fratello Peter. I due giovani erano legati, fin dall’infanzia, da un sentimento talmente forte ed appassionato da sfociare quasi in una forma d’incesto, mai consumato, come apprenderemo da un fitto e commovente carteggio che Peter Darshwood portava cucito all’interno del suo corsetto, per mai idealmente separarsi dall’amatissima sorella.

I fatti farebbero credere che Peter sia stato ucciso in una sanguinosa rapina di strada, per depredarlo dei beni che portava addosso. Quindi, viene sepolto assieme alla sorella Emma nel cosidetto «giardino degli inglesi», il suggestivo cimitero dedicato ai non cattolici. Comunque, c’è qualcuno che non si lascia abbindolare, credendo ciecamente al susseguirsi di queste tragiche fatalità. Il commissario della polizia borbonica Gioacchino Fiorilli non smette mai di indagare, persuaso che dietro il duplice omicidio si nasconda la mano nera dell’ex medico del Serraglio: l’avvenente e carismatico Domenico De Consoli, quintessenza del cinismo più abietto, un personaggio che con la sua bieca ed implacabile capacità di sedurre adulti e minori, resterà a lungo impresso nella nostra fantasia.

 

Sotto una stella crudele

Il Libro Le memorie della Kovàly per Adelphi

ricordi di Heda
sopravvissuta
a Hitler e a Stalin

Grazia Giordani 

«Sotto una stella crudele» descrive il dramma di una donna e la sua fuga

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lunedì 24 aprile 2017 CULTURA, pagina 57

La storia dello spirito indomito di una donna straordinaria, sopravvissuta due volte: all’Olocausto e alla dittatura comunista in Cecoslovacchia, sembrerebbe fiorire da una vivida fantasia, tanto appare inverosimile. Eppure è un doloroso fatto vero che leggiamo avidamente e molto commossi, nel libro di memorie di Heda Margolius Kovàly «Sotto una stella crudele Una vita a Praga1941-1968» (Adelphi, pp.214, euro 20, traduzione di Silvia Pareschi).

«Custodisco il passato dentro di me ripiegato come una fisarmonica, come uno di quei libretti di cartoline, piccoli e ordinati, che la gente porta a casa per ricordo di città lontane. Ma basta sollevare un angolo della prima cartolina per liberare un serpente interminabile, zigzag dopo zigzag, il simbolo della vipera, e di colpo tutte le immagini mi si allineano davanti agli occhi». E non stentiamo a crederlo che mentre Heda scrive la sua strabiliante storia, i due serpenti più velenosi prendano le sembianze di Adolf Hitler e di Josif Vissarionovič Stalin.

Seguiamo la sua fuga dai campi di deportazione, trattenendo il respiro, ma la parte che maggiormente ci colpisce è l’accoglienza che le riservano a Praga gli amici di un tempo, quelli che le avevano giurato eterna solidarietà. La sua vita da clandestina non è tanto meglio di quella da deportata. Non trova alloggio, non trova cibo; i suoi amici sono sopraffatti dall’orrore per le rappresaglie naziste. Tanta è la sua disperazione, che medita persino il suicidio: «Salii su un ponte e mi sporsi dal parapetto. Sotto di me la Moldava scorreva mormorando, scura e fredda. La distanza fra il ponte e l’acqua sembrava enorme. Dunque quella era la fine del mio viaggio. Quella era la libertà che nessuno poteva immaginare: la libertà di un uccello, la libertà del vento, una libertà senza persone. Una libertà senza uscita, solitaria e spaventosa quanto il fiume sottostante. Mi tolsi i guanti e appoggiai le mani sulla fredda pietra del ponte». Ma l’istinto di attaccamento comunque alla vita ha il sopravvento.

Finalmente la guerra finisce e la primavera del 1945  ci fa ammirare il fascino di una Praga radiosa nello splendore dei suoi giardini, tanto che Heda scrive: «diventammo ciechi di fronte alle ombre minacciose, ai segni premonitori di un futuro incerto». Infatti, due mesi dopo la liberazione, suona un’altra musica. Cominciano i soprusi, il mercato nero. Ed è proprio nel 1952, nel pieno clima della «rinascita comunista», che il marito dell’autrice, Rudolf Margolius, alto funzionario governativo, verrà condannato, innocente, all’impiccagione nel clima plumbeo e maligno del processo contro il segretario generale Slànsky.

Sono pagine toccanti, sempre più dense di particolari e soprattutto sincere quelle di Heda Margolius che entra insieme al figlio Ivan nel periodo del «silenzio attonito, terrorizzato». Solo le seconde nozze con Pavel Kovàly darannno a lei e ad Ivan una possibilità di sopravvivenza e riscatto.

Ma la tragedia sembra non dover avere mai fine, perché quando sembra ci si stia avviando verso un happy end di esistenze tanto martoriate, quando dopo la Primavera di Dubček, tutta la popolazione che aveva raggiunto il massimo del sollievo e della felicità, riversandosi festosa nelle strade, si scontra col massimo degli orrori: l’arrivo dei carri armati sovietici.

E tutto questo apprendiamo dalla sobria, luminosa prosa di Heda Margolius Kovàly (1919-2010) che, nata a Praga, emigrò negli Stati Uniti nel 1968, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

«Sotto una stella crudele» uscì per la prima volta in Canada nel 1973.

Grazia Giordani

Tiro al bersaglio

IL LIBRO. «Tiro al bersaglio» di Gianni Simoni

L’amara metropoli
dell’ex magistrato
che scrive «gialli»

Grazia Giordani

Il commissario dalla pelle scura affronta un nuovo, intricato caso

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sabato 15 aprile 2017 CULTURA, pagina 49

Ritorna il commissario Andrea Lucchesi, figlio di madre eritrea, forse l’unico poliziotto di pelle scura, nel nuovo bel romanzo giallo di Gianni Simoni «Tiro al bersaglio» (Tea, pp.263, euro 13). Questa volta è una storia molto complicata cui fa da sfondo una Milano amara e violenta, specchio dei nostri giorni, in cui le case ci appaiono ricettacoli segreti di squallidi delitti, nati dal trio esecrando di povertà, solitudine e delinquenza spicciola.

Una Milano che pullula di omicidi, appalti truccati, spaccio di droga, suicidi, prestiti a usura. Una città cupa e violenta quella del commissario Lucchesi dotato di un fiuto, quasi un istinto animale che lo induce a sbrogliare le matasse più aggrovigliate, cogliendo i dettagli di una satanica verità che agli altri sfugge, perché il suo istinto vede oltre. La sua vita stessa è complicata. Un matrimonio fallito alle spalle, una figlia, un nuovo amore con la compagna poliziotta Lucia Anticoli, troppo whisky  e troppe sigarette, ma tanta umanità.

Come spesso accade, una mattina all’alba, il commissario è tirato giù dal letto a causa di una rapina al quartiere milanese OT8, ai danni di un vecchio droghiere, rimasto ucciso da un colpo di fucile a canne mozze. Come se non bastasse, poco dopo la Omicidi è di nuovo chiamata in pieno assetto. In un appartamento del centro si trova un uomo con la testa spaccata da un colpo di martello.

Dietro entrambi i casi vi è un dedalo di piste che si moltiplicano, portando alla luce torbide verità inconfessabili, quasi una maligna rete di tradimenti e menzogne, ricatti, traffici illeciti. La situazione è talmente malsana e complessa come una diabolica matrioska, che Lucchesi, pur amando sbrogliarsela da solo, dovrà muovere la collaborazione di tutta la sua efficiente squadra.

La sua vita pubblica s’intreccia fortemente con i suoi sentimenti privati legati alla compagna Lucia Anticoli. Insieme dovranno affrontare e superare un grande dolore personale.

Questa abilità di Simoni di giocare tra il pubblico e il privato, regala note di umanità al romanzo, che, ingentilito dalle note private, si alleggerisce di tanto squallore ed efferata violenza.

Gianni Simoni, ex magistrato, prima di darsi alla scrittura poliziesca, ha condotto quale giudice istruttore, indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo.

Presso Garzanti ha pubblicato «Il caffè di Sindona» in collaborazione con Giuliano Turone. «Tiro al bersaglio» è la sesta delle indagini del commissario Andrea Lucchesi, pubblicate dalla Tea insieme alla serie dedicata alla serie di Petri e Miceli.

Il commissario Andrea Lucchesi appare per la prima volta nel libro «Piazza San Sepolcro» e da subito lo troviamo un uomo particolarmente interessante, forse anche per la sua vita personale complicata e per il suo acume nello sciogliere i rebus di delitti e macchinazioni.

Gianni Simoni ha saputo regalarci ancora un giallo coi suoi lati imprevedibili, con le sue descrizioni di una Milano fosca, abitata da tortuosi personaggi, un paesaggio esteriore ed intimo dipinto con mano abile e molto coinvolgente, eppure non privo di risvolti sentimentali.

 

 

 

 

Alle Case Venie

IL LIBRO. «Alle Case Venie» per Superbeat

Realismo, tragedia
e amore nei giorni
dell’armistizio

Grazia Giordani

Romana Petri racconta la vendetta della protagonista fra il 1943 e ’45

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martedì 04 aprile 2017 CULTURA, pagina 49

In maniera leggera, appena accennata, ci rimanda a certe impressioni del realismo magico di Elsa Morante o di Garcia Marquez,  il bel romanzo di Romana Petri «Alle Case Venie» (Superbeat, pp.203, euro 16,50). Sarà perché Alcina, la protagonista, trentenne dai capelli neri e ii cuore «rosso come il sangue» parla con Astorre,  con il padre morto, che non ha ancora trovato pace nell’aldilà,  pentito anche del suo erroneo pensiero politico di allora, regalando una sensazione fatata ad un romanzo che, per il resto è realistico. Il 2 settembre del 1943 il caldo soffocante dell’estate sembra essersi dilavato in un unico giorno di pioggia alle Case Venie, podere sopra Città della Pieve. L’armistizio ormai si respira nell’aria, ma la guerra continua, implacabile, a mietere le sue vittime. Alcina vive nel minimo borgo umbro col fratello Aliseo e il cane Arduino, orfana di entrambi i genitori Astorre ed Amarantina. Spalterio è un baldanzoso amico che spesso va a trovare i due fratelli, molto affezionato ad entrambi.

Siamo nel lasso di tempo che corre tra il 1943-45. Il fascismo ha chiuso i battenti, ma le razzie dei tedeschi in ritirata, in cerca di cibo per la sopravvivenza, perseguitano ancora i campagnoli, compresi gli appartenenti alla famiglia di Alcina, antifascista fino all’osso, ostile a questo regime prevaricante.

Alcina vorrebbe responsabilizzare il fratello diciassettenne affidandogli il delicato e pericoloso incarico di andare a prelevare carte e documenti che il capo dei partigiani periodicamente inviava agli antifascisti al fine si sapessero regolare.

Aliseo riesce nella difficile e pericolosa impresa. Ma c’è un Minghetti, feroce fascista, che induce Alcina, Aliseo e il cane, nonché la fidata vicina di casa Jone, a raggiungere i partigiani sul Pausillo. La seconda parte del romanzo è piuttosto cruenta in quanto descrive le azioni dei partigiani che si scatenano contro tedeschi e fascisti.

La tragedia non poteva brillare per assenza, in un romanzo che dopo la prima parte bucolica, profumata anche degli odori della campagna, si muta in concitata lotta. Aliseo, in una delle sue imprese, forse abbagliato dal sole, cade in una trappola tesagli dal nemico. Sotto gli occhi atterriti della sorella e dell’amico Spalterio, viene mitragliato, senza pietà, da quel Minghetti che tanto odiava gli antifascisti.

La vendetta di Alcina sarà terribile, come nelle antiche tragedie greche. Ucciderà l’uccisore del fratello, pregando Spalterio di non intromettersi. Sangue chiama sangue e questa non è certo una novità.

Alcina torna alle Case Venie, dove chiude i suoi giorni anche il cane Arduino.

Dopo tanta tragedia, c’è un finale dolce . Alcina riceve il suo primo bacio d’amore da Spalterio. Una nota tenera ad alleviare l’atmosfera cruenta degli anni della Resistenza partigiana, oltre ad essere la testimonianza del commovente rapporto tra un padre caduto in errore e una figlia desiderosa di riscattare la sua figura e la sua memoria.

Romana Petri è nata a Roma e vive tra la sua città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue numerose opere di successo, citiamo: «Ovunque io sia», (Beat 2012) e «Le serenate del Ciclone»(Neri Pozza, 2015).

Due Sicilie

IL LIBRO. Adelphi ripropone il romanzo

Gli ulani siciliani
al centro del thriller
di Lernet-Holenia

Grazia Giordani

Lo scrittore austriaco sorprende e conquista con «Due Sicilie»

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venerdì 31 marzo 2017 CULTURA, pagina 44

Aveva ragione Leonardo Sciascia – che di letteratura se ne intendeva veramente – a ritenere «Due Sicilie» il romanzo più interessante e riuscito di Alexander Lernet-Holenia che ora Adelphi, sempre a caccia di classici imperdibili, ci ripropone (pp.243, euro 19) nella bella traduzione di Cesare De Marchi.

Uscito per la prima volta nel 1942, questo labirintico thriller non ha perso nemmeno un grammo del suo fascino. «Le Due Sicilie» era l’abbreviazione de «Il Re delle Due Sicilie», nome di un reggimento di ulani dell’esercito austro-ungarico i cui appartenenti erano «Sizilien-Ulanen, ulani siciliani.

Crollato l’impero, quel reggimento si sfalda, e il colonnello Rochonville, cinque ufficiali e un sottufficiale sono i soli sopravvissuti. Ma è durante un ricevimento nella Vienna decaduta del 1925 che uno di loro, Engelshausen, viene trovato prono, la faccia rivolta al soffitto e il collo torto «come notoriamente fa il diavolo quando viene a prendersi qualcuno». Nonostante l’incipit bieco del romanzo, Lernet-Holenia non ci priva di pennellate di poesia: «La notte primaverile, in alto sopra la piazza, era di una bellezza tale che il fioco lume dei lampioni non poteva turbarla. La luna crescente riversava cascate d’argento, poi si nascose dietro una nube nelle cui anse vellutate palpitava il luccichio di stelle».

La morte di Engelshausen, forse innamorato dell’enigmatica Gabrielle, figlia del colonnello Rochonville, diventa un vero rompicapo per il commissario Gordon e i restanti ospiti della cruenta serata. Seguiranno altre morti non meno misteriose ed inesplicabili. Vittime saranno sempre gli ultimi dragoni del disciolto reggimento, nei modi più bizzarri e sofisticati, come se il diavolo in persona ci avesse posto la sua venefica coda. Assistiamo a scambi di persone, quasi l’autore si facesse giocoliere delle sorti, ci immergiamo in avventurose vicende parallele, sottolineate da visioni apocalittiche. Le figure femminili, anche minori, sono spesso gustosi ritratti, venati di elegante ironia. Il paesaggio entra nella pagina coi suoi colori e i suoi profumi. E gustiamo brani di una Sicilia che Lernet-Holenia doveva aver studiato a fondo: «La Sicilia era comunque una terra singolare. Pareva possedere la capacità se non di produrre “il diavolo”, per lo meno di adescarlo». E gustiamo descrizioni paesistiche, piene di musicale lirismo, contrapposte a diabolico magnetismo.

Sciascia sottolinea come l’autore sappia «calarsi dentro una conoscenza del cuore umano, dentro introspezioni e descrizioni, di eccezionale acutezza e delicatezza».

Questo romanzo, dal finale inaspettato e sconvolgente, è certamente uno dei punti più alti e vibranti dell’epos dell’autore, tutto da riscoprire da parte della leva dei lettori che vogliano arredare con sapienza il loro cervello, attingendo a quei classici che restano dei sempreverdi.

Di Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) Adelphi ha pubblicato, dall’uscita del «Barone Bagge» (1982), dodici libri; l’ultimo nel 2010, è stato «Ero Jack Mortimer.

Anche la copertina, per la sua eleganza, merita una menzione con la figura del Sottufficiale del 4° reggimento dragoni «Granduca di Toscana»(1813-1818). Disegno di Henry Boisselier.