Respira

IL LIBRO. «Respira», l’opera di Roberto Saporito

Fingersi morti
per rinascere
Ma forse non basta

Grazia Giordani

Se l’attacco alle Torri Gemelle diventa l’occasione per fuggire

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domenica 16 luglio 2017 CULTURA, pagina

Il nuovo romanzo di Roberto Saporito «Respira» (Miraggi, pp.112, euro 12) per alcuni versi ha una allure pirandelliana, evocandoci, anche se in forma assai diversa, l’atmosfera del «Fu Mattia Pascal».
Sopravvivere alla propria morte è un sogno letterario di lunga tradizione. Morire per rinascere, fuggire per vivere, per respirare. E quale occasione migliore per sparire dal mondo di una tragedia che il mondo l’ha cambiato?  L’11 settembre 2001 il protagonista del romanzo avrebbe dovuto trovarsi in una delle Torri Gemelle. La fuga è una decisione repentina, l’istintivo aggrapparsi a una opportunità irripetibile. Ma fuggire è lungo, estenuante, pericoloso, sanguinoso, Chi fugge viene inseguito e per tornare a respirare deve attraversare un romanzo intero. Denso e teso come un noir all’antica.

Il romanzo inizia a New York l’11 settembre2001, nel momento esatto in cui crollano le Twin Towers, ed ha come idea di fondo il grande ed intrigante tema della costruzione di una nuova identità, infatti il protagonista (la storia è raccontata alla seconda persona singolare) un mercante italiano di arte contemporanea approfitta del fatto che tutti pensino che sia morto, scomparso nel crollo delle torri gemelle per sparire davvero, e crearsi una nuova identità, appunto, da un’altra parte del mondo. Ma il fantasma del passato, la sua vecchia vita e un personaggio in particolare di allora, fatica a scrollarsi da quella nuova, trasformandosi quasi in un tormentone esistenziale, una sorta di pesantissima e ingombrante zavorra che lo tiene ancora nel passato, che fatica a passare, nonostante tutto. Quasi a dire che morire non basta per essere lasciati in pace. «Non si è mai morti abbastanza» dice a un certo punto il protagonista del romanzo.

Un libro sul tempo passato (ma anche sul ripudio dello stesso) e sulla possibilità di costruzione di un futuro nato però dal non facile affrancamento quasi dalla cancellazione piena di problemi del passato stesso, e, in ultima analisi, il romanzo italiano post 11 settembre.

Libro ambientato tra New York nel 2001, nei molti flashback nel 2011, la Provenza, il Piemonte, Le Langhe, Alba, Torino, la Toscana, Roma e in fine Venezia.

Dello stesso autore già a suo tempo avevamo apprezzato, edito da Del Vecchio, «Come un film francese», un romanzo popolato da personaggi con loro precipue caratteristiche di cui Saporito non ci risparmia veristiche descrizioni femminili, con due figure principali: il Professore – insegnante di scrittura creativa, un tempo a sua volta scrittore, ora in astinenza d’ispirazione propria, introverso e abbastanza paranoico, molto ambito dalle allieve, non solo per la sua enciclopedica cultura letteraria – e Lea, una diciassettenne dai fulvi capelli, piena di problemi e di contorsioni psichiche. Contorsioni che ritroviamo anche in «Respira» e che ci fanno pensare a quanto di se stessi sappiano portare nella scrittura gli autori del loro carattere e delle loro propensioni, in maniera brillante, originale e molto coinvolgente, per quanto concerne appunto Saporito.

Grazia Giordani

 

Il Sorcio

L LIBRO. Le opere dello scrittore francese

Arriva il Sorcio:
Simenon indaga
senza Maigret

Grazia Giordani

Il commissario è il «comprimario» Lucas, ma il romanzo conquista

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sabato 01 luglio 2017 CULTURA, pagina 48

Un Simenon fuori dai canoni tradizionali quello de «Il Sorcio» (pp.155, euro 18) che Adelphi ci presenta nella bella traduzione di Simona Mambrini. Scritto nel febbraio del 1937 a Les Tamaris, la villa che l’autore e sua moglie Tigy avevano affittato sull’isola di Porquerolles, «Il Sorcio» apparve a stampa nel 1938. Eppure, letto oggi, non ha perso nulla della sua freschezza, pur nell’assenza del commissario Maigret, cui eravamo felicemente abituati. In luogo del capo, questa volta troviamo alcuni dei suoi celebri «comprimari»: Lucas qui promosso commissario, e il super scalognato Lognon, con quella moglie sempre asservita e scontenta.

Ancora una volta Simenon ci racconta una storia che riguarda i reietti a cui lui dona una seconda possibilità. Un barbone vede cose che non avrebbe dovuto vedere e sotto l’ombra della Tour Eiffel decide di investigare per conto suo. L’autore si immedesima nel vagabondo e coinvolge noi lettori sempre più, mescolando con la sua ben nota abilità, la scomparsa di un cadavere, una banda di gangster, una «pupa» affascinante, un faccendiere ungherese, l’alta finanza, l’alta società, la Polizia giudiziaria e un rapimento da film americano.

In queste concitate pagine, trova vita un personaggio di estremo interesse: Ugo Mosselbach, detto il Sorcio che in effetti è quel piccolo roditore, nascosto in ognuno di noi, alla ricerca di dettagli senza essere osservato. Il personaggio da cui mutua il titolo il romanzo, è un anziano barbone di origine alsaziana (con un passato di organista e insegnante di solfeggio), per nulla mortificato dalla sua precaria situazione, che si comporta come un irriverente buffone, fiero della sua parte che gioca nella commedia della vita. «Per essere passibile di arresto, oltre che senza fissa dimora il vecchio avrebbe dovuto essere senza soldi. Invece, da mesi e mesi, addirittura da anni, benché non avesse un domicilio fisso, era impossibile pizzicarlo completamente al verde. Ogni tanto lo perquisivano, e capitava che non avesse il becco di un quattrino. Stavano già per cantar vittoria quando all’improvviso lui, con un sorrisetto beffardo, tirava fuori da una piega degli stracci una moneta da cento soldi».

Simenon ce lo descrive anche esteticamente simpatico, dotato di vivaci occhietti e della capacità di indossare con tale dignità sformati stracci, da rasentare l’eleganza.

La sera in cui trova un portafoglio s’illude di aver architettato un piano infallibile, tale da dovergli offrire la possibilità di comprarsi la vecchia canonica di Bischwiller-sur Moder dove spera di finire i suoi giorni. Purtroppo, il portafogli era accanto ad un cadavere e la sua sfrontatezza di condurre un’indagine parallela alla polizia, sottolineando quanto gli era antipatico Lognon, gli procurerà solo guai.

Ha l’allure di una commedia poliziesca questo romanzo dall’intreccio così ricco e frizzante che spesso provoca la risata, assecondando l’intenzione dell’autore che con questo suo «Maigret senza Maigret» più volte ci strappa un sorriso.

Anche se a Maigret restiamo molto affezionati. Passi per questa volta, ma non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare alla sagace intelligenza e alla bonomia del celeberrimo commissario.

Grazia Giordani

 

Io una volta abitavo qui

IL LIBRO. «Io una volta abitavo qui» per Adelphi

La prosa tagliente
e l’animo tortuoso
della grande Rhys

Grazia Giordani

La scrittrice inglese resa famosa da «Il grande mare dei sargassi»

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lunedì 26 giugno 2017 CULTURA, pagina 41

Chi ha letto «Il grande mare dei sargassi», capolavoro di Jean Rhys,(1890-1979), prequel di Jane Eyre, addirittura risposta postmoderna e postcoloniale al capolavoro di Charlotte Brontë, ritroverà  in «Io una volta abitavo qui» (Titolo originale: «The Collected Short Stories» pp.157, euro 16) che Adelphi ci propone tradotto da Marisa Caramella e Laura Noulian, la stessa prosa tagliente e spietata, senza mezze misure, di un’ autrice che ebbe una vita rocambolesca.  Nata in Dominica da genitori di origini britanniche, studiò a Londra sognando di fare l’attrice. Rimasta priva di risorse, dopo la morte del padre, rifiutata dallo snob mondo teatrale, per via del marcato accento caraibico, frequentò gli ambienti bohémien che descrisse nei primi romanzi usciti tra il 1929 e il 1939. Poi scomparve dalla scena letteraria, finché nel 1966 «Il grande mare dei sargassi» la consacrò fra i grandi autori di lingua inglese.
La silloge «Io una volta abitavo qui», di cui stiamo trattando, venne pubblicata in varie raccolte tra il 1927 e il 1976.
Qui la incontriamo bambina col vestito di piquet in una Dominica insieme sordida e fiabesca, poi riluttante collegiale espatriata in Inghilterra. «Un caldo e silenzioso pomeriggio di luglio mi dissero che sarei andata in Inghilterra con la zia Clare, che era nostra ospite da sei mesi. Dovevo andare a scuola in un posto che si chiamava The Perse, a Cambridge». La ragazzina irrequieta non è dello stesso parere del padre, convinto degli effetti benefici dell’educazione e della cura che potrà avere per lei e su di lei questa non amatissima zia. «Purtroppo, l’agosto a Londra era grigio e minaccioso, non freddo, ma mai limpido o fresco. La zia Clare, un’instancabile camminatrice,  mi trascinò a vedere tutti i monumenti e i posti famosi, e dopo una settimana, cominciai ad addormentarmi nei luoghi più impensati: St.Paul , Westminster Abbey, il museo di Madame Tussaud, la Wallace Collection, lo zoo, perfino in paio di negozi. La zia camminava in fretta, ma distrattamente e mi era facile restare indietro e cercare una sedia o una panchina su cui lasciarmi andare».
Proseguendo nella lettura del frizzante testo, incontriamo l’irrequieta protagonista da espatriata in Inghilterra, scendere giù a ballerina di fila a comparsa del demi-monde londinese, vedova bianca di un carcerato olandese, parigina derelitta e affamata, protegée di Ford Madox Ford e infine anziana solitaria nel piovoso Devonshire, dove il successo del «Grande mare dei sargassi» è arrivato troppo tardi, quando ormai l’autrice aveva vissuto e patito le varie identità di cui leggiamo, attoniti, addolorati e divertiti nella silloge, prevalentemente composta da racconti brevi e sfrontati, capaci anche di suscitare in noi sentimenti di pena e dolore, soprattutto quando Jean Rys sa rivelarci l’allarmante esibizione dei meandri più bui della sua contorta personalità.
Avremmo voluto almeno che la gloria letteraria non le fosse giunta così tardiva, che non avesse dovuto subire umiliazioni così cocenti di cui qui scrive come se non gliene importasse. E, invece, si capisce che ne soffre più di quanto voglia far apparire, se scrive in «Una notte»: «Senza un soldo, marcia. Peggio . . . malata e impaurita a morte! Ma peggio ancora è come odio la gente. È come se dentro di me qualcosa si ritraesse dall’umanità, rabbrividendo. Lo sguardo delle persone, soprattutto quando ridono, è meschino e crudele».
Forse, se fosse stata di animo meno tortuoso, non avrebbe saputo darci pagine tanto coinvolgenti come quelle del suo tardivo capolavoro. Dalle figure geniali dobbiamo aspettarci anche questo.
Grazia Giordani

 

 

 

 

 

 

 

Bernard Berenson-Da Boston a Firenze

L LIBRO. La nuova biografia di Rachel Cohen

Vita di un critico:
l’arte e le donne
secondo Berenson

Grazia Giordani

Ritratto a tutto tondo del grande studioso lituano americano

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lunedì 19 giugno 2017 CULTURA, pagina 33

Se ci sono biografie più coinvolgenti di un romanzo, tra queste spicca «Bernard Berenson – Da Boston a Firenze» di Rachel Cohen che Adelphi ci propone nella bella traduzione di Mariagrazia Gini (pp.326, euro 32).
Il lituano americano Bernard Berenson (1865-1959) già era stato oggetto di pregevoli biografie, del resto la sua bizzarra vita si prestava troppo al fatto che si parlasse di lui, ma la novità della biografia Cohen sta nel meticoloso modo di presentarci il personaggio, senza nulla tacere: dall’oscura nascita in Lituania, alla formazione americana, dai viaggi di studio, alle pubblicazioni che gli fruttarono ricchi guadagni. Non ultimo il rapporto che lo studioso intrecciò col mondo femminile. Cominciando dalle sorelle Senda e Bessie, proseguendo con la mecenate Isabella Stewart Gardner, non dimenticando la compagna e moglie Mary Smith Costelloe e l’amante Belle de Costa Greene, proseguendo con Edith Wharton, per giungere a Nicky Mariano. Non certi di averle ricordate proprio tutte, tanta era la vis seduttiva di questo irresistibile studioso.
Anche mistificatore, in un certo senso,  il nostro protagonista, capace di tutto per nascondere la sua umile nascita, il suo vero nome Bernard Valvrojenski, di religione ebraica. Sua intenzione, ben determinata, era quella di non languire nella frustrazione del padre, che pur con velleità intellettuali, era finito venditore di pentole porta a porta. Sul suo futuro era ben determinato, sapeva di avere in sé le stigmate del successo con tre obiettivi irrinunciabili: passare la vita ad osservare l’arte, arricchirsi e diventare scrittore. Dei tre propositi solo l’ultimo non si verificò in pieno. Ma non si può volere troppo dalla vita.
La sua fortuna dipese soprattutto dalle donne: Isabella Stewart Gardner e Mary Smith Costelloe che lo finanziarono senza risparmio, proteggendolo in ogni modo.  Visitò tutta l’Europa, divenendo un leader del mercato artistico. Infedele in amore e nel credo religioso (si vergognava di essere ebreo), la Cohen sa presentarcelo in maniera irresistibile, con penna arguta e attenta ai particolari anche minimi e non da tutti conosciuti. Quasi cinquantenne, il Nostro,   conobbe Edith Wharton e con lei intrecciò un profondo legame, eccezionalmente, d’amicizia. Un ultimo amore fu invece con Nicky Mariano che fu il suo angelo custode per gli ultimi quarant’anni di vita. Divenuto il portentoso conoscitore dello stile degli antichi maestri, sopravvissuto alla guerra e all’occupazione tedesca, terminerà i suoi giorni, novantaquattrenne, nella splendida bellezza della sua villa nei colli fiorentini, ma con l’amara consapevolezza di aver messo il suo prestigio al servizio dei grandi mercanti.

Berenson chiuse i suoi giorni il 6 ottobre 1959. Al momento del trapasso gli facevano corona la sorella Bessie, la fedele Nicky Mariano con la sorella Alda. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Seduttori si nasce e seduttori si muore.

Rachel Cohen insegna alla University of Chicago e ha scritto, fra l’altro, per il «New Yorker», il «Guardian», la «London Review of Books» e  «McSweenery’s». Di lei Adelphi ha pubblicato «Un incontro casuale» (2006). «Bernard Berenson è apparso per la prima volta nel 2013.

Grazia Giordani

Il morso

IL LIBRO. Neri Pozza pubblica la Lo Iacono

Il morso di Simona
un quarantotto
nel ventre siciliano

Grazia Giordani

Storia, verità e verosimiglianza si intrecciano dentro il romanzo

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lunedì 12 giugno 2017 CULTURA, pagina 41

Date in mano alla scrittrice siracusana Simona Lo Iacono tracce di un fatto storico e su quella immaginaria tela lei vi ricamerà un imperdibile romanzo. Infatti, il suo fresco di stampa «Il morso» (Neri Pozza, pp. 238, euro 16, 50), c’incanta per l’insolita trama sorretta da una pregevolissima eleganza stilistica.

Palermo 1847. Lucia Salvo ha sedici anni, gli occhi come «due mandorle dure» e una reputazione molto chiacchierata nella sua città, Siracusa, dove la considerano una squilibrata, mezzo scimunita, una «babba», per meglio dire una pazza. La nomea se l’è guadagnata per via del «fatto», costituito da crisi compulsive attribuibili ad epilessia. Grandi personaggi del passato ne hanno sofferto. Persino Dostoevskij.

Questa sventura aleggia addosso alla ragazza come una maledizione.

Speranzosa di risollevarne le sorti, la madre manda Lucia a Palermo a sevizio presso la nobil casa dei conti Ramacca. La ragazza vi si reca riottosa, ben sapendo che il Conte figlio è diventato un erotomane, sempre più assatanato in tema di servitù femminile, sempre in ricerca di più laide emozioni, da parte di servette condannate al sacrificio.

Quelli erano i tempi, tempi di innegabili soprusi e Simona Lo Iacono non è solo pregevole scrittrice, è anche attenta storica, soprattutto della sua terra tanto amata.

Annoiato dalle troppo permissive e arrendevoli ragazze che gli concedono le loro virtù in giochi sempre più nuovi, ma per lui mai abbastanza, il capriccioso Conte figlio è alla ricerca di nuove emozioni. Ci vorrebbe una donna che gli opponga resistenza, creandogli l’illusione di una vera caccia, non di una resa aprioristica, in nessun modo guadagnata. Caratteristica la figura dell’evirato nano Minnalò, cui l’autrice dedica cura descrittiva molto suggestiva. E sarà proprio questo fedele consigliere del conte a porgergli la sventurata Lucia che tutto era tranne che arrendevole, e reagirà propinando al libidinoso Conte figlio, un morso deciso, ben assestato, una vera mossa da roditore, da cui mutua il titolo il romanzo.

Il Conte figlio era quello che cercava. Da questo gesto di ribellione si sgranerà il rosario di tutte le aggrovigliate vicende. Tanto che Lucia diverrà un’inconsapevole eroina durante la rivoluzione siciliana del 1848, il primo moto di quell’orda di scompigli ed insurrezioni popolari che sconvolsero l’Europa tutta in quel periodo.

Leggendo questo romanzo tra verità e verisimiglianza incontreremo i numerosi personaggi, nobili e servi, conservatori e rivoluzionari, quasi tutti avvolti in un’aura di perdenti in una terra che ci appare votata al sacrificio. E qui la «babba», come viene definita Lucia, trova la propria dimensione, la propria personalità, la propria capacità di amare e di ordire persino intrighi per amore, incontrando un’ingiusta fine. Ma non troppo vogliamo anticipare al lettore.

Simona Lo Iacono, di cui tanto abbiamo ammirato il linguaggio incisivo ed efficace, pervaso da incantesimi e malie, è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo «Le streghe di Lenzavacche»(Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.

Grazia Giordani

 

 

 

Annie John

  1. IL ROMANZO. Adelphi propone l’opera di questa singolare scrittrice

    Le geografie caraibiche
    di Jamaica Kincaid

    Grazia Giordani

    «Annie John» è il racconto di un «rito di passaggio» L’adolescenza che sboccia e il rapporto con la madre

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    domenica 28 maggio 2017 CULTURA, pagina 55

    Che Jamaica Kincaid provochi uno strano turbamento, molto piacevole però, nel lettore è un fatto certo. «Il genio ha molte sorprese, e una di queste è la geografia.»- ha scritto Derek Walcott a proposito di questa singolare autrice di colore, nata nel  1949 a Saint John’s ad Antigua e Barbuda. In effetti, è proprio la geografia del suo luogo natale a permeare la prosa di «Annie John» (pp. 121, euro 14) che Adelphi ci propone nell’accurata traduzione di Silvia Pareschi.

    Sul fondale caraibico sentiamo la voce narrante dell’autrice ammaliatrice, capace di trascinarci nel suo mondo. Incontriamo fin dall’incipit pagine molto intense sul rapporto madre-figlia, sul sentimento che solo una madre può provare nei confronti di una creatura da proteggere. «Un giorno mi portarono fuori per la prima volta dopo tanto tempo. La terra non si mosse quando la calpestai. I rumori che sentivo non mi attraversarono formando un gigantesco imbuto di rabbia. Le cose che vedevo restarono al loro posto. Mia madre mi fece sedere sotto un albero, e da lì guardai un bambino al quale aveva dato sei penny perché si arrampicasse su una palma e mi prendesse delle noci di cocco. Mia madre guardò la mia faccia emaciata ed esausta e disse: “Povera Piccolina, hai un’aria tanto triste”. In quel momento non mi sentivo affatto triste. Sentivo solo che non avrei mai più voluto vedere un bambino arrampicarsi su una palma, che non avrei mai più voluto vedere il sole splendere giorno dopo giorno . . .»

    La simbiosi genetica madre-figlia, però è pronta a mutare. Il passaggio all’età adulta di Annie sarà il fattore scatenante degli screzi, delle incomprensioni, atte a creare un rovesciamento degli affetti. A fare da sfondo agli attriti personali, il fremere degli alisei, i riti della pesca e dell’obeah che si fondono e confondono in un’unica musica palpitante. Ci sono continui rimandi magici, quasi incantesimi, nel corso di tutta la narrazione «Ogni tanto le figurine nere e bianche apparivano di mattina. Mia madre disse che probabilmente era la sepoltura di un bambino, perché i bambini venivano sempre sepolti di mattina. Fino a quel momento non sapevo che i bambini morissero.»

    Naturalmente, non possiamo renderci conto di quanta verità autobiografica vi sia nel romanzo. Se diventare signorina ha coinciso per la protagonista con la perdita dell’amore di una madre prima così attenta, avrà spinto Annie a guardare il passato con iniziale nostalgia e poi con disgusto, originando in lei il desiderio di rinnegare il già vissuto, lasciandosi tutto alle spalle. Annie si era trovata in un paradiso inesplicabilmente mutato in inferno. Aveva goduto di una preadolescenza densa di affetti, fino a quando la sua bellissima giovane madre non si trasforma in un’algida nemica. «Io vivevo in un paradiso così »- dice Annie dei suoi anni di bambina; ma ogni paradiso ha il suo «orribile serpente» e sarà un tormentoso duello quotidiano a preparare il suo ingresso nell’adolescenza.

    Prima di decidersi a partire, per raggiungere l’Inghilterra, soffre di una lunghissima malattia che ha aspetti magici alla Garcia Marquez. Medici e donne che praticano la stregoneria si avvicendano al suo letto. Pagine, queste, di intensa suggestione, in linea con lo spirito  di tutto il romanzo.

    Apprendiamo da Wikipedia che Jamaica Kincaid, scrittrice antiguo barbudana volle cambiare il suo nome, poiché era nata Elaine Cynthia Potter Richardson. Attualmente, con nazionalità statunitense, vive con la sua famiglia a North Benninghton in Vermont.

    Grazia Giordani

Undici sculture di Virgilio Milani esposte a Palazzo Roncale

 

ARTE. Undici sculture dell’artista esposte a Palazzo Roncale

Rovigo, omaggio a Milani
protagonista del Novecento

Grazia Giordani

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giovedì 25 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

 

È lodevole rendere omaggio a un eminente artista della propria città. E Rovigo non si lascia sfuggire l’occasione, esponendo 11 sculture del rodigino Virgiliio Milani a Palazzo Roncale, così Fondazione Cariparo rende omaggio a uno dei protagonisti dell’arte del Novecento.

Potremo ammirare 11 sculture in bronzo che la Fondazione ha acquistato recentemente da un collezionista privato al quale lo stesso artista le aveva vendute negli anni Sessanta. Un arricchimento per la già importante collezione d’arte della Fondazione, composta da oltre 400 opere. Un nucleo importante di queste opere è esposto e visibile al pubblico a Palazzo Roncale, altre sono conservate a Palazzo del Monte di Pietà a Padova o sono temporaneamente concesse in prestito a musei o enti pubblici in occasione di prestigiose esposizioni in Italia e all’estero. Beni che la Fondazione ha acquistato negli anni con l’obiettivo non solo di conservarli, ma anche di valorizzarli, facendoli conoscere al grande pubblico.

A questa logica risponde anche la scelta di ricordare nella sua città natale uno dei principali protagonisti dell’arte del Novecento italiano come Virgilio Milani, facendo tornare a Rovigo alcune sue opere. Tra i suoi principali meriti, quello di essersi saputo confrontare in modo rigoroso con l’eredità dei grandi maestri del passato, mantenendo un costante legame col suo tempo e la sua terra, il Polesine dove trascorse l’intera esistenza fino alla morte nel 1977.Nelle sculture di Milani si ritrovano una compostezza e una classicità che rimandano alla scultura del Quattrocento, in particolare ai modelli di Donatello e di Laurana. Opere dai tratti essenziali, lontane da una descrizione troppo particolareggiata dei soggetti e specchio della personalità di questo artista, refrattario per tutta la vita alle luci della ribalta.

Con l’acquisto di queste sculture e la loro esposizione al pubblico – sottolinea Antonio Finotti, presidente della Fondazione – puntiamo a far conoscere o riscoprire un rodigino di cui tutti noi siamo orgogliosi per il suo significativo contributo all’arte del Novecento. Ci auguriamo di poter realizzare in futuro alcuni itinerari guidati che, partendo dal Palazzo Roncale, portino anche alla scoperta delle opere che Milani ha realizzato per la città di Rovigo, così da dare maggiore visibilità a una figura di notevole livello culturale