Secessioni europee

ARTE. Dal 23 settembre al 21 gennaio 2018 una mostra a Rovigo

SECESSIONI
EUROPEE

Grazia Giordani

Da Monaco a Vienna, da Roma a Praga, «l’onda della modernità» a cavallo fra ‘800 e ‘900 segna una svolta con artisti del calibro di Schiele, von Stuck, Casorati

  • giornale
  • e-mail
  • print

martedì 19 settembre 2017 CULTURA, pagina 47

Il celebre manifesto della Secessione viennese di Egon Schiele

 

S

Scandita per sezioni tematiche dedicate alle singole città europee, la mostra si apre, cronologicamente, con la secessione di Monaco. Al movimento aderirono Franz  von Stuck, di cui anticipiamo, si ammirerà «Lucifero» con bozzetto preparatorio .

Quanto alla secessione viennese, non mancherà, fra l’altro,Egon Schiele col suo magnifico manifesto specifico per la 49esima mostra della Secessione Viennese.

Praga ci mostrerà, fra l’altro, anche lo scultore Jaroslav Horeic, col suo splendido «Orpheus».

La secessione di Roma, a differenza delle consorelle, si atterrà ad un tono più aristocratico, non sperimentale, con nomi come: Enrico Lionne, Giuseppe Biasi, Plinio Nomellini e Felice Casorati, solo per citarne alcuni.

Grazia Giordani

Annunci

Il libro degli amici

Il Libro  Neri Pozza pubblica il saggio di Pecora

I grandi del ‘900
italiano nella Roma
che non c’è più

Grazia Giordani

«Il libro degli amici» è un omaggio agli anni intensi fra il ’60 e il ’90

  • e-mail
  • print

sabato 05 agosto 2017 CULTURA, pagina 41

Verrebbe proprio voglia di invidiare Elio Pecora per il paesaggio letterario, così folto di personaggi celebri, che ci presenta ne «Il libro degli amici» ( Neri Pozza, pp.142, euro 15). Non manca proprio nessuno, descritto con efficace penna, non scevra da abbandoni lirici, del resto Pecora è anche poeta.
Da Alberto Moravia, a Elsa Morante che l’autore stima molto, pur non tacendone le sottili perfidie, da Sandro Penna che ebbe una vita così singolare ed infelice, a Italo Calvino, da Francesca Sanvitale a Elsa de Giorgi, per non tacere Palazzeschi, tutti i più grandi dell’Italia letteraria, privilegiando Roma del secondo Novecento, ci balzano davanti agli occhi con i loro tic e la loro grandezza.

Vita e letteratura a quell’epoca erano tutt’uno. Che bei tempi andati e che scrittori e poeti che giganteggiano in un cielo del tutto svanito.
Chi ricorda, ormai, se non è un addetto ai lavori, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Rodolfo Wilcock e tanti altri  fra musicisti, pittori, attori di cui Pecora con penna da maestro, intinta nell’inchiostro dell’ironia, malinconico e nel contempo divertito, racconta i loro giorni dai momenti più banali ai più importanti.
Ci perdiamo anche noi, partecipi, dentro le piccole grandi invidie, i rancori.

Non vi è nulla in questa galleria di grandi delle invenzioni cinematografiche, ma la realtà umana dei loro affetti, poliedrici come sanno esserlo i sentimenti umani.

Siamo negli anni che vanno dalla metà dei Sessanta alla fine degli Ottanta, quando Roma va esaurendo gli entusiasmi succeduti alla Ricostruzione e resistiti alla Prima Repubblica. Sono anni in cui la città è gremita di cinema d’essai e di teatri d’avanguardia, di librerie affollate (che bei tempi!) e dove nelle strade del centro era ancora possibile perdersi in intelligenti meditazioni o incontrare De Chirico sulla porta del caffè Greco, i Torlonia a cavallo che scendono da Villa Borghese, Fellini che traversa piazza di Spagna, Ingrid Bergman che sembra slittare sui suoi famosi lunghi piedi.

Anche il dolore ha largo spazio in queste pagine: la morte di Pasolini, il suicidio della Rosselli. Non è un nostalgico Pecora, piuttosto lo diventiamo noi, leggendolo, ma esterna  la necessità di consegnare di quel tempo, di cui è stato testimone, una memoria ancora viva e affascinante.
Elio Pecora è nato nel 1936 e vive a Roma dal 1966. Ha pubblicato libri di poesia, di prosa, di saggistica, testi teatrali, poesie per l’infanzia.
Ha curato antologie di poesia italiana contemporanea e raccolte di fiabe popolari. Ha collaborato a lungo per la critica letteraria a quotidiani, settimanali, riviste e ai programmi culturali della Rai.

Dirige la rivista internazionale «Poeti e Poesia».

Difficile trovare un libro senza trama che tega così viva l’attenzione del lettore, quello che ama sinceramente la cultura, senza snobismi, senza plateali esibizioni.

Sono pagine queste di Pecora che si centellinano piano perché il gusto resti in bocca a lungo e la curiosità venga soddisfatta con garbo intelligente.

Grazia Giordani

Alla riscoperta del buon vino del Signor Weston

IL LIBRO. Adelphi ripropone Theodore Powys

Alla riscoperta
del buon vino
del signor Weston

Grazia Giordani

L’horror metafisico di uno scrittore che gioca la sua trama sull’allegoria

  • e-mail
  • print

venerdì 28 luglio 2017 CULTURA, pagina 45

Una delle lodevoli iniziative di Adelphi è certamente quella di ridare luce a scrittori e ad opere letterarie che altrimenti sarebbero rimasti sepolti dentro la polvere dell’oblio. E questo è il caso di «Il buon vino del Signor Weston» ( pp.286, euro22,  traduzione di Gianni Pannofino) di Theodore F. Powys (1875-1953), un romanziere e scrittore a breve storia britannica, meglio ricordato per il suo romanzo allegorico di cui stiamo trattando, dove Weston, il mercante di vino è evidentemente Dio. Del resto, figlio di un reverendo, questo strano autore, subì una forte cultura biblica che si riscontra e ripercuote nella sua scrittura. E vanta belle penne di famiglia, tra cui il poeta William Cowper . Dunque, Powys sentì profondamente la voce biblica, anche se in maniera sui generis, non convenzionale, godendo di una particolare affinità con gli scrittori del XVII e del XVIII secolo, tra cui John Bunyan, Cervantes, Jonathan Swift, Thomas Hardy e in fine più in là nel tempo, Sigmund Freud, Friedrich Nietzsche, solo per citarne alcuni fra i tanti.

L’incipit de «Il buon vino del signor Weston» già ci prepara ad una realtà fatata, sovrannaturale. Un pomeriggio di fine novembre del 1923 un vecchio furgoncino Ford con a bordo due uomini fa il suo ingresso in un piccolo villaggio della campagna inglese, seguito dall’apparizione in cielo di una grande scritta luminosa, indicante appunto il titolo del romanzo. Si crea subito un clima al di sopra del reale. Nella locanda al centro del villaggio, dove gli uomini si ritrovavano ogni sera intorno al fuoco «come miti piante carnivore», il vecchio orologio a pendolo si ferma e un inspiegabile senso di attesa si diffonde fra gli ignari e malvagi abitanti, accompagnato solo dal vago presentimento «che sarebbe successo qualcosa: come se di lì a breve «la vacca zoppa stesse per partorire un vitello a sei zampe».

Tom Burt è un personaggio che non resiste alla tentazione di spiare dentro il vecchio furgoncino Ford. «Spostò il telo alle spalle del signor Weston e sbirciò dentro, ma l’esito immediato della sua curiosità fu quanto mai allarmante; Tom cadde all’indietro e, rialzatosi alla meglio, si mise a correre più veloce che poté verso casa, senza smettere un attimo di strillare per la paura e l’orrore. Qualunque cosa avesse visto, evidentemente voleva starne alla larga, e le sue compagne, vedendolo fuggire così in fetta, furono prese dalla sua stessa paura e corsero via anche loro».

Tutti si chiedono in paese da dove vengano quei due stranieri dall’aria familiare e vorrebbero sapere che cosa si nasconda all’interno del furgone e che cosa siano venuti a vendere.

Inutile sottolineare che, procedendo nella lettura di questo sorprendente horror metafisico, anche noi vorremmo subito sapere, ma l’autore ci centellina le sorprese, quasi con bonaria perfidia.

Questo tipo di scrittura non può essere riassunta, il mistero va degustato fino all’ultima pagina. Con questo romanzo del 1927, da molti considerato il suo capolavoro, Powys sembra essere riuscito a condensare più che in ogni altro suo libro – protetto dal suo personalissimo humour di pece- la qualità essenziale del Male: impedire al Bene di essere riconosciuto.

E se un giorno davvero l’Eternità arrivasse, potremmo star certi, secondo l’ironico autore, che nessuno ci farebbe caso.

Grazia Giordani

 

Compulsion

IL LIBRO La riproduzione di Adelphi

“Compulsion” Il romanzo verità è nato con Levin

Grazia Giordani

Pubblicato nel 1956 è il precursore di un genere oggi molto alla moda

Mercoledì 26 luglio 2017

Cultura pagina 45

Ricostruire i fatti di sangue oggi è divenuto un intrattenimento di massa. Ma Meyer Levin è stato a pieno titolo un precursore col suo «Compulsion» ( Adelphi, pp.580, euro 28, con una premessa di Marcia Clark e un’introduzione di Gabriel Levin, traduzione di Gianni Pannofino).

«Prima di ‘’A sangue freddo’’, prima del ‘’Canto del boia’’, fu ‘’Compulsion’’ di Meyer Levin – scrive in premessa Marcia Clark – l’alfiere di quello che chiamiamo romanzo-verità. Lo lessi per la prima volta a otto anni. Avevo trovato su un comodino un’edizione economica ingiallita dagli anni. Non avevo la capacità di comprendere la profondità della narrazione e riconoscere la bellezza della prosa, ma fu un’esperienza indelebile. Da quel giorno, non avrei mai smesso di pensarci. Rileggendolo oggi, resto di nuovo meravigliata dal talento di Levin e dagli aspetti suggestivi e senza tempo del caso di Nathan Leopold e Richard Loeb. Per chi non sia esperto di cronaca nera, ‘’Compulsion’’ racconta la storia vera di due rampolli di famiglie multimilionarie che nel 1924, quando avevano l’uno diciannove anni e l’altro diciotto, rapirono e assassinarono un quattordicenne soltanto (a quanto pareva) per vedere che effetto faceva, per dimostrare di essere capaci. La vittima, Robert Franks, era figlio di una famiglia non meno facoltosa che apparteneva al loro stesso ambiente. Leopold e Loeb decisero di chiedere un riscatto molto basso, diecimila dollari, perché sapevano che il padre del rapito l’avrebbe pagato senza problemi».

Cosa si può arrivare a fare per dimostrare di essere superiori? Persino uccidere. Infatuati dalla teoria nietzscheana del superuomo (ricordate Raskol’nikov in «Delitto e castigo»?) per dimostrare la loro superiorità sui più deboli, questi due arrivano al delitto più efferato. In tribunale, un avvocato contrario alla pena di morte, riesce a salvarli con l’ergastolo. Da questa storia forte, incredibile, che per lunghi anni appassionò gli interessati alle storie del crimine, è stato tratto da Hitchcok un omonimo capolavoro cinematografico «Nodo alla gola».

Il romanzo non è prettamente giudiziario, ma è teso nel rapporto di sfida e nell’incomunicabilità tra il vivere civile e lo sprezzante atteggiamento del classismo ideologico. La meravigliosa arringa dell’avvocato che salva i due assassini dalla pena di morte lascerà il lettore con un dubbio morale e personale, diviso tra il desiderio di vendetta e la necessità di vedere i fatti in altro angolo visuale.

Quel che è certo, nessun lettore resterà indifferente, senza una propria valutazione emotiva.

Meyer Levin (1905-1981), uno dei migliori scrittori americani della tradizione realista, è stato giornalista, romanziere e drammaturgo. Cresciuto a contatto con l’ambiente della ricca Chicago degli anni Venti, conobbe all’università Nathan Leopold e Richard Loeb, i due giovanissimi assassini dei quali indagò personalità e moventi dopo aver seguito, in qualità di reporter del «ChicagoDaily News», gli sviluppi dell’inchiesta. Il romanzo è uscito per la prima volta nel 1956.

Grazia Giordani

Respira

IL LIBRO. «Respira», l’opera di Roberto Saporito

Fingersi morti
per rinascere
Ma forse non basta

Grazia Giordani

Se l’attacco alle Torri Gemelle diventa l’occasione per fuggire

  • giornale
  • e-mail
  • print

domenica 16 luglio 2017 CULTURA, pagina

Il nuovo romanzo di Roberto Saporito «Respira» (Miraggi, pp.112, euro 12) per alcuni versi ha una allure pirandelliana, evocandoci, anche se in forma assai diversa, l’atmosfera del «Fu Mattia Pascal».
Sopravvivere alla propria morte è un sogno letterario di lunga tradizione. Morire per rinascere, fuggire per vivere, per respirare. E quale occasione migliore per sparire dal mondo di una tragedia che il mondo l’ha cambiato?  L’11 settembre 2001 il protagonista del romanzo avrebbe dovuto trovarsi in una delle Torri Gemelle. La fuga è una decisione repentina, l’istintivo aggrapparsi a una opportunità irripetibile. Ma fuggire è lungo, estenuante, pericoloso, sanguinoso, Chi fugge viene inseguito e per tornare a respirare deve attraversare un romanzo intero. Denso e teso come un noir all’antica.

Il romanzo inizia a New York l’11 settembre2001, nel momento esatto in cui crollano le Twin Towers, ed ha come idea di fondo il grande ed intrigante tema della costruzione di una nuova identità, infatti il protagonista (la storia è raccontata alla seconda persona singolare) un mercante italiano di arte contemporanea approfitta del fatto che tutti pensino che sia morto, scomparso nel crollo delle torri gemelle per sparire davvero, e crearsi una nuova identità, appunto, da un’altra parte del mondo. Ma il fantasma del passato, la sua vecchia vita e un personaggio in particolare di allora, fatica a scrollarsi da quella nuova, trasformandosi quasi in un tormentone esistenziale, una sorta di pesantissima e ingombrante zavorra che lo tiene ancora nel passato, che fatica a passare, nonostante tutto. Quasi a dire che morire non basta per essere lasciati in pace. «Non si è mai morti abbastanza» dice a un certo punto il protagonista del romanzo.

Un libro sul tempo passato (ma anche sul ripudio dello stesso) e sulla possibilità di costruzione di un futuro nato però dal non facile affrancamento quasi dalla cancellazione piena di problemi del passato stesso, e, in ultima analisi, il romanzo italiano post 11 settembre.

Libro ambientato tra New York nel 2001, nei molti flashback nel 2011, la Provenza, il Piemonte, Le Langhe, Alba, Torino, la Toscana, Roma e in fine Venezia.

Dello stesso autore già a suo tempo avevamo apprezzato, edito da Del Vecchio, «Come un film francese», un romanzo popolato da personaggi con loro precipue caratteristiche di cui Saporito non ci risparmia veristiche descrizioni femminili, con due figure principali: il Professore – insegnante di scrittura creativa, un tempo a sua volta scrittore, ora in astinenza d’ispirazione propria, introverso e abbastanza paranoico, molto ambito dalle allieve, non solo per la sua enciclopedica cultura letteraria – e Lea, una diciassettenne dai fulvi capelli, piena di problemi e di contorsioni psichiche. Contorsioni che ritroviamo anche in «Respira» e che ci fanno pensare a quanto di se stessi sappiano portare nella scrittura gli autori del loro carattere e delle loro propensioni, in maniera brillante, originale e molto coinvolgente, per quanto concerne appunto Saporito.

Grazia Giordani

 

Il Sorcio

L LIBRO. Le opere dello scrittore francese

Arriva il Sorcio:
Simenon indaga
senza Maigret

Grazia Giordani

Il commissario è il «comprimario» Lucas, ma il romanzo conquista

  • giornale
  • e-mail
  • print

sabato 01 luglio 2017 CULTURA, pagina 48

Un Simenon fuori dai canoni tradizionali quello de «Il Sorcio» (pp.155, euro 18) che Adelphi ci presenta nella bella traduzione di Simona Mambrini. Scritto nel febbraio del 1937 a Les Tamaris, la villa che l’autore e sua moglie Tigy avevano affittato sull’isola di Porquerolles, «Il Sorcio» apparve a stampa nel 1938. Eppure, letto oggi, non ha perso nulla della sua freschezza, pur nell’assenza del commissario Maigret, cui eravamo felicemente abituati. In luogo del capo, questa volta troviamo alcuni dei suoi celebri «comprimari»: Lucas qui promosso commissario, e il super scalognato Lognon, con quella moglie sempre asservita e scontenta.

Ancora una volta Simenon ci racconta una storia che riguarda i reietti a cui lui dona una seconda possibilità. Un barbone vede cose che non avrebbe dovuto vedere e sotto l’ombra della Tour Eiffel decide di investigare per conto suo. L’autore si immedesima nel vagabondo e coinvolge noi lettori sempre più, mescolando con la sua ben nota abilità, la scomparsa di un cadavere, una banda di gangster, una «pupa» affascinante, un faccendiere ungherese, l’alta finanza, l’alta società, la Polizia giudiziaria e un rapimento da film americano.

In queste concitate pagine, trova vita un personaggio di estremo interesse: Ugo Mosselbach, detto il Sorcio che in effetti è quel piccolo roditore, nascosto in ognuno di noi, alla ricerca di dettagli senza essere osservato. Il personaggio da cui mutua il titolo il romanzo, è un anziano barbone di origine alsaziana (con un passato di organista e insegnante di solfeggio), per nulla mortificato dalla sua precaria situazione, che si comporta come un irriverente buffone, fiero della sua parte che gioca nella commedia della vita. «Per essere passibile di arresto, oltre che senza fissa dimora il vecchio avrebbe dovuto essere senza soldi. Invece, da mesi e mesi, addirittura da anni, benché non avesse un domicilio fisso, era impossibile pizzicarlo completamente al verde. Ogni tanto lo perquisivano, e capitava che non avesse il becco di un quattrino. Stavano già per cantar vittoria quando all’improvviso lui, con un sorrisetto beffardo, tirava fuori da una piega degli stracci una moneta da cento soldi».

Simenon ce lo descrive anche esteticamente simpatico, dotato di vivaci occhietti e della capacità di indossare con tale dignità sformati stracci, da rasentare l’eleganza.

La sera in cui trova un portafoglio s’illude di aver architettato un piano infallibile, tale da dovergli offrire la possibilità di comprarsi la vecchia canonica di Bischwiller-sur Moder dove spera di finire i suoi giorni. Purtroppo, il portafogli era accanto ad un cadavere e la sua sfrontatezza di condurre un’indagine parallela alla polizia, sottolineando quanto gli era antipatico Lognon, gli procurerà solo guai.

Ha l’allure di una commedia poliziesca questo romanzo dall’intreccio così ricco e frizzante che spesso provoca la risata, assecondando l’intenzione dell’autore che con questo suo «Maigret senza Maigret» più volte ci strappa un sorriso.

Anche se a Maigret restiamo molto affezionati. Passi per questa volta, ma non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare alla sagace intelligenza e alla bonomia del celeberrimo commissario.

Grazia Giordani

 

Io una volta abitavo qui

IL LIBRO. «Io una volta abitavo qui» per Adelphi

La prosa tagliente
e l’animo tortuoso
della grande Rhys

Grazia Giordani

La scrittrice inglese resa famosa da «Il grande mare dei sargassi»

  • e-mail
  • print

lunedì 26 giugno 2017 CULTURA, pagina 41

Chi ha letto «Il grande mare dei sargassi», capolavoro di Jean Rhys,(1890-1979), prequel di Jane Eyre, addirittura risposta postmoderna e postcoloniale al capolavoro di Charlotte Brontë, ritroverà  in «Io una volta abitavo qui» (Titolo originale: «The Collected Short Stories» pp.157, euro 16) che Adelphi ci propone tradotto da Marisa Caramella e Laura Noulian, la stessa prosa tagliente e spietata, senza mezze misure, di un’ autrice che ebbe una vita rocambolesca.  Nata in Dominica da genitori di origini britanniche, studiò a Londra sognando di fare l’attrice. Rimasta priva di risorse, dopo la morte del padre, rifiutata dallo snob mondo teatrale, per via del marcato accento caraibico, frequentò gli ambienti bohémien che descrisse nei primi romanzi usciti tra il 1929 e il 1939. Poi scomparve dalla scena letteraria, finché nel 1966 «Il grande mare dei sargassi» la consacrò fra i grandi autori di lingua inglese.
La silloge «Io una volta abitavo qui», di cui stiamo trattando, venne pubblicata in varie raccolte tra il 1927 e il 1976.
Qui la incontriamo bambina col vestito di piquet in una Dominica insieme sordida e fiabesca, poi riluttante collegiale espatriata in Inghilterra. «Un caldo e silenzioso pomeriggio di luglio mi dissero che sarei andata in Inghilterra con la zia Clare, che era nostra ospite da sei mesi. Dovevo andare a scuola in un posto che si chiamava The Perse, a Cambridge». La ragazzina irrequieta non è dello stesso parere del padre, convinto degli effetti benefici dell’educazione e della cura che potrà avere per lei e su di lei questa non amatissima zia. «Purtroppo, l’agosto a Londra era grigio e minaccioso, non freddo, ma mai limpido o fresco. La zia Clare, un’instancabile camminatrice,  mi trascinò a vedere tutti i monumenti e i posti famosi, e dopo una settimana, cominciai ad addormentarmi nei luoghi più impensati: St.Paul , Westminster Abbey, il museo di Madame Tussaud, la Wallace Collection, lo zoo, perfino in paio di negozi. La zia camminava in fretta, ma distrattamente e mi era facile restare indietro e cercare una sedia o una panchina su cui lasciarmi andare».
Proseguendo nella lettura del frizzante testo, incontriamo l’irrequieta protagonista da espatriata in Inghilterra, scendere giù a ballerina di fila a comparsa del demi-monde londinese, vedova bianca di un carcerato olandese, parigina derelitta e affamata, protegée di Ford Madox Ford e infine anziana solitaria nel piovoso Devonshire, dove il successo del «Grande mare dei sargassi» è arrivato troppo tardi, quando ormai l’autrice aveva vissuto e patito le varie identità di cui leggiamo, attoniti, addolorati e divertiti nella silloge, prevalentemente composta da racconti brevi e sfrontati, capaci anche di suscitare in noi sentimenti di pena e dolore, soprattutto quando Jean Rys sa rivelarci l’allarmante esibizione dei meandri più bui della sua contorta personalità.
Avremmo voluto almeno che la gloria letteraria non le fosse giunta così tardiva, che non avesse dovuto subire umiliazioni così cocenti di cui qui scrive come se non gliene importasse. E, invece, si capisce che ne soffre più di quanto voglia far apparire, se scrive in «Una notte»: «Senza un soldo, marcia. Peggio . . . malata e impaurita a morte! Ma peggio ancora è come odio la gente. È come se dentro di me qualcosa si ritraesse dall’umanità, rabbrividendo. Lo sguardo delle persone, soprattutto quando ridono, è meschino e crudele».
Forse, se fosse stata di animo meno tortuoso, non avrebbe saputo darci pagine tanto coinvolgenti come quelle del suo tardivo capolavoro. Dalle figure geniali dobbiamo aspettarci anche questo.
Grazia Giordani