Finché notte non sia più

downloadIL LIBRO. L’editrice Neri Pozza propone la seconda opera della 38enne scrittrice parmense, «Finché notte non sia più»
Amadei, il romanzo esplode solo alla fine

Grazia Giordani
La storia di Caterina si accende solo nelle ultime righe: un racconto che è volutamente a ritmo lento
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martedì 22 novembre 2016 CULTURA, pagina 47
Oggi in ARENA

Dopo aver affrontato un romanzo labirintico e sconvolgente come «Vita e morte di Émile Ajar», si resta alquanto perplessi e un po’ spiazzati, addentrandosi nelle pagine della 38enne scrittrice parmense Novita Amadei, con il suo secondo romanzo «Finché notte non sia più» (pp. 236, 16,50 euro). Ma, del resto, chi l’ha detto che Neri Pozza, editore di entrambi gli autori, debba seguire lo stesso filone letterario?Superata l’iniziale perplessità, ci si abbandona al fluire delicato della prosa della Amadei, lieti della calma che sa suscitare, con i suoi personaggi del vivere consueto, quasi apatici, come spesso è la vita reale.Da una Roma di periferia ad un piccolo villaggio francese, dove Caterina, la protagonista, si rifugia da sua zia Liliana, sfuggendo alle soffocanti intromissioni della madre, e nel contempo cercando di dare un senso alla sua vita, viaggiamo anche noi lettori, lasciandoci alle spalle la capitale decadente e chiassosa, incantati dallo statico paesaggio francese del borgo antico, dove tutto sembra ubbidire ad un placido avvicendarsi delle stagioni. Parrebbe quasi una storia senza storia, ma è proprio nella quotidianità che vive la trama.La bionda Caterina alla prospettiva di lavorare in un poliambulatorio, unisce quella di aiutare la zia Liliane nel «Liliane coiffure». Nel paesino dove tutti si conoscono e sanno tutto di tutti, tra una lezione privata di francese e l’altra, con un appassionato ex professore, Caterina incontra Delio. Un anziano signore che malamente nasconde un intenso passato e il progredire di una inesorabile malattia. Caterina promette a se stessa di prendersi cura dell’uomo tanto provato e del suo cane malridotto. Un invisibile «fil rouge» del destino sembra unirli. La sera stessa la ragazza riempie una valigia e si stabilisce nel casolare accanto alla casa di Delio. Il vecchio vive duri momenti di vita. Paesaggi dell’animo pieno di rimpianti e paesaggi esterni di viottoli intrigati da sterpaglie, cavalcano la stessa metafora dell’abbandono.La sensibile protagonista del romanzo si avvede anche di un’altra angoscia del vecchio, già colpito dalla morte della moglie Teresa. Gli manca da oltre quattro anni la presenza del figlio Daniele, un bel giovane dall’aspetto prestante, rimpianto forse anche da qualche ragazza del luogo. Perché questa sua lontananza? Un insanabile dissidio col padre? Quando la riconciliazione parrebbe perduta, proprio allora, Daniele compare sull’uscio di casa. E Caterina, tormentandosi una ciocca dei suoi capelli biondo ruggine, con un film al rallentatore, lo accoglie con un sorriso di imbarazzo, il cuore che batte a mille.Un romanzo volutamente a ritmo lento, abbiamo detto. Senza colpi di scena eclatanti, con personaggi che si lasciano vivere come in una trama di James Joyce.Se il lettore cercasse l’ardore della passione, la forza dei sentimenti, resterebbe deluso, pensavamo procedendo nella lettura di queste poetiche pagine. Ma la sorpresa sta nell’epilogo quando l’autrice regala l’esplodere di una infocata passione fra Caterina e Daniele, quasi la Amadei avesse voluto prendersi gioco dei lettori, infiammando di eros la pagina, proprio nelle ultime righe.

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Grazia Giordani
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Il peccatore eletto

Il peccatore eletto:

quando il «doppio»

diventa romanzo

«Le Confessioni risalgono al 1824

e sono un classico della letteratura»

Grazia Giordani

A conferma del fatto che i classici siano degli evergreen, per nulla scalfiti dal tempo, anzi arricchiti dalle nuove interpretazioni, man mano che gli anni passano, la casa editrice Superbeat ci propone la nuova edizione di «Confessioni di un peccatore eletto» (pp.201, euro15) di James Hogg (1770-1835), considerato il capolavoro dello scrittore scozzese. Difficile, se non impossibile, definire il genere dell’opera, tanto è composita la materia. Sul clima «gotico» del noir, (in un certo senso «Cime tempestose della ë Brontë docet, con la figura evanescente del fantasma), qui aggiungiamo un protagonista macerato dallo strazio dell’introspezione.

Spesso il romanzo, datato 1824, viene citato quale precursore di «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide» diRobert Louis Stevenson. E l’affinità la vediamo tutta, non per la trama in sé, ma per il clima dello sdoppiamento che vibra all’interno dell’opera.

Il romanzo, conosciuto anche come «Confessioni di un peccatore impeccabile», passò quasi sotto silenzio, se non fosse stato André Gide, scopritore anche di altri talenti, a capirne il tortuoso valore.

Ci troviamo al cadere del XVII secolo nella tenuta   scozzese di Dalcastle. Personaggio principale è Robert Wringhim, ultimogenito di una famiglia di proprietari terrieri, tali Colwan. Rifiutato dal padre, il giovane viene cresciuto da una madre bigotta e fanatica religiosa. Ripudiato quindi dal «laid»- così in Scozia era definito il proprietario terriero – viene riconosciuto dal pastore calvinista Mr Whinghim, il reverendo, assai presente nella vita della madre  che decide, quindi, di dare al ragazzo il suo cognome.

Nasce da questa circostanza la pericolosa tematica della «predestinazione» da cui ci si può ritenere degli «eletti da Dio», quindi autorizzati a compiere anche gravi colpe, senza mai perdere la grazia. Non riteniamo che Raskol’nikov di dostoevskiana memora (vedi «Delitto e castigo) si ponesse il problema della grazia, eppure tutti questi Superuomini – in un modo o nell’altro – vivono la persuasione che sia loro tutto concesso. L’idolatria del padre putativo viene assorbita anche dal figlio la cui vita resta sconvolta dall’incontro con un misterioso personaggio Gil-Martin, in cui è possibile leggere uno sdoppiamento della personalità dello stesso Robert – e qui, di nuovo propendiamo a Dostoievskij –  o addirittura alla personificazione del male.

«Ricordo più che altro una gran confusione riguardo ai miei peccati e ai miei pentimenti, non sapendo nemmeno da che parte cominciare e avevo spesso una gran paura di non essere in Cristo e che Dio sarebbe stato per me un fuoco divoratore. Non potevo impedirmi di commettere sempre nuovi peccati, ma in famiglia non mancavano mai di trattarmi con clemenza, infliggendomi ogni qualvolta le mie malefatte venivano scoperte, una punizione corporale che mi faceva pentire con tutto il cuore».

L’odio per il fratello George, preferito dal padre naturale, mentre gode tranquillità e favori nella tenuta di Dalcastle, scatena nell’animo di Robert un vero delirio, per cui compie azioni punitive nei confronti di chi ritiene esser peccatori, portandolo ad azioni estreme, tra cui il gesto di Caino, di uccisione dell’invidiato fratello, cui seguiranno pentimento e suicidio finale.

Leggiamo quindi un romanzo nel romanzo, diviso in tre parti, con elementi discordanti che offre al nostro immaginario una labirintica altalena. Satira dei paradossi della fede, ironia a spese dei bigotti e molto altro possiamo ricavare da questa avvitata lettura inquietante, che scava nel profondo, cavalcando l’ossimoro della crime novel che sa diventare fantasy

Vita e morte di Émile Ajar» (

Vita e morte di Ajar

Ecco l’ultima beffa

di Romain Gary

 

Lo scrittore francese concluse

 il romanzo prima di suicidarsi

Grazia Giordani

Se vi picesse immaginare uno scrittore sui generis, fuori dagli schemi, imprevedibile, indescrivibile, siete serviti. Lo avete trovato in Romain Gary, cui Neri Pozza sta dedicando particolare cura e già nel centenario della sua nascita (Vilnius 1914-Parigi, 1980), aveva pubblicato una nuova edizione del toccante romanzo «La vita davanti a sé», un libro storico perché conferì all’autore un primato difficilmente ripetibile: vincere due volte il Prix Goncourt, massimo riconoscimento letterario francese, ma con due nomi diversi. Come Romain Gary lo aveva già vinto con «Le radici nel cielo», nel 1956. Nel 1975, il trionfo con «La vita davanti a sé» (che diventò film da Oscar, Simone Signoret protagonista), ma con il nome di Émile Ajar, sulla copertina.

Ed ora, possiamo leggere, sempre per Neri Pozza, «Vita e morte di Émile Ajar» ( pp. 124 , euro 12, traduzione e preziosa postfazione di Riccardo Fedriga).

È la storia di una beffa, visto che Romain Gary era stato bollato, dalla più autorevole critica francese, come uno scrittore finito, «a fine carriera». Un autore, passato, che non ha più nulla da dire. Invece, Gary ha compiuto il suo miracolo, ovvero essere personaggio di se stesso, l’unica forma di autenticità che gli riesce di tollerare.

Con «Vie et mort d’Émile Ajar», adesso abbiamo dunque sotto gli occhi un piccolo capolavoro, una di quelle gemme che i francesi chiamano «cabochon». Un vero testamento letterario (le prime pagine forniscono istruzioni per la lettura del testo) di un uomo Roman Kacew, in arte Gary,che è finalmente riuscito ad essere l’unico autore capace di vivere nei quattro romanzi firmati come Ajar. Il personaggio più noto è appunto Ajar, scrittore di finzione che non esiste nella realtà. Il plot narrativo, quasi impossibile da raccontare, se non ci si prende la briga di leggere il contorto libro, ci induce a credere che Ajar sia un giovane scrittore, esule in Brasile, impossibilitato a tornare in Francia, quindi, identificato con un lontano cugino, Paul Pavolwitch.

Siamo di fronte alla più grande mistificazione letteraria della storia, in cui il cerebrale autore, sdoppiandosi, crea la vera «poetica del fare pseudo», ovvero inventare un personaggio altro a se stesso e da se stesso,

Quindi, Émile Ajar, vivrà fino a quando Pavlowitch, uomo reale, si assumerà la paternità dello pseudonimo. La commedia, meglio sarebbe dire tragedia finirà e moriranno tutti, Gary, suicida, e Ajar imprigionato nella finzione che l’aveva creato.

Con la consacrazione del Goncourt ad Ajar, Gary aveva coronato il suo sogno di essere un personaggio letterario, entrando in terza persona nei suoi stessi romanzi.

«Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie»; il 21 marzo1979 Romain Gary terminò con queste lapidarie parole la stesura della breve opera di cui stiamo parlando. Due giorni prima di togliersi la vita, con un colpo di pistola nel suo appartamento di rue du Bac a Parigi,; il 30 novembre 1980, provvide ad inviarla al suo editore, Robert Gallimard, con la raccomandazione di renderla pubblica, previa intesa col figlio Diego.

Pubblicate allora e rilette oggi, quelle pagine singolari che avevano sconvolto il mondo letterario parigino, non appaiono solo come la confessione divertita di una delle più grandi mistificazioni letterarie, ma anche come un autentico testamento che illumina e chiarisce l’idea di letteratura che ha guidato l’intera opera di Romain Gary.

 

 

Daphne

daphneIL LIBRO. La biografia romanzata della Maurier

«Daphne», vita
di una scrittrice
controcorrente

Grazia Giordani

La proposta di Neri Pozza firmata dalla francese Tatiana de Rosnay

Neri Pozza ci propone ora una biografia più avvincente di un romanzo: «Daphne» (Titolo originale «Manderley for ever, pp.427, euro18), scritta da Tatiana de Rosnay che sa regalarci l’affascinante illusione di aver camminato a fianco della celebre Autrice, tanta è l’immedesimazione che riesce a creare col reale personaggio. Eppure, parecchi decenni temporali le separano: Daphne du Maurier è nata il 13 maggio 1907 a Mayfair, in un’imponente dimora dal frontespizio neoclassico, figlia degli attori di teatro Gerald e Muriel Beaumont.

Tatiana de Rosnay è nata nel 1961 a Neully-sur Seine, nei sobborghi di Parigi.

Innegabile, anche se il tempo reale le separa, una sottile affinità tra le due scrittrici, entrambe con un’ascendenza in parte francese, entrambe con una famiglia importante (scienziati, attori, pittori in quella della Rosnay, mentre il padre di Daphne fu il più famoso attore di teatro del suo tempo, e le sorelle di Dapne furono a loro volta scrittrici e pittrici). Probabilmente, queste affinità di nascita hanno contribuito a rendere tanto vibrante il personaggio, già ricco di charme.

Quasi ci dispiace chiudere l’ultima pagina di una biografia che ci ha fatto ritrovare un’autrice amatissima . E qui la vediamo nell’incipit vivere nel prestigioso quartiere residenziale di Mayfair, una bella bambina di quattro anni, bionda, dagli occhi azzurri e al suo fianco vediamo la sorella maggiore Angela e la piccola Jeanne, appena rientrate a casa dal parco insieme alla loro balia. Nella bella abitazione vivevano l ‘estroso padre Gerald, celebre attore che «ogni sera recita a essere qualcun altro», con la moglie Muriel che ha voluto lasciare tutte le glorie teatrali all’egocentrico e seduttore marito.

Nella primavera del 1916, la famiglia du Maurier si era trasferita ad Hampstead, nella parte nord di Londra, in una grande casa, Cannon Hall. Le tre sorelle si divertivano ad allestire rappresentazioni teatrali dove Dapne voleva sempre rappresentare personaggi maschili. L’istrionico Gerald raccontava spesso alle sue bambine del loro nonno George du Maurier, pittore e romanziere, nato a Parigi, i cui libri avevano aperto all’acuta bambina il vasto mondo della lettura: Dickens, le sorelle Bronte, Scott, Stevenson, Wilde. Fin dall’adolescenza, Daphne aveva capito cosa voleva fare da grande: «scrivere libri in cui il suo lettore non resti mai indifferente».

Daphne non si negò nulla nella sua giovinezza, nemmeno relazioni saffiche, quando iniziò una storia con l’insegnante del collegio in cui studiava, ed era già sposata quando ebbe un vero e proprio colpo di fulmine per la moglie del suo editore americano, da cui fu respinta con eleganza. E tuttavia, quando la Nostra conobbe «Boy Browning», bello, baciato dalla gloria, dopo il ritorno dalla Grande Guerra, appassionato di vela e di mare alla sua stessa stregua, capì di aver trovato l’uomo conforme alle sue aspettative. Nel 1932 si sposarono. La nostra eroina era venticinquenne, ed aveva già pubblicato «Spirito d’amore».

La duplice natura sessuale dell’Autrice non si smentì mai, gravata da un sentimento, solo sentimento, incestuoso nei confronti del padre.

Sfortunatamente, il matrimonio così brillante, entrò in crisi per le lunghe assenze del marito per questa donna sui generis, legata da affetto speciale per il figlio maschio Kit, a detrimento delle due figlie Tessa e Flavia. Chi di noi ha letto quasi l’opera omnia di Daphne du Maurier, certamente resta legata alla figura indimenticabile di «Rebecca», il romanzo del 1938, a cui il nome dell’Autrice sarebbe rimasto collegato, più che a qualunque altro libro avesse scritto in seguito, quello che la maggior parte delle persone che bussavano alle porte del maniero Menabilly (la vera Manderley, fra le cui oscure mura si dipana il tenebroso, avvincente romanzo), recavano in mano, golosi di una firma dell’Autrice.

Tatiana de Rosnay ricrea ambienti, personaggi, clima interiore, sentimenti. Ci fa sentire il dolore per la morte del marito dell’Autrice, avvenuta nel 1965 e ci fa capire la scelta di Daphne di vivere in solitudine, fino al 1989, data della sua morte a Fowey. Eppure, resterà nei nostri cuori.

Grazia Giordani

 

 

 

daphne

Addio a tutto questo

IL LIBRO. L’autobiografia dello scrittore inglese

Graves, una vita
segnata dal sangue
della prima guerra

Grazia Giordani

«Addio a tutto questo» racconta una generazione morta in trincea

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venerdì 28 ottobre 2016 CULTURA, pagina 45

 

Robert Graves nella sua intensa autobiografia «Addio a tutto questo» (Adelphi pp.398, euro 20, traduzione di Annalisa Carena, con preziosa nota di Ottavio Fatica), ci conduce sia all’interno delle celebri public school inglesi che nelle tragiche trincee della prima guerra mondiale, dove un’intera generazione di giovani venne brutalmente trucidata.

In questa corposa lettura c’imbattiamo, quindi, nei primi ricordi d’infanzia dell’autore, quando la crescita in una famiglia in cui si mescolavano radici irlandesi, danesi e tedesche, fornì al giovane Robert un ambiente nel contempo rispettoso delle tradizioni, ma aperto al confronto e alla discussione, circostanza che regalò allo scrittore una personalità fuori dagli schemi inamidati e convenzionali. Fatto che gli creò  in seguito delle difficoltà con il rigido sistema educativo britannico, contrasto che si acuì col passaggio alla scuola superiore di Charterhouse, dove l’amore per lo studio e soprattutto la parentela germanica, poteva inimicargli i compagni, in un periodo di anni difficili per le forti tensioni estere. A dar sollievo al giovane Robert, la nascita di sincere amicizie e la grande passione per la poesia, cui si aggiunse la pratica del pugilato, espediente efficace per tenere lontani i vessatori e gli aggressivi.

Lo seguiamo anche nel suo primo amore platonico per un compagno più giovane.

Alla fine del liceo, sarà la guerra a far sentire la sua cruenta voce. Il giovane si arruola volontario, nonostante provasse riserve nei confronti del conflitto. E dopo un breve addestramento da ufficiale nel valoroso corpo dei Royal Welsh Fusiliers, ed un difficile servizio in patria, comincia l’avventura della guerra in trincea in Francia, affrontando pericoli e soprattutto mortificazioni dal conteggio implacabile delle perdite umane.

Il giovane ufficiale avrà così modo di vivere la più disastrosa guerra mai sperimentata prima dal genere umano, sostenuta anche dal senso dell’onore e di fratellanza che si crea tra chi è vittima dello stesso destino, consapevole della vacua propaganda giornalistica. Sarà forte la depressione per il senso d’impotenza nei confronti degli insensati massacri.

Anche l’amicizia con il giovane Siegfried Sassoon, con cui condivide la passione per la poesia, sarà un fugace sollievo, in mezzo alla morte che incombe sui campi di battaglia. Il 20 luglio 2016, è una data fatale per il giovane, ormai promosso capitano, quando riportò una grave ferita ai polmoni. Inizialmente creduto morto, comparso nella lista dei caduti, tornò su un treno ospedale a Wimbledon per la convalescenza in patria.

Rischia conseguenze, ritenuto pacifista.

Un po’ di meritata tranquillità gli viene dal matrimonio con la giovane Nancy Nicholson. L’armistizio del novembre 1918 e la nascita di una prima figlia, lo spingono al congedo e alla ripresa degli studi interrotti ad Oxford. Qui conoscerà altri personaggi importanti della cultura inglese e farà amicizia con Thomas Edward Lawrence.

Dopo una sfortunata esperienza commerciale, le difficoltà economiche lo spingeranno in Egitto, per un lavoro che non gli procurerà soddisfazioni.

Il capolavoro di Graves (1885-1985) è in sintesi un commiato alla patria e ad un mondo che si è sbriciolato su campi di battaglia. È l’addio di un’intera generazione che la guerra ha annientato

Sylvia

IL LIBRO. Tradotto il romanzo di Michaels

Sylvia, l’amore
malato precipita
verso il suicidio

Grazia Giordani

La morte della moglie dell’autore e il dramma dell’incomunicabilità

 

 

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giovedì 13 ottobre 2016 CULTURA, pagina 47

È uno sconvolgente e perturbante romanzo «Sylvia» di Leonard Michaels che Adelphi (pag. 129, 16 euro) ci propone ora tradotto da Vincenzo Vergiani.Racconta del suicidio della prima moglie dell’autore nel Greenwich Village agli albori degli anni Sessanta, ovvero nel periodo in cui «Elvis Presley e Allen Ginzberg erano i re del sentimento e la parola «ama» risuonava come un proclama con la forza di «uccidi» e attraverso le finestre del soggiorno si sentiva la gente camminare in un carnevale demente, urlante, attaccando briga, assetata di cattiveria».Ci troviamo sotto gli occhi, proseguendo nella lettura, l’esempio più classico di un «amour fou», di un sentimento che se non sapessimo aver legato veramente lo scrittore a questa stranissima donna, potrebbe suonare come mera invenzione letteraria.La narrazione è uno strano ibrido verosimile di un fatto, purtroppo, realmente accaduto, giocato sui brani di diario (dal dicembre 1960 all’agosto 1963), capaci di creare l’espressione più tangibile tra memoir e romanzo. Un percorso nel quale l’amore poco a poco precipita verso la morte.In «Sylvia» l’amore inizia nel più casuale dei modi, come spesso accade nella vita di molti di noi.Dopo un insoddisfacente corso post universitario, Leonard torna a New York, supportato da una famiglia sempre compiacente e protettiva. Va a trovare una vecchia amica nel Village che gli presenta un’enigmatica ragazza bruna, dal fascino egizio. La scintilla d’amore si accende immediata, scrive l’autore.Il romanzo assurge alla dimensione paranoide di un saggio sul disturbo della personalità di cui la protagonista è chiaramente affetta, maniacale in tutto e, ai nostri occhi, abbastanza insopportabile.Ma Leonard l’ama, l’asseconda, mentre Sylvia, ossessionata anche dalle dimensioni del suo naso che non ha nulla di anomalo, cade in una spirale senza fine di gelosie e sospetti.Ci sembra di sentire l’odore perverso della droga che aleggia nell’aria del sordido appartamentino in cui vivono i due protagonisti che finiranno – ahimé – anche con lo sposarsi, tra liti infernali e riconciliazioni perverse. Perché un clima di perversità e perversione si respira dall’inizio alla fine della lettura.Sylvia non vorrebbe che Leonard scrivesse, perché si sente trascurata, inadeguata, non abbastanza amata, nonostante i furibondi amplessi.Un noir d’amore malato è in definitiva questo romanzo quasi autobiografico che precipita in un esito devastante anche perché i protagonisti sono incapaci di comunicare con savia razionalità «troppo istupiditi dal sentimento per divertirci – scrive nell’incipit l’autore – proseguimmo insieme frastornati, alla deriva in quel caldo onirico».Leonard Michaels (1933-2003), dopo il suicidio di Sylvia, riuscì a dare un senso alla sua vita, autore di numerosi racconti di grande successo, di svariati saggi critici e autobiografici e di due romanzi, passò la prima parte della sua vita a New York e in seguito si trasferì in California, dove insegnò a lungo letteratura inglese e americana all’università di Berkley.«Sylvia», scritto inizialmente come breve testo autobiografico, fu ampliato e pubblicato come romanzo nel 1992.

 

I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia

Casorati Felice 013

Casorati Felice 013

Casorati Felice 013

Casorati Felice 013

MOSTRA. Dal 17 settembre a Rovigo «I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia»

LA BRETAGNA
IN 
LAGUNA

Grazia Giordani

La pittura sintetica francese si riflette nelle opere dei Profeti e anche di artisti come Gino Rossi Arturo Martini e Felice Casorati

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sabato 10 settembre 2016 CULTURA, pagina 48

«Bretagna 1889», acquerello su carta di Paul Gauguin|«Bambina che gioca su tappeto rosso» di …

«I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia», già è un titolo indovinato che stuzzica la fantasia degli amanti del non banale nel mondo dell’arte. Se aggiungiamo la metafora delle acque che si mescolano, da mare a mare, anzi da Oceano aLaguna, l’interesse cresce ancor più nei confronti dell’affascinante mostra che Giandomenico Romanelli ha deciso, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, di raccontare al pubblico di Palazzo Roverella dal 17 settembre 2016 al 14 gennaio 2017.Un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire, quattro grandi isole e tanto tanto colore. Si preannuncia una mostra di emozioni. E di storie intense. Storie di artisti in fuga da città, dai legami, da loro stessi, in molti casi. Che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e poetico della Laguna veneziana. Quasi fossero alla ricerca della catarsi dell’acqua e degli elementi naturali.A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Vi era già stato per un breve soggiorno due estati prima. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni. Alla loro ricerca sottendevano tensioni intellettuali. Molti cercavano la semplicità fortemente creativa.tesa all’essenziale. Profeti di un nuovo che attingeva all’essenza. Pur in una visione assolutamente soggettiva della realtà e della natura, cercavano di coglierne i simboli nascosti. Il linguaggio antinaturalistico del gruppo entrò anche in contatto con le poetiche del primitivismo e dell’esotismo in voga nell’Europa di fine Ottocento. Confluì in varie correnti artistiche e ne influenzò nascita e caratteri. Su tutti spicca l’esperienza parigina dei Profeti, o meglio Nabis, dall’antico ebraico. Fu una stagione straordinaria che segnò veramente la nascita dell’arte moderna. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all’essenziale. Perciò un loro gruppo prese il nome di Sintetisti. Da questa visione uscirà l’esperienza dei Fauves, fino all’Art Nouveau e all’Astratto. Anche l’Italia sentì questi stimoli innovativi. E sarà proprio il versante nazionale protagonista della seconda parte espositiva. La stagione bretone dell’arte italiana tra fine Ottocento e primo Novecento la si incontra in diversi artisti. Pittori che, in molti casi hanno vissuto a Parigi e che là hanno acquisito caratteri e cadenze spiccatamente legate a Gauguin. La rassegna quindi continua con Gino Rossi e la sua Burano. Rossi tenebra e luce. E con lui il grande Arturo Martini e il gruppo gravitante su Cà Pesaro. Gauguin e Rossi, due storie lontanissime, eppure vicine. Il primo stregato dai paradisi tahitiani, il secondo scivolato nei gironi d’inferno di un manicomio di provincia. Gli eredi di questo multiforme universo artistico saranno protagonisti dell’ultima parte della rassegna. E l’Italia non sarà da meno con Felice Casorati, Oscar Ghiglia e Mario Cavaglieri .Assunto dell’esposizione è anche quella di un rovesciamento di triti giudizi, cancellando immotivati complessi d’inferiorità sul palcoscenico dell’arte mondiale.