LETTERE 1929-1940

IL LIBRO. Da Adelphi una raccolta epistolare dello scrittore irlandese. Una testimonianza di 60 anni della vita dell’autore

Viaggi, amori e sentimenti: lettere da Beckett

Grazia Giordani

Gli scritti pubblicati rivelano quanto molteplici fossero le sue attività dalla lettura alle arti

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martedì 06 febbraio 2018 CULTURA, pagina 47

Ogni volta che ci accingiamo a leggere un epistolario abbiamo l’imbarazzante sensazione di origliare la vita del prossimo attraverso il buco della serratura. Ma se questo prossimo è Samuel Beckett ( 1906,Dublino -1989 ,Parigi) -, ci sentiamo assolti, perché l’autore nel suo corposo fresco di stampa «LETTERE 1929-1940» (Adelphi,  pp.528, euro 50,  a cura di George Craig, Martha Dow Fehsenfeld, Dan Gunn e Lois More Overbeck. Edizione italiana a cura di Franca Cavagnoli. Traduzione di Massimo Bocchiola e Leonardo Marcello Pignataro), scrive come se parlasse ad alta voce, ben consapevole del fatto che, ammirati, lo ascoltiamo parlare moltissimo e di tutto: del suo primo datore di lavoro Mr Joyce; delle regioni più impervie della psiche, che esplorava con l’aiuto di Wilfred Bion, delle numerose lingue che abitava e da cui spesso si sentiva posseduto.  Delle molte donne da cui è stato amato. Non ci nasconde neppure la miseria in cui spesso è costretto a vivere, né la stupefacente quantità di rifiuti editoriali accumulati dal suo primo romanzo «Murphy». E dei suoi viaggi in Europa, su cui spicca una straordinaria esplorazione della Germania di Hitler, in cui il Nostro si addentra con il proposito di vedere quadri degli antichi maestri, come pure dei moderni, curioso come tutti gli uomini superdotati d’intelletto. Soprattutto di quelli che i nazisti, ritenendoli degenerati, avevano fatto sparire dalla circolazione.

Samuel Beckett è stato indubbiamente uno dei più grandi autori di carteggi del Novecento Le sue lettere – che coprono un periodo di sessant’anni dal 1929 al 1989, oltre ad essere straordinarie per numero ( più di 15.000 quelle reperite e trascritte dai curatori della presente edizione), lo sono anche per assortimento ed intensità. Rivelano quanto molteplici fossero le sue attività: leggere in maniera sistematica i classici e le letterature di culture diverse; impratichirsi di musica e di arti visive; tenersi in contatto con una grande varietà di conoscenti; rispondere in modo tempestivo ed educato ad ogni lettera, anche quando era famoso – premio Nobel per la letteratura nel 1969 – , solo per citare uno degli ambitissimi traguardi da lui raggiunti.

Beckett è uno di quegli scrittori al pari di Kafka e Joyce che non ebbero solo lettori, divenendo addirittura autori di culto. L’autore di «Aspettando Godot» si era trasferito a Parigi, scappando dalla detestata Dublino, per rompere il legame di amore-odio che lo legava a sua madre May, oltremodo possessiva. A Parigi conosce Joyce che ha con la nevrotica figlia Lucia un rapporto altrettanto complicato. L’attraente Lucia, viziatissima, coetanea di Samuel, se ne innamora, ma nella testa del dublinese è solo un ostacolo all’amicizia col padre e così – gli successe di rado nella vita –  la respinge senza mezzi termini, involontariamente la umilia. Fine del rapporto con Joyce e fiume di lettere all’amico di college Thomas McGreevy che lo aveva presentato a Joyce. Leggiamo quindi il resoconto dettagliato della sua infinita tristezza, degli innumerevoli sintomi nevrotici: bubboni deturpanti, insonnie e soprattutto l’incrudelirsi di ataviche insicurezze.

«Sai, non riesco più a scrivere» si dispera in una lettera a McGreevy. In altre lettere non tace la sua disperazione per analoghi motivi.

Leggendo le stupende lettere di questo grande e contorto autore, uomo affascinante anche nell’aspetto fisico, conosciamo i suoi amori e i suoi umori, la sua genialità.

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La nemica

L LIBRO. Brunella Schisa per Neri Pozza

Truffe, furti, intrighi
La Francia ai tempi
di Maria Antonietta

Grazia Giordani

«La nemica» ripercorre le vicende di Jeanne de la Motte nel 1785-91

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domenica 31 dicembre 2017 CULTURA, pagina 61

La copertina di «La nemica»

Grazia Giordani L’affascinante libro di Brunella Schisa

L’affascinante libro di Brunella Schisa «La nemica», (Neri Pozza, pp.428, euro18) ci racconta nel dettaglio non una storia romanzesca, come potremmo sospettare, piuttosto la cronaca, in bello stile letterario,  di quello che successe tra il 1785 e il 1791, quando Jeanne de la Motte, la celebre avventuriera, discendente decaduta dei Valois di Francia, ordì e realizzò una delle truffe più colossali della storia, contemporaneamente organizzando ai danni di Maria Antonietta una feroce ed efficace campagna denigratoria. La maliosa avventuriera si è macchiata di tre gravi reati: furto, falso e lesa maestà. Fingendo di agire per conto di Maria Antonietta, ha convinto il grande elemosiniere di Francia, il cardinale Rohan, a comprare e consegnarle un favoloso collier di diamanti con oltre seicento pietre tra le più belle d’Europa.

Jeanne de la Motte subì l’arresto, fu sottoposta a pubblico supplizio, com’era nell’uso di quel tempo e, imprigionata a vita, riuscì a fuggire in maniera rocambolesca, degna di un classico romanzo d’avventure, abbandonando il carcere e mettendosi in salvo fuori dai confini di una Francia martoriata dalla Rivoluzione e dai suoi sanguinari fautori.

Naturalmente, un romanzo del genere non viene scritto di getto, ma è frutto di una lunga gestazione, fatta di accurate ricerche storiche e letterarie (persino Dumas, a suo tempo, se n’era interessato, scrivendo addirittura un romanzo sull’ «affair du collier de la Reine» ed anche Victor Hugo non era rimasto indifferente alla pruriginosa storia, raccontando il suo incontro con il principale complice di Jeanne, lo squallido marito Nicolas de la Motte).

L’Autrice si concede solo l’invenzione di due personaggi indispensabili al concatenarsi della trama.

Il libro torna utile, in maniera piacevole, anche a fini didattici, permettendoci un gradevole ripasso dei prodromi della Rivoluzione francese, dell’assetto politico della Francia di Luigi XVI, della disastrosa situazione economica del suo regno, dei fatti del luglio 1796 e delle loro conseguenze fino al 1791, anno della morte di Jeanne de la Motte, pur mantenendo qualche ragionevole dubbio sulla veridicità di questa morte, poiché non v’è certezza assoluta sulla versione storica ufficiale.

Del resto, un po’ di mistero non guasta.

Altro interessante protagonista dell’intrigante ed intrigato caso storico, oltre a Jeanne de la Motte, è Marcel, un giovane giornalista, cui lo zio, Jacques Renéaume de la Tache ( anch’egli realmente esistito: fu giornalista ed editore della Gazette de Gazzettes) insegna  il mestiere, e nemmeno troppo in sordina.

Brunella Schisa, l’illuminata autrice, a sua volta importante  giornalista ci parla di fake news, di manipolaioni dell’opinione pubblica e dei disastri che ne posson scaturire, ci racconta di politici incapaci, di costumi decadenti e di coscienze corrotte.

Potremmo quasi dire, per estensione,  che ci troviamo di fronte ad un vero racconto solo parzialmente fatto anche di fiction, un réportage   valido anche ai tempi nostri, sotto l’abito di un romanzo storico, perché il cuore dell’uomo, nonostante il migrare dei secoli, in buona sostanza cambia poco.

Grazia Giordani

 

 

LA LUNA IN GABBIA

IL LIBRO. Il nuovo romanzo di Maria Sardella

La luna in gabbia:
storie di donne
tra favola e realtà

Grazia Giordani

Un realismo magico coinvolgente e tanti personaggi pieni di umanità

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lunedì 18 dicembre 2017 CULTURA, pagina 57

Se ci sono romanzi che arrivano a noi con un intenso passaparola, questo è il caso ben giustificato de «La luna in gabbia» di Maria Sardella (Pubgold, pp.224, euro 12), pervaso da un realismo magico che sarebbe piaciuto a Garcia Marquez e a Elsa Morante, in questo romanzo di cui stiamo parlando, con una allure più volutamente paesana. Deliziosi i disegni che sottolineano la prosa, a cura di Bianca Simoni, capaci di regalare la delicata illusione di un fumetto a una narrazione che sa di favola, sorretta da schietta umanità. Favola sì perché incontriamo anche cornacchie e galletti di latta, dotati di mente e cuore che hanno parti importanti nella narrazione.

Abbiamo la sensazione di essere in una Sicilia d’antan.  Personaggio  che incuriosisce subito è il Viaggiatore, fornito di una curiosa gabbietta vuota all’arrivo in paese.

«La gabbietta aveva la porticina spalancata, fissata con un pezzetto di fil di ferro in modo da non potersi richiudere. La vaschetta dell’acqua era ricolma e una spiga di panico era incastrata tra le sbarre sottili. Una ciotola di creta con pezzetti di mela annerita e una con mangime. Sul fondo della gabbietta era stesa una pagina di giornale, qui e là le deiezioni anche di volatili. Sul ripiano della scrivania una scatola di mangime per uccelli insettivori».

Personaggi importanti femminili sono Giovanna e Clelia. Nipote e zia.

Giovanna è una giovane moderna che rifiuta gli orpelli di un matrimonio borghese, quando sposa il suo Riccardo e fa braccio di ferro con la madre Teresa che le impone l’abito da sposa bianco. Clelia ha un oscuro segreto da custodire che l’induce a nozze riparatrici con un marito consenziente che la rispetta, pur sapendo di non essere amato.

Quattro sono le principali voci narranti, fatte di giovani, vecchi, adulti e bambini, senza escludere cornacchie e galletti di latta, perché anche loro giocano ruoli importanti. Punto chiave del romanzo è l’amore contrastato tra Clelia e Peppe, lo straniero eccentrico e muto che, verso la fine, sentiremo parlare. Non meno importante, anche se più consueto e non denso di dolorosi misteri, l’amore tra Giovanna e Riccardo che hanno un figlio sognatore, amante delle storie meravigliose, di cui Clelia non è cero avara, lei che sa parlare con le anime dei morti, che sa consolare le paure dei bambini. Ricca di misteri, la pagina dell’autrice, ci parla anche di un abito da sposa scomparso, su cui l’enigma si scioglie solo alla fine. E di una già accennata coppia di animali che si appropriano della parola per svelarci segreti. Interessanti anche i personaggi minori, il prete, per esempio, tanto per citarne uno fra i tanti. Anche i paesaggi hanno un’anima in questa bella narrazione da cui non sappiamo staccare gli occhi, lasciando la soluzione dei misteri, come sempre, tutta al lettore.

Maria Sardella vive a Brescia. Esordisce con il romanzo «Così è la vita, amore mio» (Altrimedia, 2009», primo premio «Città dei Sassi»2008. Autrice di racconti (Storie.Rivista Internazionale), traduttrice con «L’ultima estate della ragione»di Tahur Djuout (Bibliofabbrica, 2009). Ritorna al romanzo nel 2013 con «La musica del mais» (Bibliofabbrica, 2013).

Tutti i suoi racconti nel blog Otium www.ipuzziundo.blogspot.com.

 

 

I DIARI BOLLENTI DI MARY ASTOR

IL LIBRO. La ricostruzione di Edward Sorel

diari di Mary Astor
scandalo a luci rosse
nell’America del ’36

Grazia Giordani

Sotto i riflettori un’attrice famosa e il commediografo di Broadway

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martedì 12 dicembre 2017 CULTURA, pagina 48

Leggiamo ne «I diari bollenti di Mary Astor- Il grande scandalo a luci rosse del 1936» di Edward Sorel  (Adelphi, pp.169, euro 20, traduzione di Matteo Codignola), una storia vera raccontata in maniera ipnotica, con l’allure che si rivive dentro un sogno. Comunque, il segreto che rende questo libro anche strutturalmente diverso da qualsiasi altro, consiste nella scintilla che ha dato inizio a tutta questa vicenda, ovvero al ritrovamento casuale, durante una ristrutturazione d’interni, di alcuni ritagli di giornale che di quel processo tracciavano la cronaca. Leggendoli, Sorel, ha fatto un balzo indietro, regalando al lettore la ricostruzione di un ricordo di giovinezza, di uno scherzo sentimentale, di un’invenzione da tabloid.

Eduard Sorel, nato a New York nel 1929 è un disegnatore di grido. Ha firmato moltissime copertine del New Yorker, ha scritto ed illustrato molti libri e per decenni ha coltivato una vera ossessione per Mary Astor, diva del muto e poi del noir, premio Oscar nel 1942 per «La grande menzogna» a fianco di Bette Davis. L’attrice ebbe l’ultima parte importante nel 1964 in «Piano piano dolce Carlotta», ancora con la Davis. Ormai lo scandalo del suo divorzio, nel 1936, è caduto nel dimenticatoio, ma Sorel, col ritrovamento casuale dei ritagli di giornale, di cui sopra, ovvero tutti numeri del Daily News e dei Daily Mirror, datati 1936, proprio l’anno dello «scandalo a luci rosse».

Riguardavano il processo a Los Angeles per l’affido di una ragazzina, Marylin, figlia di Mary Astor e del secondo marito. Che aveva usato i diari di Mary, scoperti quando il matrimonio era ancora in atto, per farle rinunciare ad ogni diritto sulla bambina. Ma la Astor nel 1936 aveva impugnato la sentenza e allora il marito aveva reso nota ai giornali l’intenzione di far pubblicare i diari che raccontavano un adulterio e molto di più, ovvero pagelle ai suoi amanti, in base a criteri legati alle loro prestazioni sessuali.

Fatti che oggi sarebbero meno gravi, tanto è scivolata in basso la morale dei nostri tempi, ma negli anni Trenta, con protagonista un’attrice famosa che raccontava le sue notti bollenti con il più importante commediografo di Brodway di allora, George S. Kaufman, era una bomba deflagrante.

I disegni e le vignette di Solel che illustrano nel libro le piccanti vicende sono bellissimi, ironici e persino toccanti quanto basta.

L’autore, così singolare, è riuscito a parlare anche con Marylin, la bambina di allora che vive nello Utah in una casa su ruote, che ha avuto quattro figli e quaranta fra nipoti e bisnipoti. «L’ho molto amata la mamma – ha detto – ma mi ha fatto anche paura. L’aveva sempre vinta lei. Aveva sempre ragione lei».

Edward Sorel, dopo il fortuito ritrovamento dei ritagli di giornale, ha deciso di lottare per Mary Astor che non era una stella eccezionale, ma meritava un po’ più di luce, non solo quella «a luci rosse».

Il suo diario, comunque, è stato bruciato nel 1952 davanti a un giudice.

Dalla scrittura di Sorel, oltre alla storia della diva, emerge lo spirito della città di cartapesta di quel tempo su cui molti, troppi giovani avevano imbastito i lor

Alfabeto d’origine

l saggio pubblicato da Neri Pozza

Ecco l’«alfabeto»
al femminile
di 
Lea Melandri

Una «scrittura d’esperienza» per affrontare il linguaggio del corpo

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giovedì 30 novembre 2017 CULTURA, pagina 56

Grazia Giordani Neri Pozza ci propone la lettur

Neri Pozza ci propone la lettura di una complessa silloge di saggi intitolata «Alfabeto d’origine» (pp. 169, euro 16), opera di un’autrice anomala che si stacca da tutti i canoni consueti e che per questo c’incuriosisce pur sollevando in noi qualche perplessità.

Fin dai tempi più antichi la filosofia del linguaggio ha occupato seri studi di filosofi e filologi. Sulla scia del secondo Wittgenstein e delle tesi del grande Martin Heidegger la nuova filosofia del linguaggio nega la natura strumentale dello stesso e lo considera come una condizione originaria dell’umano, come la sua essenza, facendo dipendere fin dall’inizio l’intelligenza umana dalla lingua.

Nell’opera di Lea Melandri incontriamo piuttosto una «scrittura d’esperienza» atta ad interrogare il suo pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire in quelle zone remote e “innominabili” ove la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo: passioni elementari, sogni, costruzioni immaginarie, rappresentazioni del mondo, nella sua ottica, riconoscibili in ogni spazio e tempo.

Tra queste vanno a collocarsi le figure del maschio e del femminile che il corso della storia ha modificato ma non al punto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente duraturi.

«Ho scritto per essere raggiunta – precisa la singolare saggista –  ma anche per marcare una distanza, per aprire un varco alla memoria e per consolarmi di averla perduta, per segnalare il bisogno d’amore e per ritenermi paga di averlo trovato per altra via».

La scrittura dell’autrice parte dunque da sommovimenti interni, legata all’autoconoscenza, all’esplorazione di zone che tutti tenderemmo a rimuovere, passioni elementari.  E raccoglie il suggerimento di Asor Rosa ne «L’ultimo paradosso» parlando di frammenti di parole, spezzoni di significato, cristalli di idee-tutto un pulviscolo di immagini e di sensazioni, una vera e propria mineralogia del pensiero, per cui non sembriamo avere, per ora, né classificazioni né definizioni.

In prefazione alla silloge, la  Melandri precisa anche che sebbene apparentemente slegati «i libri raccolti in questo libro hanno una storia che li accomuna e lontane radici in un paese. Parlano di una lingua ritrovata – nei brevi tragitti più autobiografici – di corrispondenze amorose – negli accorpamenti con le voci e le parole di autrici e autori amati – di scrittura di esperienza come tentativo di andare alle radici dell’umano, a partire dai corpi e dai segni che lascia su di essi l’infanzia».

Lea Melandri è nata a Fusignano (Ravenna) nel 1941, vive a Milano dal 1967. Ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Tiene attualmente corsi presso l’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987 e di cui oggi è presidente. Prende parte attiva al movimento delle donne negli anni Settanta. Di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le sue numerose pubblicazioni. Nel 2012 ha ricevuto dal Comune di Milano l’Ambrogino d’oro come “teorica femminista”.

Grazia Giordani

Un caffè alle mandorle

LIBRO. Il noir di Nardi, edito da Neri Pozza

Dentro il «Caffè
alle mandorle»
retrogusto di mafia

Grazia Giordani

Il capitano dei carabinieri Perego a Palermo nel ’78: fiction o realtà?

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giovedì 23 novembre 2017 CULTURA, pagina 48

La morte annunciata in questi giorni di una belva chiamata Toto Riina non ci ha arrecato certo dispiacere, anche perché ci offre il destro bello pronto, per parlare di «Un caffè alle mandorle» di Massimiliano Nardi (Neri Pozza, pp.381, euro 18).

Come un’intrigante matrioska, già nel nome dell’autore, questo noir quasi verità, debutta col mistero di un nom de plume, perché lo scrittore si diverte a giocare a nascondino con chi si appresta a leggerlo. In realtà, come si chiama?

Superato questo primo scoglio d’identità, poniamo attenzione all’avvertenza iniziale che sottolinea come: «seppur collocati nel contesto di fatti realmente accaduti, le storie narrate in questo libro sono il frutto della fantasia dell’autore. Il ruolo dei personaggi, delle società, delle organizzazioni dei partiti politici, delle testate giornalistiche, dei programmi radiofonici e televisivi, delle pubbliche amministrazioni e in generale dei soggetti pubblici e privati realmente esist,i è stato liberamente rielaborato e romanzato, così come la partecipazione alle vicende immaginarie dei personaggi inventati dall’autore. Qualsiasi collegamento con persone vissute o viventi, non esplicitamente individuate, è perciò puramente casuale. L’improbabilità degli eventi raccontati in questo libro è la prova che sono veramente accaduti»

Superato il contraddittorio avvertimento, finalmente entriamo nel milieu di una trama cinematografica che ci fa vedere lo splendore e la decadenza di una Sicilia ammaliante. Siamo a Palermo negli ultimi mesi 1978 quando il trentenne capitano dei carabinieri Perego riceve la sua nuova assegnazione, proprio nel momento in cui Anna, la sua giovane moglie, avrebbe più bisogno del suo conforto, essendo in attesa del primo figlio. Ma il capitano non può rinunciare, Palermo lo attira come una sirena col fascino innegabile della capitale di millenario prestigio, con fondali di bellezza ineguagliabile. Pur alla luce dei fatti che la città è diventata, stando ai rapporti interni all’Arma, un vero campo di battaglia tra l’ala moderata della mafia e belve come Riina e Provenzano, latitanti, quasi fantasmi, pur nella loro costante presenza, Perego non demorde. Eppure, è consapevole di avere una visione soprattutto letteraria di questa fascinosa e sfuggente terra. Conosce Sciascia, e poi neanche, perché «Il giorno della civetta» l’ha più visto in film che letto nel romanzo. Però è un giovane sveglio e curioso quanto basta, tanto che appena giunto in città, non si nega una visita al Charleston, l ristorante liberty dove Michele Greco dispensa oboli di ogni tipo per trarre a sé questuanti, oppure una riunione in caserma dove apprende che per il capo della Procura non farsi i fatti propri riguardo le cosche mafiose, significa rovinare l’economia siciliana. Pericoloso cercare di comprendere la natura di Cosa nostra in Sicilia.

Per simpatico contraccolpo, la vita del capitano è allietata dalla nascita di una figlia al Nord, a Pavia, ma le dolcezze private sono presto sconvolte dall’ uccisione di un suo confidente e la morte di Boris Giuliano, colpito vigliaccamente alle spalle.

Un persistente ed enigmatico fil rouge conduce l’intelligente capitano a imbattersi nella figura di Michele Sindona, in fuga da New York e riparato in Sicilia, protetto al punto da sconfiggere il coraggioso Perego trasferito a Roma e quindi al Nord. Ma non è detta l’ultima parola. A Pavia il nostro capitano riceve solleticanti rivelazioni inerenti Sindona, che lasciamo alla curiosità dei lettori, soprattutto a quelli amanti di un buon caffè alla maniera siciliana.

Grazia Giordani

kEYLA LA ROSSA

IL LIBRO. Adelphi pubblica il Nobel I. B. Singer

«Keyla la rossa»
e il lato oscuro
del ghetto ebraico

Grazia Giordani

Un affresco turbinoso della Polonia fra amore, passione e tabù religiosi

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lunedì 13 novembre 2017 CULTURA, pagina 49

Un I. B. Singer fuori dagli schemi quello di «Keyla la rossa», che Adelphi ci propone a cura di Elisabetta Zevi. Traduzione di Marina Morpurgo (pp.280, euro 20).

«Capitava assai raramente che una femmina già passata per tre bordelli si sposasse – scrive l’autore – Era un segno del cielo inviato a tutte le puttane di Varsavia: non dovevano perdere la speranza, l’amore avrebbe continuato a governare il mondo».

A Keyla la rossa nessuno resiste. Il suo primo protettore era stato Itche il Guercio. Ma Yarme,  un seducente avanzo di galera, dopo un solo giorno e una notte con lei, l’aveva portata da un rabbino del quartiere, uno di quelli che non fanno domande, e l’aveva sposata. A Varsavia nel ghetto, in quella via Krochmalna poverissima, incantata e folle, covo di ladri puttane mendicanti, che è la strada in cui Isaac Bashevis Singer visse da quando aveva tre anni.

Alla maliarda rossa non resiste nemmeno il giovane  fervido Bunem – che pure era destinato a diventare rabbino come suo padre – né l’ambiguo Max, tanto per citare alcuni dei sedotti. Se questo splendido libro è rimasto praticamente inedito fino a oggi, forse dipende dal fatto che Singer esitava ad esporre sotto gli occhi dei lettori goy il lato oscuro di quella via della sua infanzia da lui resa un luogo letterariamente mitico. Nel romanzo si parla infatti in modo esplicito di due argomenti tabù:  la tratta a opera di malavitosi ebrei, di ragazze giovanissime, che dagli shtelt dell’’Europa orientale venivano mandate a prostituirsi in Sudamerica, con l’aggiunta più che disdicevole di un ebreo sia etero che omosessuale.

Comunque, a parte queste considerazioni moraleggianti, è proprio l’amore la sostanza incandescente di questo romanzo: l’amore-passione, quello che i francesi chiamerebbero amour fou, quello che non lascia scampo e che può indurre alla follia.

Alle turbinose vicende dei quattro protagonisti ( e dei numerosi interessanti personaggi minori), fa da sfondo la via brulicante, sporca del ghetto di cui l’autore ha il potere letterario di farci percepire voci e odori come in un film dall’effetto dolby. Da Varsavia a New York godiamo di affreschi possenti, quadri vivi di un’umanità estrema che ci fa azzardare un raffronto con Dostoevskij, insuperato maestro della polifonia letteraria.

Con «Keyla la rossa» – apparso a puntate sul Forverts, il quotidiano yddish di New York, tra il dicembre 1976 e l’ottobre 1977 e finora tradotto solo in ebraico – prende avvio la pubblicazione presso Adelphi di un nucleo essenziale di opere di Isaac Bashevis Singer (1904-1991), premio Nobel per la letteratura nel 1978.

Sottolineiamo una stranezza: Nell’elenco dei Nobel per la letteratura polacca, il nome di I.B.Singer non trova posto. Eppure, l’autore premiato dall’Accademia di Stoccolma nel 1978 e scomparso a Miami nel ’91, è nato a Leoncin, non lontano da Varsavia ed è inoltre cresciuto fra le cittadine di Bilgoraj e Radzymin, ha studiato e lavorato nella capitale ed è vissuto in Polonia sino all’età di trentadue anni prima di trasferirsi negli Stati Uniti. E solo nel ’43 lo scrittore ha acquisito la cittadinanza americana. Sembrerebbe che i polacchi fossero indignati per la rivelazione di custoditi tabù, a detrimento di uno scrittore geniale.