Le terre del Delta nell’obiettivo di Pietro Donzelli

 

Delta del Po (D.110). Valle Pega, venditrice ambulante, 1954

FOTOGRAFIA. Dal 25 marzo a Rovigo

Le terre del Delta
nell’obiettivo
di Pietro Donzelli

Grazia Giordani

Una mostra racconta i paesaggi «senz’ombra» del Po negli anni ’50

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martedì 21 marzo 2017 CULTURA, pagina 47

«Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta» è il suggestivo titolo della prossima mostra rodigina che aprirà i battenti, come sempre a Palazzo Roverella, dal 25 marzo al 2 luglio 2017, curata da Roberta Valtorta e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, con la collaborazione di Silvana Editoriale.

Questa volta sarà un importante fotografo, Pietro Donzelli (Monte Carlo, 1915-Milano, 1998), testimone dell’Italia dal dopoguerra agli anni Sessanta, a parlarci con i suoi artistici click del passaggio dalla società rurale e preindustriale, alla società dei consumi. Fotografo, ricercatore, collaboratore di riviste specializzate e curatore di mostre, Donzelli è stata una figura determinante per la diffusione della cultura fotografica nel nostro Paese. È grazie alla sua instancabile attività che sono state presentate in Italia, per la prima volta, opere di Dorothea Lange, Alfred Stieglitz, dei fotografi della Farm Security Administration. A partire dal 1948 è stato tra i fondatori e gli animatori della rivista «Fotografia» e dal 1957 al 1963 è stato redattore e condirettore dell’edizione italiana di «Popular Photography» e nel 1961 e 1963 ha curato, con Piero Racanicchi, due volumi di «Critica e Storia della Fotografia»che raccoglievano testi e materiali sui più importanti fotografi della storia. Nel 1950 è stato tra i fondatori dell’Unione Fotografica che aveva tra i suoi obiettivi quello di spostare l’attenzione sul realismo in fotografia e promuovere manifestazioni di livello internazionale sostenendo la fotografia italiana all’estero.

Le sue serie fotografiche affrontano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive.. Ha lavorato su Milano, Napoli, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna, il paesaggio toscano, ma soprattutto dal 1953 al 1960 sul Delta del Po e le terre del Polesine alle quali ha dedicato una grande e importante ricerca dal titolo «Terra senz’ombra».

Questa mostra presenta per la prima volta più di 100 fotografie di questa serie, molte delle quali assolutamente inedite.

In mostra anche importanti materiali di documentazioni del progetto, scritti di Donzelli, con rime di Gino Piva, geniale poeta polesano.

Il Delta del Po è un luogo mitico della cultura italiana, basterebbe pensare ad Antonioni, Visconti, De Santis, Rossellini, Soldati,Vancini, Renzi, Comencini, senza dimenticare Bacchelli, Guareschi, Govoni, Zavattini, Cibotto.

Donzelli ci regala un vero e proprio affresco umano e ambientale.

La serie «Terra senz’ombra» è considerata una dei pilastri della storia della fotografia italiana e uno dei più precoci e coerenti esempi di fotografia documentaria in cui Donzelli dimostra la sua capacità di raccontare la vera realtà umana ed ambientale tra la topografia e la sociologia.

Il gaucho insopportabile

IL LIBRO. Il «testamento» dello scrittore cileno

L’insopportabile
gaucho è arrivato
all’ultima stazione

Grazia Giordani

Roberto Bolaño terminò il romanzo a una manciata di giorni dalla morte

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giovedì 16 marzo 2017 CULTURA, pagina 48

Fa una certa impressione leggere un romanzo,  consapevoli di avere sotto gli occhi il testamento spirituale e letterario dell’autore. E questo è il caso de «Il gaucho insopportabile» di Roberto Bolaño (Adelphi, pp. 158, euro 18, traduzione di Ilide Carmignani). Infatti, il manoscritto venne consegnato alla casa editrice Anagrama il 30 giugno 2003, quando allo scrittore cileno restava una manciata di giorni di vita.

A mettere in rilievo il disincanto di chi sa prossima la morte, leggiamo in esergo alla silloge, composta di 5 racconti e 2 dissertazioni, una frase emblematica di Franz Kafka: «Forse non abbiamo perduto così tanto, dopotutto». Questo lasciarsi alle spalle la vita con ironica dignità non è da tutti.

Notevole il primo racconto d’apertura in cui incontriamo Héctor Pereda, attento padre di famiglia e avvocato senza macchia che, rimasto vedovo, lascia la professione per dedicarsi interamente ai suoi due figli fino a quando non siano indipendenti e possano vivere una loro esistenza. La solitudine è cattiva consigliera e fa nascere nel cervello del protagonista elucubranti allucinazioni: Buenos Aires è destinata alla rovina, l’economia va gambe all’aria. Meglio ritirarsi nella quiete rassicurante della pampa, tornare alla pace della campagna, in una tenuta di famiglia in una terra che sembra inventata. «La notte, alla luce di un falò, Pereda ammazzava il tempo raccontando ai gauchos avventure che aveva vissuto solo nella sua fantasia».

Nel secondo racconto incontriamo il topo poliziotto (nipote della famosa cantante Josephine del racconto di Kafka) che si aggira nella rete sterminata delle fogne alla ricerca di un feroce assassino. Indagherà sulla sorte di Elisa e di un sorcio neonato.

«Lo strano caso di Alvaro Rousselot» merita se non un posto di rilievo nell’antologia del mistero letterario, almeno la nostra attenzione o un minuto della nostra attenzione». Questo è l’incipit di Alvaro Rousselot che va a Parigi per incontrare forse il suo doppio e si ritrova a far l’amore con una puttana «come se tutti e due non sapessero far altro che amarsi».

Chiudono il volume due conferenze: nella prima l’autore parla in tutta schiettezza e in modo struggente della malattia e della morte che si avvicina a grandi passi, la seconda è un pamphlet inerente lo stato in cui versa la letteratura latino americana, rivolto alla pletora dei nuovi romanzieri. A due grandi interpreti della letteratura latinoamericana non risparmia certo il sarcasmo: «La miglior lezione di letteratura che ha dato Vargas Llosa è stato uscire a fare jogging alle prime luci dell’alba. La miglior lezione di Garcia Marquez è stato ricevere il papa a L’Avana, con un paio di stivaletti di pelle lucida, Garcia, non il papa . . . »

Impossibile riassumere un autore come Bolaño, riproducendo i suoi ghiribizzi, le sue frenate, il suo immaginifico procedere, le sue dissociazioni da Maestro quale ha saputo essere nel panorama della letteratura mondiale.

Nato a Santiago del Cile nel 1953, Roberto Bolaño è morto a Barcellona nel 2003. Adelphi lo ha accolto nel suo catalogo nel 2007 con «2666», il suo ultimo romanzo pubblicato postumo. «Il gaucho insopportabile»è apparso anch’esso postumo nel 2003.

 

 

Tra il Po. il monte e la marina

images-5IL LIBRO. L’ultimo lavoro di Mario Fasanotti, «Tra il Po, il monte e la marina», edito da Neri Pozza

VOLTI E ANIME
DI ROMAGNA

Grazia Giordani

Viaggio storico e culturale attraverso personaggi che hanno segnato una regione ma anche l’Italia: da Francesca da Rimini a Federico Fellini

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lunedì 06 marzo 2017 CULTURA, pagina 57

Una celebre immagine di Federico Fellini

 

Pier Mario Fasanotti, con il suo fresco di stampa «Tra il Po, il monte e la marina» (Neri Pozza, pp.300, euro 18), ci offre una gustosa galleria di ritratti singolari di romagnoli che hanno fatto la storia del nostro paese, quasi un excursus colto e documentato atto a porre in luce l’anima della Romagna «la regione più italiana d’Italia».

Partendo da lontano, incontriamo la dantesca Francesca da Rimini, l’adultera, che incarna la forza ineluttabile dell’amore, quindi, il malinconico Giovanni Pascoli, che – in quanto a buon umore e pulsioni sessuali normali, pur essendo stato un poeta e un latinista di indiscusso valore -, solleva parecchie perplessità. Rilevante, a proposito alla sua tendenza all’incesto forse non consumato, il saggio dello psichiatra Vittorino Andreoli «I segreti di casa Pascoli»,in cui pone in risalto il modo contorto in cui il poeta elabora il lutto dei genitori, per cui se la morte del padre viene considerata un’ingiustizia, quella della madre è giudicata un’insensata opera divina. Ecco la radice del suo tormento. Per cui è impossibilitato a stabilire una qualsiasi relazione con una donna. Perché Giovanni non elaborerà mai il lutto, che diventa muro, ostacolo, occasione per entrare in un terribile labirinto affettivo, confondendo affetti familiari e pulsioni sessuali.

C’imbattiamo in «quel cocktail agitatissimo di idee ed iniziative» che è stato Leo Longanesi, il re degli aforismi («tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola», «Mai come oggi così tanti asini scrivono sui giornali», «Lardo ai giovani»), solo per citarne tre a caso tra i moltissimi.

Grande spazio è dato a Federico Fellini, che – ultra fantasioso – raccontava di esser nato su un tratto ferroviario del litorale romagnolo, tra Viserba e Riccione, innocente bugia, visto che quel giorno scioperavano i treni. Acuta l’analisi di Fasanotti, sempre inerente il grande regista visionario, e nel contempo realista, quando analizza il film «I vitelloni», a nostro avviso, bello fra i belli, dicendolo ambientato nella provincialissima Rimini, sempre tiepida sia col fascismo sia con l’antifascismo, in cui Federico descrive la vita pigra di un gruppo di perennemente sfaccendati con tutte le illusioni e le delusioni che ne conseguono.

Nella silloge romagnola c’è posto, naturalmente, per Mussolini, con chicche sulla figlia Edda Ciano e il suo consolatorio amore, in forzata vedovanza, per il comunista Leonida Bongiorno. La Romagna non è solo terra di artisti, politici e letterati, fra cui non va dimenticato Tonino Guerra. Qui ha visto la luce anche Pellegrino Artusi, considerato il padre della cucina italiana, che ha avuto un ruolo di spicco nell’unificazione del nostro paese.

In Romagna hanno vissuto eroi neri, funesti, come il leggendario bandito Stefano Pelloni, detto «Il Passatore», Ettore Muti, il fascista vagheggiato dalle donne per l’apollinea bellezza, cui contrapponiamo uomini di gran coraggio come l’aviatore Francesco Baracca, soprannominato «Cecchino», famoso per le sue spericolate imprese. E non passiamo sotto silenzio il «pirata» Marco Pantani, attorno cui aleggia ancora il mistero della fine. Naturalmente, li abbiamo ricordati solo in parte, altrimenti avremmo dovuto riscrivere a nostra volta un altro libro. Inutile, da parte nostra, perché Pier Mario Fasanotti, abile giornalista di importanti testate e scrittore, con alle spalle premi come «Il Viareggio», ci ha offerto un colto e piacevole viaggio in  una terra di Romagna che non conoscevamo del tutto.

L’altro figlio

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IL LIBRO. Neri Pozza propone l’esordio letterario dell’americana Sharon Guskin: un romanzo originale e coinvolgente

Il ricordo di Noah: se riaffiora una vita precedente

Grazia Giordani

«L’altro figlio» dall’inizio alla fine gioca sulla suspense e apre scenari misteriosi e sorprendenti

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lunedì 20 febbraio 2017 CULTURA, pagina 49

Sharon Guskin, con il suo primo romanzo «L’altro figlio» (Neri Pozza, pp. 352, 18 euro, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani), offre al lettore un plot narrativo carico di intelligente suspense, dall’inizio all’epilogo, veramente inaspettato.Janie, architetto newyorkese, è una madre single che ha avuto il piccolo Noah da un fugace incontro con Jeff, incontrato durante una vacanza a Trinidad. La protagonista non era nuova a relazioni senza seguito, il cui piacere principale le derivava dal parlarne con la madre al telefono. New York è la tipica città tentacolare dove gli abitanti sono degli sradicati, perché è la vita convulsa che li conduce a questo . E l’autrice sa tradurre nella pagina questa sensazione diffusa, in maniera speciale. Noah è un bel bambino che dimostra subito un’intelligenza precoce, dotato di «un cervello miracoloso che sembrava captare informazioni ovunque».La madre, presa da questo suo eccezionale figlio, divenuto lo scopo della sua vita, lo ricopre di coccole e cure, dedicandogli con amore la maggior parte del suo tempo. L’attaccamento madre/figlio è del tutto reciproco.La situazione si complica da quando il piccolo ha incubi notturni, crisi di pianto e narra alla madre storie così ricche di particolari, da far sorgere il dubbio che non siano invenzioni, ma realtà veramente vissute dal bambino.Ad aggravare i dubbi e le ansie della madre, ci si mette anche il maestro elementare che convoca Janie per raccontarle un fatto inquietante.Il bambino gli avrebbe confidato che ci sono persone che gli usano violenza, tenendogli la testa sott’acqua. Ecco perché Noah teme tanto l’acqua, da rifiutarla anche per semplici abluzioni. La situazione si fa oscura per la madre che resta impaurita da queste stranezze. Su richiesta degli insegnanti, il bambino viene sottoposto ad una perizia psichiatrica che darà una svolta inaspettata alle esistenze di madre/figlio.Per il terapeuta Jerome Anderson, professore di psicologia, specialista nella materia di bambini che si ricordano di vite passate, la vita si è fermata molto tempo prima.Premettiamo che per entrare nel milieu di un romanzo costruito come ha saputo farlo la Guskin, si deve amare anche il surreale. Dopo la morte della moglie, e la terribile diagnosi di afasia primaria progressiva, un tipo di demenza che colpisce il linguaggio, lo psicologo ha deciso di abbandonare le proprie ricerche sulla vita dopo la morte.Quando incontra Noah, sente di essere vicino ad una grande scoperta e si dedica con ostinazione all’ultima occasione che gli si presenta, screditato dagli increduli circoli accademici, per dimostrare che dopo la morte, c’è qualcosa oltre il visibile e l’umanamente comprensibile. Con Noah, il caso che tanto aveva cercato, finalmente gli si presenta. Le risposte ai tanti dubbi e sofferenze le trovano insieme, lo psicologo, Noah e Janie, incontrando la madre di un figlio misteriosamente scomparso otto anni prima. Lasciamo i particolari dell’epilogo alla curiosità dei lettori, un po’ come si fa con un romanzo giallo.In questo caso, lettori di un romanzo molto originale e coinvolgente.

 

 

MUSICA NERA

516bj72ugml-_ac_us218_La Versilia «noir»
di Leonardo Gori
fra delitti e cinismo

Grazia Giordani

Temi civili e politici si intrecciano in un poliziesco mozzafiato

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venerdì 17 febbraio 2017 CULTURA, pagina 44

Ancora un thriller di Leonardo Gori, un autore molto amato dai cultori del genere. «Musica nera» (Tea, pp. 349, 14 euro, con una «Coda» di Marco Vichi) ci porta in Versilia, anno 1967. Mentre lo scenario internazionale è dominato dalla Guerra Fredda e dall’escalation americana in Vietnam, l’Italia si gode i frutti della ripresa economica. Il benessere non è più un sogno irrealizzabile, gli anni della fame e del fascismo sono solo un brutto, lontano ricordo. La 500 e le vacanze al mare sono ormai alla portata di quasi tutti. Nei juke-box impazzano Rocky Roberts, Gianni Morandi e Caterina Caselli.Eppure, lungo il litorale turistico di Viareggio, qualcuno sembra molto distante da questo clima di euforia collettiva. Si tratta di un gruppo di donne in nero che, sul pontile del Cinquale, si ritrova ogni sera per guardare il mare senza sosta, e lo scrutano silenti, misteriose. La stranezza non passa inosservata agli occhi del colonnello dei Carabinieri Bruno Arcieri, venuto al funerale di un vecchio amico, un ufficiale della Marina militare, morto per un’apparente disgrazia in un fosso inquinato, pieno di schiuma. Ma sarà il jazz della sua giovinezza, suonato dalla misteriosa tromba di un musicista che è come emerso dall’abisso del tempo, a condurlo a una trappola mortale a cui sfugge in modo inspiegabile. Gli appassionati dei gialli di Gori, che già hanno apprezzato «L’angelo del fango» (Premio Scerbanenco 2005), solo per citare il capostipite della serie, non si stupiranno per la sagacia di questo detective sui generis, che pure, nonostante il suo proverbiale intuito, fuorviato dal jazz della sua giovinezza, sta per cadere, come dicevamo, in un trabocchetto assassino. Proprio per prenderne reale consapevolezza e scoprire la radice di plurimi omicidi insoluti – una famiglia ebrea massacrata nel 1944, un faccendiere segreto legato ai servizi di Salò, l’equipaggio di un sommergibile colato a picco nel Tirreno – Arcieri condurrà un’indagine privata destinata a fare luce su un’intricata matassa di trame eversive e di interessi personali di efferato cinismo. Ma non è finita qui, perché la sorpresa delle sorprese sarà proprio nell’epilogo del ben congegnato romanzo. L’autore, da sempre è maestro nell’intrecciare temi civili e politici che ancora condizionano la vita d’oggi, plasmandoli in un poliziesco mozzafiato, giocoliere della vera Storia, frammista a quella inventata, dove vero e verosimile si rincorrono, facendoci correre a nostra volta, nella curiosità della lettura. In buona sostanza, potremmo dire, che dalla lettura di questo giallo, fuori dai canoni consueti, traiamo l’impressione di aver viaggiato nella memoria di una generazione che ha ricostruito l’Italia a favore di tutti, ma per il vantaggio di pochi. Si resta impressionati, leggendo questo labirintico noir sociale, dalla capacità di Gori di dosare con preciso acume i vari ingredienti che fanno di un romanzo del genere non solo una trama che si legge premuti dalla curiosità di scoprire il colpevole, ma anche una spinta alla riflessione. E il detective d’eccezione, Bruno Arcieri, inchiesta dopo inchiesta, attraversando i decenni più aggrovigliati del Novecento italiano, ci offre, nel ciclo di romanzi dell’autore, un ritratto vivido e stigmatizzante della realtà in cui viviamo.

 

 

Per Emilia di Giorgio Minotti

IL ROMANZO. «Per Emilia» di Giorgio Minotti

Chopin, il segreto
del «Notturno»
è nella sua famiglia

Grazia Giordani

Il celebre brano era stato dedicato alla sorella, che morì quindicenne

mercoledì 15 febbraio 2017 CULTURA, pagina 44

Sempre più certi che il passaparola sia il miglior mezzo per diffondere un libro, se vale veramente e porta nero su bianco novità, sull’onda di questa convinzione, siamo rimasti deliziati dal romanzo di Giorgio Minotti: «Per Emilia – Casa Chopin e la vocazione per la bellezza» (Zecchini Editore, pp. 152, 17 euro), un delicato giallo musicale che ci ha spinti a riascoltare il «Notturno op. 72 n. 1» del re del pianoforte.L’autore afferma in premessa all’opera: «L’idea di questo libro è nata da una conversazione con un amico musicista che, accogliendo le mie osservazioni sulla coincidenza tra la data della morte di Emilia e quella di composizione del Notturno, unite a una possibile suggestiva lettura dei contenuti musicali, mi ha spinto (quasi “sfidato” direi) a costruire una storia su questa ipotesi».Minotti, psicologo e farmacista di professione, quindi non uomo di lettere nel senso classico della parola, ha scritto quest’opera quasi in forma compulsiva, quasi non potesse staccarsi dall’arcano per cui Fryderyk Chopin scrisse il famoso Notturno di straordinaria bellezza nel 1827, quando aveva 17 anni che, per ragioni sconosciute non diede mai alle stampe. In effetti fu pubblicato solo dopo la sua morte, come Notturno op. 72, n.1, benché fosse evidentemente anteriore ai tre Notturni dell’op. 9, editi nel 1833 a Parigi.Entriamo subito in casa Chopin, un’abitazione piena di musica, allegre risate delle sorelle che raccontano per noi una vicenda toccante, piena di cuore. Risate e lacrime si fondono e confondono in queste pagine scritte con una «levitas» da maestro. Verità e verisimiglianza diventano un tutt’uno, quest’ultima confortata dalle colte note che ci dimostrano come l’autore conosca a fondo la vita e le opere del genio del pianoforte.Nella realtà, il manoscritto del famoso Notturno non è mai stato ritrovato e questo presta il destro all’autore per parlarci della struggente fine di Emilia, la sorella adolescente del compositore, dotata di squisita sensibilità artistica, considerata una promessa della letteratura polacca, stroncata dalla tubercolosi il 10 aprile 1827, non ancora 15enne. Fryderyk lo aveva dunque scritto per lei e poi celato per non far soffrire ancor più madre e sorelle?La protagonista del romanzo è Ludwika, la sorella maggiore, affiancata da Izabela; entrambe depositarie del segreto del Notturno che ci guardiamo bene dal rivelarvi per non guastare la curiosità del lettore che finirà col sentirsi ospite di quella casa grondante musica, a sua volta detective di un mistero che si va pian piano dipanando.Quel che affascina, nel romanzo, è il clima che respiriamo, inseriti fra le componenti femminili di una famiglia che tanto ha amato Fryderyk. Tutte le figure femminili, non ultima la madre Justyna, sono unite, oltre che dall’essere strette parenti, dalla comune vocazione per la Bellezza, altro filo conduttore che sottende la narrazione. Del resto non era stato il grande Dostoevskij a dire che «La bellezza salverà il mondo?». Abbiamo letto un romanzo che ci ha regalato anche un ritratto nuovo del più grande virtuoso del pianoforte, confortato dalla folta bibliografia che l’autore ha consultato, citata alla fine, assieme ai consigli d’ascolto. In attuali anni pieni di brutture, queste pagine sono una carezza al cuore.

 

La Troga

IL LIBRO. La riproposizione di Adelphi
«La troga»: quando
la realtà supera
di molto la fantasia
Grazia Giordani
L’opera di Rugarli è un’istantanea della storia italiana fra anni ’70 e ’90
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lunedì 06 febbraio 2017 CULTURA, pagina 49
Ardita impresa quella di Giampaolo Rugarli (1932-2014) di rappresentare, come in una pièce teatrale, la realtà italiana degli ultimi cinquant’anni. E già il titolo poliedrico ed enigmatico «La troga» (Adelphi, pp.248, euro12), c’incuriosisce e spinge a leggere senza interruzione, queste concitate pagine che, a suo tempo, tanto piacquero anche a Leonardo Sciascia. Che in proposito scrisse: «Nella Troga si intravedono tanti di quegli elementi che appartengono alla storia italiana dell’ultimo mezzo secolo che si finisce col leggerlo come se quella storia appunto fosse stata reinventata in una sfera surreale, metafisica: da sogno, da incubo . . . il lettore ne ha come un senso di sdoppiamento mentre segue con divertimento il vertiginoso ritmo della vicenda “inverosimile” ne va riscontrando nella memoria i particolari “veri”. Democrazia Cristiana, terrorismo, P2, mafie di ogni sorta, sfascio dell’amministrazione giudiziaria, tangenti: tutta la cronaca della corruzione italiana di questi anni confluisce nel libro, vi si amalgama, vi si esalta: con feroce allegria, con allegra ferocia. E i personaggi hanno a momenti i tratti fisici, il linguaggio, i tic di altri che campagne elettorali, scandali, cronache parlamentari e crisi di governo ci hanno fatto ben conoscere». E la vita reale di adesso sembra essere un prosieguo di quanto rileva Sciascia. Nulla è cambiato, se non in peggio.
L’Autore ricorre alla metafora poliziesca, già nell’incipit, del commissario Pantieri, pacifico piccolo borghese che si trova a ricevere una donnetta anziana delirante che lo mette sulle tracce di una fantomatica associazione criminale: la troga, appunto. Nome equivoco e polivalente che può indicare un agglomerato di cose: droga, toga, trota, tregua e via dicendo, scomodando persino l’etimo di verbi greci. Viene sequestrato l’onorevole Lauro Grato Sabbioneta, alter ego immaginario dell’ onorevole Aldo Moro. E da qui si scatena una danza forsennata di agnizioni ed anagrammi che tristemente divertono autore e lettori.
All’autore riesce insperatamente possibile, ricorrendo a giocosi espedienti, narrare le vicende italiane dell’ultimo ventennio, dandoci conto anche di un «Paese orribilmente sporco» (Pasolini), come, a suo avviso, fu l’Italia democristiana.
In effetti, dal1970 al 1990 ne capitarono di tutti i colori, al punto che il romanzesco è superato dalla realtà, in quanto ad attentati, bombe, trame segrete, depistaggi, scandali, corruzioni, sequestri, assassini e non sapremmo più che altro aggiungere.
In questo romanzo, volutamente delirante, la realtà sovrasta di gran lunga la fantasia.
Rugarli è riuscito in pieno a darci una visione dell’inenarrabile cronaca italiana, mantenendo sempre un’ottava sopra, volutamente eccessivo perché in lui il sarcasmo è debordante e sembra sbucargli fuori da tutte le tasche in una ridda che un po’ ci diverte e molto ci preoccupa.
Cantore di uno squallido avvenuto che è ancora in fieri mentre ne parla, ci dimostra, fra l’altro come la politica e la criminalità siano – ahinoi – pervase dalla stessa logica; la lotta politica è faida personale; il terrorismo ha invalidato possibilità rivoluzionarie, l’opposizione è a corto d’idee. E via dicendo lungo questa via lastricata di disperante sfacelo. Mentre L’autore ci parla, nelle parole del libro il martellare di una pioggia costante affligge una Roma sfatta, abitata da extracomunitari, coperta da immondizie. Chiusa la pagina, avremmo voglia di una favola, di qualcosa che ci tiri su, pur sapendo che la realtà è questa. Inutile illuderci.