Archive for maggio 2011

Ripropongo agli amici nuovi del blog:


Les revenants

"Regarde, maman regarde là-bas" – gridava una vocetta infantile di bambina che intanto puntava anche il dito grassottello verso la finestra di una casa gentilizia, ancora dignitosa, anche se in abbandono.
Le prime ombre del crepuscolo sembravano avvolgere in un sudario palpitante di foschia, quella singolare costruzione, piantata sulla riva di un canale, arrossato dall'ultimo barlume di tramonto, ormai un sospetto di fuoco che stava per spegnersi.
Un'aura di mistero incorniciava personaggi ed avvenimenti, in quella campagna solitaria, in cui solo la vocetta della piccola rompeva un silenzio senza tempo.
La madre alzò gli occhi verso la trifora ed ebbe l'impressione di intravedere una ciocca bianca di capelli, passare rapida – come un volo d'uccello che solcava il vetro impolverato -, e poi una mano femminile protesa in un gesto di carezza (verso il volto del possessore della candida ciocca?).
La fantasia comincia a farmi "viaggiare" dentro storie ipotetiche – pensò la madre -, per nulla spaventata, soltanto incuriosita dall'insolita situazione.
Da qualche giorno la giovane francese era ospite da parenti, in quella deserta campagna vicentina, dove aveva cercato, con frequenti passeggiate in compagnia della sua piccola Marie, di alleviare la noia di un tran-tran agreste, sempre uguale.
Madre e figlia avevano visitato ville di superba bellezza, appartenute ai Barbarigo, ai Loredan, e ai Rezzonico, nei vari passaggi di proprietà, veri gioielli di raro splendore, ma era stata proprio quella costruzione senza pedigree, che non figurava nei manuali accreditati, ad averle attratte in maniera forte.
C'era qualcosa di nobile e selvaggio a un tempo, quasi un arcano magnetismo, che si sprigionava da quelle mura sbrecciate, dalle arcate larghe di un sottoportico lontano dai canoni classici, sotto cui era visibile una catasta di legna e un grosso paiolo, pronti a contraddire l'immagine della casa veramente abbandonata.
E poi cos'erano quelle ombre, quella traccia chiara, forse di capelli, quella mano sospesa che madre e figlia avevano confermato l'una all'altra di avere veramente visto?
Una persona pavida avrebbe detto: cambiamo strada; affrettiamoci a tornare dai parenti. E se la sarebbe addirittura data a gambe, magari correndo con il cuore in gola, verso luoghi illuminati e rassicuranti Una persona indifferente non avrebbe occupato altro tempo a pensare a misteri, forse frutto di fantasia.
Anne e Marie appartenevano alla rara specie di persone in cui la curiosità è tale da sconfiggere la paura: madre e figlia avevano cuore e cervello in perfetta sintonia, pur con le dovute differenze, date dalla diversa età.
Prese per mano la sua Marie, la madre, e cominciò a pensare al modo di entrare nella villa, o almeno di controllare la ragione di quelle strane apparizioni.
Aveva riso, incredula, quando la figlia le aveva detto, con estrema serietà: "Il ya des revenants, dans cette maison, je pense, maman.", poiché le era parso buffo un pensiero così adulto dentro una testolina tanto piccola.
Anne non credeva ai fantasmi, era una donna troppo terrena, per prestar fede al soprannaturale, e inoltre, dei fantasmi bisognosi di riscaldarsi con della legna, le apparivano troppo terreni per essere creature del surreale.
Comunque era curiosa, tanto curiosa.
Non le fu difficile trovare una manico di zappa appoggiato alla parete, nel sottoportico, con cui forzare un chiavistello che non oppose troppa resistenza.
Entrarono, con qualche cautela, spingendo a quattro mani, un portoncino di legno massiccio, abbastanza corroso dal tempo, che cigolò – come da manuale, com'era giusto aspettarsi che stridesse -, vista la situazione.
Buio all'interno, buio fondo e sentore di umidità.
Non c'era nemmeno tutta quella polvere che sarebbe stato giusto aspettarsi, pensò Anne, illuminando la scena con un accendino che – accanita fumatrice – portava sempre in borsetta.
Vide un tavolo di legno scuro, attorniato da seggiole imbottite, ricoperte da un tessuto un tempo fiorato, forse, ora di indeciso aspetto; indefinite, quelle seggiole, come tutto quello che appariva nella stanza, sfumato dall'incerto baluginare della piccola luce dell'accendino.
Nel caminetto d'angolo la cenere sul fondo sembrava stranamente tiepida, quasi fosse il resto di un fuoco spentosi in ore non troppo lontane.
"C'è qualcuno in casa?" – domandò Anne, nel vuoto – nel suo italiano dal forte accento francese, non libero da quei suoni nasali che non appartengono alla nostra lingua.
Nessuna risposta, nessun rumore, nessun segno di vita.
Un libro aperto, sopra uno scaffale, ostentava una strana freschezza, come se le sue pagine fossero state appena sfiorate da amorevoli dita. E nell'aria si respirava la stessa "essenza amorosa", un profumo rarefatto di sentimenti lì coagulati e riassunti, in un ideale consommé, qualcosa di inesprimibile a parole, ma che Anne – soprattutto lei -, avvertiva in maniera inequivocabile.
Avvicinò la fiammella tremolante dell'accendino alla pagina aperta, lievemente ingiallita ai bordi, e lesse alcuni versi di Paolo Silenziarlo ("Stavo per dirti 'Addio', ma ho frenato/la voce e sono qui ancora con te./.Quanto l'odiosa notte d'Acheronte/io temo la tua amara lontananza./Come la tua luce è simile al giorno!/Ma il giorno è muto/e tu invece mi porti la tua voce, /più dolce di quella delle Sirene./Ad essa è legata ogni mia speranza"). Conosceva quel prodigioso autore, uno degli abitanti più interessanti dell'"Antologia Palatina"; con un suo innamorato, in anni non troppo lontani, ne aveva tradotto brani dal greco. Eppure, in quel preciso momento, ritrovarsi davanti agli occhi quelle frasi ardenti, che dalla profondità dei secoli trascorsi, riportavano tutto il fuoco del loro linguaggio d'amore, le procurò uno strano fremito, quasi un piccolo stordimento, un annebbiarsi delle sue idee, pur sempre tanto lucide.
Tra poco si esaurirà la luce dell'accendino – pensò – sarà meglio che ritorniamo all'aperto, tanto qui non c'è nessuno; qui è rimasta solo l'essenza intellettuale di un passato irrimediabilmente trascorso. Qui ritroviamo soltanto il materializzarsi di una "memoria" e ne sentiamo la forza. Qui dentro c'è stata gente che si è molto amata e ha lasciato traccia del proprio lontano sentimento, tanto che la cenere è ancora capace di mantenere tepore e le pagine di un libro sembrano appena sfogliate.
Decise di uscire, di non perlustrare il resto della casa. Non aveva più bisogno di vedere nulla. Era come se già conoscesse il resto di quella abitazione. Già sapeva che al piano superiore c'era un letto, con il raso che scendeva dal baldacchino, liso agli orli, già conosceva il blu spento di suppellettili rimaste in una elegante credenza della vasta sala da pranzo; già conosceva la forma di un divano dalle molle usurate: quella casa della memoria non aveva più misteri per lei.
Prese Marie per mano e la condusse, senza fretta, verso l'uscita.
Chiudendo il portoncino, alzarono ambedue gli occhi verso la trifora. Vicino alla riapparsa ciocca bianca, ebbero l'impressione di vederne una biondo scura, quasi mesciata: un vibrare di capelli che incorniciavano pallidi volti con occhiali.
"Maman, les revenants, voilà les revenants! " – esclamò, ostinata, Marie.
Anne non diede risposta alla figlia, ma non poté impedire a se stessa di pensare che fantasmi con mèches ed occhiali erano una ben strana apparizione…

Grazia Giordani

Data pubblicazione su Web: 18 Aprile 2006

 

romanzo IL LIBRO. Thriller scientifico di Bruno Arpaia
Una setta al Cern. Accelerazione di particelle e del battito cardiaco

26/05/2011

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Se a scuola amavate la fisica, L'energia del vuoto (Guanda, 262 pagine, 16,50 euro), il nuovo romanzo di Bruno Arpaia, vi affascinerà. Ma questo thriller scientifico piacerà anche ai non cultori della materia perché l'autore si rivela un divulgatore trascinante degli esperimenti, dei dubbi e delle ipotesi della fisica contemporanea, capace di inoltrarsi nei meandri dell'anima con il rigore della scienza. Emilia, ricercatrice del Cern, è impegnata a ricostruire – attraverso un'accelerazione di particelle, inviate a una velocità prossima a quella della luce — una situazione simile a quella del Big Bang da cui è nato l'universo. La giornalista madrilena Nuria si reca a Ginevra per scrivere un articolo scientifico. Saranno proprio le sue domande rivolte sia ai fisici teorici che a quelli sperimentali a indurci a scoprire un mondo di realtà stupefacenti: la fisica conosce solo un 4 per cento di ciò che costituisce l'universo, mentre può fornire solo ipotesi sulla materia oscura (23 per cento) e sull'energia oscura (73 per cento). Non ultima scoperta, per i profani, è che il vuoto non coincide con il nulla, essendo pieno di fluttuazioni quantistiche di energia.
Se il romanzo si riducesse a questo, potrebbe apparire un arido trattato scientifico. L'abilità di Arpaia sta proprio nel miscelare, come un abile barman letterario, scienza e sentimenti. Quelli di Pietro, marito di Emilia, funzionario dell'Onu a Ginevra che a notte fonda s'inerpica in auto su una stradina di montagna in Svizzera. Accanto a lui dorme il figlio Nico, un adolescente ribelle e molto dotato intellettualmente. Stanno fuggendo. Da cosa? Emilia che è molto cambiata, il lavoro la ossessiona e la vita matrimoniale con Pietro sta andando a rotoli, è improvvisamente scomparsa. Il nemico che trama nell'ombra è rappresentato da fondamentalisti islamici e fisici che avvinti per ragioni d'interessi e di prestigio alla teoria delle stringhe, manomettono e inquinano i dati inviati all'acceleratore di particelle. ll nodo contorto si scioglierà alla fine, rendendo ancora una volta vincente l'amore sviscerato per i risultati della ricerca scientifica.
Il vuoto, con la sua energia, è il cuore di questo romanzo, poiché anche in esso c'è qualcosa da scoprire, come nella vita, anche nella scienza, esiste la vibrazione di un attimo («una particella può entrare in palcoscenico, però, facendolo, lo incurva e lo modifica, così il palcoscenico diventa a sua volta un attore, cambiando le caratteristiche della particella…».
Particolarmente poetiche le descrizioni paesistiche, pennellate di artistico colore, sapientemente intervallate a tanto profluvio di scienza. Fa un bell'effetto sull'immaginario del lettore l'alternarsi di conoscenza scientifica e di risvolti sentimentali, ritmati da un paesaggio esterno che incornicia paure, e delusioni, trasportandoci con sapiente volubilità dal regno del cervello a quello del cuore.

Grazia Giordani
pubblicato stamani giovedì 26 maggio 2011 in Arena, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi

 « In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Upsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l'enorme betulla a due tronchi, mi sposto con lentezza e  abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà »
Igmar Bergman

Penso che un po' tutti ci ritiriamo ogni tanto nel nostro mondo bambino …

 

 

Maratona di note
 

Ieri è stata una giornata veramente memorabile a Badia Polesine con l'inaugurazione – dopo l'annoso restauro – del Teatro Sociale, ora Teatro Eugenio Balzan

17 maggio 2011

Inaugurazione Teatro Sociale Eugenio Balzan

Martedì 17 maggio 2011 – ore 20.30

Dopo oltre cento anni e un attento restauro realizzato con il contributo della Regione Veneto, della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo della Ditta RPM, il Comune di Badia Polesine restituirà ai suoi cittadini il

Teatro Sociale "Eugenio Balzan"

tornato al suo antico splendore.
Per festeggiare la riapertura della "Piccola Fenice" la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Badia Polesine, ha organizzato un'intera giornata dedicata alla musica, intitolata

Maratona di note

Ingresso libero e gratuito
con prenotazione obbligatorioa per tutti i concerti

Assessorato alla Cultura del Comune di Badia Polesine Tel. 0425.51923 – Cell. 347.4875466
cultura@comune.badiapolesine.ro.it
Studio PRP Tel. 049.8753166 – info@studiopierrepi.it


 

L'esatta melodia dell'aria
Chi ha apprezzato il romanzo Il Profumo di Patrik Süskind del 1985, divenuto un bestseller tradotto in più  di venti lingue, troverà certamente un fil rouge, capace di creare un parallelo con L’esatta melodia dell’aria (Titolo originale: The Bells, Editrice  Nord, pp.407, euro18,60, tradotto da Alessandro Storti), opera prima dell’americano Richard Harvell, attualmente  stabilitosi in Svizzera con la famiglia. L’inevitabile analogia tra le due opere letterarie si basa sulla constatazione che mentre Il Profumo privilegia l’olfatto, il romanzo dell’esordiente Harvell è un inno all’udito e al potere ammaliante dei suoni.
Infatti, per il protagonista del romanzo – siamo in Svizzera nel XVIII secolo –  il mondo non è  fatto di oggetti, di colori, di odori, ma è fatto di voci e suoni, di continue sinestesie che  permettono di  percepire, fin dall’infanzia singolare al piccolo Moses, nato dentro un campanile, da una madre sordomuta, il mondo che lo attornia, in maniera surreale e lontana dalla consuetudine. («Afferra il  soffio del vento, e vi  sente ciò che noi vediamo nelle onde di un lago: una moltitudine di correnti, caotiche eppure ordinate secondo la legge di Dio. Ama ascoltare gli spifferi tra le fessure del tetto sopra di lui, o le raffiche che frustano gli spigoli della torre, o i refoli che sfarfallano tra i lunghi fili d’erba del prato»). Come nelle favole di tutto rispetto, non può mancare l’orco  cattivo che, in questo caso, è il prete del villaggio che cerca  di annegare il bambino per cancellare la prova vivente del suo peccato mortale. E la narrazione prosegue in un mix di rigorosa ricerca storica e fantasia a tutto spiano, incuriosendoci di pagina in pagina, felici del fatto che Moses venga salvato dalle acque (con il nome che porta, il fatto non ci fa meraviglia), preoccupati per le rocambolesche avventure che lo attenderanno nella splendida abbazia di San Gallo, dove  saranno sempre i suoni a guidarlo, prima verso il coro della chiesa – di cui entrerà a far parte – poi nella casa di Amalia, un’affascinante ragazza di nobile rango, convinta del potere taumaturgico della splendida voce di Moses.
Nel corso della vita, il giovane incontrerà parecchi orchi cattivi, ma anche amici leali, pronti a difenderlo e salvarlo.
A causa della melodica voce subirà un’evirazione. Purtroppo, l’Italia del Settecento era tristemente nota per questa vergognosa consuetudine, stigmatizzata anche dal Parini. In postfazione al romanzo, l’autore sottolinea, in proposito, come «Intorno al 1750, il conte Carlo Eugenio chiamò due medici italiani a Stoccarda, allo scopo di far castrare i ragazzini, e dunque la sua corte è l’unico luogo a Nord delle Alpi in cui questa pratica avvenisse in modo sistematico. In Italia l’uso dell’evirazione allo scopo di creare cantanti per i grandi teatri d’Europa proseguì per tutto il XIX secolo, benché l’età dell’oro dei castrati fosse tramontata di pari passo con la crescente preferenza della musica operistica per la voce tenorile. L’ultimo castrato, Alessandro Moreschi, cantò nel coro pontificio sino al 1913.» 
D’altra parte, dobbiamo rilevare che se Moses non avesse mantenuto una voce così angelica, a causa dell’ “oltraggio” subito, non avrebbe potuto sostituirsi in maniera fortunosa all’evirato Guadagni – personaggio realmente esistito nella Vienna settecentesca -, cantando nell’Orfeo di Gluck. E non avrebbe poi potuto cogliere tanti meritati allori a Venezia, correndo incontro al destino riservato a coloro che possiedono una voce incorruttibile.
Ricche di colpi di scena, alla Dumas, le oltre quattrocento pagine della trama non ci permettono di annoiarci, poiché qui  succede un po’ di tutto tra il possibile e l’inverosimile ed è l’autore stesso a precisare come il suo protagonista abbia «ricevuto in dono una sensibilità musicale straordinaria, ma la vita gli ruberà le gioie dell’amore. È un ragazzo danneggiato, ha dovuto subire una terribile crudeltà per creare  successo e ricchezza. Le forti contraddizioni come questa, sono una fonte di ispirazione per me. Credo sia importante in un romanzo trovare un personaggio eroico».
E come contraddirlo? Harvell diremmo proprio che ci è riuscito, confortato anche da una bella prosa d’impianto classico, sostenuto da puntigliose ricerche storiche, subito accolto anche da grandi case editrici di paesi stranieri, già in contatto con  case cinematografiche per tradurre il romanzo in film.
Grazia Giordani  

 

 

Sconsiglio di lettura
 

Se amate il genere fantasy, vagamente demenziale, L’Atlante di smeraldo (Titolo originale The Emerald Atlas, Longanesi, pp.456, euro 18,60, traduzione di Silvia Piraccini),  di John Stephens è il romanzo che fa per voi. Spiace dissentire dall’entusiasmo dell’ editore che – folgorato dalla lettura delle prime pagine –  afferma, fra l’altro: “Quando ho saputo che dopo di noi molti altri editori italiani hanno chiamato l’agente e soprattutto in una settimana è stato acquistato in più di trenta Paesi, mi sono convinto a leggerlo tutto. Questo è in definitiva uno di quei libri che qualunque editore vorrebbe pubblicare”. Non possiamo negare il senso dell’umorismo di questo neoscrittore di Los Angeles e la sua capacità di ben delineare i personaggi, ma – a nostro avviso – per creare un capolavoro in questo difficile genere di letteratura in cui i protagonisti possono diventare atemporali e in cui un libro verde smeraldo può vantare pagine bianche che, improvvisamente si animano mostrando paesaggi e figure, senza scomodare quel genio di E.A.Poe, ci vorrebbe almeno la penna di un H.P. Lovecraft. Veniamo dunque alla trama del romanzo che tanto ci ha lasciato perplessi. Incontriamo subito tre bambini: Kate, fin da piccola tenuta alla responsabilità di proteggere i due fratellini, Michael che – nel corso della narrazione – si rivelerà fantasy dipendente in sommo grado ed Emma, più dura e ribelle, anche se soltanto in apparenza. La notte di Natale verranno sottratti dai propri genitori, quasi un rapimento operato da una forza oscura. All’epoca Kate ha solo quattro anni, Michael due ed Emma è ancora in  fasce. Li attende una ridda infinita di orfanotrofi, fino a quello sinistro di Cambridge Falls, un’enorme casa da incubo, piena di torri, misteriosi sotterranei e sale surreali, in perfetta sintonia con lo spirito della narrazione.
E non vi potrete sottrarre all’ l’incontro con figure malvagie come il Dr.Pym che dietro lo guardo vacuo nasconde un segreto che – se rivelato – potrebbe mettere in pericolo la vita dei tre ragazzini impegnati ad entrare ed uscire dal tempo con una disinvoltura veramente invidiabile. Inoltre, c’è una malvagia Contessa omicida, pronta a qualsiasi azione, dotata di un fascino perverso. E non poteva mancare Gabriel, lungo chiomato, dal tenebroso charme, che – seppur sfigurato in volto da una cicatrice –  ad Emma piace , del resto ben sappiamo che de gustibus non est disputandum.
E questo aforisma latino possiamo estenderlo a tutto il valore letterario del testo – qualora ne possegga e a noi sia sfuggito – visto che i gusti e le propensioni sono assai cambiate e non sono pochi a sostenere che anche la serie di Harry Potter tocchi le vette del capolavoro.

Grazia Giordani
 

Luci nella notte

 

Che ogni romanzo di Georges Simenon (Liegi 1903-Losanna 1989) sia sempre un libro più che coinvolgente ce lo conferma anche Luci nella notte (Titolo originale: Feux rouges, pp.166, euro 10) che Adelphi – intento a  curarne l’opera omnia -, ora ci propone ben tradotto da Marco Bevilacqua.
Scritto a Lakeville (Connecticut) nel luglio del 1953 e apparso a stampa nello stesso anno, il romanzo è stato definito da Michel Carly (il maggior studioso dell’autore nel suo periodo dell’ esilio negli Stati Uniti), «un puro capolavoro americano».
Da questo libro Cédric Kahn ha tratto nel 2004 l’omonimo film, interpretato da Jean-Pierre Darroussin e Carole Bouquet che ha saputo cogliere l’atmosfera allucinata ed ossessiva del romanzo, qualità in cui il grande autore belga spesso si è dimostrato maestro.
Conosciuto dalla maggior parte dei lettori per il ciclo del commissario Maigret, visitato e rivisitato in  forma filmica e televisiva (indimenticabile quella interpretata dal nostro Gino Cervi), in realtà, Simenon crea capolavori soprattutto quando scrive romanzi di crisi, o romanzi «duri», secondo la sua stessa definizione, tra cui ricordiamo: La neve era sporca e La camera azzurra solo per citarne due fra i moltissimi.
In Luci nella notte respiriamo la calura e la concitazione di un ultimo weekend d’estate, mentre una coppia sull’orlo della crisi, parte per il Maine dove i due piccoli figli hanno trascorso un mese di vacanza. Fin dalle prime pagine entriamo dentro il malumore di Steve e Nancy, dentro le loro incomprensioni, mentre New York sfuma alle loro e alle nostre spalle, in un baluginare rosso-azzurro delle insegne dei bar, invero troppo frequentati dal marito che si sente inferiore rispetto a una moglie così impeccabile, più importante di lui nel lavoro, ipercritica nei suoi confronti.
Sentiamo il malessere, il frantumarsi dell’intesa fra questi due coniugi poco più che trentenni, in un progress ritmato dalla musica jazz in sottofondo e irrorato dai troppi whisky di Steve che s’illude di trovare forza e sicurezza nel bicchiere, visto che fin dal pomeriggio – per usare il suo linguaggio – «è entrato nel tunnel» ovvero ha iniziato ad affogare nell’alcol la sua viltà e il cattivo concetto che ha di sé.
Naturalmente, i protagonisti di questa storia che scorre e s’impenna nel subdolo binario del realismo ossessivo, non sanno che il viaggio segnerà una svolta drammatica nella loro esistenza, perché, poche ore prima che lasciassero New York, dal carcere di Sing Sing è evaso un uomo che entrerà come un uragano nel loro destino, incrociando la loro strada in maniera ineluttabile.
Tutti i noir di pregio hanno un epilogo a sorpresa e – più bravo è l’autore – più spiazzante sarà il coup de théâtre, inaspettato ed imprevedibile. Nel nostro caso, il finale ci colpisce in maniera particolare perché arricchito di quella carica psicologico-freudiana che Simenon, conoscitore dei più nascosti meandri dell’animo umano, sa sempre regalare alle sue avvolgenti pagine.
Grazia Giordani