Archive for the ‘recensioni’ Category

I DIARI BOLLENTI DI MARY ASTOR

IL LIBRO. La ricostruzione di Edward Sorel

diari di Mary Astor
scandalo a luci rosse
nell’America del ’36

Grazia Giordani

Sotto i riflettori un’attrice famosa e il commediografo di Broadway

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martedì 12 dicembre 2017 CULTURA, pagina 48

Leggiamo ne «I diari bollenti di Mary Astor- Il grande scandalo a luci rosse del 1936» di Edward Sorel  (Adelphi, pp.169, euro 20, traduzione di Matteo Codignola), una storia vera raccontata in maniera ipnotica, con l’allure che si rivive dentro un sogno. Comunque, il segreto che rende questo libro anche strutturalmente diverso da qualsiasi altro, consiste nella scintilla che ha dato inizio a tutta questa vicenda, ovvero al ritrovamento casuale, durante una ristrutturazione d’interni, di alcuni ritagli di giornale che di quel processo tracciavano la cronaca. Leggendoli, Sorel, ha fatto un balzo indietro, regalando al lettore la ricostruzione di un ricordo di giovinezza, di uno scherzo sentimentale, di un’invenzione da tabloid.

Eduard Sorel, nato a New York nel 1929 è un disegnatore di grido. Ha firmato moltissime copertine del New Yorker, ha scritto ed illustrato molti libri e per decenni ha coltivato una vera ossessione per Mary Astor, diva del muto e poi del noir, premio Oscar nel 1942 per «La grande menzogna» a fianco di Bette Davis. L’attrice ebbe l’ultima parte importante nel 1964 in «Piano piano dolce Carlotta», ancora con la Davis. Ormai lo scandalo del suo divorzio, nel 1936, è caduto nel dimenticatoio, ma Sorel, col ritrovamento casuale dei ritagli di giornale, di cui sopra, ovvero tutti numeri del Daily News e dei Daily Mirror, datati 1936, proprio l’anno dello «scandalo a luci rosse».

Riguardavano il processo a Los Angeles per l’affido di una ragazzina, Marylin, figlia di Mary Astor e del secondo marito. Che aveva usato i diari di Mary, scoperti quando il matrimonio era ancora in atto, per farle rinunciare ad ogni diritto sulla bambina. Ma la Astor nel 1936 aveva impugnato la sentenza e allora il marito aveva reso nota ai giornali l’intenzione di far pubblicare i diari che raccontavano un adulterio e molto di più, ovvero pagelle ai suoi amanti, in base a criteri legati alle loro prestazioni sessuali.

Fatti che oggi sarebbero meno gravi, tanto è scivolata in basso la morale dei nostri tempi, ma negli anni Trenta, con protagonista un’attrice famosa che raccontava le sue notti bollenti con il più importante commediografo di Brodway di allora, George S. Kaufman, era una bomba deflagrante.

I disegni e le vignette di Solel che illustrano nel libro le piccanti vicende sono bellissimi, ironici e persino toccanti quanto basta.

L’autore, così singolare, è riuscito a parlare anche con Marylin, la bambina di allora che vive nello Utah in una casa su ruote, che ha avuto quattro figli e quaranta fra nipoti e bisnipoti. «L’ho molto amata la mamma – ha detto – ma mi ha fatto anche paura. L’aveva sempre vinta lei. Aveva sempre ragione lei».

Edward Sorel, dopo il fortuito ritrovamento dei ritagli di giornale, ha deciso di lottare per Mary Astor che non era una stella eccezionale, ma meritava un po’ più di luce, non solo quella «a luci rosse».

Il suo diario, comunque, è stato bruciato nel 1952 davanti a un giudice.

Dalla scrittura di Sorel, oltre alla storia della diva, emerge lo spirito della città di cartapesta di quel tempo su cui molti, troppi giovani avevano imbastito i lor

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Alfabeto d’origine

l saggio pubblicato da Neri Pozza

Ecco l’«alfabeto»
al femminile
di 
Lea Melandri

Una «scrittura d’esperienza» per affrontare il linguaggio del corpo

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giovedì 30 novembre 2017 CULTURA, pagina 56

Grazia Giordani Neri Pozza ci propone la lettur

Neri Pozza ci propone la lettura di una complessa silloge di saggi intitolata «Alfabeto d’origine» (pp. 169, euro 16), opera di un’autrice anomala che si stacca da tutti i canoni consueti e che per questo c’incuriosisce pur sollevando in noi qualche perplessità.

Fin dai tempi più antichi la filosofia del linguaggio ha occupato seri studi di filosofi e filologi. Sulla scia del secondo Wittgenstein e delle tesi del grande Martin Heidegger la nuova filosofia del linguaggio nega la natura strumentale dello stesso e lo considera come una condizione originaria dell’umano, come la sua essenza, facendo dipendere fin dall’inizio l’intelligenza umana dalla lingua.

Nell’opera di Lea Melandri incontriamo piuttosto una «scrittura d’esperienza» atta ad interrogare il suo pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire in quelle zone remote e “innominabili” ove la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo: passioni elementari, sogni, costruzioni immaginarie, rappresentazioni del mondo, nella sua ottica, riconoscibili in ogni spazio e tempo.

Tra queste vanno a collocarsi le figure del maschio e del femminile che il corso della storia ha modificato ma non al punto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente duraturi.

«Ho scritto per essere raggiunta – precisa la singolare saggista –  ma anche per marcare una distanza, per aprire un varco alla memoria e per consolarmi di averla perduta, per segnalare il bisogno d’amore e per ritenermi paga di averlo trovato per altra via».

La scrittura dell’autrice parte dunque da sommovimenti interni, legata all’autoconoscenza, all’esplorazione di zone che tutti tenderemmo a rimuovere, passioni elementari.  E raccoglie il suggerimento di Asor Rosa ne «L’ultimo paradosso» parlando di frammenti di parole, spezzoni di significato, cristalli di idee-tutto un pulviscolo di immagini e di sensazioni, una vera e propria mineralogia del pensiero, per cui non sembriamo avere, per ora, né classificazioni né definizioni.

In prefazione alla silloge, la  Melandri precisa anche che sebbene apparentemente slegati «i libri raccolti in questo libro hanno una storia che li accomuna e lontane radici in un paese. Parlano di una lingua ritrovata – nei brevi tragitti più autobiografici – di corrispondenze amorose – negli accorpamenti con le voci e le parole di autrici e autori amati – di scrittura di esperienza come tentativo di andare alle radici dell’umano, a partire dai corpi e dai segni che lascia su di essi l’infanzia».

Lea Melandri è nata a Fusignano (Ravenna) nel 1941, vive a Milano dal 1967. Ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Tiene attualmente corsi presso l’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987 e di cui oggi è presidente. Prende parte attiva al movimento delle donne negli anni Settanta. Di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le sue numerose pubblicazioni. Nel 2012 ha ricevuto dal Comune di Milano l’Ambrogino d’oro come “teorica femminista”.

Grazia Giordani

Un caffè alle mandorle

LIBRO. Il noir di Nardi, edito da Neri Pozza

Dentro il «Caffè
alle mandorle»
retrogusto di mafia

Grazia Giordani

Il capitano dei carabinieri Perego a Palermo nel ’78: fiction o realtà?

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giovedì 23 novembre 2017 CULTURA, pagina 48

La morte annunciata in questi giorni di una belva chiamata Toto Riina non ci ha arrecato certo dispiacere, anche perché ci offre il destro bello pronto, per parlare di «Un caffè alle mandorle» di Massimiliano Nardi (Neri Pozza, pp.381, euro 18).

Come un’intrigante matrioska, già nel nome dell’autore, questo noir quasi verità, debutta col mistero di un nom de plume, perché lo scrittore si diverte a giocare a nascondino con chi si appresta a leggerlo. In realtà, come si chiama?

Superato questo primo scoglio d’identità, poniamo attenzione all’avvertenza iniziale che sottolinea come: «seppur collocati nel contesto di fatti realmente accaduti, le storie narrate in questo libro sono il frutto della fantasia dell’autore. Il ruolo dei personaggi, delle società, delle organizzazioni dei partiti politici, delle testate giornalistiche, dei programmi radiofonici e televisivi, delle pubbliche amministrazioni e in generale dei soggetti pubblici e privati realmente esist,i è stato liberamente rielaborato e romanzato, così come la partecipazione alle vicende immaginarie dei personaggi inventati dall’autore. Qualsiasi collegamento con persone vissute o viventi, non esplicitamente individuate, è perciò puramente casuale. L’improbabilità degli eventi raccontati in questo libro è la prova che sono veramente accaduti»

Superato il contraddittorio avvertimento, finalmente entriamo nel milieu di una trama cinematografica che ci fa vedere lo splendore e la decadenza di una Sicilia ammaliante. Siamo a Palermo negli ultimi mesi 1978 quando il trentenne capitano dei carabinieri Perego riceve la sua nuova assegnazione, proprio nel momento in cui Anna, la sua giovane moglie, avrebbe più bisogno del suo conforto, essendo in attesa del primo figlio. Ma il capitano non può rinunciare, Palermo lo attira come una sirena col fascino innegabile della capitale di millenario prestigio, con fondali di bellezza ineguagliabile. Pur alla luce dei fatti che la città è diventata, stando ai rapporti interni all’Arma, un vero campo di battaglia tra l’ala moderata della mafia e belve come Riina e Provenzano, latitanti, quasi fantasmi, pur nella loro costante presenza, Perego non demorde. Eppure, è consapevole di avere una visione soprattutto letteraria di questa fascinosa e sfuggente terra. Conosce Sciascia, e poi neanche, perché «Il giorno della civetta» l’ha più visto in film che letto nel romanzo. Però è un giovane sveglio e curioso quanto basta, tanto che appena giunto in città, non si nega una visita al Charleston, l ristorante liberty dove Michele Greco dispensa oboli di ogni tipo per trarre a sé questuanti, oppure una riunione in caserma dove apprende che per il capo della Procura non farsi i fatti propri riguardo le cosche mafiose, significa rovinare l’economia siciliana. Pericoloso cercare di comprendere la natura di Cosa nostra in Sicilia.

Per simpatico contraccolpo, la vita del capitano è allietata dalla nascita di una figlia al Nord, a Pavia, ma le dolcezze private sono presto sconvolte dall’ uccisione di un suo confidente e la morte di Boris Giuliano, colpito vigliaccamente alle spalle.

Un persistente ed enigmatico fil rouge conduce l’intelligente capitano a imbattersi nella figura di Michele Sindona, in fuga da New York e riparato in Sicilia, protetto al punto da sconfiggere il coraggioso Perego trasferito a Roma e quindi al Nord. Ma non è detta l’ultima parola. A Pavia il nostro capitano riceve solleticanti rivelazioni inerenti Sindona, che lasciamo alla curiosità dei lettori, soprattutto a quelli amanti di un buon caffè alla maniera siciliana.

Grazia Giordani

kEYLA LA ROSSA

IL LIBRO. Adelphi pubblica il Nobel I. B. Singer

«Keyla la rossa»
e il lato oscuro
del ghetto ebraico

Grazia Giordani

Un affresco turbinoso della Polonia fra amore, passione e tabù religiosi

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lunedì 13 novembre 2017 CULTURA, pagina 49

Un I. B. Singer fuori dagli schemi quello di «Keyla la rossa», che Adelphi ci propone a cura di Elisabetta Zevi. Traduzione di Marina Morpurgo (pp.280, euro 20).

«Capitava assai raramente che una femmina già passata per tre bordelli si sposasse – scrive l’autore – Era un segno del cielo inviato a tutte le puttane di Varsavia: non dovevano perdere la speranza, l’amore avrebbe continuato a governare il mondo».

A Keyla la rossa nessuno resiste. Il suo primo protettore era stato Itche il Guercio. Ma Yarme,  un seducente avanzo di galera, dopo un solo giorno e una notte con lei, l’aveva portata da un rabbino del quartiere, uno di quelli che non fanno domande, e l’aveva sposata. A Varsavia nel ghetto, in quella via Krochmalna poverissima, incantata e folle, covo di ladri puttane mendicanti, che è la strada in cui Isaac Bashevis Singer visse da quando aveva tre anni.

Alla maliarda rossa non resiste nemmeno il giovane  fervido Bunem – che pure era destinato a diventare rabbino come suo padre – né l’ambiguo Max, tanto per citare alcuni dei sedotti. Se questo splendido libro è rimasto praticamente inedito fino a oggi, forse dipende dal fatto che Singer esitava ad esporre sotto gli occhi dei lettori goy il lato oscuro di quella via della sua infanzia da lui resa un luogo letterariamente mitico. Nel romanzo si parla infatti in modo esplicito di due argomenti tabù:  la tratta a opera di malavitosi ebrei, di ragazze giovanissime, che dagli shtelt dell’’Europa orientale venivano mandate a prostituirsi in Sudamerica, con l’aggiunta più che disdicevole di un ebreo sia etero che omosessuale.

Comunque, a parte queste considerazioni moraleggianti, è proprio l’amore la sostanza incandescente di questo romanzo: l’amore-passione, quello che i francesi chiamerebbero amour fou, quello che non lascia scampo e che può indurre alla follia.

Alle turbinose vicende dei quattro protagonisti ( e dei numerosi interessanti personaggi minori), fa da sfondo la via brulicante, sporca del ghetto di cui l’autore ha il potere letterario di farci percepire voci e odori come in un film dall’effetto dolby. Da Varsavia a New York godiamo di affreschi possenti, quadri vivi di un’umanità estrema che ci fa azzardare un raffronto con Dostoevskij, insuperato maestro della polifonia letteraria.

Con «Keyla la rossa» – apparso a puntate sul Forverts, il quotidiano yddish di New York, tra il dicembre 1976 e l’ottobre 1977 e finora tradotto solo in ebraico – prende avvio la pubblicazione presso Adelphi di un nucleo essenziale di opere di Isaac Bashevis Singer (1904-1991), premio Nobel per la letteratura nel 1978.

Sottolineiamo una stranezza: Nell’elenco dei Nobel per la letteratura polacca, il nome di I.B.Singer non trova posto. Eppure, l’autore premiato dall’Accademia di Stoccolma nel 1978 e scomparso a Miami nel ’91, è nato a Leoncin, non lontano da Varsavia ed è inoltre cresciuto fra le cittadine di Bilgoraj e Radzymin, ha studiato e lavorato nella capitale ed è vissuto in Polonia sino all’età di trentadue anni prima di trasferirsi negli Stati Uniti. E solo nel ’43 lo scrittore ha acquisito la cittadinanza americana. Sembrerebbe che i polacchi fossero indignati per la rivelazione di custoditi tabù, a detrimento di uno scrittore geniale.

LA GLORIA

IL LIBRO. «La Gloria» di Vladimir Nabokov

Martin e Sonja
quel che è lontano
diventa romanzo

Grazia Giordani

Il personaggio femminile prefigura Lolita che rese famoso lo scrittore

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venerdì 27 ottobre 2017 CULTURA, pagina 52

 

Certo Vladimir Nabokov (Pietroburgo, 1899-Montreux, 1977), conosciuto dai lettori soprattutto per il romanzo «Lolita» non è un autore per tutti, tanto è complessa la sua scrittura ricca di sinestesie e giochi di parole. Adelphi, specializzato nei romanzi raffinati, non banali, ci propone ora «La Gloria» (pp.245, euro 20, traduzione di Franca Pece). Quinto romanzo russo dell’autore. Scritto fra il 1930 e il 32, apparve a Parigi a puntate sulla rivista russa «Sovremennye zapiski», intitolato «Impresa valorosa». L’attuale edizione si basa sulla traduzione inglese di Dmitri Nabokov, rivista e introdotta dall’autore e pubblicata nel 1971 negli Stati Uniti sotto il nuovo titolo «Glory».

La trama è la storia del viaggio del giovane Martin Edelweiss, emigrato russo da Pietroburgo, che sogna di realizzare qualcosa di straordinario e sorprendere tutti con il proprio coraggio. Nonostante non abbia veramente amato suo padre, ne vorrebbe seguire le orme e spera di averne la fama, dato che questo è morto coraggiosamente in battaglia durante la rivoluzione russa. Con la madre Sofia si sposta dalla Crimea alla Svizzera, quindi va a studiare a Cambridge. Mentre è ospite a Londra, presso una famiglia, incontra Sonja (ragazza che prefigura in qualche modo il personaggio di Lolita, e spera di provocare l’interesse di lei verso di sé, in competizione con l’amico Darwin, attraverso un incontro di pugilato. Va quindi a Berlino e nel sud della Francia, seguendo il progetto inutile e folle di un rientro in Russia. Il protagonista, Martin, è un russo di origine svizzera e di madre anglomane, cresciuto, come l’autore, in un colto contesto plurilingue, ma non dotato al pari di altri eroi nabokoviani, di talento creativo. A rendere unico Martin, ingenuo, un po’ impacciato, persino scialbo, è la straordinaria capacità di esaltarsi per ogni piccola meraviglia del creato, di divorare con avida tenerezza la vita, di intendere la quotidianità come festa ininterrotta dei sensi. Lo anima una fantasia inesauribile che trapassa di continuo da sogni a occhi aperti, alle loro incarnazioni oniriche e viceversa.

Nella sua cameretta infantile, sulla parete sopra il letto, «era appeso l’acquerello di un fitto bosco con un sentiero serpeggiante che si perdeva nelle sue profondità»: e Martin aveva la precisa sensazione di esservi saltato dentro, una notte, esattamente come il protagonista della fiaba inglese che la madre gli leggeva da bambino.

L’acuirsi della sensibilità, l’attrazione magica ed irresistibile verso ciò che è lontano, proibito, vago, verso qualsiasi elemento capace di accendere la sua fantasia, diverrà il suo stemma araldico, quasi una consacrazione che lo contraddistinguerà per sempre.

«Martin è il più gentile, il più retto, il più commovente di tutti i miei giovani uomini»- ha scritto Nabokov, aggiungendo che Sonja (antesignana di Lolita) , la civetta capricciosa e spietata che affascina Martin, dovrebbe essere celebrata dagli esperti di lusinghe erotiche, come fra le più attraenti delle figure femminili uscite dalla sua penna di scrittore. Martin è dunque uno di quegli uomini rari per cui contano solo i sogni che cerca ostinatamente di realizzare per superare una sua sottostima di sé.

Un eroe delicato e malinconico, questo del geniale autore russo, una originalissima figura controcorrente.

Grazia Giordani

Lo strano caso di Maria Scartoccio

IL LIBRO. Un «noir» ambientato in Liguria

Bistolfi, quando
il «giallo» diventa
cronaca di paese

Grazia Giordani

Lo scrittore propone «Lo strano caso di Maria Scartoccio» (Tea)

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mercoledì 18 ottobre 2017 CULTURA, pagina 44

Ancora una volta Renzo Bistolfi ci propone uno dei suoi gradevoli gialli di provincia, dopo che avevamo letto «I garbati maneggi delle signorine Devoto», sempre per i tipi di Tea. Questa volta è «Lo strano caso di Maria Scartoccio», sottotitolato «ovvero, Un brutto fatto di cronaca a Sestri Ponente» pp.287, euro 14).

Piero Chiara, Giuseppe Pederiali, se fossero ancora in vita, e lo stesso Andrea Vitali troverebbero qualcosa della loro tanto amata penna, da quel pubblico che predilige questo genere di strapaese, godibile ma non ovvio, scritto con sense of humour leggero e mai scontato.

Nel presente fresco di stampa, ci troviamo a Sestri Ponente nel lontano novembre1956. La palazzina di via D’Andrade ospita un campionario di umanità molto varia: la sarta laboriosa aiutata da una giovane apprendista timida e bella; l’oste truffaldino, la vedova insolvente con il figlio dalle spalle larghe, vita stretta e poca voglia di faticare; la cinquantenne con tanti figli e nessun marito. . . Tutti sanno tutto –o quasi – di tutti. Alcuni sono amici, altri si sopportano, tutti si danno una mano per affrontare le ristrettezze. E c’è una cosa che unisce indissolubilmente gli abitanti di via D’Andrade: l’odio per la loro padrona di casa, la Maria Scartoccio. Ogni 5 del mese fa il giro degli appartamenti per riscuotere gli affitti e alla fine della giornata non c’è un inquilino che si addormenti col sorriso . . . Così quando la donna tanto odiata viene trovata in casa, vittima di quello che sembra un grottesco incidente, tutta la palazzina tira un enorme respiro di sollievo. Forse, però, non è stato un incidente: per il maresciallo capo Galanti troppi particolari non quadrano.

La folla di personaggi evocati da Bistolfi recita come in una commedia. I dialoghi ci prendono dentro tanto che anche noi vorremmo rispondere al Battista che sbotta: «La vedete? Adesso va a fare il giro delle pigioni: è il cinque del mese di novembre millenovecento e cinquantasei. (…) un tempo da andare a picchiare negli scogli con barca e tutto, ma lei niente: nemmeno la burrasca di mare la fa ritardare di un giorno. E poveretto chi gli manca uno scudo, una palanca, allora non vuol sentire ragioni e diventa cattiva come l’aglio! (…) e poi ha sempre una cattiveria da dire. Una a testa, come il prete che ti mette l’ostia sulla lingua . . . lei invece ci posa un po’ di veleno. E io ci avrei fin paura che il Padreterno un giorno o l’altro mi castigasse, altro che».
E il romanzo, intessuto in questo tono di dialogo in linguaggio parlato, ci conduce verso un epilogo che parrebbe scontato, ma sta nell’abilità dello scrittore librare il giusto colpo d’ala. «Cos’è successo?» chiese una donna. Mah. Sarà qualcuno che è rimasto fuori chiuso di casa», rispose un’altra. «E il fumo? chiese un uomo che a giudicare dalla tuta doveva essere un operaio dei cantieri navali. «Boh, va a sapere . . . Avranno lasciato il pentolino sul fuoco». «Alla faccia del pentolino!»
«Sì. E la Croce Verde invece a cosa serve? I carabinieri? Un’altra donna si voltò con l’aria di quella che sa tutto, e concluse: «No. Secondo me è successo qualcosa».

Con questo originale lessico da pièce teatrale Bistolfi tiene viva l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina dell’originale giallo. E non saremo certo noi a rovinargli la sorpresa circa la fine della  Maria Scartoccio, l’odiosa padrona di casa.

 

 

Il club delle vecchie signore

L LIBRO. Adelphi completa la pubblicazione

I colleghi di Maigret
Quando il «giallo»
diventa umorismo

Grazia Giordani

Un Simenon ironico ne «Il club delle vecchie signore e altri racconti»

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mercoledì 27 settembre 2017 CULTURA, pagina 4

Non è una sorpresa per gli appassionati di Georges Simenon (Liegi, 1903-Losanna,1989), leggendo «Ilclub delle vecchie signore e altri racconti» (Adelphi, pp.168, euro10, traduzione di Leopoldo Carra),rilevare l’humour e lo spirito scanzonato di un autore che ci aveva abituati all’umanità e all’equilibrio del commissario Maigret, o alla durezza intelligente dei suoi romanzi più riusciti.

Non è una sorpresa – ribadiamo-, perché tra il1929 e il 1962 il grande belga ha scritto ben 178 racconti improntati a questa vis scherzosa che si concludono appunto con questo quarto volume, le avventure del detective dell’ Agenzia O, «una delle agenzie investigative più famose del mondo». E Simenon, che ormai ci ha preso gusto, si diverte a metterli nelle situazioni più incongrue creando quasi un vaudeville, una farsa sottile che vira decisamente nel comico. Dopo questi quattordici racconti- buttati giù nel solo mese di giugno1938 a Villa Agnès, a La Rochelle, apparsi nella collana «Police Roman» nel 1941 e raccolti poi in volume nel 1943-, Simenon abbandonerà al loro destino i quattro protagonisti di queste indagini scanzonate. Comunque, sarà valsa la pena di fare la loro conoscenza, pur restando degli innamorati di Maigret.

Con Il club delle vecchie signore ecco che Adelphi completa l’opera di pubblicazione dei racconti che Georges Simenon ha dedicato all’Agenzia O.
L’Agenzia O, “una delle agenzie investigative più famose del mondo” è stata fondata da Torrence che in precedenza, per più di tre lustri, è stato ispettore di polizia e attivo aiutante di Maigret. Non certo l’ultimo arrivato, quindi, ma anche in questo caso, come nella serie ben più nota, il suo apporto rimane spesso secondario, visto che la punta di diamante è il fotografo dell’agenzia, Émile, che svolge anche buona parte del lavoro di indagine e deduzione.
Gli altri due membri sono Berthe, segretaria che spesso non si limita al suo ruolo ufficiale, e Barbet, il cui passato da criminale lo rende molto abile sul campo, in particolare nei pedinamenti.

Le avventure dei quattro dell’Agenzia O sono sempre condite dall’ironia e, ne Il club delle vecchie signoreGeorges Simenon sembra amplificare ancora di più questa attitudine, ficcando volutamente i suoi detective in situazioni strane e paradossali. In Prigioniero di Lagny vedremo sia Torrence che Émile in palese “difficoltà” nell’interrogare un pittore, difficoltà dovuta non tanto alle capacità dialettiche dell’interrogato quanto alla presenza di due modelle ben poco vestite.

“Una vampata di caldo. E non è solo il caldo. Di punto in bianco Émile e Torrence sono entrati in un mondo così diverso che gli è salito il sangue alla testa. Il locale in cui si trovano è tutto tappezzato di morbide stoffe, ammobiliato unicamente, parrebbe, con divani profondi e soffici. Vi regna un profumo che ricorda quello dell’incenso, ma più tenue.

Sul divano di fronte alla porta è sdraiata una figura che si potrebbe scambiare per una statuina. È davvero una donna? Non è piuttosto un’effigie di cera?

È proprio una donna, una giovane giapponese completamente nuda, che fuma una sigaretta orientale e il cui sguardo indifferente sfiora appena Torrence e il suo collega. Su un altro divano, con indosso una sfarzosa vestaglia, la ragazza bruna che i due uomini hanno ammirato poco prima si trastulla con un gatto siamese”.

Nel racconto titolare, Il club delle vecchie signore, scopriremo cosa ha di tanto speciale questo club visto che un uomo ha finto di essere una donna pur di entrare a farne parte, e in seguito assisteremo anche all’arresto di Torrence, bloccato dai suoi stessi (ex) colleghi di Quai des Orfèvres con l’accusa di tentato ricatto nei confronti di un artista molto noto.