Archive for the ‘recensioni’ Category

Vite brevi di tennisti eminenti

Libri

TENNIS  LETTERATURA EDITORIA

UN TRIS VINCENTE DI MATTEO CODIGNOLA

Quando si dice il caso. Del resto anche il celebre romanzo di Irene Némirovsky era chiuso in una valigia e ne abbiamo scoperto il fascino molti anni dopo. E così in una valigia di un collezionista, amante del tennis, sono racchiuse foto del passato che,   capitate sotto gli occhi di Matteo Codignola, diventano una silloge stuzzicante.  Pubblicato da Adelphi, ci riferiamo a «Vite brevi di tennisti eminenti». (pp.290, euro 22), una curiosa sintesi che non appassionerà solo i cultori della racchetta, perché l’autore ci mette sotto gli occhi solleticanti sorprese, e almeno una scoperta dietro a nomi e volti ormai esotici – Gottfried von Cramm, Beppe Merlo, Pancho Gonzales – si nasconde qualcosa di cui il tennis arcaico era intessuto, mentre quello sopravvalutato di oggi, sembra averne smarrito anche il profumo. Quindi,  leggendo questo curioso fresco di stampa, è come se ci addentrassimo dentro un inaspettato intrico di sfiziosi racconti.

L’Autore non nasconde di amare forsennatamente il tennis e sostiene di aver compreso, alla vista di quelle foto, anni Cinquanta Sessanta, prima che nascesse il professionismo dei nostri giorni, ovvero prima dell’ Open 1968, che aveva trovato le storie ad hoc. Accortamente, a questo punto ha scelto 20 fotografie e le ha corredate di un’accurata didascalia quasi un capitolo. La sua originale silloge illustrata assurge al massimo livello di uno sport d’élite, non proprio popolare come il calcio.

Certo, il compito a Codignola ci sembra, maliziosamente, esser stato due volte più facile, in quanto tennista di valore non indifferente e, nel contempo, editor e traduttore di Patrick Mc Grath, Mordecai Richler, Patrick Dennis e John Mc Phee. Quando si dice aver le mani in pasta.

Restiamo incantati dalla nobile eleganza del barone Gottfried von Cramm, eppre, forza della contraddizione, «il più nobile giocatore a non aver mai vinto Wimbledon», o come quella di Eleanor Teach Tennant, la prima grande coach della storia del tennis: indipendente, sessualmente libera, quindi molto à la page, accolta a braccia aperte dalla Hollywood che conta, affezionatissima alle sue allieve.

Il più grande di sempre gli appare il losanghelino Pancho Gonzales (1928-95), purtroppo non conosciuto dalla grande massa, quella che solitamente sbraita nei campi da calcio. Inutile sottolineare che questo tennis è un’altra storia. Da evidenziare che nel 1969 , quarantunenne, Gonzales vince a Wimbledon la partita più lunga, mai giocata fino a quel momento.

A un certo punto Codignola si chiede quale sia il rapporto tra tennis e letteratura. A suo avviso, nel tennis c’è una grande ricerca della Bellezza, dell’eleganza nel gestire, nel modo di porgersi. Quindi, si verifica un parallelismo nel cercare la partita perfetta e la parola più originale e adatta per un bello scritto.

Sottolinea, inoltre l’autore di amare i talentuosi, ma sia nel tennis che in letteratura non basta il solo talento. E porta esempi concreti con nomi e cognomi. E il discorso si allarga ancora di più. Fino ad arrivare al raffronto fra tennis e editoria. E sempre più Codignola è di casa in questo singolare libro con foto d’epoca ed elegante linguaggio d’oggi, in cu il raffinato lessico, rafforzato da immagini virato seppia, ci affascina perché tutti conosciamo il potere forte dell’immagine.

Di Matteo Codignola Adelphi ha pubblicato anche «Un tentativo di balena» (2008) e «Mordecai»(insieme a Mordecai e Noah Richler, 2011).

Grazia Giordani

 

 

 

 

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Nemici Una storia d’amore di Isaac Basevic Singer

LUNEDÌ 14 GENNAIO 2019

IL LIBRO. Adelphi ripropone Isaac B. Singer

La vita normale di un sopravvissuto all’Olocausto

In «Nemici – Una storia d’amore» le contraddizioni di Herman Broder

GRAZIA GIORDANI

Chi ha letto con grande interesse «Keyla la rossa» di Isaac Bashevis Singer (1904-1991), premio Nobel per la letteratura nel 1978, proverà identico coinvolgimento per «Nemici- Una storia d’amore» (Adelphi, pp.257, euro 18, traduzione di Marina Morpurgo), dove l’Autore sembra contraddire il suo pensiero personale, attribuendo una personalità opposta al personaggio del suo nuovo romanzo Herman Broder, rispetto a quanto aveva sostenuto anni prima nel corso di un’intervista.

A chi gli chiedeva dell’importanza che aveva avuto l’amore nella sua vita, Singer rispose: «Grandissima, perché l’amore è amore della vita. Quando ami una donna, ami la vita che è in lei». Vien fatto allora subito di chiedersi che amore dunque è quello che lega Herman, il protagonista del romanzo a tre donne contemporaneamente? Qualcuno ha scritto che potrebbe essere la trama perfetta per una commedia comica, se non fosse che i protagonisti sono ulcerati da traumi che hanno spezzato tutti i sopravvissuti dall’Olocausto.

Herman Broder ne è l’addolorato esempio. È un uomo spezzato dai ricordi, tanto che sembra essere rimasto con la mente nel fienile della moglie e salvatrice Jadwiga durante la guerra; i ricordi lo martirizzano come se i nazisti stazionassero ancora sulla sua porta di casa. Conduce una vita quasi surreale, abbandonandosi a relazioni amorose che navigano sulla continua menzogna, incolpando quel Dio che abbandona tutti, soprattutto gli ebrei. Se la moglie Jadwiga salvatrice vive da autoreclusa, l’amante Masha non è disposta a vivere nell’ombra e tutto si complica ancor più quando ricompare la moglie Tamara creduta morta.

«Adesso era bigamo e per di più aveva un’amante. Se lo avessero scoperto, avrebbero potuto arrestarlo e rispedirlo in polonia. Devo consultare un avvocato. Devo farlo subito. Ma come poteva spiegare una situazione del genere? Gli avvocati americani avevano soluzioni semplici per qualunque problema. Quale delle due amate? Divorziate dall’altra. Mettete fine alla tresca. Trovatevi un lavoro. Andate da uno psicoanalista. Herman immaginò il giudice con l’indice puntato contro di lui, nell’atto di leggere la sentenza: “Voi avete abusato dell’ospitalità americana”».

La vita di Herman è paradossale, un groviglio di scelte sbagliate che sarebbero comiche se non fossero tragiche. Si comporta come un affamato che s’ingozza di cibo per paura di morire di fame. Forse, questo nevrotico protagonista cerca un surplus d’amore (tre donne da gestire non sono fatica da poco), per sconfiggere la solitudine e la sua sindrome d’abbandono.

Il complicato romanzo è, in sintesi, un’intelligente analisi introspettiva, un susseguirsi di riflessioni anche se non legate al plot narrativo in senso stretto. Protagonista, oltre ad Herman con le sue finzioni e i suoi tormenti, è anche la religione, usi , tradizioni e controsensi del mondo ebraico, oltre a a lati oscuri poco noti.

Un romanzo che si presta a varie chiavi di lettura, espresso in uno stile narrativo originale, come originale è l’autore. Fascino e sofferenza si abbracciano stretti in questo romanzo tradotto anche in un celebre film, per la regia di Paul Mazursky 1989. Adelphi sta curando l’opera omnia dell’autore.

MORAVAGINE di Blaise Cendras

Oggi in Arena
 
Il libro L’immaginifico romanzo di Cendras
Il medico e la bestia un viaggio letterario nella schizofrenia.
Una strana coppia deve affrontare peripezie e incontri in mezzo mondo.
 
Grazia Giordani
 
Se amate una lettura immaginifica, concitata, che crei un po’ di controllato spavento, «Moravagine» di Blaise Cendras( 1887-1961),
(Adelphi, pp.249, euro 18, traduzione di Leopoldo Carra) fa per voi. Del resto è risaputo che la raffinata casa editrice di cui sopra, pubblica solo testi di comprovata letteraria bellezza. Quindi, andate sul sicuro.
Pubblicato da Grasset nel1926, dopo una gestazione di una decina d’anni, nel 1956 Cendras ha revisionato, corretto e completato il suo libro con un “Pro domo: Come ho scritto Moravagine”. E una Postfazione.
In un certo senso ci troviamo sotto gli occhi un metalibro, ovvero un libro nel libro, memori di certi film di Truffaut. E ci verrebbe voglia di scomodare anche il nostro Pirandello coi suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”.
Tornando a bomba, il narratore Raymond La Science, presentato come un conoscente di Blaise Cendras (che compare lui stesso nel romanzo) ci racconta come la sua professione di medico gli abbia permesso di incontrare Moravagine, ultimo discendente di una famiglia di appartenenti all’Europa dell’Est in rovina. Questo folle pericoloso è internato per omicidio nella clinica di Waldensee, vicino a Berna. Affascinato dalla personalità di questa grande bestia umana, il medico gli favorisce la fuga. E la strana coppia di cui non è chiaro chi sia il più pazzo dei due, viaggia per il mondo macinando incredibili avventure, frequentando perfino terroristi russi o indiani d’America.
Credevamo fosse Dostoevskij il re del doppio in letteratura, con Cendras il doublage è ancora più complicato perché l’autore stesso si fa addirittura triplo, in una schizofrenia che Freud, redivivo, apprezzerebbe senza dubbio.
Scrittura normalissima, sotto il profilo formale, quindi in netto contrasto con un contenuto tanto tortile e aggrovigliato. Dicotomia tra forma e contenuti rende il romanzo ancora più singolare e ricco di stranezza .
Già difficile nella gestazione, questo parto letterario ha occupato l’Autore tra il 1914 e il 1925, mentre scriveva altri testi paralleli e dissimili. Mai contento, mai soddisfatto, lo ritoccherà più volte, come un pittore dai mille ripensamenti, che ricalca i colori o li alleggerisce, a seconda dell’umore del momento.
Addirittura, nell’ultima versione, presenta il suo libro come definitivamente incompiuto, in quanto privo delle opere a loro volta incomplete di Moravagine, alle quali il romanzo potrebbe avere il compito di semplice – si fa per dire – prefazione.
Tra i modelli di ispirazione di Moravagine, qualcuno azzarda il medico psicanalista Otto Gross, insieme ad Adolf Wolfiti (1864-1930), fortemente schizofrenico e quindi internato nel manicomio di Waldau vicino a Berna.
Autore di un grandissimo numero di opere (pittura, scrittura, musica, è ora conosciuto come uno dei creatori dell’Art Brut, scoperto da Jean Dubuffet. Altri modelli ispiratori si rifanno a Favez, soprannominato Il vampiro di Ropraz, un criminale svizzero che Cendras avrebbe frequentato durante il servizio nell’esercito francese nella Prima Guerra mondiale.

Gli inediti di G.Simoni

Leggendo romanzi gialli siamo abituati a definirli metafici, psicologici, sanguinari, drammatici, ma leggendo quelli di Gianni Simoni non possiamo trattenerci dal definirli “simpatici”, perché simpatico è l’autore e le situazioni che ci propone.

E questo è dunque il caso anche di «La chiave  rubata e altri racconti» ( TEA, pp. 229, euro 14), dove l’Autore si concede il lusso di percorrere la via al contrario – strada che si era concessa già il grande Simenon – ovvero quella,  che sottolinea in prefazione, – di porgerci un libro di racconti che, rimasti nel cassetto, ora trae fuori proprio per noi. Tutti gli autori, o quasi, iniziano dai racconti, ritenuti più facili (ah! Come si sbagliano, basterebbe pensare a Carver per citare uno fra i tanti) e passano poi alle lunghe narrazioni, qualche volta pletorici romanzi, perché se non si è Dostoevskij o Proust o Manzoni,  il lungo narrare finisce con l’annoiarci – e passano poi agli articolati romanzi.

Simoni, che lo faccia di proposito o che gli fossero rimasti nel cassetto, ormai a corto di idee, vi propone questa silloge in cui – dice «la particolarità consiste nel fatto che in alcuni racconti non ci troviamo di fronte a Petri che conosciamo, un ex giudice istruttore che spesso collabora con le forze di Polizia, ma a un Petri più giovane, nel pieno della sua attività di magistrato. Come si potrà rilevare – prosegue l’Autore – i suoi tratti sono però quelli che conosciamo dal carattere non facile, a volte un po’ burbero, volutamente, anche se dotato di ironia e di autoironia».

«Non è un eroe, ma un semplice galantuomo sempre rispettoso della varia umanità con cui viene a contatto anche se non sopporta, pur cercando di non darlo troppo a vedere, coloro che in cuor suo ritiene appartengano alla categoria degli sciocchi o dei furbi. E queste caratteristiche lo seguiranno negli anni, nel rispetto delle regole non potendo però rinunciare a una sorta di pietas che sente verso la vittima, ma in qualche misura anche verso il suo carnefice».

Fregandosene altamente di quanto affermano alcuni critici per cui la buona letteratura non dovrebbe mai essere autobiografica, Simoni  seque la strada contraria a Simenon – che in Maigret vedeva il suo alter ego rovesciato, il nostro ex magistrato va giù diritto, non facendo pedissequa cronaca di casi da lui conosciuti, ma creando una sapiente miscela di vero ed inventato, o meglio di fatti che potrebbero essergli veramente accaduti

E noi divoriamo sei storie inedite, sedendoci fra i personaggi, intimoriti e diverti allo stesso tempo, affascinati dalla vis comica di questo autore che per alcuni versi ci ricorda anche un po’ il Camilleri del Commissario Montalbano. Nord e Sud della nostra difficile Italia, senza dimenticare una spruzzatina belga di quel gigante di Simenon, formano un cocktail gradevolissimo che si beve tutto d’un sorso, conservando un po’ di sete, perché Gianni Simoni, che a suo tempo, si rivelò a noi  con «Il caffè di Sindona», in collaborazione con Giuliano Turone (Garzanti), da  anni per TEA ci ha abituati ai casi dell’ex giudice Petri e del commissario Miceli e delle indagini del commissario Lucchesi, due serie premiate entrambe da un progressivo consenso di pubblico e critica, sempre in aumento.

Grazia Giordani

Il fiuto del dottor Jean e altri racconti

IL LIBRO. I racconti di Simenon per Adelphi
Non c’è Maigret
ma il dottor Jean
tinge tutto di giallo
Grazia Giordani

Il personaggio del giovane medico nacque prima della seconda guerra
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martedì 15 maggio 2018 CULTURA pag.47
Chi ama Georges Simenon lo legge volentieri in tutte le sue espressioni, pur privilegiando l’autore del «roman dur» o del ciclo di Maigret, comunque «Il fiuto del dottor Jean e altri racconti» (Adelphi, pp. 163, euro 12 , traduzione di Marina di Leo) non è deludente. E anche se ad una prima lettura, può apparire quasi avvolto da un’aura di stanchezza, meno brillante, insomma, siamo pronti a ricrederci, accorgendoci, procedendo di pagina in pagina, che gli eroi letterari possono vantare differenti stature. E che il dottor Jean, con la tecnica della sordina, comincia a farsi nostro, mettendoci addosso la voglia di giungere al quarto racconto.
Il linguaggio è sempre simenoniano, ricercato senza affettazione. Simpatizziamo con il giovane dottore dei tempi lontani dai nostri, che viaggia, fregandosene, su un’auto sgangherata, prodigandosi a medicare ferite, a far nascere bambini, nel clima afoso del sud della Francia, dove bolle un’estate africana. E lui, imperturbabile, raggiunge una casa sperduta, dove è folgorato dalla vis dell’investigazione. E come avrebbe potuto essere altrimenti, uscendo dalla penna di Simenon ?
Per caso e per sua istintiva inclinazione, il dottorino diventa investigatore e i suoi teatrini con le forze dell’ordine ci mettono allegria. Anche noi lettori, talvolta, abbiamo bisogno che il noir sbiadisca in tinte meno fosche.
Tra il 1929 e il 1962 Georges Simenon ( Liegi, 1903-Losanna, 1989) ha scrittto ben 178 racconti.
Nella primavera del 1938, sebbene impegnato a seguire i lavori di ristrutturazione della sua nuova casa nella Charente-Maritime, l’autore continuò a produrre: non romanzi, ma «racconti di una cinquantina di pagine, uno al giorno». Tra gli altri ne scrive tredici dedicati a Jean Dollent, un gionane medico di campagna che i pazienti chiamano affettuosamente il dottor Jean, o anche il dottorino, il quale scopre di possedere insospettabili doti di investigatore. Un personaggio non meno accattivante dei segugi dell’Agenzia O: entusiasta, sensibile al fascino femminile e capace, al pari di Maigret, di mettersi nella pelle degli altri, dote non comune, certamente.
I quattro racconti proposti nel presente volumetto ( «Il fiuto del dottor Jean», «La signorina in azzurro pallido», «Una donna gettò un grido», «Il fantasma del signor Marbe») apparvero nella collana «Police-Roman» tra il 1939 e il 1940 e furono quindi raccolti in volume nel 1943.
Forse il racconto che ci ha maggiormente coinvolti è quello dedicato alla signorina in azzurro pallido, perché il fascino che esercita sul protagonista è contagioso.
«Fu mentre cercava gli spiccioli in tasca che scorse la ragazza in azzurro pallido, e si può dire che da quel momento non le staccò più gli occhi di dosso. Non era una ragazza, era “la” ragazza nella piena accezione del termine, con la sua freschezza, la sua grazia ancora incerta, la pelle chiara e vellutata, gli occhioni da gazzella. Il dottore pensò proprio a una gazzella!
«Impegnato com’era a rimirarla, si scordò di puntare. Il sette uscì per la terza volta e lui la vide raccogliere con un gesto distratto i gettoni che il rastrello del croupier le aveva spinto davanti . . .
Proprio quando la situazione comincia a tingersi d’inconsueto e di misterioso, affidiamo la pagina al lettore non meno curioso del dottorino, perché i gialli possono essere accennati, ma non raccontati fino all’epilogo spesso imprevedibile e stuzzicante.

Jazz, Rock, Venezia

IL LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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venerdì 11 maggio 2018 CULTURA, pagina 52

Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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venerdì 11 maggio 2018 CULTURA, pagina 52

Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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venerdì 11 maggio 2018 CULTURA, pagina 52

Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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venerdì 11 maggio 2018 CULTURA, pagina 52

Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Immagini e musica
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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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venerdì 11 maggio 2018 CULTURA, pagina 52

Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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venerdì 11 maggio 2018 CULTURA, pagina 52

Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Immagini e musica
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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L LIBRO. Il romanzo di Roberto Saporito

Immagini e musica
a Venezia: quando
i sogni sono ricordi

Grazia Giordani

Tre personaggi in cerca di futuro che trovano la salvezza nell’arte

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Immagini e musica
a Venezia: quando
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Grazia Giordani

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

Solitudine, quella del romanzo, contraddittoria, in quanto capace di generare incontri, anche col lettore che entra inconsapevolmente fra le pagine e si accomoda al fianco dei protagonisti, illudendosi di appartenere un po’’, almeno  per qualche secondo, alle loro letterarie esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Già di Roberto Saporito abbiamo avuto modo di apprezzare la finezza di scrittura nei romanzi «Come un film francese» (2015) e  in «Respira» (2017) , solo per citare due delle sue opere  più note, ma nel suo fresco di stampa «Jazz, Rock, Venezia»,  (Castelvecchi, pp 93, euro 13, 50),notiamo l’acuirsi di uno spleen proprio all’autore, una capacità di rendere protagonista la malinconia che sa farsi dolorosa solitudine. Nella Venezia dello scrittore piemontese, aleggiano ricordi di «Anonimo veneziano», vaghe reminiscenze di «Morte a Venezia», impalpabili, impercettibili, come un pulviscolo leggero che incipria, insinuante,   le vite apparentemente slegate di due musicisti e di un’antiquaria fotografa, proiettati in una città senza tempo, in pieno contrasto con Los Angeles, New York, Roma. Soltanto la maliosa città lagunare sa farsi culla di una sua inimitabile atemporalità.
Solo qui è possibile autoimprigionarsi, celarsi, come accade alla protagonista che da lunghissimo tempo non si sposta dalla città lagunare e riempie la sua solitudine con gli impudichi clic della sua piccola macchina fotografica che sa insinuarsi sotto le gonne di modelle non sempre consenzienti.

Ad un esteta come Saporito la cornice più preziosa al concitato plot narrativo non può essere che l’Arte baluginante d’oro di una città vibrante di esagerata bellezza.

Arte che tocca l’acme non solo paesistico architettonico, ma elemento salvifico di vita , secondo una visione cara a Dostoevskij. Non dimenticando nemmeno la musica in questa poliedrica visione, piena di effetti Dolby, come si respira in certi film. Arte come salvezza, ritmata da un’indovinatissima colonna sonora «Ascenseur pour l’échafaud di Miles Davis, e con continue sottolineature letterarie (del resto l’autore non è avaro nemmeno nell’esergo di citazioni indovinate e fulminee), senza trascurare la fotografia, spesso frutto di furtive appropriazioni, se pensiamo all’antiquaria fotografa.
C’è musica anche nel linguaggio di questo singolare romanzo. Provate a leggerne pagine a voce alta per carpirne un canto sotterraneo che culla gli smarrimenti dei personaggi cui ci accodiamo per non perdere nulla dei loro pensieri, dal trombettista jazz, al chitarrista indie rock, sottolineando soprattutto la stravagante fotografa antiquaria. Entriamo, nel corso della breve lettura, nelle loro ossessioni e nelle loro fobie: c’è chi va alla ricerca della leggendaria isola deserta, chi decide di girare il mondo sulle tracce del proprio mito, chi – come la protagonista – sceglie di vivere prigioniera dell’amato scomparso.

Venezia è l’amabile colpevole di storie così sfrangiate e nel contempo consistenti, dove la solitudine è un insistito refrain che sovrasta su voci e pensieri individuali e corali, coinvolgendo il lettore più acuto, quello che sa gustare letterari transfert per arricchire il proprio vissuto.

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il fondo della bottiglia di Georges Simenon

IL LIBRO. Adelphi ripropone il romanzo

Simenon, il fondo
della bottiglia
è una voragine

Grazia Giordani

Un «noir» avvincente che nasce da una vicenda autobiografica

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martedì 06 marzo 2018 CULTURA, pagina 65

 

Con «Il fondo della bottiglia» di Georges Simenon ( Adelphi,  pp.176, euro18, traduzione di Francesca Scala), l’autore belga ci offre un noir nerissimo, con un sottaciuto coté autobiografico.

Protagonista di questo «roman dur» è uno stimabile avvocato che compare sempre con le iniziali puntate P.M.. Uscito, partendo dal basso, a conquistarsi un posto nella ristretta comunità dei notabili di Nogales, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, vede vacillare tutte le sue certezze quando gli compare davanti, evaso dal carcere in cui scontava una condanna, per il tentato omicidio di un poliziotto, il fratello minore Donald – quello debole, irresponsabile, sfortunato, eppure dotato di un’inquietante potere di seduzione – che gli chiede di aiutarlo a passare la frontiera.

Nel piccolo mondo costituito dai ricchi proprietari dei  ranch, l’arrivo dell’estraneo scatena una sorta di psicodramma, che culminerà in una vera e propria caccia all’uomo, mentre tra odio e amore, rancori e sensi di colpa, sbronze fenomenali, con liquori che scorrono a gogo, generando cruente scazzottate, si consuma la resa dei conti tra i due fratelli.

Donald, nella vita, non aveva mai combinato troppo di buono. E ora la bionda moglie Mildred con i tre figli, alloggiati in una squallida pensione, lo aspettavano   oltre frontiera. Aveva sempre sfruttato la sorella Emily che aveva saputo costruirsi una dignitosa vita, generosa col fratello.

«In fondo P.M. non conosceva per niente il fratello. A parte qualche vago ricordo d’infanzia. Lo conosceva meno di un estraneo appena incontrato. A Emily Donald chiedeva regolarmente soldi, no?  Nelle sue tasche dovevano essere finiti tutti i risparmi della sorella. Di sicuro la impietosiva con qualche frase ben congegnata, le parlava di Mildred, dei bambini. Probabilmente aveva provato a batter cassa anche dal padre, Quelli come lui, che parlano con compiacimento della propria sfortuna e della propria onestà, credono che tutto sia dovuto».

Naturalmente, il drammatico epilogo verrà scoperto solo dal lettore dello splendido romanzo, soprattutto da quello che conosce certi lati oscuri della vita dell’autore.

Bisogna dunque tornare nel 1945, quando al fratello Christian, condannato a morte in contumacia per aver coadiuvato le SS in una spedizione punitiva che aveva fatto 27 vittime, Georges aveva consigliato di arruolarsi nella Legione straniera: un modo per scomparire, certo e per riscattarsi, ma anche – cambiando cognome, per non compromettere lo scrittore ormai celebre con una parentela imbarazzante.

La madre rinfacciò sempre al figlio Georges la morte di Christian, allorché, ai primi di gennaio del ’48, lo stesso Georges le annunciò la morte nel Tonchino del figlio preferito. Nei mesi immediatamente successivi, quasi volesse espellere i propri fantasmi, Simenon scrisse due dei suoi romanzi più neri: «La neve era sporca» e  «Il fondo della bottiglia».

Scritto a Tumacacori nell’agosto del 1948, «Il fondo della bottiglia» apparve a stampa l’anno seguente. Nel 1956 Henry Hathaway ne trasse il film omonimo (alla cui sceneggiatura partecipò lo stesso Simenon) con Joseph Cotten e Van Johnson nei ruoli principali.

Le opere di Georges Simenon (Liegi 1903-Losanna 1989) sono pubblicate da Adelphi sin dal 1985.

Grazia Giordani