Archive for maggio 2013

Casualità

Si erano conosciuti a Parigi. Un viaggio d’affari li aveva portati nella ville lumière. Abitavano quasi agli antipodi della penisola, quei due italiani ancora ben portanti, sebbene l’estate avesse cominciato a farsi in loro incipiente autunno. Così vorrebbero i parametri convenzionali, quelli che scandiscono: prima infanzia, adolescenza,  giovinezza, per poi correrete verso la maturità e scendere rovinosamente nella vecchiaia.Ecco, a voler essere pignoli in maniera stretta, erano maturi, almeno nell’aspetto, perché poi cosa ne sappiamo noi della maturità interiore, di quello che “arreda” cuore e cervello dei nostri simili?  Perché farla tanto lunga soffermandoci così a disquisire sulla loro anagrafe, senza descriverveli almeno un poco? Forse per prendere tempo, per osservarli a ritroso cercando di capirli meglio. Da osservatrice esterna, poi confortata dalle loro confidenze, mi colpì la casualità,  invero molto strana,  del loro incontro.Avevano viaggiato sullo stesso aereo senza vedersi. Si erano appena sfiorati, prendendo posto in file parallele. Il dorso della mano di lei aveva toccato, senza avvedersene, la manica del cappotto di lui, lasciando un’orma appena accennata in quella lana di cammello, morbida, senza false pieghe. Con la coda dell’occhio a lui era parso di vedere il lampo rapido di una ciocca di capelli chiari che fremevano per una frazione di secondo nell’aria, come se fossero indipendenti, non appartenendo al capo di nessuna donna.
Scesero ancora senza vedersi. A lei cadde la minuscola valigetta dalla mano guantata di scuro. Lui la raccolse e gliela porse, senza guardarla in volto. Sembrava di essere dentro uno di quei film esistenzialisti francesi dove tutto si svolge al ralenti, innervosendo gli spettatori sinceri e costringendo i falsamente intellettuali a criptici commenti.
Presero taxi separati. Solo nell’androne dell’hotel si guardarono negli occhi. Sedettero istintivamente al tavolo più in ombra, ordinarono un unico drink. Bevve prima lei, poi lui sulla traccia di rossetto lasciata dalla signora nel bordo del bicchiere: bocche sovrapposte per interposto vetro. Vite che non si sciolsero mai più per fortunata casualità. (g.g.)

28GEN

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Jean Rhys, l’inquieta scrittrice del passato, riscoperta da Adelphi

Il mondo dell’arte e della letteratura è più che mai un paese straniero, percorso da vicoli oscuri che possono riprender luce in modo improvviso, uscendo dall’insidia dell’oblio. Ad occuparsi di repêchage di scrittori altrimenti dimenticati ci sembra essere soprattutto Adelphi che ci propone, a breve distanza, Quartetto (pp.172, euro 16, traduzione di  Franca Cavagnoli ) e Il grande mare dei sargassi (pp.171, euro 12, Traduzione di Adriana Motti), entrambi opera di Jean Rhys, scrittrice britannica di origine caraibica. La fama di questa scrittrice, dotata di un inquietante realismo magico – soprattutto nella parte centrale de Il mare dei sargassi –  che sarebbe piaciuto a Garcia Marquez e forse anche alla nostra Elsa Morante, ha una allure più che mai altalenante. In effetti, i suoi primi quattro romanzi, pubblicati tra gli anni Venti e Trenta, lasciarono muta la critica che si accorse di lei, assieme ai suoi  lettori, molto tardi, col più sopra citato romanzo,  nel 1966, quando ormai l’autrice aveva compiuto 76 anni. Nel 1977, per merito di questo romanzo, vinse il WH Smith Literary Award. Fama arrivata, purtroppo, molto  in ritardo. Prequel di Jane Eyre, addirittura risposta postmoderna e postcoloniale al capolavoro di Charlotte Brontë, Il grande mare dei sargassi presenta innanzi tutto l’originalità di rendere protagonista della narrazione un personaggio minore dell’opera brontiana, quello da noi conosciuta come la folle reclusa, l’esotica Bertha Mason, moglie di Rochester, relegata in soffitta,  vulnerata da  una pericolosa pazzia. Questa labile ombra, trasformata in protagonista, dalla penna della Rhys, diventa Antoinette, una bellissima creola che vive la propria infanzia su un’isola caraibica nel periodo immediatamente successivo all’abolizione della schiavitù giamaicana. Per metà bianca, quindi disprezzata dai nativi locali e per metà legata alla cultura indigena, prova, fin dagli anni infantili, l’esperienza dell’isolamento e dell’ apartheid. Una vita, fin dagli esordi, sventurata – quella della giovane – con l’eredità della pazzia che già porta sulle spalle: la madre ricoverata in manicomio e la cura della sua educazione affidata ad una mami, cultrice della magia, che contribuirà ad incrinare il matrimonio col marito inglese (nel romanzo innominato, ma che noi lettori sappiamo essere Rochester) pronto, per gelosia, a strapparla dalla sua terra, per rinchiuderla nella tetra soffitta del castello inglese. L’incipit e la fine del romanzo hanno un certo parallelismo con l’opera della Brontë, la parte centrale è – a nostro avviso – quella che maggiormente incuriosisce il lettore, così venata di visionarietà ed esotica magia.

Quartetto, uscito nel 1928, nell’indifferenza totale di critica e lettori, è in realtà una piccola perla autobiografica. Nel 1981 – tutto avviene sempre in ritardo per questa sfortunata scrittrice – James Ivory  sceglie Quartetto addirittura per trarne un film, ma la Rhys è già morta da tre anni. Il romanzo è la storia di un singolare ménage à trois, protagonista Marya che vive a Parigi da quattro anni, proveniente dall’Inghilterra ed è sposata con Stephan, un mercante d’arte di origini polacche. L’atmosfera è quella dei film di Carnet con caffè bui e fumosi, squallide camere d’albergo. Marya, nonostante il carattere distaccato del marito, sembra relativamente felice. Quando gli affari loschi di Stephan lo portano in prigione, la donna cade in preda allo sconforto e al terrore del futuro. E resta invischiata in una relazione torbida, accettando l’offerta di ospitalità di una coppia che le cede una camera libera nel proprio appartamento. All’inizio, Marya pensa di aver trovato il rimedio al suo precario stato, ma poi è attraversata da repulsione e nel contempo dall’incapacità di sciogliere l’ambiguo legame Al di là della trama, il romanzo è attraversato da messaggi subliminali che ci parlano di fragilità e di autodistruzione, proprie, purtroppo, all’autrice stessa che sa mantenere,  nella scrittura, un ritmo tutto suo che allude senza tutto svelare, creando il fascino di un’allucinata realtà sospesa..

Grazia Giordani

 

L’incipit rubato

L’incipit rubato 

Le sembrò una manna caduta dal cielo quell’incipit che le arrivava per posta elettronica, quale didascalia di una foto d’altri tempi. Non era sua abitudine compiere furti letterari, ma questa volta fu più forte di lei, quasi un’impellenza incoercibile la spingesse all’appropriazione indebita.
Da tempo non subiva l’effetto di suggestioni notevoli. La cronaca era gremita di fatti di sangue, ma le sarebbe parso troppo banale ricalcare l’orrore di cui si parlava in quei giorni su tutti i quotidiani, assordata dagli opinionisti televisivi che – se non avessero sproloquiato sulla morte terribile di una ragazzina uccisa e forse poi violata – le sarebbero sembrati grotteschi venditori di fumo.
«Ecco l’interno del negozio di F* – recitava la didascalia – .Sembra molto grande, ma è il grandangolare che lo fa apparire così. In realtà è un luogo stretto, con una finestra nel fondo che dà su un magnifico giardino abbandonato ed inselvatichito. Il proprietario è al suo posto di combattimento. Cominciò a lavorare come garzone a metà degli anni Trenta, quando aveva una decina d’anni. Poi, i proprietari del negozio lo adottarono perché non avevano figli e lui, verso la fine degli anni Quaranta, divenne proprietario. Mia madre abitava nella stessa strada, una cinquantina di metri più su. Conosce da sempre questo negozio e mi dice che anche quando c’erano i proprietari originali vendeva pochissimo, roba vecchia e fuori moda. L’erede è rimasto fedelissimo a questo modello imprenditoriale e quando non ce la farà più ad alzare la saracinesca, mi mancherà molto . . . »
Si può avere un transfert di fascinazione solo leggendo una didascalia a corredo di una foto che racconta una storia impolverata e quindi, se si è suggestionabili,  piena di risvolti misteriosi?
Evidentemente sì, visto che non ho esitato a mettermi in treno, diretta verso una delle città più antiche delle Marche, vero museo a cielo aperto.
Ero soprattutto interessata al giardino inselvatichito e al clima di quel luogo patinato dal tempo, da cui Simenon avrebbe tratto chissà quale trama fatta di atmosfere torbide.
La conoscenza dell’animo umano nelle sue pieghe più fosche, si sarebbe messa subito in moto, magari scomodando Maigret a dargli una mano. 
Il grande belga non aveva bisogno di pozze di sangue, di corpi dilaniati, i suoi noir nascevano dalla impietosa conoscenza del cuore dell’uomo.
Che il vecchio signore al banco del negozio fosse figlio adottivo, già avrebbe potuto infiammare la fantasia del mio giallista di culto,  per non parlare di quell’ammasso di scampoli di tessuti fuori dal tempo e di quelle maglie che sembravano abitate da corpi di defunti e soprattutto di quel giardino da cui avrebbero potuto sgusciare all’esterno non solo bisce attorcigliate alla sterpaglia, mentre dimenticati cadaveri riposavano sepolti nel profondo,  frutto di antiche vendette.
Ho comprato due inservibili grembiuli e una pezza di stoffa a quadretti da cui trarre rustiche tovaglie. Mi aggiravo come un detective tra gli scaffali, sotto l’occhio ineffabile del placido proprietario.
Ma l’ispirazione noir è rimasta nascosta dentro i vecchi cassetti e le lucide vetrine, gelose custodi di un passato che è andato spegnendosi persino dentro l’entusiasmo della mia ricerca d’ ispirazione.
Grazia
Negozio interno

Lo specchio

Lo specchio

Non aveva un’ esatta funzione, non un senso ben determinato, uno specchio appeso al muro in un punto poco illuminato dell’ingresso, posizionato in ombra – quasi a voler dire – che chi vi si fosse specchiato nascondesse il retro pensiero di volersi celare ai suoi stessi occhi. Eccessivi pensieri complicati, tortuose elucubrazioni le passavano nella mente, nate soltanto dalla posizione di quell’oggetto vecchiotto:  la lastra ferita da qualche incrinatura, la cornice senza proporzionato spessore, un po’ come le labbra “a salvadanaio” di certa gente che, per tale conformazione della bocca, ci appare crudele. Eppure, lei era fatta così. Da ogni cosa traeva conclusioni, non sapeva guardare, abbandonandosi al flusso del pensiero, a quello scorrere delle immagini nello schermo personale che ognuno di noi porta dentro. Che importanza poteva mai avere la posizione irrazionale di un oggetto che si sarebbe sempre potuto spostare, togliere di lì, magari per acquistarne uno più moderno, non segnato da macchie e insulti del tempo (ah, il tempo che passa e segna tutti noi!), mettendolo più in luce, proprio di fronte al caminetto, dove avrebbe riflesso il bagliore della fiamma, nei mesi invernali, tingendosi di un gaio fuoco. No, non lo avrebbe fatto mai e poi mai. Perché? Il fatto è che riteneva quella lastra, un po’ usurata dagli anni, un archivio di sguardi lì coagulati, pressati e indelebili come i ricordi che non si cancellano. Lì si era fissato lo chignon della nonna, argenteo, sovrapposto alla bella chioma ondulata della sua giovinezza; lì il velluto bruno degli occhi di Hena, sua madre (dicevano somigliasse a Merle Oberon; la ricordate ne La voce nella tempesta?) e ora, sempre su quella superficie in ombra, brillava il suo stesso sguardo obliquo ed eternamente ammiccante. Passato e presente si erano specchiati in quello stesso punto, lasciando brandelli di sorrisi appena sfumati, lame di dolore lì infitte come aghi acuminati, impossibili da estrarre. Il suo sorriso sopraffece le immagini passate, facendo posto allo splendido acquerello che lui le porgeva, dall’ingresso. Nel cuore dello specchio fiorì, d’incanto,  l’avorio caldo di una carnale gardenia.  (g.g.)

 

Le mani

Le mani

Scrivevano geroglifici illeggibili le gocce di pioggia cadute sul vetro sporco della grande finestra. Squallore ovunque in quel piccolo caffè. Scrostati i tavoli, bisognosi almeno di una bella passata di spugna. Poco nitidi i bicchieri, lavati da inservienti svogliate, che sbadigliavano dietro il bancone in attesa del cambio. Ormai, Marta era lì, anche per ripararsi dalla pioggia, soprattutto per ammazzare il vuoto del suo inutile pomeriggio. Quando stava per alzarsi e prendere congedo, senza rimpianto, da quel luogo poco accogliente, vide le sue mani. Mani martoriate – pensò – mani che descrivevano un carattere e un passato più di un volto. Le nocche arrossate sporgevano contratte, lasciando lentamente scorgere le unghie rosicchiate fin quasi alla matrice. Che strano! Mani estranee alla persona cui sembravano appartenere per caso, come se fossero lì appiccicate provvisoriamente, tanto i polsi, invece,  erano forti e ben torniti. Distogliendo a fatica lo sguardo da quelle dita sofferenti, incontrò due occhi castani, un po’ spiritati, un naso di forma perfetta, tanto da sembrare scolpito nettamente nel fondale di una carnagione avorio , non toccata dal tempo. E quindi un collo elegante, due belle spalle atletiche, gambe lunghe, sdraiate sotto il tavolo. Gli abiti rispecchiavano l’abbigliamento casuale di chi non si guarda troppo allo specchio. Argentei alle tempie i capelli ricci, indisciplinati. Emanava un fascino – come dire? – emaciato. Uno charme di tribolazione, di martirio interiore, di pensieri foschi. Certamente era bello, ma avrebbe potuto esserlo di più se il suo modo di guardare avesse dato segno di vedere veramente il mondo circostante. I suoi occhi allucinati stampavano nel cuore dell’osservatrice la sensazione che contemplasse solo sé stesso, introflesso fino allo spasimo. Pagò il conto, con quelle dita di dolore, e uscì nella pioggia – che si era fatta più battente – senza ombrello, berretto, indifferente all’acqua che gli scorreva dentro il colletto della giacca. Marta lo seguì per un tratto di strada, mantenendo una ragionevole distanza, anche se poco assennato le sembrava questo suo piccolo inseguimento. Camminarono nella via deserta, lastricata di solitudine, per circa venti minuti. Non era difficile mantenere la distanza di sicurezza, tanto le gambe lunghe dell’uomo correvano veloci, rispetto a quelle di Marta, ostacolate dai tacchi alti. All’improvviso, lo vide entrare in uno stabile scuro, quasi fosse ingoiato da una porta girevole a vetri che ne rimandava l’immagine deformata, come una beffa del destino. Questa era l’inquietante sensazione della ragazza che in seguito si trattenne dall’inseguirlo anche all’interno, avvedendosi che  quando la primavera faceva fremere i primi fiori nei giardini, attraversando un ponte affollato di gente concitata e vociante, vide un corpo a terra, coperto da un drappo grigio. Solo una mano usciva allo scoperto, arrossate le nocche, le unghie consumate fino alla matrice.Un’auto pirata aveva distrutto il suo sogno vestito da incubo. (g.g.)

L’isola stregata

L’isola stregata

Parlavano di un’isola fatata, anzi stregata, che appariva e scompariva, a seconda della piena del fiume. Dicevano che fosse incorniciata d’azzurro, come se un’aureola gigante l’attorniasse, protettiva, all’orizzonte. Non posso negare che m’incuriosisse. Adoro i misteri, le storie ambigue, mi piace la realtà sospesa, quella che confina con la metafisica e che non sapremo mai se è vera o sognata. Pioveva – quel mattino d’ottobre – proprio come piove spesso in quel mese di mezzo, nostalgico dell’estate, avviato verso il rigore dell’inverno. Dal cielo ferruginoso cadevano larghe gocce circospette, come se la natura si fosse messa, dubbiosa, in attesa di eventi più forti. Sembrava che volesse restare sulla porta a vedere come si mettevano le cose.

M’incamminai. Proseguivo lentamente, attenta a schivare le pozzanghere, imbarazzata dall’ombrello. Tutto era come sempre. Alberi spogli, erba appassita. Acqua che lambiva il pilone del ponte, appesantito da un traffico convulso, casette povere dai comignoli fumanti.
All’improvviso – dio mio, so già che non mi crederete, perché anch’io stento a credermi – all’improvviso, come una fatamorgana, l’isola si è stagliata all’orizzonte. Sembrava un fiore di madreperla, chiara, iridata, quasi trasparente. Cercai di scendere, cautamente, lungo l’argine. Scivolavo, ero tutta inzaccherata, ma non riuscivo a fermarmi, l’isola mi chiamava. Non potevo resisterle.
Caddi rovinosamente. Fui fermata da un masso contro cui sbattei il capo.
Mi trovarono svenuta. Mi salvò un cacciatore munito di cane ringhioso.
Non dissi nulla. Non gli rivelai il mio segreto. E ora, ostinatamente, sto mettendomi in cammino di nuovo, per cercare di rivederla. (g.g.)

 

Affari d’arte a Parigi

AFFARI D’ARTE A PARIGI

MOSTRA. A Palazzo Roverella, a Rovigo, un’esposizione particolare
Un’intuizione fece la fortuna della Maison Goupil: vendere non solo dipinti originali ma anche le riproduzioni su incisioni, fotografie e stampe

Il dipinto di Edoardo Tofano Seuls: Goupil pretese che il titolo fosse Enfin… seuls

Il dipinto di Edoardo Tofano Seuls: Goupil pretese che il titolo fosse Enfin... seuls

È già prenotata dalla Francia, dal Musée des Beaux Arts di Bordeaux, la mostra che si può ammirare fino al 23 giugno a Palazzo Roverella a Rovigo. «Il successo italiano a Parigi negli anni dell’Impressionismo» sembra quindi avere un effetto boomerang che riempie d’orgoglio chi ha promosso e curato l’esposizione. Per la prima volta si possono vedere insieme le opere degli artisti italiani della seconda metà dell’Ottocento che lavorarono per la famosa Galleria Goupil di Parigi. Con abile strategia commerciale – vero precursore del marketing – Goupil accarezza ed asseconda i gusti del ceto borghese, collezionista compulsivo di quanto avrebbe potuto fruttare danaro, determinato con ogni mezzo a raggiungere più vaste fasce di mercato, privilegiando un genere facile da «salotto buono», quintessenza della borghesia. «Goupil è stato un antesignano delle più moderne tecniche commerciali», afferma Paolo Serafini, curatore della rassegna, «capace di registrare le preferenze del pubblico e addirittura di alimentarle, di indirizzarle. Non solo offriva ai pittori più importanti contratti di esclusiva, ma ne sponsorizzava le opere, presentandole in quegli spazi considerati il palcoscenico più prestigioso dove farsi conoscere, come il Salon, con cui aveva un rapporto privilegiato e di cui pubblicava i cataloghi. Naturalmente, dai suoi artisti pretendeva qualcosa di più. Il diritto di riprodurre le opere con le tecniche più diverse, dall’incisione alla stampa, alla fotografia, per raggiungere più ampie fasce di mercato e di intervenire direttamente sul loro lavoro». IL PUGLIESE Giuseppe De Nittis, che qui apre il percorso espositivo – di cui abbiamo particolarmente ammirato La route de Naples à Brindisi -, fu uno degli artisti ribelli, uno di coloro che non chinarono la testa alle imposizioni dittatoriali di Goupil. Tanto che, dopo breve tempo, rescisse il contratto. Edoardo Tofano, invece, deve aver ingoiato un bel magone quando Goupil lo ha obbligato a cambiare il titolo del suo Seuls (la tela rappresenta una coppia che si abbraccia dopo che tutti gli invitati al matrimonio se ne sono andati) – di cui conoscevamo infinite riproduzioni, non più esposto dagli anni Cinquanta – in Enfin… seuls, perché l’acume del geniale commerciante gli aveva fatto prevedere che una nota malinconica ne avrebbe inficiate le vendite. Più ubbidiente e allineato col patron, si è rivelato il livornese Vittorio Corcos, legato a Goupil per anni, cantore della femminilità, di cui basterebbe Le istitutrici ai Campi Elisi, icona della mostra, a sottolineare la finezza artistica. NON MANCANO le sorprese nell’esposizione rodigina che vanta un centinaio di opere proposte secondo un filo conduttore che assomiglia ad un racconto d’epoca, opere ritrovate in collezioni spesso lontanissime dall’Italia, inseguite dal curatore e dai suoi collaboratori con ostinato impegno. Vedasi il grande dipinto dell’orientalista Alberto Pasini, smembrato in tre quadri, pare dallo stesso Goupil, venduti a diversi acquirenti e qui per la prima volta nuovamente riuniti. Basterebbe pensare allo Sposalizio in Basilicata di Giacomo Di Chirico, ritrovato in Messico e qui esposto al pubblico dopo ben 136 anni. E vi sono opere mai prima esposte come Rhea di Raffaello Sorbi o La terrasse di Vittorio Corcos. E la meravigliosa tela La figlia di Jairo di Domenico Morelli. Particolarmente ammirata dal pubblico la sezione dedicata a Giovanni Boldini, di cui citiamo Grande route à Combs la ville, Indolence e Confidences e lo splendido ritratto Martha Regnier. La mostra è allestita grazie al contributo di Intesa Sanpaolo e Cassa di Risparmio del Veneto Coordinamento Generale Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Il catalogo (240 pagine, 29 euro) è pubblicato da Silvana Editoriale. Un biglietto integrato al prezzo di 10 euro permette tra l’altro di visitare, oltre alla mostra di Palazzo Roverella, quella su «Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento» (capolavori di Bellini, Giorgione, Tiziano, Raffaello) in corso fino al 19 maggio al Palazzo del Monte di Pietà a Padova. Chi arriva a Rovigo per visitare «Il successo italiano a Parigi negli anni dell’Impressionismo» non dovrebbe però lasciarsi sfuggire l’occasione di visitare anche la Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile, allestita a Palazzo Roverella alla fine del percorso espositivo, godendo della magnifica collezione d’arte, ricca di grandi artisti veneti e di un nucleo d’importanti fiamminghi. Opere, in gran parte, mai prima esposte al pubblico.
Grazia Giordani

«Un’opera in ogni casa» Ne vendette 30mila

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    Alfred Goupil fondò la Maison Goupil nel 1829 insieme al mercante tedesco Rittner arrivando a vendere, nei suoi anni di attività, oltre 30 mila tra opere originali e riproduzioni. La Maison iniziò la sua attività trattando esclusivamente incisioni da capolavori d’arte antica e da opere contemporanee del Salon parigino e dal 1846 la Maison iniziò la vendita di opere d’arte originali. Nel frattempo erano state aperte le sedi di Londra e New York. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, grazie all’apertura di una nuova sede a L’Aja in società con il mercante olandese Vincent Van Gogh (zio del pittore) e di altre a Berlino, Vienna e Bruxelles, la galleria divenne un punto di riferimento per collezionisti e mercanti. Negli anni Settanta e Ottanta, Goupil cavalcò con spregiudicata capacità la nascita del nuovo gusto borghese per il collezionismo d’arte: i nuovi ceti si avvicinavano alla pittura ricercando opere di grande qualità pittorica ed effetto e gli italiani erano proprio gli artisti che meglio rispondevano a queste esigenze. Con opere di piccolo formato, di grande impatto, piacevoli e di facile comprensione, divennero immediatamente un modello. Ogni casa francese ed europea doveva godere di un’opera d’arte, si trattasse di un dipinto originale o di una riproduzione fotografica o a stampa. Questo il programma perseguito da Goupil che acquisitava un’opera, la riproduceva con le più diverse tecniche e la diffondeva ovunque, rendendola popolare nel mondo. Goupil interveniva anche sulla creazione dell’opera, imponendo cambiamenti agli artisti e talvolta mutandone il titolo. Nel 1884 il fondatore Adolphe si ritirò e subentrarono Bossoud e Valadon, ma l’azienda mantenne fino alla chiusura nel 1919 il nome «successeurs de Goupil & Cie» a indicare l’importanza e la qualità raggiunti dal marchio. Tra i circa cento italiani che nella seconda metà dell’Ottocento ottennero un contratto alla Maison vi sono Giuseppe De Nittis, Alberto Pasini, Giovanni Boldini, Francesco Paolo Michetti, Raffaello Sorbi, Antonio Mancini. I loro nomi sono tutti impressi nei registri della Maison, documenti d’archivio conservati sia a Bordeaux che al Getty Research Institute di Los Angeles.