Archive for marzo 2004

(Costume) Anche Bog…

(Costume)

Anche Bogart ha spento la sigaretta…

 

Ricordate i film con Bogart ironico e fatale, l’impermeabile col bavero rialzato, la sigaretta accesa perennemente  all’angolo del labbro? Ebbene, questo ricordo entrerà sempre più nei miti del passato, perché la campagna contro i tabagisti si va facendo più dura che mai. Fumo proibito ovunque. Bandite le carrozze fumatori nei treni. Scompartimento fumatori, addio. Per ora è vietato fumare sulle carrozze dei 130 treni Eurostar e dei 18 Intercity utilizzati da 70 mila passeggeri. Le carrozze fumatori subiranno una metamorfosi e verranno “purificate” con il cambio di tappezzeria e moquette e con la scomparsa dei posacenere. I trasgressori, sorpresi con la sigaretta accesa in carrozza, dovranno pagare una multa di 7 euro. Il divieto di fumare in treno è un’iniziativa di Trenitalia che con la campagna «Libertà di non fumare» anticipa le regole della nuova legge contro il fumo che entrerà in vigore entro il 15 gennaio 2005.

Insieme con i divieti sui treni aumentano i prezzi delle sigarette. Il pacchetto costa da 10 a 50 centesimi in più. Trentuno marche ritoccano i prezzi. Si prevede che le Ms verranno a costare 2,80 euro al pacchetto; più care anche Nazionale, Kim, Dunhil; aumento di 30 cent per le Pall Mall. Le Mondiali aumenteranno del 30 per cento, raggiungendo i 3 euro al pacchetto.

Un giornalista che ha viaggiato sull’Eurostar Roma-Milano, proprio nel primo giorno del divieto, riporta che non vi sono state frasi di protesta ed aperte dichiarazioni di ostilità contro la decisione e riferisce che solo una coppia di vicini di posto raccontavano, nostalgici, di altri Paesi dove ci sono sempre spazi smoking.

Inutile negare che gli schiavi del tabacco vanno sempre più incontro a tempi difficili. Al cinema, da anni, non fumano più e si sono talmente assuefatti alle scritte minacciose sul pacchetto («Il fumo uccide»), ai nuovi divieti (bar, ristoranti, uffici), che ormai tacciono, immalinconiti e rassegnati – quando salgono sui treni con divieto – a catapultarsi fuori, nelle fermate, ad aspirare avidamente il fumo del demonizzato tabacco. Bogart e la Dietrich oggi sarebbero guardati come dei piccoli satana e Milly dovrebbe andare a cantare altrove, per non parlare di Sinatra. Un’epoca si sta proprio chiudendo. La salute innanzi tutto, un tocco di politicamente corretto che ci sta sempre bene. Si prevede che taglieranno dai film le scene di sigari e sigarette fumate, mettendo magari, in bocca ai colpevoli, gomma americana e liquirizia. Sempre per restare in tema del politicamente corretto, abbiamo sentito che negli States hanno negato l’ultima sigaretta a un condannato a morte «perché nuoce alla salute.» Nessuno nega che il tabacco è cancerogeno e nuoce veramente, visto che importanti studi lo hanno provato scientificamente, ma chi sta scrivendo per voi – su queste colonne – avendo la fortuna di non essere fumatrice è al di sopra di ogni sospetto nell’affermare che le demonizzazioni e i proibizionismi dovrebbero essere condotti con un po’ di criterio. Che senso ha scrivere che il fumo uccide, continuando a produrlo? E vi pare sensato trattare i fumatori come se fossero lebbrosi, affetti da malattie innominabili? Ho visto commensali scostarsi da tavola da mio marito, non perché stava fumando, ma perché aveva precedentemente fumato una sigaretta…

Suvvia, un po’ di misura e di logica non guasterebbe nemmeno qui, come in tutti i frangenti della vita, quelli in cui non dovrebbe fare difetto il buonsenso.

(g.g.) 

Ero tentata di propo…

Ero tentata di proporvi finali alternativi al racconto a puntate – del resto spesso le mie narrazioni sono aperte ad epiloghi diversi -; pensavo ad Helga che invecchia felice, attorniata da una nidiata di nipotini, figli di un fratello, oppure a Carlo che si innamora finalmente di lei (e Fatma che fine avrebbe fatto?). Pensavo a varie possibilità di chiusura, ma poi ho deciso che è meglio lasciare le cose come stanno: Helga non amava i clamori e la sua morte violenta è stato l’unico colpo di scena della sua vita.

Ho trovato qualche riga umoristica, estratta da film famosi, che vi propongo. William Hurt dice a Katleen Turner (nella foto) in Brivido caldo: «Forse non dovresti vestire così.» «Ho una camicetta, non vedo che altro dovrei portare.» «Non dovresti portare quel corpo.»

Epilogo La vita di …

Epilogo

La vita di Helga riprese a scorrere nel suo solito tran-tran.

Lezioni ai suoi allievi; passeggiate in città, qualche concerto o spettacolo teatrale, molte letture; fine settimana sereni nel cottage in montagna con piacevole frequentazione dei suoi vicini che le divennero, nel tempo, sempre più amici.

Aveva rinunciato a un’esistenza in technicolor, ora si contentava di vivere in bianco-nero. Aveva i suoi ricordi. Ripensava, talvolta, alla sua infanzia protetta dall’ affetto dei suoi; agli anni di studio proficui; alle soddisfazioni nel lavoro, ma non le era mai accaduto nulla di veramente forte. Anche l’abbandono di Sandro e le deluse aspettative nei confronti di Carlo non le avevano poi cambiato l’esistenza. La vita le era scivolata addosso, senza scalfirla, incapace di scrivere sulla sua pelle disegni indelebili, decisi.

Niente di veramente determinante l’aveva scossa nel profondo.

Per lei non c’erano mai stati uragani, ma solo piogge, anche forti che lavano magari, ma non distruggono.

Certo, non avrebbe voluto soffrire la sorte di Fatma, sfigurata, per infedeltà e cacciata dal marito e dai suoi, dopo aver perso la sua bellezza, ripudiata da tutta la sua gente e ancora così piena di nostalgia per quella casa lambita dal Tigri, immersa in profumati giardini. Eppure, quella giovane irachena, anche se così ferita nel corpo e nei sentimenti, aveva avuto una vita più piena della sua ed era riuscita, anche se così massacrata dal vetriolo, a conquistare Carlo.

«Può essere più seducente una donna deforme, ma con un cuore vivo, un sangue capace di passione, di una dona come me, tutta intera, ma incolore, sempre uguale a se stessa, monotona agli occhi del mondo, destinata all’anonimato.»

Distratta da questi pensieri, non vide un’ automobile che sbucava a tutta velocità dal lato opposto della strada.

Fu uno schianto improvviso e definitivo.

L’unico fatto eclatante che le era accaduto, non le fu mai dato saperlo.

Dolore L'eco della …

Dolore

L’eco della montagna Sei

Riprese l’abitudine delle lunghe passeggiate nei boschi, per Helga e Carlo. Venne la stagione delle dalie. Ne raccolsero fasci, attenti a non sciupare le piantine, rispettosi di quel lussurreggiante patrimonio naturale, così come non raccoglievano mai funghi più di quanti ne avrebbero consumati nei loro appetitosi pranzetti. Fatma non li accompagnava mai, si spingeva solo fino ai bordi del prato, timorosa sempre di essere vista; in presenza dell’amica non si era mai tolta la maschera. Finora, della giovane irachena, Helga conosceva soltanto quel poco che le aveva raccontato l’amico. Fu proprio in un tepido pomeriggio di settembre, uno di quelli in cui una foschia dolce vela il lago lontano e si comincia a sentire una premonizione autunnale, che Fatma avvertì il bisogno di rivelarle il suo passato, parlando a sussurri, con voce rotta, un po’ come se dialogasse con se stessa.

«Bagdad, prima della guerra, soprattutto nella parte antica, era una città magica, piena d’incanto. Abitavamo in una bella casa lungo il Tigri, non lontano da quella della mia famiglia d’origine. Avevo un giardino folto di piante; il profumo dei miei gelsomini era così inebriante, che lo avverto ancora in sogno.Avevo sposato – giovanissima – con nozze combinate, come usa da noi, un amico di mio padre, un ricco commerciante. Non mi mancava nulla di materiale. E non sapevo che mi mancasse l’amore, perché questo sentimento non l’avevo mai provato. All’alba, vedevo grandi imbarcazioni, cariche di merci, solcare il fiume e sognavo paesi lontani; pensavo a Roma, Parigi, Mosca, New York, di cui avevo letto nei libri. Le mie sorelle ed io avevamo studiato con un precettore, in casa, un vecchio parente che, il mattino, insegnava in scuole pubbliche. Eravamo state tenute lontane dal mondo. Solo nostro fratello era andato a Oxford a completare i suoi studi. la mia esistenza proseguiova lenta, piatta, senza scossoni. In assenza di mio marito, tornato dall’Inghilterra, mio fratello portò a casa nostra un suo amico inglese. Ci innamorammo. Persi la testa. Abdul ci scoprì. Il resto lo sai già conosci il seguito di questa storia di dolore.»

Nel dire questo, Fatma si tolse la maschera, scoprendo un volto talmente sfigurato da impressionare persino l’autocontrollo di Helga, che non seppe trattenere un gemito, guardandola piena di inorridita compassione.

« Eppure, Carlo, che mi ha raccolta disperata, lungo la via, scacciata da tutti i miei di casa, come se fossi una cagna rognosa, ha avuto pietà di me e mi ha fatta curare e ora mi tiene con sè, con un affetto così tenero che è miele per le mie ferite.» Helga non riuscì a trattenere le lacrime.

«E l’inglese, l’uomo della tua passione?»

«Misteriosamente scomparso. Temo i miei l’abbiano fatto uccidere.» Helga comprese che i suoi dolori presenti e passati erano quisquilie, piccinerie senza importanza. In uno slancio improviso e incontenibile, abbracciò l’amica. La maschera tornò rapidamente su quel viso martoriato, e non fu mai più toccato l’argomento.

Riflessioni L

Riflessioni

L’eco della montagna Cinque

Helga restò a lungo silenziosa, dopo le stupefacenti rivelazioni di Carlo.

Le ombre della sera tingevano di violetto il cielo; alberi e case si stagliavano scuri all’orizzonte, sotto il suo sguardo reso triste, anzi avvilito.

«Vorrei che diventaste amiche.»

«Sì.» – si limitò a rispondergli, sempre più consapevole del fatto che nella vita ci sono vincitori e vinti. Ora avrebbe dovuto reprimere quel suo interesse per Carlo, l’emozione, anzi l’eccitazione che lui riusciva a suscitare in lei; i progetti che aveva fatto. Due cottage vicini avrebbero favorito gli incontri; parlare con lui di letteratura l’affascinava, anche se trovava troppo complessa e tortuosa la sua cifra letteraria.

Oddio, lo ammirava tanto e non aveva capito che lui aveva già una compagna!

«Domani – se vuoi – verrò a conoscerla.»

Fu una notte dura, quella, per Helga.

Normalmente, i dolori si associano, hanno il potere di richiamarsi l’un l’altro all’appello, così la nuova delusione subita, inevitabilmente, le fece rivivere l’abbandono di Sandro. Nella sua sofferenza non vi era nulla di tragico, di disperato (non apparteneva certo alla razza di quelle donne che si sarebbero gettate giù dal Ponte del Diavolo, com’era accaduto ad alcune, lì in zona, per una delusione simile), il suo era un patimento sordo, un rovello interiore che lavorava sotto, come un male sottile.

Nella tarda mattinata dell’indomani, si avviò verso la casa di Carlo per conoscere Fatma.

Il sole non badava a spese, quel giorno, irrorando la vita intorno di una luce talmente violenta, da essere quasi offensiva. Almeno così a lei parve, ulcerata nel cuore com’era in quel momento. Eppure non perdeva il suo autocontrollo, quella calma apparente che la faceva sembrare molto “inglese” agli occhi del prossimo.

Carlo l’accolse con un abbraccio, più espansivo del solito, come se volesse farsi perdonare (ma cosa poi, visto che mai l’aveva corteggiata o illusa in qualche modo?), oppure desiderasse mascherare il suo momentaneo imbarazzo, sotto la maschera di un’eccessiva disinvoltura.

«Così sono entrambi mascherati – pensò amaramente – lei per la crudeltà del marito; lui per la situazione del momento…»

E ogni volta che Helga era attraversata da una considerazione acida, si meravigliava di se stessa.

La casa non presentava una stanza d’ingresso. Si entrava subito nel cuore dell’abitazione. Una camera vasta, arredata con mobili bassi di legno grezzo; pareti bianche; la nota di colore era data dai tappeti bellissimi.

«Vengono da Bagdad.»

Fatma comparve quasi subito.

Snella, dotata di un’eleganza naturale, indossava ancora un abito lungo, con un copricapo dello stesso colore.

Parlava piano, quasi sussurrando dietro lo schermo della maschera.

Si sedettero vicine.

Helga non osava quasi guardarla.

Provava un misto di pena e tenerezza per lei.

Accettò volentieri l’invito a pranzo.

Nel primo pomeriggio tornò a casa meno triste, in fondo contenta di averla conosciuta.

 

Fatma L

Fatma

L’eco della montagna Quattro

Arrivare in auto, inerpicandosi su per la ripida salita, e incontrare subito Carlo che pareva magicamente sbucar fuori dal nulla, divenne una piacevole consuetudine per Helga. Spesso si recavano insieme a passeggiare nei boschi, dove raccoglievano erbe e frutta selvatica. Camminavano accostati, senza sfiorarsi nemmeno, appagati dalla piacevolezza dello stare insieme. Finalmente, in tutta spontaneità, la rottura con Sandro, la delusione e la solitudine del dopo, erano venute a galla, nei discorsi di Helga, in maniera naturale, senza forzature. Carlo sapeva ascoltare e comprendere, ma non sollecitava, non incalzava con domande. Il racconto fluiva come un’acqua troppo lungamente soffocata da massi rocciosi, come un corso sotterraneo che si liberava venendo alla luce.

A sua volta, la discretissima Helga non gli rivolgeva domande personali. Parlavano molto del romanzo che Carlo stava scrivendo, una trama complessa, dostoevskijana, dentro cui vivevano personaggi problematici, pieni di rovelli interiori.

«Strano – pensò Helga, man mano che si dipanava il racconto – che un uomo tanto sereno, all’apparenza, crei situazioni e figure talmente contorte.»

Ma non disse nulla, non fece notare la cosa, non era da lei invadere la privacy del suo prossimo e questo suo grande riserbo, purtroppo talvolta poteva esser preso per freddezza.

Tra loro, dunque, solo un’amicizia serena. Eppure Helga si era messa a pensarlo più di quanto non volesse ammettere nemmeno con se stessa. Quando si salutavano, stringendosi la mano, sperava che quelle dita intrecciate restassero più a lungo congiunte, e una volta che la mano di Carlo le aveva tolto una foglia caduta sul suo volto, aveva trattenuto il fiato per una frazione di secondo, turbata dal tocco di quelle dita virili.

I fine settimana si avvicendavano sempre molto simili; era solo il mondo esterno a mutare. Si arrivò così alle vacanze estive. Helga portò con sé in montagna un bagaglio più consistente e una speranza più viva di un legame maggiormente intenso con quell’amico che andava occupando porzioni ormai vaste dei suoi pensieri.

Sì, lo pensava, ormai non riusciva più a nasconderlo a se stessa.

Per la strada, a volte, si illudeva di vederlo in uomini che gli somigliavano appena.

In una libreria del centro, quando vide in vetrina un suo romanzo ristampato, corse ad acquistarlo e lo lesse con un’ansia che non le era propria, sperando di rubare – fra le righe – qualche frammento della sua interiorità, qualche spicchio del suo animo.

Era sempre lui ad andare a casa sua.

Stranamente, non le aveva mai contraccambiato un invito.

Solo una volta, l’aveva fatta entrare nel suo giardino, per offrirle la talea di un rosaio rampicante che lei aveva dato segno di ammirare.

La lettura del romanzo l’aiutò ben poco nell’intento che si era prefissa, e – a dire il vero – una scrittura così introflessa e una cifra letteraria tanto contorta, le procurava, se non noia, un po’ di sofferenza, perché amava libri più chiari e meno filosofeggianti.

Non avevano mai cenato insieme, ma una sera, tornati ormai all’imbrunire, da una delle loro passeggiate, timidamente, gli chiese se voleva dividere il pasto con le; «un risotto con i funghi che abbiamo appena raccolto» – precisò, quasi a mezza voce, in un sussurro – perché era molto imbarazzata.

Carlo l’aiutò a preparare la cena.

Aveva un modo tutto suo di disporre piatti e posate.

Mentre lei rimestava nel tegame, uscì fuori un attimo a raccogliere un mazzolino di fiori selvatici nel prato che poi dispose in un bicchiere; perfettamente in tinta con la tovaglia, diffusero nella stanza un aroma delicato, subito sopraffatto dall’odore dei funghi in cottura.

Fu una cena piacevole, anche se Carlo si dimostrò più silenzioso del solito.

Nel salutarla, ringraziandola, si chino a sfiorarle con un bacio la guancia e questo primo gesto di intimità, procurò ad Helga quasi un mancamento.

***

Il mattino dopo non lo vide, né sentì.

Era inquieta, ora si affacciava alla finestra, ora si sporgeva sull’uscio di casa.

Finalmente si decise ad uscire, sperando di incontrarlo.

Era una mattinata dal chiarore abbagliante.

Non ricordava di aver mai visto prima un sole tanto fulgido.

Il lago mandava lampi tra gli alberi, taglienti come lame acuminate.

La casa di Carlo le venne incontro; sembrava vuota, inanimata.

Le finestre erano socchiuse.

Attraverso la vetrata della veranda vide muoversi lentamente una figura femminile. Indossava un lungo abito fiorato, sormontato da un corsetto severo, senza scollatura; le mani erano scure; il volto coperto da una maschera.

Provò un brivido strano che assomigliava alla paura.

Fino a sera restò sola in casa, ripromettendosi di uscire dal suo riserbo, chiedendo notizie al suo amico, il più presto possibile, su quella strana visitatrice.

L’occasione si presentò l’indomani stesso.

«Ti ho vista ieri, nei pressi di casa mia e ho immaginato il tuo meravigliato imbarazzo; non ti avevo mai parlato di Fatma, perché è una storia dolorosa e difficile. L’ho conosciuta un anno fa a Bagdad. Porta una maschera in volto perché il marito, ritenendosi tradito, l’ha sfregiata col vetriolo Ho avuto pena della sua sorte.»

Carlo L

Carlo

L’eco della montagna Tre

L’inverno fu particolarmente duro e cadde molta neve anche in pianura. Castelvecchio si specchiava, al tramonto di un sole invisibile, in acqua d’ardesia, monocroma e molto triste. I tavolini all’aperto, davanti ai caffè, erano stati ritirati tutti, perché nemmeno il tedesco più ostinato avrebbe osato prender posto senza riparo per ammirare, standosene seduto, i millenni che l’Arena si porta addosso come un vestito perenne, insensibile alle mode.

Helga non aveva rinunciato alle sue quotidiane passeggiate. Abituata ai rigori della montagna, vissuti nella sua casetta prospiciente il lago, lassù immersa nel bosco, non aveva paura del clima freddo cittadino. Buona parte del pomeriggio le apparteneva completamente; al di là della scuola non aveva né obblighi, né impegni. I suoi genitori erano morti da anni, a poca distanza l’uno dall’altra; i fratelli vivevano lontani e in città le restava solo una zia che vedeva raramente.

Un vita metodica la sua. Lezioni il mattino, minuziosamente preparate nei pomeriggi precedenti; correzione dei compiti; riunioni a scuola; spese al supermercato con una lista puntigliosamente scritta, anche se comprava sempre le stesse cose; controlli dal dentista due volte l’anno; rari acquisti di vestiario; abbonamento a teatro; visite regolari in libreria e biblioteca.

A parte qualche raffreddore, non ricordava di essersi mai ammalata, nemmeno le malattie dell’infanzia l’avevano importunata; non si era mai ubriacata, sebbene non fosse astemia; non aveva mai ecceduto in nulla. Una bottiglia di essenza profumata (da vent’anni sempre quella stessa marca!) le durava all’infinito, perché detestava dare nell’occhio, sobria fino all’esasperazione e ormai sempre più persuasa che l’eccesso di virtù fosse un grave difetto. Ma non poteva farci nulla. Andava prendendo sempre più consapevolezza del fatto che Sandro si fosse annoiato per la sua piattezza, per la sua mancanza di emozioni dimostrate all’esterno e di voglia e capacità di cambiare almeno pettinatura, se non idee importanti, nella vita.

Lo aveva rivisto, per la prima volta dopo l’abbandono, dentro un negozio a fare acquisti, e aveva fatto finta di nulla, sperando di essere passata inosservata. Gli era al fianco una bionda molto alta e vistosa.

«Com’è banale la vita! – pensò – tutto si sta svolgendo come nel copione di una dozzinale pièce teatrale, una di quelle che nemmeno i filodrammatici più scalcinati vorrebbero più recitare. La storia di un uomo di mezz’età che lascia una sua coetanea per mettersi con una vamp da strapazzo e che – cosa ben più grave – mi costringe a considerazioni tanto acide, lontane dalla normalità del mio temperamento.»

Insomma, provò più risentimento che dolore.

Il dolore lo aveva rimosso, lasciandolo tutto o quasi nell’amato cottage, lassù in montagna.

***

Un paesaggio limpido, di primavera piena, l’accolse gioioso al suo arrivo sul monte.

Dai prati fioriti esalava un profumo delicato e il lago ammiccava fra i pini, lanciandole occhiate di luce, amichevoli e rassicuranti. Aveva sempre avuto Helga un rapporto intimo e personalizzato, con la natura circostante.

Stava per oltrepassare la casa del vicino, che non aveva mai più visto dopo quel fortuito incontro al caffè, quando si sentì chiamare per nome a gran voce.

Questo atteggiamento confidenziale le piacque.

Aveva un modo tutto suo di pronunciare la elle interna di Helga, che – fra le sue labbra – assumeva una sfumatura insinuante che mai prima le era capitato di udire.

«Finalmente sei arrivata! Conosco il tuo nome, ma penso tu non ricordi il mio. Mi chiamo Carlo.»

Anche nel pronunciare Carlo, la stessa consonante interna prendeva un tono particolarmente stuzzicante, che le fece battere le ciglia, come se avesse visto quanto stava semplicemente udendo.

Carlo era certamente più giovane di lei di una decina d’anni.

La maglia a maniche corte lasciava vedere i muscoli delle braccia, arti più da montanaro che da scrittore. Aveva una figura vigorosa, e – a dire il vero – emanava vigore da tutta la sua persona.

«Ti aiuto a scaricare i bagagli?»

«Non ho portato molto. Non scomodarti.»

«Così ho la scusa per entrare in casa da te…»

Helga sorrise, mentre si lasciava aiutare, felice di averlo nuovamente incontrato.

Il suo nuovo amico si chinò, con naturalezza, ad accendere il caminetto.

«Dopo tanti giorni di chiusura, la casa è umida, anche se fuori fa abbastanza caldo.»

Scesa dalla stanza dove era andata a riporre il bagaglio, trovò già la caffettiera sul fuoco, mentre l’aroma intenso si diffondeva nella stanza.

Il suo modo di fare, sicuro, senza preamboli, le piacque.

«Questa casa ti somiglia. Qui devi vivere molto bene. Un tempo avevi un compagno, ma non ti chiedo nulla, se ti fa male parlarne…»