Archive for gennaio 2016

I RUSSI di Tommaso Landolfi

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PROFONDO RUSSO

Innamorati come siamo della letteratura russa, abbiamo letteralmente divorato la singolare silloge di saggi  di Tommaso Landolfi I Russi  (pp.365, euro 30) che Adelphi – intento a rieditarne l’opera omnia o quasi -, ci propone impreziosita dalla colta ed informatissima postfazione di Giovanni Maccari.

Incontriamo così l’opera di uno slavista sui generis – del resto Landolfi fuori dagli schemi lo è stato in tutta la sua vita e in tutta la sua produzione letteraria – che rifiutò una cattedra di questa difficile materia, preferendo una posizione di sguincio, quasi  gli piacesse di più dialogare con le grandi penne slave in maniera trasversale.  Prima di entrare nel merito del testo che riunisce per la prima volta tutti gli scritti di argomento russo  (fatta eccezione per la tesi di laurea sulla Achmatova), pubblicati da Landolfi in varie sedi tra il 1930 e il 1960, nonché un nucleo di traduzioni disperse o inedite (come Un soffio leggero di Ivan Bunin), amiamo dare uno sguardo alla scapigliata giovinezza dell’Autore, anche per meglio capire questa sua vocazione russista tanto singolare. Nel 1928 Landolfi studia all’Università di Firenze dove brilla per assenteismo. Molto meglio conversare con Carlo Bo, Leone Traverso e Renato Poggioli. Qui si respira l’epoca delle mitiche “Giubbe Rosse” fiorentine, il caffè letterario dove si incontravano i più colti cervelli del tempo. Che invidia per quelle loro conversazioni da cui nacque a Landolfi la curiosità per la lingua russa. Disciplina che studiò praticamente da solo, aiutato un po’ dal Poggioli, e in cui si laureò nel 1932, con tesi sulla Achmatova.

Singolare com’era in tutto, non ritenne opportuno mai recarsi in Russia. Che bisogno ne aveva? La “vedeva” attraverso le pagine che andava traducendo. E non lesse mai Anna Karenina perché ‹‹bisognava ben tenersi da parte qualcosa per i tempi bui e difficili››.

Le considerazioni di Landolfi su Puskin, Gogol, Tolstoij, Dostoevskij, Cekov, Pasternak, ci fanno ripensare a una considerazione dell’ironico Calvino, legata all’effetto sorpresa che l’Autore qui mira a suscitare nel lettore. Sì a Landolfi piace “épater les bourgeois”, detesta i luoghi comuni, il già detto, e anche se non prendiamo per oro colato tutto quello che afferma sui mostri sacri della letteratura russa, ancora una volta ci associamo a Calvino che sente nell’esprimersi di questo critico, ‹‹un’unghia che stride contro il vetro, o una carezza contropelo››.

Acutamente osserva il curatore dell’opera, Giovanni Maccari – ‹‹Gli interessi landolfiani si abbandonano tranquillamente ai flussi editoriali e ai valori stabiliti, in parte per ostentata noncuranza, in parte per un’autentica freddezza nei confronti dei minori, delle esperienze appartate e stravaganti. Le occasioni producono i ritorni su un canone ristretto di figure che comprende in sostanza le “corone” accertate della letteratura russa. Il cinquantenario della morte di Cechov provoca tre magnifici racconti biografici e due recensioni; il ‹‹caparbio Tolstoij›› è osservato attraverso il diario della figlia e le lettere scelte della sua corrispondenza; Gogol viene seguito nel suo soggiorno a Roma e Dostoevskij  guardato nello specchio della sua vita sentimentale››, Certo, questo guardare Dostoevskij quasi in tralice è uno degli snobismi landolfiani che aristocratico e blasé lo era di certo, inoltre appassionato di gioco come il grande autore russo, certamente fra i suoi prediletti.

Il dualismo morale, i fantasmi, l’innocenza russa – con particolar riguardo per Gogol e Dostoevskij –  entrano in maniera indelebile, addirittura si stampano nell’acceso immaginario di Landolfi che ne subisce quasi un transfert, riuscendo a viverli sulla sua pelle e trasferendoli nella sua vibrante penna che ha saputo cogliere anche voci meno evidenti e scontate della letteratura russa, per cui ‹‹Stiamo tutti sotto il mantello di Gogol›› – come diceva Dostoevskij che però spingerebbe la mano mettendo a nudo la realtà, al punto che il suo realismo si fa iperrealismo. La salvezza  starebbe in Turgenev, secondo il nostro slavista d’eccezione. Ma è ormai troppo tardi per chiedergliene dettagliate ragioni

Grazia Giordani

lA BIOGRAFIA

Tommaso Landolfi (Pico 9 agosto 1908 – Ronciglione 1979) è stato uno scrittore, poeta, traduttore e glottologo italiano, nonché slavista. Benché scarsamente noto al grande pubblico, complice una lingua assai ricercata e una poetica per certi versi difficile, ha guadagnato prestigiosi premi letterari, tra cui lo Strega.

Carlo Bo ha dichiarato più volte che Landolfi è il primo scrittore, dopo D’Annunzio, ad avere il dono di giocare con la lingua italiana e di poterne fare ciò che vuole.

Tra le numerosissime opere, ricordiamo brevemente:

Dialogo dei massimi sistemi, riproposto per Adelphi  dalla figlia Idolina. (1966)

La pietra lunare Scene della vita di provincia, Vallecchi 1939-1944 Mondadori 1968 con una nota di Andrea Zanzotto; più volte rieditato ancora a cura della figlia Idolina.

Cancroregina, pubblicato più volte da Vallecchi e Guanda.

Attualmente le opere e le traduzioni di Tommaso Landolfi sono in corso di pubblicazione presso Adelphi dal 1992.

Fra i titoli più recenti, ricordiamo : Diario perpetuo (2012), Il tradimento, 2014, e sul versante delle traduzioni, Le nozze di Sobeide-Il Cavaliere della Rosa di Hugo von Hofmannsthal (2015) (g.g.)

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L’invenzione dell’inverno

Gopnik, viaggio neEDGT74815gllo spettacolo dell’inverno

Arte letteratura, musiche e moda: un elogio del periodo più freddo

Non ci era mai capitato di passeggiare dentro una stagione. Eppure, Adam Gopnik col suo L’invenzione dell’inverno (Guanda, pp.269, euro 20, traduzione di Isabella C. Blum), ci regala un magico viaggio tra gli artisti, i libri, le musiche, le mode che hanno forgiato la nostra nuova visione dell’inverno.

Il saggio è diviso in capitoli che si aprono con l’inverno romantico, per chiudersi con l’inverno del ricordo. E lungo tutto il percorso, l’autore ci fa gustare una nuova idea di questa stagione, dai paesaggi gotici dei romantici tedeschi, alle poetiche nevicate degli impressionisti per giungere alle parabole natalizie ambientate nelle città di Charles Dickens, approdando alle visioni degli iceberg di Lawren Harris, senza dimenticare Nat King Cole che canta Baby, It’s Cold Outside.

Lo charme dell’inverno è possibile solo quando abbiamo un luogo coperto, caldo e sicuro in cui rifugiarci, e l’inverno così oltre che una stagione da attraversare, diventa un momento di vita su cui soffermarci per osservarlo.

Scomoda i grandi di tutto il settore artistico, Gopnik, per sostenere la sua visione dell’inverno, a partire da Vivaldi con la bellezza mozzafiato dell’ Inverno, una delle sue Quattro stagioni del 1725.

Si tratta,  proprio col musicista veneziano, di uno dei primi accenni al fatto che nell’inverno vi sia qualcosa di specifico che offre piacere o aspira ad esso.  L’inverno assurge a dignità di atto poetico. Passando in rassegna i numerosi poeti che hanno parlato di questa stagione, l’Autore fa cenno in particolare a William Cooper che inneggia all’inverno quale ‹‹signore dell’anno capovolto ›› e lo incorona ‹‹re delle intime gioie››. E sarà, inoltre, il grande S.T.Coleridge a parlare, eccezionalmente in prosa,  proprio al cadere del Settecento, del ‹‹sublime spettacolo›› goduto in Germania in un suo viaggio invernale.

Gopnik continua a trascinarci dentro il mondo dell’arte e della musica, accennando a Friedrich (1824) col suo Mare di ghiaccio, parlandoci del grande acquarellista inglese Turner che fece della Svizzera il suo principale soggetto poetico.

Man mano che procediamo nella colta lettura, scritta in impeccabile prosa, ci rendiamo conto anche del fatto come dal Natale degli affetti si sia slittati in quello dei consumi, come la passione per le stampe giapponesi abbia ammorbidito la nostra visione del freddo, come i resoconti delle esplorazioni polari abbiano dato vita ad un nuovo senso dell’avventura.

L’inverno duro con cui i romantici tedeschi identificavano lo spirito nordico – in contrapposizione al razionalismo illuminista – ha ceduto il passo alle eleganti mollezze di quello ritratto dagli impressionisti, ampiamente citati nel testo.

Sembra che i mesi invernali abbiano guadagnato una loro propria misura di svago, dal sottile piacere delle piste di pattinaggio, alle folle dello shopping. L’estetica boreale dei paesi freddi ha sedotto anche il clima mediterraneo con neve finta e tutto quello che può far sognare un mondo innevato.

Questo saggio è un prezioso mosaico tra concetti filosofici e  soprattutto   poesia, per prendere coscienza del valore dell’inverno goduto dal vetro di una finestra, nel tepore di una stanza ben riscaldata.

Adam Gopnik scrive per il ‹‹New Yorker›› dal 1986. Ha vinto prestigiosi premi letterari, fra cui, per tre volte, il National Magazine Award for Essays and for Criticism.

Grazia GiordaniEDGT74815g

Questa vita tuttavia mi pesa molto

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L’Arena 10/01/2015

 Bugatti, l’aristocratico genio del bronzo

Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che nel panorama letterario nostrano, Edgardo Franzosini sia uno dei più raffinati ed originali scrittori, avulso dalle mode, coerente con se stesso, dotato della levitas di un humour sottile.

E prova ce ne offre anche con il suo nuovo breve romanzo Questa vita tuttavia mi pesa molto (Adelphi, pp.128, euro 12) , nelle cui pagine possiamo gustare la biografia immaginaria di Rembrandt Bugatti (1856-1940), fratello del fondatore dell’aristocratica casa automobilistica, scultore di bronzi che raffigurano animali selvatici. Giocando tra verità e verosimiglianza, l’Autore fa rivivere questo artista veramente sui generis, da un lato definito ‹‹l’Aristocratico›› per la squisita eleganza del suo abbigliamento e per la sua cifra esistenziale e d’altra parte capace di sentirsi al meglio soltanto a contatto con gli animali che osservava negli zoo delle città in cui è vissuto. Magico nello scolpire nel bronzo la plasticità dei loro movimenti, rendendo la materia aerea, come se noi vedessimo gli animali librarsi in volo, o prodursi in movenze comunque vitali. Talento difficile per uno scultore, sempre condizionato dalla staticità della materia.  Ma questo artista aveva la grazia di vivere con gli animali in una sorta di struggente empatia, passando lunghe ore davanti alle gabbie del Jardin des Plantes, a Parigi o negli splendidi edifici orientaleggianti dello zoo di Anversa a guardarli vivere, muoversi, godere, soffrire, in un processo di immedesimazione quasi fatato e surreale. Tanto che subì un forte choc, quando di fronte alla minaccia dei bombardamenti tedeschi, le autorità del Belgio decisero di sterminare tutti gli animali dello zoo.

La vita provinciale milanese gli andava stretta. Ad Anversa visse in prima linea i drammi della Grande Guerra. A Parigi alloggiò in un palazzo che fu abitato da Paul Gauguin e Buster Keaton.

Reso quasi sordo da una serie di otiti croniche, alla fine riuscì a udire soltanto le voci e i versi degli animali di quella ‹‹comunità senza parole›› che solo alla sua morte – suicida a solo 32 anni – è il suo unico rifugio da un mondo sommerso da quella pletora di parole che gli avevano reso doloroso l’esistere.

Il suo Elefantino danzante fu scelto dal fratello per il tappo della lussuosissima Bugatti Royale. La volubile critica d’arte – dopo anni di silenzio -, pare lo stia riscoprendo. Meglio tardi che mai.

Grazia Giordani

 

Renoir mio padre

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È uscita per i tipi di Adelphi una imperdibile biografia Renoir mio padre (pp.433,euro 22,traduzione di Roberto Ortolani), scritta con cuore intelligente dal figlio Jean Renoir (1894-1879), uno dei grandi maestri del cinema francese. Dentro l’ampio romanzo l’arte la fa da padrona e trasuda da tutte le pagine in maniera commovente. E non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che nelle vene di questa prodigiosa famiglia, l’arte scorre come vivido sangue.

Nell’aprile del 1915, ferito da un cecchino bavarese, il ventenne Jean Renoir torna in convalescenza nella casa parigina del padre Pierre-Auguste, il maestro impressionista ormai quasi ottantenne. Il libro nasce dalle conversazioni e dalle confidenze di quel periodo. Il figlio, seguendo la carriera del grande pittore fino alle vette della fama e del successo, disegna il ritratto di un temperamento di primordine, generoso e caustico, che unisce l’orgoglio dell’artista a un piglio quasi monellesco.

Pierre-Auguste Renoir era nato nel 1841 a Limoges, sesto dei sette figli di Léonard e Marguerite Merlet, un sarto e un’operaia tessile e Jean , retrocedendo nel tempo, attraverso le confidenze del padre, ci fa ripercorrere tutto il suo vissuto umano ed artistico, risalendo addirittura al bisnonno zoccolaio. Perre-Auguste visse dall’età di quattro anni a Parigi. Quattordicenne, fu indirizzato dal padre alla decorazione della porcellana. Grazie all’aiuto del maestro Charles Gleyre fu ammesso nel 1862 all’ Ecole des Beaux-Arts dove conobbe Sisley, Fréderic Bazille e Claude Monet con i quali iniziò presto a recarsi a Fontainebleau per dipingere en plein air. Notizie simili potremmo apprenderle da qualsiasi biografia ufficiale, ma non godremmo delle note umane, ironiche e personali che ci sa offrire Jean, il figlio. Non potremmo conoscere sottigliezze come il concetto della “mano” che aveva l’artista: ‹‹Hai visto quel tipo . . . come ha aperto il pacchetto delle sigarette . . . uno zotico . . . e quella donna come ha tirato su i capelli con un gesto dell’indice . . . una sgualdrinella››. Certo,  la mano è fondamentale per un artista che deve usare il pennello quasi fosse un prolungamento del suo arto stesso. Gli inizi di carriera furono duri per il giovane pittore. L’impressionismo appariva stravagante ai severi critici legati al vecchiume della tradizione. Tra il 1874 e il 1877, pur in difficoltà economiche, si dedicò assiduamente alla sua arte ed è proprio in questi anni che produsse capolavori come Bal au moulin de la Galette e Nudo al sole. Nel 1780 incontrò a Parigi la sua futura sposa: Aline Charigot che diventerà ben presto la sua modella-amante che sposerà nel 1890 e da cui ebbe tre figli. Ormai, era diventato un pittore famoso. I primi ad accorgersi della sua grandezza furono gli americani. Nel 1900 venne insignito del titolo di Cavaliere della Legion d’Onore. Gustosissime le scene di vita familiare. Il lettore ha l’illusione di sedersi a tavola con i Renoir e amici gustando la succulenta cucina di Aline o di accompagnare l’allegra brigata ad Essoyes, godendo il clima mite e festoso delle trenta vacanze trascorse in quegli ameni luoghi. Purtroppo, quando tutto sembra andare per il meglio, c’è spesso un’imboscata del destino a farsi avanti. Attacchi dolorosissimi di artrite reumatoide amareggiano la vita di Renoir senior, al culmine della gloria, costringendolo a trasferirsi a Cagnes-sur-Mer. Ora, la sua ultima residenza è diventata museo. Morì il 3 dicembre 1919, settantottenne. Aveva appena terminato il secondo dipinto sul tema delle bagnanti, sottoponendosi al supplizio del pennello legato alla mano e alla deambulazione su una portantina.

Fu sepolto a Essoyes, come l’adorata moglie, morta appena qualche anno prima.

Renoir figlio ci ha lasciato veramente un rara perla con questa sua testimonianza sul vissuto di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, cesellandone gli umori e i malumori con finissima mano coinvolgente.

Grazia Giordani