Archive for gennaio 2017

Viaggio in Urewera

L LIBRO. «Viaggio in Urewera» per Adelphi

Un canto libero
per comprendere
le proprie radici

Grazia Giordani

Katherine Mansfield in un diario si muove alla ricerca di se stessa

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giovedì 12 gennaio 2017 CULTURA, pagina 48

Non finirà mai di stupirci Katherine Mansfield (Wellington 1888 – Fontainebleau 1923), considerata una delle più grandi scrittrici di racconti, di cui Adelphi ora ci ripropone «Viaggio in Urewera» (pp. 101, 8 euro, a cura di Nadia Fusini). Leggiamo con molto gusto il diario del viaggio che la giovanissima scrittrice neozelandese compì tra il novembre e il dicembre del 1907. Un viaggio, espresso con punteggiatura tutta personale, il cui fascino si trasferisce nella nostra fantasia in maniera coinvolgente.«Poco prima di fermarci per la sosta del pranzo», scrive alla madre, «siamo arrivate alle cascate Waipunga – la mia prima esperienza di grandi cascate – sono indescrivibilmente belle – tre – una accanto all’altra – e un burrone boscoso da ogni lato – Il rumore è quello del tuono – il sole riverbera sull’acqua – ora sono seduta sulla sponda del fiume a pochi metri di distanza – l’acqua scorre veloce – manuka, piante di lino e felci sulle sponde – Si riparte – a presto cara mamma…».La giovanissima Katherine che ama i giochi di parole e sguazza dentro gli acronimi, spesso firmandosi K.M., parte dunque nel novembre del 1907 per un viaggio alla scoperta della terra di Urewera, una porzione di territorio nell’Isola del Nord ancora in parte inesplorata e abitata dai Maori, le popolazioni che per prime colonizzarono la nuova Zelanda.Pur essendo un viaggio arduo ed irto di difficoltà, lei non si tira indietro in nulla, puntigliosa nell’annotare le sue sensazioni ed impressioni nelle pagine di un diario. E così si materializzano al nostro sguardo gli splendidi paesaggi arroventati dai vulcani, e irrorati da cascate odorose di zolfo, in un clima di selvatica bellezza.Notti in tenda, molestati da insetti e zanzare, precederanno l’arrivo a Urewera, la mitica regione inesplorata, coi Maori ostili agli Europei. In fondo, una andata e ritorno, perché – assunto il proprio compito – coi Maori ormai ammansiti, la carovana fa dietro front. E il viaggio di Katherine muta rotta interiore, facendosi ricerca di se stessa, con le inquietudini di una ragazza che si sente appartenente e divisa tra il Vecchio Mondo e il Nuovo Mondo.Viaggiatrice instancabile, non mise mai stabili radici in nessun luogo. Pur amando la sua terra natale, la Nuova Zelanda e considerando Urewera «quel luogo che è uno spazio inventato a metà tra il mondo reale e quello immaginario, dove comprendiamo la nostra condizione di passanti e non di abitanti veri e propri», pur amando le sue isole neozelandesi, lei si sente divisa e quasi apolide, come se nessun luogo le appartenesse. Così, decide di lasciare la sua terra natale e far ritorno a Londra, dove pensa di potersi dedicare con maggior agio a musica e letteratura. In Inghilterra la scrittrice pubblica nel 1911 la sua prima raccolta, «In a german pension», e in quello stesso anno conosce il critico John Murry che diverrà nel 1918 suo marito. «Viaggio in Urewera» è anche un canto libero di chi, pur cercandole, rifiuta le radici, adatto a chi sente il fascino del viaggio reale e metafisico, un taccuino ricco di suggestioni che fanno sognare.Ebbe vita breve ed intensa questa estrosa autrice, determinata a «lavorare, imparare e lottare e cercare di vivere una vita piena di scrivere». Morì a causa della tubercolosi nel gennaio 1923.

 

 

Le bottiglie Morandi e la Vetreria di Murano

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Sappiamo bene che nulla avviene per caso. C’è infatti sempre una proustiana madeleine per tutti noi. Mi è bastato posare l’occhio sul catalogo NasonMoretti – storica vetreria di Murano che produce la collezione “Le bottiglie Morandi” –, perché il ricordo della voce di mia madre, riprendesse a raccontare quanto mio padre – lo scultore Giorgio Giordani – amasse ed ammirasse sconfinatamente il suo Maestro, Giorgio Morandi. Scherzosamente, e nel contempo  con devozione, lo definiva “il poeta dei vuoti a rendere”, tanto era incantato da quelle sue metafisiche nature morte, dipinte dalla luce, in cui l’apparente semplicità dei contenuti (vasi, bottiglie, ciotole, fiori, paesaggi, rari ritratti) si fa protagonista,  in sordina, con i suoi “azzurri commoventi”, sempre stando alle parole di papà.

E l’accorta vetreria di Murano ha colto nel segno ‹‹ puntando sui colori, partendo dalla convinzione che essi siano fondamentali energie per il benessere individuale e si è distinta nel tempo per l’utilizzo di gamme e combinazioni cromatiche che non hanno eguali››, ispirandosi all’originalissima opera di uno dei più grandi pittori del Novecento.

Cosa direbbe il Maestro – ci vien fatto di pensare – se in luogo degli oggetti qualsiasi, affastellati nella sua casa in Via Fondazza, dove non ha mai avuto un vero studio -, vedesse i “figli della sua ispirazione” ? Conoscendo la sua mitezza di carattere, abbiamo l’impressione che sorriderebbe. La venalità non gli apparteneva in nessun modo. Non avrebbe nemmeno voluto separarsi dalle sue opere che i mercanti d’arte gli strappavano a poco prezzo. Era un puro, Morandi che oggi sarebbe esterrefatto nel vedere quanto valgono le sue tele.

Le coincidenze nella casualità si susseguono nella vita Morandi- Giordani: intanto omonimi, poi il Maestro, nato nel 1890, ha vissuto i suoi anni adolescenziali proprio in Via Lame, dove Giordani, mio padre, suo devoto allievo all’Accademia di Belle Arti, nato nel 1905, aveva un grande atelier, in buona parte, in seguito, distrutto dalla guerra. E, ancora, entrambi sono sepolti alla Certosa di Bologna, nella parte antica del cimitero, quella che ospita anche la tomba di Giosue Carducci. Sulla tomba del Maestro, morto settantaquattrenne, un ritratto dell’amico Giacomo Manzù; su quella di Giordani, morto trentacinquenne, un medaglione dell’amico Cleto Tomba, raffinatissimo scultore.

Mi commuove pensare come uno dei più grandi pittori italiani, la cui fama è legata non solo alle nature morte, con particolare rilievo per le famose bottiglie, ma anche  per le acqueforti di rara qualità, non veda il museo permanente che l’allora sindaco di Bologna, Renzo Imbeni ha reso possibile gli venga dedicato. Chissà se sarebbe contento, lui così schivo, che rifuggiva gli onori e non amava esporre le sue preziosità?

Mio padre è morto troppo giovane perché la sua città lo ricordi.

Ma noi, ripensiamoli vivi questi artisti di varia grandezza ed età. Rivediamoli seduti al Caffè San Pietro, anche lui distrutto poi dalla guerra. ‹‹Quando compariva Giorgio Giordani – scrive il critico Ruggeri -, sempre in compagnia della moglie, era per tutti una festa. La sua eccezionale vitalità sprigionava una carica di humour che si traduceva all’istante in raffiche di battute, da restare incantati. Più riservato, Giorgio Morandi era ascoltato con estrema deferenza; più timido Minguzzi, allora agli esordi; mordace Virgilio Guidi, simpatici i fratelli Bacchelli;  numerosi si univano al gruppo campioni dello sport ed uomini di teatro . . .››

Con un salto nel surreale, dove tutto è possibile, mi piace immaginare che questi uomini d’eccezione avrebbero brindato volentieri versando le bevande dalle eleganti bottiglie della vetreria NasonMoretti.

Prosit alla loro imperitura memoria !

Grazia Giordani

Un carteggio da ripubblicare

LETTERATURA. Un carteggio da ripubblicare

Le lettere alla zia
raccontano il vero
animo di Tolstoj

Grazia Giordani

In quasi 50 anni di corrispondenze lo scrittore si svela con Alexandra

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lunedì 02 gennaio 2017 CULTURA, pagina 41

 

Ci appare una stranezza editoriale – in epoca in cui gli scambi epistolari di personaggi celebri tirano tanto, che proprio il «Carteggio confidenziale di Lev Tolstoj con Alexandra Andrejevna Tolstaia (1857-1903)», edito da Einaudi nel 1943 e pubblicato nuovamente nell’anno successivo, sia poi caduto completamente nel dimenticatoio. Del grande scrittore russo esistono corrispondenze pubblicate, si fa per dire, quasi con chiunque (dalla moglie, ai figli, a personaggi più o meno noti del suo tempo).  Eppure, il carteggio tra Tolstoj (1826-1910) e la zia in secondo grado Alexandra, nata nel 1817 e morta al cadere del 1903 – principessa addetta alla corte imperiale, cui era stata affidata l’educazione di due nipotine dello zar Nicola I – avrebbe meritata una sorte diversa, anche per la curatrice d’eccezione Olga Resnevic Signorelli (1883-1973), moglie di un insigne medico italiano, amica e traduttrice dei più importanti artisti russi del suo tempo. Tutto questo prologo per sottolineare quanto sarebbe utile agli studiosi del celebre scrittore conoscerne più a fondo l’animo e le inclinazioni anche in una allure domestica, visto che proprio lui usava dire «Chi cerca la mia autobiografia, legga le lettere ad Alexandra Andrejevna, se un giorno verranno pubblicate ( e da qui si evince che i grandi del passato corrispondevano consapevoli di una futura pubblicazione ndr) Tutto ciò che è possibile esprimere con parole intorno alla propria anima, io l’ho confessato a quella donna».

Questo, a chiare lettere, aveva dichiarato Tolstoj al suo biografo e amico Pavlov Ivanovic Birijukov. E gli amici della famiglia Tolstoj raccontano, con commozione, come nell’ultimo anno della sua vita e quando Alexandra ormai non era più, egli rileggesse le copie di quelle lettere e come ripetesse spesso che nel ripensare alla sua buia lunga vita, solo il ricordo di Alexandrine gli tornava alla mente come un costante raggio di luce.

Queste lettere sono una vera delizia da ambo le parti dei corrispondenti, ora affettuose, ora burrascose per divergenze inerenti la religione, da cui trapelerebbe – leggendole controluce, in filigrana, con un po’ di malizia, persino un’infatuazione di Tolstoj per la più anziana prozia, tanto il suo animo le si apre con accorata tenerezza, scandendo anche le tappe della sua vita: matrimonio, figli nati e figli morti. Da queste lettere diario si ricava la convinzione che Alexandra scrivesse meglio del suo illustre corrispondente, con più cuore, con maggior poesia del suo più celebre pronipote.

E ci si chiede, anche, fino a che punto ne fosse al corrente la gelosissima Sofia, quella moglie onnipresente, un po’ ingombrante.

Ecco, i carteggi piacciono perché permettono di spiare dentro le pieghe più intime dei personaggi celebri che li hanno scritti. Vedasi il successo della corrispondenza Luigi Pirandello-Marta Aba; Sibilla Aleramo-Dino Campana; Friedrich Nietzsche, Lou Salomè e Paul Rée, addirittura in trio.

Ai giorni nostri, tempo delle mail, dei messaggi senza punteggiatura, dello scrivere quasi per ideogrammi, un carteggio aristocratico diventa perla rara, testimonianza di tempi in cui la finezza stilistica aveva ragione d’essere e che potrebbe riempire di comprensibile nostalgia chi ancora sa apprezzare la bellezza in tutte le sue forme.

Non è stato Dostoevskij a dire che: «La bellezza salverà il mondo?»

Grazia Giordani