Lo strano caso di Maria Scartoccio

IL LIBRO. Un «noir» ambientato in Liguria

Bistolfi, quando
il «giallo» diventa
cronaca di paese

Grazia Giordani

Lo scrittore propone «Lo strano caso di Maria Scartoccio» (Tea)

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mercoledì 18 ottobre 2017 CULTURA, pagina 44

Ancora una volta Renzo Bistolfi ci propone uno dei suoi gradevoli gialli di provincia, dopo che avevamo letto «I garbati maneggi delle signorine Devoto», sempre per i tipi di Tea. Questa volta è «Lo strano caso di Maria Scartoccio», sottotitolato «ovvero, Un brutto fatto di cronaca a Sestri Ponente» pp.287, euro 14).

Piero Chiara, Giuseppe Pederiali, se fossero ancora in vita, e lo stesso Andrea Vitali troverebbero qualcosa della loro tanto amata penna, da quel pubblico che predilige questo genere di strapaese, godibile ma non ovvio, scritto con sense of humour leggero e mai scontato.

Nel presente fresco di stampa, ci troviamo a Sestri Ponente nel lontano novembre1956. La palazzina di via D’Andrade ospita un campionario di umanità molto varia: la sarta laboriosa aiutata da una giovane apprendista timida e bella; l’oste truffaldino, la vedova insolvente con il figlio dalle spalle larghe, vita stretta e poca voglia di faticare; la cinquantenne con tanti figli e nessun marito. . . Tutti sanno tutto –o quasi – di tutti. Alcuni sono amici, altri si sopportano, tutti si danno una mano per affrontare le ristrettezze. E c’è una cosa che unisce indissolubilmente gli abitanti di via D’Andrade: l’odio per la loro padrona di casa, la Maria Scartoccio. Ogni 5 del mese fa il giro degli appartamenti per riscuotere gli affitti e alla fine della giornata non c’è un inquilino che si addormenti col sorriso . . . Così quando la donna tanto odiata viene trovata in casa, vittima di quello che sembra un grottesco incidente, tutta la palazzina tira un enorme respiro di sollievo. Forse, però, non è stato un incidente: per il maresciallo capo Galanti troppi particolari non quadrano.

La folla di personaggi evocati da Bistolfi recita come in una commedia. I dialoghi ci prendono dentro tanto che anche noi vorremmo rispondere al Battista che sbotta: «La vedete? Adesso va a fare il giro delle pigioni: è il cinque del mese di novembre millenovecento e cinquantasei. (…) un tempo da andare a picchiare negli scogli con barca e tutto, ma lei niente: nemmeno la burrasca di mare la fa ritardare di un giorno. E poveretto chi gli manca uno scudo, una palanca, allora non vuol sentire ragioni e diventa cattiva come l’aglio! (…) e poi ha sempre una cattiveria da dire. Una a testa, come il prete che ti mette l’ostia sulla lingua . . . lei invece ci posa un po’ di veleno. E io ci avrei fin paura che il Padreterno un giorno o l’altro mi castigasse, altro che».
E il romanzo, intessuto in questo tono di dialogo in linguaggio parlato, ci conduce verso un epilogo che parrebbe scontato, ma sta nell’abilità dello scrittore librare il giusto colpo d’ala. «Cos’è successo?» chiese una donna. Mah. Sarà qualcuno che è rimasto fuori chiuso di casa», rispose un’altra. «E il fumo? chiese un uomo che a giudicare dalla tuta doveva essere un operaio dei cantieri navali. «Boh, va a sapere . . . Avranno lasciato il pentolino sul fuoco». «Alla faccia del pentolino!»
«Sì. E la Croce Verde invece a cosa serve? I carabinieri? Un’altra donna si voltò con l’aria di quella che sa tutto, e concluse: «No. Secondo me è successo qualcosa».

Con questo originale lessico da pièce teatrale Bistolfi tiene viva l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina dell’originale giallo. E non saremo certo noi a rovinargli la sorpresa circa la fine della  Maria Scartoccio, l’odiosa padrona di casa.

 

 

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LA MOSTRA Rassegna a Rovigo allestita a Palazzo Roverella L’ONDA DELLA MODERNITA’

LA MOSTRA. Rassegna a Rovigo allestita a Palazzo Roverella. «L’onda della modernità»

SECESSIONI
ARTE D’EUROPA

Grazia Giordani

Monaco, Vienna, Praga e Roma: viaggio nei capolavori dei maestri che aprirono una nuova strada visuale. Opere di Klimt, Schiele, Casorati

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domenica 08 ottobre 2017 CULTURA, pagina 56

Chi ha avuto la chance di sentire la presentazione a viva voce del curatore della mostra Francesco Parisi sulle Secessioni Europee a Palazzo Roverella (23 settembre 2017-21 gennaio2018),  si è subito reso conto che Rovigo ha fatto veramente un colpo grosso, per originalità delle scelte e nuovo accostamento delle opere accuratamente selezionate.
«Ad ogni epoca la sua arte, ad ogni arte la sua libertà» sono le parole che accoglievano il visitatore all’ingresso del Palazzo della Secessione viennese ideato, come un tempio, dall’architetto Joseph Maria Olbrich e destinato alle esposizioni d’arte.
Il motto, coniato dal giornalista Ludwig Hevesi, fu trasposto graficamente da Gustav Klimt in un celebre manifesto che vedeva Teseo, l’eroe artista, lottare contro il Minotauro, emblema di una cultura al potere, dominata dall’implacabile avversione nei confronti dell’arte moderna.
Anche Klimt, che più tardi riscosse numerosi e ufficiali successi, fu escluso da una delle più importanti mostre annuali viennesi assieme ad altri giovani colleghi costretti a restare nell’oscurità. Incompresi e maltrattati dall’arte ufficiale timorosa d’innovazione, i giovani artisti europei si costituirono in movimenti staccandosi dalle aggregazioni capitanate dagli artisti della precedente generazione, dando vita a vere e proprie Secessioni che, con rapidità moderna,  si diffusero nei grandi centri di area mitteleuropea: Monaco, Berlino, Lipsia, Darmstad, Vienna. Le Secessioni apportarono all’arte moderna un nuovo e più dinamico dibattito che si allargò presto anche in altre città come Praga (Secese), Budapest (Magyar Szecessziò), Sofia, Varsavia (Secesja), Belgrado e Zagabria (Secesija) propagando un gusto più irrigidito delle fluenze dell’Art Nouveau francese e del Liberty anglosassone, ma che includeva stilemi delle varie tradizioni nazionali.
La novità della mostra rodigina, consiste nell’aver creato un ensemble che associa e propone per la prima volta un panorama complessivo delle vicende storico-artistiche dei quattro principali centri in cui si svilupparono le Secessioni: Monaco, Vienna, Praga Roma.
Evidenziando differenze, affinità e tangenze dei diversi linguaggi espressivi  nel primo vero scambio culturale europeo, basti pensare a Gustav Klimt e a Egon Schiele che esposero alle mostre della Secessione Romana o a Segantini che partecipò alle annuali mostre viennesi. Nella rassegna rodigina vengono messi in evidenza gli esiti modernisti della secessione monacense, il trionfo del decorativismo della secessione viennese, il visionario espressionismo del gruppo Sursum praghese fino al crocevia romano e alla sua continua ricerca di una vita altra e diversa.
A battenti appena aperti, l’esposizione  promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi,  egregiamente curata da Francesco Parisi, vede già un afflusso notevole di pubblico. Si avvale, la singolare mostra,  della prestigiosa collaborazione delle principali istituzioni museali europee, dall’Albertina di Vienna alla Klimt Foundation, dal Museo Villa Stuck di Monaco alla National Galerie di Praga e di altre importanti collezioni museali europee.
Intelligente la scansione per sezioni tematiche, l’esposizione si apre con la Secessione di Monaco. Molto interessante «Il Lucifero»di Franz von Stuck, tanto per citare una fra le varie opere che caratterizzano il movimento. Della Secessione di Vienna ammiriamo opere stupende di Gustav Klimt.  Della Secessione praghese ammiriamo soprattutto lo splendido «Orpheus»dello scultore Jaroslav Horeic. Vediamo anche opere su carta. Insomma, tutte le espressioni artistiche hanno avuto un loro singolare spazio. A differenza delle secessioni europee, con predisposizione all’estetica simbolista, la Secessione di Roma (1913-1916) esprime una tendenza più libera. E qui ammiriamo il «Nudo» di Enrico Lionne, e fra i molti altri di elevato impatto estetico «Ada» di Felice Casorati.
In un momento di difficoltà economiche, Rovigo ha saputo cogliere la voglia di cultura, addirittura con un continuum nell’attiguo Palazzo Roncale dove abbiamo visto i capolavori dei Concordi, ovvero un’importante selezione di opere della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi che copre l’arco temporale che va dal Quattrocento al Settecento.
Grazia Giordani

 

 

 

 

Il club delle vecchie signore

L LIBRO. Adelphi completa la pubblicazione

I colleghi di Maigret
Quando il «giallo»
diventa umorismo

Grazia Giordani

Un Simenon ironico ne «Il club delle vecchie signore e altri racconti»

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mercoledì 27 settembre 2017 CULTURA, pagina 4

Non è una sorpresa per gli appassionati di Georges Simenon (Liegi, 1903-Losanna,1989), leggendo «Ilclub delle vecchie signore e altri racconti» (Adelphi, pp.168, euro10, traduzione di Leopoldo Carra),rilevare l’humour e lo spirito scanzonato di un autore che ci aveva abituati all’umanità e all’equilibrio del commissario Maigret, o alla durezza intelligente dei suoi romanzi più riusciti.

Non è una sorpresa – ribadiamo-, perché tra il1929 e il 1962 il grande belga ha scritto ben 178 racconti improntati a questa vis scherzosa che si concludono appunto con questo quarto volume, le avventure del detective dell’ Agenzia O, «una delle agenzie investigative più famose del mondo». E Simenon, che ormai ci ha preso gusto, si diverte a metterli nelle situazioni più incongrue creando quasi un vaudeville, una farsa sottile che vira decisamente nel comico. Dopo questi quattordici racconti- buttati giù nel solo mese di giugno1938 a Villa Agnès, a La Rochelle, apparsi nella collana «Police Roman» nel 1941 e raccolti poi in volume nel 1943-, Simenon abbandonerà al loro destino i quattro protagonisti di queste indagini scanzonate. Comunque, sarà valsa la pena di fare la loro conoscenza, pur restando degli innamorati di Maigret.

Con Il club delle vecchie signore ecco che Adelphi completa l’opera di pubblicazione dei racconti che Georges Simenon ha dedicato all’Agenzia O.
L’Agenzia O, “una delle agenzie investigative più famose del mondo” è stata fondata da Torrence che in precedenza, per più di tre lustri, è stato ispettore di polizia e attivo aiutante di Maigret. Non certo l’ultimo arrivato, quindi, ma anche in questo caso, come nella serie ben più nota, il suo apporto rimane spesso secondario, visto che la punta di diamante è il fotografo dell’agenzia, Émile, che svolge anche buona parte del lavoro di indagine e deduzione.
Gli altri due membri sono Berthe, segretaria che spesso non si limita al suo ruolo ufficiale, e Barbet, il cui passato da criminale lo rende molto abile sul campo, in particolare nei pedinamenti.

Le avventure dei quattro dell’Agenzia O sono sempre condite dall’ironia e, ne Il club delle vecchie signoreGeorges Simenon sembra amplificare ancora di più questa attitudine, ficcando volutamente i suoi detective in situazioni strane e paradossali. In Prigioniero di Lagny vedremo sia Torrence che Émile in palese “difficoltà” nell’interrogare un pittore, difficoltà dovuta non tanto alle capacità dialettiche dell’interrogato quanto alla presenza di due modelle ben poco vestite.

“Una vampata di caldo. E non è solo il caldo. Di punto in bianco Émile e Torrence sono entrati in un mondo così diverso che gli è salito il sangue alla testa. Il locale in cui si trovano è tutto tappezzato di morbide stoffe, ammobiliato unicamente, parrebbe, con divani profondi e soffici. Vi regna un profumo che ricorda quello dell’incenso, ma più tenue.

Sul divano di fronte alla porta è sdraiata una figura che si potrebbe scambiare per una statuina. È davvero una donna? Non è piuttosto un’effigie di cera?

È proprio una donna, una giovane giapponese completamente nuda, che fuma una sigaretta orientale e il cui sguardo indifferente sfiora appena Torrence e il suo collega. Su un altro divano, con indosso una sfarzosa vestaglia, la ragazza bruna che i due uomini hanno ammirato poco prima si trastulla con un gatto siamese”.

Nel racconto titolare, Il club delle vecchie signore, scopriremo cosa ha di tanto speciale questo club visto che un uomo ha finto di essere una donna pur di entrare a farne parte, e in seguito assisteremo anche all’arresto di Torrence, bloccato dai suoi stessi (ex) colleghi di Quai des Orfèvres con l’accusa di tentato ricatto nei confronti di un artista molto noto.

Secessioni europee

ARTE. Dal 23 settembre al 21 gennaio 2018 una mostra a Rovigo

SECESSIONI
EUROPEE

Grazia Giordani

Da Monaco a Vienna, da Roma a Praga, «l’onda della modernità» a cavallo fra ‘800 e ‘900 segna una svolta con artisti del calibro di Schiele, von Stuck, Casorati

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martedì 19 settembre 2017 CULTURA, pagina 47

Il celebre manifesto della Secessione viennese di Egon Schiele

 

S

Scandita per sezioni tematiche dedicate alle singole città europee, la mostra si apre, cronologicamente, con la secessione di Monaco. Al movimento aderirono Franz  von Stuck, di cui anticipiamo, si ammirerà «Lucifero» con bozzetto preparatorio .

Quanto alla secessione viennese, non mancherà, fra l’altro,Egon Schiele col suo magnifico manifesto specifico per la 49esima mostra della Secessione Viennese.

Praga ci mostrerà, fra l’altro, anche lo scultore Jaroslav Horeic, col suo splendido «Orpheus».

La secessione di Roma, a differenza delle consorelle, si atterrà ad un tono più aristocratico, non sperimentale, con nomi come: Enrico Lionne, Giuseppe Biasi, Plinio Nomellini e Felice Casorati, solo per citarne alcuni.

Grazia Giordani

Il libro degli amici

Il Libro  Neri Pozza pubblica il saggio di Pecora

I grandi del ‘900
italiano nella Roma
che non c’è più

Grazia Giordani

«Il libro degli amici» è un omaggio agli anni intensi fra il ’60 e il ’90

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sabato 05 agosto 2017 CULTURA, pagina 41

Verrebbe proprio voglia di invidiare Elio Pecora per il paesaggio letterario, così folto di personaggi celebri, che ci presenta ne «Il libro degli amici» ( Neri Pozza, pp.142, euro 15). Non manca proprio nessuno, descritto con efficace penna, non scevra da abbandoni lirici, del resto Pecora è anche poeta.
Da Alberto Moravia, a Elsa Morante che l’autore stima molto, pur non tacendone le sottili perfidie, da Sandro Penna che ebbe una vita così singolare ed infelice, a Italo Calvino, da Francesca Sanvitale a Elsa de Giorgi, per non tacere Palazzeschi, tutti i più grandi dell’Italia letteraria, privilegiando Roma del secondo Novecento, ci balzano davanti agli occhi con i loro tic e la loro grandezza.

Vita e letteratura a quell’epoca erano tutt’uno. Che bei tempi andati e che scrittori e poeti che giganteggiano in un cielo del tutto svanito.
Chi ricorda, ormai, se non è un addetto ai lavori, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Rodolfo Wilcock e tanti altri  fra musicisti, pittori, attori di cui Pecora con penna da maestro, intinta nell’inchiostro dell’ironia, malinconico e nel contempo divertito, racconta i loro giorni dai momenti più banali ai più importanti.
Ci perdiamo anche noi, partecipi, dentro le piccole grandi invidie, i rancori.

Non vi è nulla in questa galleria di grandi delle invenzioni cinematografiche, ma la realtà umana dei loro affetti, poliedrici come sanno esserlo i sentimenti umani.

Siamo negli anni che vanno dalla metà dei Sessanta alla fine degli Ottanta, quando Roma va esaurendo gli entusiasmi succeduti alla Ricostruzione e resistiti alla Prima Repubblica. Sono anni in cui la città è gremita di cinema d’essai e di teatri d’avanguardia, di librerie affollate (che bei tempi!) e dove nelle strade del centro era ancora possibile perdersi in intelligenti meditazioni o incontrare De Chirico sulla porta del caffè Greco, i Torlonia a cavallo che scendono da Villa Borghese, Fellini che traversa piazza di Spagna, Ingrid Bergman che sembra slittare sui suoi famosi lunghi piedi.

Anche il dolore ha largo spazio in queste pagine: la morte di Pasolini, il suicidio della Rosselli. Non è un nostalgico Pecora, piuttosto lo diventiamo noi, leggendolo, ma esterna  la necessità di consegnare di quel tempo, di cui è stato testimone, una memoria ancora viva e affascinante.
Elio Pecora è nato nel 1936 e vive a Roma dal 1966. Ha pubblicato libri di poesia, di prosa, di saggistica, testi teatrali, poesie per l’infanzia.
Ha curato antologie di poesia italiana contemporanea e raccolte di fiabe popolari. Ha collaborato a lungo per la critica letteraria a quotidiani, settimanali, riviste e ai programmi culturali della Rai.

Dirige la rivista internazionale «Poeti e Poesia».

Difficile trovare un libro senza trama che tega così viva l’attenzione del lettore, quello che ama sinceramente la cultura, senza snobismi, senza plateali esibizioni.

Sono pagine queste di Pecora che si centellinano piano perché il gusto resti in bocca a lungo e la curiosità venga soddisfatta con garbo intelligente.

Grazia Giordani

Alla riscoperta del buon vino del Signor Weston

IL LIBRO. Adelphi ripropone Theodore Powys

Alla riscoperta
del buon vino
del signor Weston

Grazia Giordani

L’horror metafisico di uno scrittore che gioca la sua trama sull’allegoria

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venerdì 28 luglio 2017 CULTURA, pagina 45

Una delle lodevoli iniziative di Adelphi è certamente quella di ridare luce a scrittori e ad opere letterarie che altrimenti sarebbero rimasti sepolti dentro la polvere dell’oblio. E questo è il caso di «Il buon vino del Signor Weston» ( pp.286, euro22,  traduzione di Gianni Pannofino) di Theodore F. Powys (1875-1953), un romanziere e scrittore a breve storia britannica, meglio ricordato per il suo romanzo allegorico di cui stiamo trattando, dove Weston, il mercante di vino è evidentemente Dio. Del resto, figlio di un reverendo, questo strano autore, subì una forte cultura biblica che si riscontra e ripercuote nella sua scrittura. E vanta belle penne di famiglia, tra cui il poeta William Cowper . Dunque, Powys sentì profondamente la voce biblica, anche se in maniera sui generis, non convenzionale, godendo di una particolare affinità con gli scrittori del XVII e del XVIII secolo, tra cui John Bunyan, Cervantes, Jonathan Swift, Thomas Hardy e in fine più in là nel tempo, Sigmund Freud, Friedrich Nietzsche, solo per citarne alcuni fra i tanti.

L’incipit de «Il buon vino del signor Weston» già ci prepara ad una realtà fatata, sovrannaturale. Un pomeriggio di fine novembre del 1923 un vecchio furgoncino Ford con a bordo due uomini fa il suo ingresso in un piccolo villaggio della campagna inglese, seguito dall’apparizione in cielo di una grande scritta luminosa, indicante appunto il titolo del romanzo. Si crea subito un clima al di sopra del reale. Nella locanda al centro del villaggio, dove gli uomini si ritrovavano ogni sera intorno al fuoco «come miti piante carnivore», il vecchio orologio a pendolo si ferma e un inspiegabile senso di attesa si diffonde fra gli ignari e malvagi abitanti, accompagnato solo dal vago presentimento «che sarebbe successo qualcosa: come se di lì a breve «la vacca zoppa stesse per partorire un vitello a sei zampe».

Tom Burt è un personaggio che non resiste alla tentazione di spiare dentro il vecchio furgoncino Ford. «Spostò il telo alle spalle del signor Weston e sbirciò dentro, ma l’esito immediato della sua curiosità fu quanto mai allarmante; Tom cadde all’indietro e, rialzatosi alla meglio, si mise a correre più veloce che poté verso casa, senza smettere un attimo di strillare per la paura e l’orrore. Qualunque cosa avesse visto, evidentemente voleva starne alla larga, e le sue compagne, vedendolo fuggire così in fetta, furono prese dalla sua stessa paura e corsero via anche loro».

Tutti si chiedono in paese da dove vengano quei due stranieri dall’aria familiare e vorrebbero sapere che cosa si nasconda all’interno del furgone e che cosa siano venuti a vendere.

Inutile sottolineare che, procedendo nella lettura di questo sorprendente horror metafisico, anche noi vorremmo subito sapere, ma l’autore ci centellina le sorprese, quasi con bonaria perfidia.

Questo tipo di scrittura non può essere riassunta, il mistero va degustato fino all’ultima pagina. Con questo romanzo del 1927, da molti considerato il suo capolavoro, Powys sembra essere riuscito a condensare più che in ogni altro suo libro – protetto dal suo personalissimo humour di pece- la qualità essenziale del Male: impedire al Bene di essere riconosciuto.

E se un giorno davvero l’Eternità arrivasse, potremmo star certi, secondo l’ironico autore, che nessuno ci farebbe caso.

Grazia Giordani

 

Compulsion

IL LIBRO La riproduzione di Adelphi

“Compulsion” Il romanzo verità è nato con Levin

Grazia Giordani

Pubblicato nel 1956 è il precursore di un genere oggi molto alla moda

Mercoledì 26 luglio 2017

Cultura pagina 45

Ricostruire i fatti di sangue oggi è divenuto un intrattenimento di massa. Ma Meyer Levin è stato a pieno titolo un precursore col suo «Compulsion» ( Adelphi, pp.580, euro 28, con una premessa di Marcia Clark e un’introduzione di Gabriel Levin, traduzione di Gianni Pannofino).

«Prima di ‘’A sangue freddo’’, prima del ‘’Canto del boia’’, fu ‘’Compulsion’’ di Meyer Levin – scrive in premessa Marcia Clark – l’alfiere di quello che chiamiamo romanzo-verità. Lo lessi per la prima volta a otto anni. Avevo trovato su un comodino un’edizione economica ingiallita dagli anni. Non avevo la capacità di comprendere la profondità della narrazione e riconoscere la bellezza della prosa, ma fu un’esperienza indelebile. Da quel giorno, non avrei mai smesso di pensarci. Rileggendolo oggi, resto di nuovo meravigliata dal talento di Levin e dagli aspetti suggestivi e senza tempo del caso di Nathan Leopold e Richard Loeb. Per chi non sia esperto di cronaca nera, ‘’Compulsion’’ racconta la storia vera di due rampolli di famiglie multimilionarie che nel 1924, quando avevano l’uno diciannove anni e l’altro diciotto, rapirono e assassinarono un quattordicenne soltanto (a quanto pareva) per vedere che effetto faceva, per dimostrare di essere capaci. La vittima, Robert Franks, era figlio di una famiglia non meno facoltosa che apparteneva al loro stesso ambiente. Leopold e Loeb decisero di chiedere un riscatto molto basso, diecimila dollari, perché sapevano che il padre del rapito l’avrebbe pagato senza problemi».

Cosa si può arrivare a fare per dimostrare di essere superiori? Persino uccidere. Infatuati dalla teoria nietzscheana del superuomo (ricordate Raskol’nikov in «Delitto e castigo»?) per dimostrare la loro superiorità sui più deboli, questi due arrivano al delitto più efferato. In tribunale, un avvocato contrario alla pena di morte, riesce a salvarli con l’ergastolo. Da questa storia forte, incredibile, che per lunghi anni appassionò gli interessati alle storie del crimine, è stato tratto da Hitchcok un omonimo capolavoro cinematografico «Nodo alla gola».

Il romanzo non è prettamente giudiziario, ma è teso nel rapporto di sfida e nell’incomunicabilità tra il vivere civile e lo sprezzante atteggiamento del classismo ideologico. La meravigliosa arringa dell’avvocato che salva i due assassini dalla pena di morte lascerà il lettore con un dubbio morale e personale, diviso tra il desiderio di vendetta e la necessità di vedere i fatti in altro angolo visuale.

Quel che è certo, nessun lettore resterà indifferente, senza una propria valutazione emotiva.

Meyer Levin (1905-1981), uno dei migliori scrittori americani della tradizione realista, è stato giornalista, romanziere e drammaturgo. Cresciuto a contatto con l’ambiente della ricca Chicago degli anni Venti, conobbe all’università Nathan Leopold e Richard Loeb, i due giovanissimi assassini dei quali indagò personalità e moventi dopo aver seguito, in qualità di reporter del «ChicagoDaily News», gli sviluppi dell’inchiesta. Il romanzo è uscito per la prima volta nel 1956.

Grazia Giordani