Il morso

IL LIBRO. Neri Pozza pubblica la Lo Iacono

Il morso di Simona
un quarantotto
nel ventre siciliano

Grazia Giordani

Storia, verità e verosimiglianza si intrecciano dentro il romanzo

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lunedì 12 giugno 2017 CULTURA, pagina 41

Date in mano alla scrittrice siracusana Simona Lo Iacono tracce di un fatto storico e su quella immaginaria tela lei vi ricamerà un imperdibile romanzo. Infatti, il suo fresco di stampa «Il morso» (Neri Pozza, pp. 238, euro 16, 50), c’incanta per l’insolita trama sorretta da una pregevolissima eleganza stilistica.

Palermo 1847. Lucia Salvo ha sedici anni, gli occhi come «due mandorle dure» e una reputazione molto chiacchierata nella sua città, Siracusa, dove la considerano una squilibrata, mezzo scimunita, una «babba», per meglio dire una pazza. La nomea se l’è guadagnata per via del «fatto», costituito da crisi compulsive attribuibili ad epilessia. Grandi personaggi del passato ne hanno sofferto. Persino Dostoevskij.

Questa sventura aleggia addosso alla ragazza come una maledizione.

Speranzosa di risollevarne le sorti, la madre manda Lucia a Palermo a sevizio presso la nobil casa dei conti Ramacca. La ragazza vi si reca riottosa, ben sapendo che il Conte figlio è diventato un erotomane, sempre più assatanato in tema di servitù femminile, sempre in ricerca di più laide emozioni, da parte di servette condannate al sacrificio.

Quelli erano i tempi, tempi di innegabili soprusi e Simona Lo Iacono non è solo pregevole scrittrice, è anche attenta storica, soprattutto della sua terra tanto amata.

Annoiato dalle troppo permissive e arrendevoli ragazze che gli concedono le loro virtù in giochi sempre più nuovi, ma per lui mai abbastanza, il capriccioso Conte figlio è alla ricerca di nuove emozioni. Ci vorrebbe una donna che gli opponga resistenza, creandogli l’illusione di una vera caccia, non di una resa aprioristica, in nessun modo guadagnata. Caratteristica la figura dell’evirato nano Minnalò, cui l’autrice dedica cura descrittiva molto suggestiva. E sarà proprio questo fedele consigliere del conte a porgergli la sventurata Lucia che tutto era tranne che arrendevole, e reagirà propinando al libidinoso Conte figlio, un morso deciso, ben assestato, una vera mossa da roditore, da cui mutua il titolo il romanzo.

Il Conte figlio era quello che cercava. Da questo gesto di ribellione si sgranerà il rosario di tutte le aggrovigliate vicende. Tanto che Lucia diverrà un’inconsapevole eroina durante la rivoluzione siciliana del 1848, il primo moto di quell’orda di scompigli ed insurrezioni popolari che sconvolsero l’Europa tutta in quel periodo.

Leggendo questo romanzo tra verità e verisimiglianza incontreremo i numerosi personaggi, nobili e servi, conservatori e rivoluzionari, quasi tutti avvolti in un’aura di perdenti in una terra che ci appare votata al sacrificio. E qui la «babba», come viene definita Lucia, trova la propria dimensione, la propria personalità, la propria capacità di amare e di ordire persino intrighi per amore, incontrando un’ingiusta fine. Ma non troppo vogliamo anticipare al lettore.

Simona Lo Iacono, di cui tanto abbiamo ammirato il linguaggio incisivo ed efficace, pervaso da incantesimi e malie, è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo «Le streghe di Lenzavacche»(Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.

Grazia Giordani

 

 

 

Annie John

  1. IL ROMANZO. Adelphi propone l’opera di questa singolare scrittrice

    Le geografie caraibiche
    di Jamaica Kincaid

    Grazia Giordani

    «Annie John» è il racconto di un «rito di passaggio» L’adolescenza che sboccia e il rapporto con la madre

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    domenica 28 maggio 2017 CULTURA, pagina 55

    Che Jamaica Kincaid provochi uno strano turbamento, molto piacevole però, nel lettore è un fatto certo. «Il genio ha molte sorprese, e una di queste è la geografia.»- ha scritto Derek Walcott a proposito di questa singolare autrice di colore, nata nel  1949 a Saint John’s ad Antigua e Barbuda. In effetti, è proprio la geografia del suo luogo natale a permeare la prosa di «Annie John» (pp. 121, euro 14) che Adelphi ci propone nell’accurata traduzione di Silvia Pareschi.

    Sul fondale caraibico sentiamo la voce narrante dell’autrice ammaliatrice, capace di trascinarci nel suo mondo. Incontriamo fin dall’incipit pagine molto intense sul rapporto madre-figlia, sul sentimento che solo una madre può provare nei confronti di una creatura da proteggere. «Un giorno mi portarono fuori per la prima volta dopo tanto tempo. La terra non si mosse quando la calpestai. I rumori che sentivo non mi attraversarono formando un gigantesco imbuto di rabbia. Le cose che vedevo restarono al loro posto. Mia madre mi fece sedere sotto un albero, e da lì guardai un bambino al quale aveva dato sei penny perché si arrampicasse su una palma e mi prendesse delle noci di cocco. Mia madre guardò la mia faccia emaciata ed esausta e disse: “Povera Piccolina, hai un’aria tanto triste”. In quel momento non mi sentivo affatto triste. Sentivo solo che non avrei mai più voluto vedere un bambino arrampicarsi su una palma, che non avrei mai più voluto vedere il sole splendere giorno dopo giorno . . .»

    La simbiosi genetica madre-figlia, però è pronta a mutare. Il passaggio all’età adulta di Annie sarà il fattore scatenante degli screzi, delle incomprensioni, atte a creare un rovesciamento degli affetti. A fare da sfondo agli attriti personali, il fremere degli alisei, i riti della pesca e dell’obeah che si fondono e confondono in un’unica musica palpitante. Ci sono continui rimandi magici, quasi incantesimi, nel corso di tutta la narrazione «Ogni tanto le figurine nere e bianche apparivano di mattina. Mia madre disse che probabilmente era la sepoltura di un bambino, perché i bambini venivano sempre sepolti di mattina. Fino a quel momento non sapevo che i bambini morissero.»

    Naturalmente, non possiamo renderci conto di quanta verità autobiografica vi sia nel romanzo. Se diventare signorina ha coinciso per la protagonista con la perdita dell’amore di una madre prima così attenta, avrà spinto Annie a guardare il passato con iniziale nostalgia e poi con disgusto, originando in lei il desiderio di rinnegare il già vissuto, lasciandosi tutto alle spalle. Annie si era trovata in un paradiso inesplicabilmente mutato in inferno. Aveva goduto di una preadolescenza densa di affetti, fino a quando la sua bellissima giovane madre non si trasforma in un’algida nemica. «Io vivevo in un paradiso così »- dice Annie dei suoi anni di bambina; ma ogni paradiso ha il suo «orribile serpente» e sarà un tormentoso duello quotidiano a preparare il suo ingresso nell’adolescenza.

    Prima di decidersi a partire, per raggiungere l’Inghilterra, soffre di una lunghissima malattia che ha aspetti magici alla Garcia Marquez. Medici e donne che praticano la stregoneria si avvicendano al suo letto. Pagine, queste, di intensa suggestione, in linea con lo spirito  di tutto il romanzo.

    Apprendiamo da Wikipedia che Jamaica Kincaid, scrittrice antiguo barbudana volle cambiare il suo nome, poiché era nata Elaine Cynthia Potter Richardson. Attualmente, con nazionalità statunitense, vive con la sua famiglia a North Benninghton in Vermont.

    Grazia Giordani

Undici sculture di Virgilio Milani esposte a Palazzo Roncale

 

ARTE. Undici sculture dell’artista esposte a Palazzo Roncale

Rovigo, omaggio a Milani
protagonista del Novecento

Grazia Giordani

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giovedì 25 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

 

È lodevole rendere omaggio a un eminente artista della propria città. E Rovigo non si lascia sfuggire l’occasione, esponendo 11 sculture del rodigino Virgiliio Milani a Palazzo Roncale, così Fondazione Cariparo rende omaggio a uno dei protagonisti dell’arte del Novecento.

Potremo ammirare 11 sculture in bronzo che la Fondazione ha acquistato recentemente da un collezionista privato al quale lo stesso artista le aveva vendute negli anni Sessanta. Un arricchimento per la già importante collezione d’arte della Fondazione, composta da oltre 400 opere. Un nucleo importante di queste opere è esposto e visibile al pubblico a Palazzo Roncale, altre sono conservate a Palazzo del Monte di Pietà a Padova o sono temporaneamente concesse in prestito a musei o enti pubblici in occasione di prestigiose esposizioni in Italia e all’estero. Beni che la Fondazione ha acquistato negli anni con l’obiettivo non solo di conservarli, ma anche di valorizzarli, facendoli conoscere al grande pubblico.

A questa logica risponde anche la scelta di ricordare nella sua città natale uno dei principali protagonisti dell’arte del Novecento italiano come Virgilio Milani, facendo tornare a Rovigo alcune sue opere. Tra i suoi principali meriti, quello di essersi saputo confrontare in modo rigoroso con l’eredità dei grandi maestri del passato, mantenendo un costante legame col suo tempo e la sua terra, il Polesine dove trascorse l’intera esistenza fino alla morte nel 1977.Nelle sculture di Milani si ritrovano una compostezza e una classicità che rimandano alla scultura del Quattrocento, in particolare ai modelli di Donatello e di Laurana. Opere dai tratti essenziali, lontane da una descrizione troppo particolareggiata dei soggetti e specchio della personalità di questo artista, refrattario per tutta la vita alle luci della ribalta.

Con l’acquisto di queste sculture e la loro esposizione al pubblico – sottolinea Antonio Finotti, presidente della Fondazione – puntiamo a far conoscere o riscoprire un rodigino di cui tutti noi siamo orgogliosi per il suo significativo contributo all’arte del Novecento. Ci auguriamo di poter realizzare in futuro alcuni itinerari guidati che, partendo dal Palazzo Roncale, portino anche alla scoperta delle opere che Milani ha realizzato per la città di Rovigo, così da dare maggiore visibilità a una figura di notevole livello culturale

Il nome del padre

IL LIBRO. Neri Pozza pubblica il giallo di Villani

Un «cold case»
nella Milano nera
degli anni Settanta

Grazia Giordani

«Il nome del padre» è un viaggio poliziesco nei misteri del cervello

martedì 16 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

 

martedì 16 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

Non è solo un avvincente noir «Il nome del padre» (Neri Pozza, pp. 315, euro 17) di Flavio Villani, ma come un’insolita matrioska, racchiude in sé il mistero di un cold case, inserito nel clima difficile di una Milano anni Settanta che offre l’estro all’autore di giocare su due diversi livelli in cui quanto non fu risolto nel passato, riemerge nel presente. Il romanzo si apre con una visione che evoca l’atmosfera di un paesaggio di De Chirico con Piazza Duca D’Aosta deserta e soffocata dalla canicola di Ferragosto.

Nel deposito bagagli della Stazione Centrale viene rinvenuto, all’interno di una valigia, il cadavere squartato di una donna.

«L’addetto al deposito bagagli era franato nell’ufficio della Polfer che pareva inseguito da un fantasma, lo sguardo dilatato, pallido da far paura». All’inizio, sentito l’odore nauseabondo, aveva pensato a un ratto putrefatto, visto che in quel luogo malsano se ne vedevano correre in continuazione, ma il fetore si era fatto così intenso, che l’addetto si era deciso ad aprire una valigia rigonfia, facendo l’orripilante scoperta.

È a questo punto che il lettore incontra il vero protagonista della narrazione, l’allora giovane viceispettore Rocco Cavallo, alla sua prima indagine importante e quindi ansioso di fare bella figura con i suoi superiori. Il caso, a causa del caldo torrido, appare subito complesso. L’ avanzata decomposizione, ha reso irriconoscibile il corpo.

Una piccola croce ortodossa, rinvenuta sul fondo della valigia, potrebbe far pensare a una donna di origine slava.

Sbrigativi, i commissari Naldini e Ferretti della Buoncostume sono certi che si tratti di una prostituta, visto che il delitto, ai loro occhi, sembra essere una punizione esemplare da parte di un magnaccia noto per l’ esagerata crudeltà. Ad avvalorare la loro persuasione, concorre la scomparsa di una squillo, molto conosciuta nel giro. E ritengono già punibile anche il colpevole, Totò il Guercio, un pappone più volte preso in castagna per le sue malefatte, dotato di una fedina molto macchiata.

Non viene prestata fede e dato ascolto ai dubbi del commissario Vicedomini, propenso a seguire la pista fondata sull’omicidio della donna nella valigia che ricorderebbe efferati crimini, compiuti nella metà degli anni Quaranta da un serial killer di quel tempo, soprannominato dalla stampa d’epoca, Macellaio della Martesana. Quindi, il caso non trova soluzione, o meglio trova posto nei polverosi archivi della cronaca nera.

Ci voleva una donna determinata come la viceispettrice Valeria Salemi, responsabile dell’omicidio.

Il noir dell’autore, abilmente giocato su diversi livelli narrativi, crea nel lettore un interesse che travalica le caratteristiche del giallo classico. Si avverte subito, pagina dopo pagina, l’esperienza e l’animo del neurologo, dell’autore classe 1962, il tocco di chi conosce il mistero del cervello, per di più esperto di neurofisiologia. Ci auguriamo che a questo fresco di stampa, facciano seguito altri romanzi di Flavio Villani altrettanto densi di suggestione, espressa in raffinato linguaggio.

per indurre, anni dopo, Rocco Cavallo, ormai commissario, a riaprire l’insabbiato caso. Il desiderio di giustizia è più forte e pressante nel commissario delle delusioni accumulate nel passare degli anni. Trent’anni di ossessione di un delitto portato dentro la propria coscienza, finalmente gli daranno modo di trovare il vero colpevole.

 

Rovigoracconta

EVENTI. Da oggi a domenica 7 maggio torna l’appuntamento con «Rovigoracconta»

LA SCRITTURA
.È UN FESTIVAL

Grazia Giordani

Dall’editoria alla musica, dal teatro alla poesia, grandi nomi e un ricco calendario di eventi che lo scorso anno ha richiamato 40mila spettatori

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giovedì 04 maggio 2017 CULTURA, pagina 48

 

In un momento storico in cui la cultura sembra non essere uno dei precipui interessi della gente, Rovigo si distingue col suo Rovigoracconta che rallegrerà le piazze della città da giovedì 4 maggio a domenica 7 maggio, coi toni caldi del suo emblematico arancione, portando musica, teatranti, scrittori, in quattro giorni di cultura, divertimento, entusiasmo e poesia, a ingresso gratis.

Per la sua quarta edizione Il Festival dedicato ai libri, alla musica e al teatro organizzato dall’Associazione Culturale Liquirizia, si fa guidare da un immaginifico «Cerca la meraviglia».

Forte dei 40 mila spettatori provenienti da tutto il Nord-Est che hanno seguito l’edizione 2016, il Festival si sta imponendo come uno dei principali  appuntamenti  culturali  del nostro Paese, con un programma ricco di novità e ospiti illustri.

Giovedì 4 maggio, ad aprire l’edizione sarà Andrea Scanzi alle 19 in Piazza Vittorio Emanuele II con un monologo su Pietro Mennea, Marco Pantani, Nadia Commanecci, Muhammad Alì, e i loro dolori e le loro storie di libertà.

Alle 20,15 in Piazza Garibaldi, Mauro Corona e Luigi Maieron daranno vita ad un incontro canzoni in cui parleranno dei loro libri. Alle 21,30 sfida musicale tra gli anni Novanta e Duemila.

Venerdì 5 maggio Luca Bianchini presenterà alle 19,30 in Piazza Vittorio Emanuele II il suo romanzo «Nessuno è come noi» (Mondadori).Alle 20,30 nella stessa Piazza Valeria Parrella parlerà di un suo personale aggiornamento dell’Enciclopedia della donna. A chiudere la giornata Giulio Casale e Norman creeranno una fusione tra rock e musica d’autore.

Sabato 6 maggio Alle 11 presso la Sala della Gran Guardia, con l’incontro intitolato «Le cose semplici» saranno protagonisti Mattia Bertoldi con il suo «Le cose belle che vorrei ricordare»(Tre60) e Lorenza Gentile con «La felicità è una storia semplice» (Einaudi).Alle 12 presso l’ Accademia dei Concordi Red e Chiara Canzian presenteranno «Sono vegano italiano» (Rizzoli). Dalle 16 alle 19 presso la libreria Calibri Gioia Lovison e Valentina Berengo parleranno di libroterapia.

Alle 17,30 presso l’Accademia dei Concordi, vi sarà il confronto sul tema dei figli, tra Silvia Vegetti Finzi con «L’ospite più atteso»(Einaudi) e Simona Sparaco «Sono cose da grandi» (Einaudi). Alle 17,30 in Sala della Gran Guardia sarà Luca Briasco che con il suo «Americana» (minimum fax) ci condurrà in un viaggio nella letteratura statunitense. A Palazzo Roncale alle 18 Donatella di Pierantonio parlerà de«L’Arminuta » (Einaudi) uno dei libri più venduti in Italia.

Seguiranno altri incontri di massimo interesse in Sala Confagricoltuta e a Palazzo Roncale. Alle 19 in Piazza Vittorio Emanuele II la scrittrice Silvia Avallone con il suo «Da dove la vita è perfetta (Rizzoli). Sarà Piazza Garibaldi alle ore 20 ad ospitare il progetto Under 25, ideato da Rovigoracconta per festeggiare, per la prima volta, dalla sua morte Pier Vittorio Tondelli. Seguiranno altri eventi interessanti.

Dalle 23 tutta la città si animerà con la notte di Rovigoracconta: balli in tutti i luoghi del centro.

Domenica sette maggio l’ultima giornata si aprirà in Piazza Vittorio Emanuele II con «La città segreta in bici» avremo in seguito, nei luoghi deputati, interessanti presentazioni di libri con nomi noti come Paola Calvetti «Gi innocenti» (Mondadori), Paola Pellegrino «Se mi tornassi questa sera accanto» (Giunti), Alberto Shiavone «Ogni spazio felice» (Guanda), Valentina Berengo,Claudia Morandini, Cristian Spinello,Federica Manzon. Un festival da non perdere.

La manifestazione è promossa e sostenuta dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo insieme a Confindustria Venezia-Area metropolitana di Venezia e Rovigo e Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. È patrocinata dalla Regione Veneto e dalla Fondazione per lo Sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale. In collaborazione con l’Accademia dei Concordi e il Comune di Rovigo.

Gli sponsor: Credem Banca, Fresenius Cabi, Frefuglia Srl, Assindustria SERVIZI srl e Ali Supermercati. Mediapartner: Il Gazzettino, Il Resto del Carlino, Via Vai, Delta Radio.

Parter tecnici: Peruzzo industrie grafiche e Promozione Italia.

 

 

Il giardino degli inglesi

LIBRI. Il nuovo romanzo di Vladimiro Bottone

Passioni e delitti
nella Napoli
di metà Ottocento

Grazia Giordani

Neri Pozza propone un avvincente noir con «Il giardino degli inglesi»

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sabato 29 aprile 2017 CULTURA, pagina 48

 

Se ci sono romanzi destinati a lasciare un segno nel mondo della letteratura, certamente tra questi brilla «Il giardino degli inglesi» di Vladimiro Bottone (Neri Pozza, pp. 400, euro 18), per l’originalità della trama, l’impasto lessicale di purissimo italiano, misto a frasi napoletane, con persino la civetteria di citazioni latine che l’autore non si è fatto mancare. Ci troviamo sotto gli occhi un noir sui generis, del tutto lontano e diverso da quanto avevamo letto finora.

Siamo nel 1842 in una Napoli attraversata da avidità e brama di potere in concomitanza con senso del dovere, tanta superstizione, nel vibrare di passioni tanto violente quanto pericolose.

Due giovani, fratello e sorella, troveranno misteriosamente la morte nella città partenopea. Quando il corpo della bella Emma Darshwood, insegnante di canto nel ricovero-orfanotrofio del Serraglio, viene ritrovato dalla polizia, qualcuno ai piani alti si affretta a chiudere il caso che scotta come un qualsiasi omicidio passionale. Ma ci sono dei punti oscuri, delle zone d’ombra che devono essere chiarite. Ed è proprio con il fermo proponimento di far luce sulla morte della sorella, che arriva a Napoli anche il fratello Peter. I due giovani erano legati, fin dall’infanzia, da un sentimento talmente forte ed appassionato da sfociare quasi in una forma d’incesto, mai consumato, come apprenderemo da un fitto e commovente carteggio che Peter Darshwood portava cucito all’interno del suo corsetto, per mai idealmente separarsi dall’amatissima sorella.

I fatti farebbero credere che Peter sia stato ucciso in una sanguinosa rapina di strada, per depredarlo dei beni che portava addosso. Quindi, viene sepolto assieme alla sorella Emma nel cosidetto «giardino degli inglesi», il suggestivo cimitero dedicato ai non cattolici. Comunque, c’è qualcuno che non si lascia abbindolare, credendo ciecamente al susseguirsi di queste tragiche fatalità. Il commissario della polizia borbonica Gioacchino Fiorilli non smette mai di indagare, persuaso che dietro il duplice omicidio si nasconda la mano nera dell’ex medico del Serraglio: l’avvenente e carismatico Domenico De Consoli, quintessenza del cinismo più abietto, un personaggio che con la sua bieca ed implacabile capacità di sedurre adulti e minori, resterà a lungo impresso nella nostra fantasia.

 

Sotto una stella crudele

Il Libro Le memorie della Kovàly per Adelphi

ricordi di Heda
sopravvissuta
a Hitler e a Stalin

Grazia Giordani 

«Sotto una stella crudele» descrive il dramma di una donna e la sua fuga

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lunedì 24 aprile 2017 CULTURA, pagina 57

La storia dello spirito indomito di una donna straordinaria, sopravvissuta due volte: all’Olocausto e alla dittatura comunista in Cecoslovacchia, sembrerebbe fiorire da una vivida fantasia, tanto appare inverosimile. Eppure è un doloroso fatto vero che leggiamo avidamente e molto commossi, nel libro di memorie di Heda Margolius Kovàly «Sotto una stella crudele Una vita a Praga1941-1968» (Adelphi, pp.214, euro 20, traduzione di Silvia Pareschi).

«Custodisco il passato dentro di me ripiegato come una fisarmonica, come uno di quei libretti di cartoline, piccoli e ordinati, che la gente porta a casa per ricordo di città lontane. Ma basta sollevare un angolo della prima cartolina per liberare un serpente interminabile, zigzag dopo zigzag, il simbolo della vipera, e di colpo tutte le immagini mi si allineano davanti agli occhi». E non stentiamo a crederlo che mentre Heda scrive la sua strabiliante storia, i due serpenti più velenosi prendano le sembianze di Adolf Hitler e di Josif Vissarionovič Stalin.

Seguiamo la sua fuga dai campi di deportazione, trattenendo il respiro, ma la parte che maggiormente ci colpisce è l’accoglienza che le riservano a Praga gli amici di un tempo, quelli che le avevano giurato eterna solidarietà. La sua vita da clandestina non è tanto meglio di quella da deportata. Non trova alloggio, non trova cibo; i suoi amici sono sopraffatti dall’orrore per le rappresaglie naziste. Tanta è la sua disperazione, che medita persino il suicidio: «Salii su un ponte e mi sporsi dal parapetto. Sotto di me la Moldava scorreva mormorando, scura e fredda. La distanza fra il ponte e l’acqua sembrava enorme. Dunque quella era la fine del mio viaggio. Quella era la libertà che nessuno poteva immaginare: la libertà di un uccello, la libertà del vento, una libertà senza persone. Una libertà senza uscita, solitaria e spaventosa quanto il fiume sottostante. Mi tolsi i guanti e appoggiai le mani sulla fredda pietra del ponte». Ma l’istinto di attaccamento comunque alla vita ha il sopravvento.

Finalmente la guerra finisce e la primavera del 1945  ci fa ammirare il fascino di una Praga radiosa nello splendore dei suoi giardini, tanto che Heda scrive: «diventammo ciechi di fronte alle ombre minacciose, ai segni premonitori di un futuro incerto». Infatti, due mesi dopo la liberazione, suona un’altra musica. Cominciano i soprusi, il mercato nero. Ed è proprio nel 1952, nel pieno clima della «rinascita comunista», che il marito dell’autrice, Rudolf Margolius, alto funzionario governativo, verrà condannato, innocente, all’impiccagione nel clima plumbeo e maligno del processo contro il segretario generale Slànsky.

Sono pagine toccanti, sempre più dense di particolari e soprattutto sincere quelle di Heda Margolius che entra insieme al figlio Ivan nel periodo del «silenzio attonito, terrorizzato». Solo le seconde nozze con Pavel Kovàly darannno a lei e ad Ivan una possibilità di sopravvivenza e riscatto.

Ma la tragedia sembra non dover avere mai fine, perché quando sembra ci si stia avviando verso un happy end di esistenze tanto martoriate, quando dopo la Primavera di Dubček, tutta la popolazione che aveva raggiunto il massimo del sollievo e della felicità, riversandosi festosa nelle strade, si scontra col massimo degli orrori: l’arrivo dei carri armati sovietici.

E tutto questo apprendiamo dalla sobria, luminosa prosa di Heda Margolius Kovàly (1919-2010) che, nata a Praga, emigrò negli Stati Uniti nel 1968, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

«Sotto una stella crudele» uscì per la prima volta in Canada nel 1973.

Grazia Giordani