Forse Esther

L’Arena.it – Home – Cultura <!–

// // // // // //

Dai ghetti ai Lager e ai Gulag: in Katja la storia d’Europa

Nonna senza nome, «Forse Esther» muove alla ricerca delle radici

Fresco di stampa, è già un bestseller Forse Esther (241 pagine, 18 euro) di Katja Petrowskaja che Adelphi, battendo sul tempo i grandi editori americani e francesi, propone nella bella versione di Ada Vigliani. La quarantaquattrenne autrice ucraina conduce, pagina dopo pagina, in un commovente ritorno alle sue radici, attraverso i drammi concatenati del Novecento.
Si chiamava veramente E-sther quella bisnonna di Katja che nella Kiev del 1941 chiese fiduciosa a due soldati tedeschi la strada per Babij Jar, la fossa comune degli ebrei, ricevendone come risposta una distratta rivoltellata? Forse. La voglia di gettarsi anima e corpo dentro il destino della sua famiglia dispersa tra Polonia, Russia e Austria, forse è nata nel cuore e nella penna della Petrowskaja proprio da un dialogo intercorso tra lei e suo padre: «Credo si chiamasse Esther, disse mio padre. Sì, forse Esther. Avevo due nonne, e una delle due si chiamava Esther, proprio così. Come, forse? Esclamai io scandalizzata, non sai come si chiamava tua nonna? Non l’ho mai chiamata per nome, replicò mio padre, dicevo babuška, e i miei genitori dicevano mamma».
Per ricostruire la sua complessa genealogia, quell’intricato intreccio di culture e di lingue — yidddish, polacco, ucraino, ebraico, russo, tedesco — l’autrice compie, senza risparmio di emozioni né di energie, un viaggio alla ricerca dei parenti scomparsi, a ritroso nella storia di un contraddittorio Novecento in cui incontriamo figure di famiglia piene di cuore: la babuška Rosa, la logopedista di Varsavia che salva duecento bambini sopravvissuti all’assedio di Leningrado; il nonno ucraino prigioniero di guerra a Mauthausen e riapparso da un gulag dopo decenni; il prozio Judas Stern che, nella Mosca del 1932, spara a un diplomatico tedesco; il fratello Semen, il rivoluzionario di Odessa che, passando ai bolscevichi, cambia in Petrovskij un cognome che gli sembrava troppo ebraico.
Protagonisti di questo romanzo autobiografico, alla ricerca di origini e destini sepolti nel baratro della storia, non sono soltanto gli esseri umani, e i paesaggi dell’anima, ma anche quelli esterni, come ampi quadri su cui si adagia l’immane pianura russa invasa dai tedeschi e in cui si stagliano le città della vecchia Europa. Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino. Il lettore entra con l’autrice nei Gulag, nei ghetti, nei Lager, alternando la commozione al sorriso, perché la penna della Petrowskaja è spesso venata d’intelligente ironia. Il corredo fotografico dell’opera è molto interessante, perché le immagini di parenti e luoghi geografici rendono più coinvolgente la lettura di pagine così vibranti e indimenticabili. L’autrice nel 2013 ha vinto a Klagenfurt il premio Ingeborg Bachmann con un capitolo del romanzo Forse Esther, scritto direttamente in tedesco e tangibile testimonianza di come in lei si assommino diverse culture: la russa, l’ucraina, la tedesca e l’ebraica.

Grazia Giordani

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: