Annie John

  1. IL ROMANZO. Adelphi propone l’opera di questa singolare scrittrice

    Le geografie caraibiche
    di Jamaica Kincaid

    Grazia Giordani

    «Annie John» è il racconto di un «rito di passaggio» L’adolescenza che sboccia e il rapporto con la madre

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    domenica 28 maggio 2017 CULTURA, pagina 55

    Che Jamaica Kincaid provochi uno strano turbamento, molto piacevole però, nel lettore è un fatto certo. «Il genio ha molte sorprese, e una di queste è la geografia.»- ha scritto Derek Walcott a proposito di questa singolare autrice di colore, nata nel  1949 a Saint John’s ad Antigua e Barbuda. In effetti, è proprio la geografia del suo luogo natale a permeare la prosa di «Annie John» (pp. 121, euro 14) che Adelphi ci propone nell’accurata traduzione di Silvia Pareschi.

    Sul fondale caraibico sentiamo la voce narrante dell’autrice ammaliatrice, capace di trascinarci nel suo mondo. Incontriamo fin dall’incipit pagine molto intense sul rapporto madre-figlia, sul sentimento che solo una madre può provare nei confronti di una creatura da proteggere. «Un giorno mi portarono fuori per la prima volta dopo tanto tempo. La terra non si mosse quando la calpestai. I rumori che sentivo non mi attraversarono formando un gigantesco imbuto di rabbia. Le cose che vedevo restarono al loro posto. Mia madre mi fece sedere sotto un albero, e da lì guardai un bambino al quale aveva dato sei penny perché si arrampicasse su una palma e mi prendesse delle noci di cocco. Mia madre guardò la mia faccia emaciata ed esausta e disse: “Povera Piccolina, hai un’aria tanto triste”. In quel momento non mi sentivo affatto triste. Sentivo solo che non avrei mai più voluto vedere un bambino arrampicarsi su una palma, che non avrei mai più voluto vedere il sole splendere giorno dopo giorno . . .»

    La simbiosi genetica madre-figlia, però è pronta a mutare. Il passaggio all’età adulta di Annie sarà il fattore scatenante degli screzi, delle incomprensioni, atte a creare un rovesciamento degli affetti. A fare da sfondo agli attriti personali, il fremere degli alisei, i riti della pesca e dell’obeah che si fondono e confondono in un’unica musica palpitante. Ci sono continui rimandi magici, quasi incantesimi, nel corso di tutta la narrazione «Ogni tanto le figurine nere e bianche apparivano di mattina. Mia madre disse che probabilmente era la sepoltura di un bambino, perché i bambini venivano sempre sepolti di mattina. Fino a quel momento non sapevo che i bambini morissero.»

    Naturalmente, non possiamo renderci conto di quanta verità autobiografica vi sia nel romanzo. Se diventare signorina ha coinciso per la protagonista con la perdita dell’amore di una madre prima così attenta, avrà spinto Annie a guardare il passato con iniziale nostalgia e poi con disgusto, originando in lei il desiderio di rinnegare il già vissuto, lasciandosi tutto alle spalle. Annie si era trovata in un paradiso inesplicabilmente mutato in inferno. Aveva goduto di una preadolescenza densa di affetti, fino a quando la sua bellissima giovane madre non si trasforma in un’algida nemica. «Io vivevo in un paradiso così »- dice Annie dei suoi anni di bambina; ma ogni paradiso ha il suo «orribile serpente» e sarà un tormentoso duello quotidiano a preparare il suo ingresso nell’adolescenza.

    Prima di decidersi a partire, per raggiungere l’Inghilterra, soffre di una lunghissima malattia che ha aspetti magici alla Garcia Marquez. Medici e donne che praticano la stregoneria si avvicendano al suo letto. Pagine, queste, di intensa suggestione, in linea con lo spirito  di tutto il romanzo.

    Apprendiamo da Wikipedia che Jamaica Kincaid, scrittrice antiguo barbudana volle cambiare il suo nome, poiché era nata Elaine Cynthia Potter Richardson. Attualmente, con nazionalità statunitense, vive con la sua famiglia a North Benninghton in Vermont.

    Grazia Giordani

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3 responses to this post.

  1. Piacevolmente conturbante

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  2. una piacevole lettura dalla tue parole.
    Un abbraccio
    GP

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  3. Riabbraccio, GP dalla tua amica g

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