L’enigma dell’arrivo

IL LIBRO. L’ultimo romanzo del premio Nobel: «L’enigma dell’arrivo»

Naipaul,
la meditazione
autobiografica

Grazia Giordani

Racconto ipnotico e metafisico La patria trovata nella scrittura

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domenica 04 dicembre 2016 CULTURA, pagina 54

Vidyadhar Surajprasd riceve il premio Nobel, dicembre 2001

Trovare una patria sulla pagina, invece che in un luogo geografico ben definito, non è da tutti, può riuscire solo a scrittori metafisici come il Premio Nobel Vidyadhar Surajprasd, fortunatamente noto come V.S.Naipaul, perché già il suo nome completo c’intrigherebbe la lingua fra i denti, non avvezzi a matrimoni di lettere così complessi. E l’ipnotico scrittore ci comunica la sua involuta meditazione autobiografica nello splendido e difficile «L’enigma dell’arrivo» (Adelphi, pp.412, euro 24, Un romanzo in cinque parti, traduzione di Marco e Dida Paggi).Sembra che si sia ispirato ad un inquietante quadro di Giorgio De Chirico – e tra metafisici il feeling è naturale – questo stranissimo scrittore, nato il 17 agosto 1932 (età 84), a Chaguanas, Trinidad e Tobago, che cerca e trova una patria sulla carta, perché la sua patria di nascita, l’India è qualcosa di angosciosamente irraggiungibile. Potrebbe permettersene altre due, ma per ragioni diverse, nessuna è una vera patria, la prima è Trinidad, dove esiste una forte immigrazione dall’India. Infatti, suo nonno era un immigrato indiano, suo padre un giornalista con naufragate ispirazioni letterarie. Seconda patria è l’Inghilterra, dove lo scrittore vive dal 1950, laureandosi nientemeno che ad Oxford. La Trinidad della sua infanzia non esiste. E in più ha perso i sapori coloriti , «crudi»del suo passato. Chi di noi, infatti, ritrova intatti ed immutati i luoghi del proprio passato? L’Inghilterra è per lui una patria malevola, se si pensa al colonialismo. Però tutto ruota intorno al luogo in cui lo scrittore si insedia al suo ennesimo ritorno in Inghilterra: un cottage nella valle del Wiltshire che solo un breve viottolo separa dall’incanto fatato di Stonehenge, i cui antichi tumuli «profilati contro il cielo» si intravedono dal varco di una siepe. Qui mette stabili radici. Ed è l’inglese – ironia della sorte – la lingua di cui è diventato uno dei più prestigiosi rappresentanti.Chi ha conosciuto le opere precedenti dell’Autore, improntate ad un piacevole umorismo, resterà meravigliato dalla svolta presa da questa sua nuova opera da cui emerge una macerazione interiore messa a nudo con crudezza che non sembrava appartenergli.Seppur filtrato dallo schermo dell’immaginazione, ci troviamo sotto gli occhi il vero diario dello srittore. Innegabilmente questo è il più complesso e meno facile alla lettura, romanzo di Naipaul. Diviso in cinque parti, come certi spartiti musicali in tonalità minore, perché qui prevale la malinconia che non degenera però mai in disperazione. «Un addio di famiglia la mattina, a migliaia di chilometri di distanza: un addio al mio passato, al mio passato coloniale e al mio passato asiatico e contadino. Subito dopo l’esaltazione: la vista di campi e di montagne che non avevo mai veduto; il mare increspato che sembrava strisciare; poi le nuvole viste dall’alto; e pensieri sull’inizio del mondo, pensieri di tempo senza inizio né fine; l’intensa percezione della bellezza. Un lieve panico, poi; in parte perfino simulato; quindi una perdita di identità. Un diario censurato, vero solo per metà, ma anche per metà intensamente vero, scritto in una stanzetta buia dell’Hotel Wellinghton a New York. E già l’impressione di essermi perduto, l’impressione di una verità non del tutto affrontata, di un mondo che avevo visto così grande e che la notte era ritornato piccolo un’altra volta».Nel corso della narrazione, incontriamo la morte di fratello e sorella dell’Autore che crea la figura di «Jack e il suo giardino», rappresentante dell’inglesitudine amata, dapprima comparso come un solo nome, man mano rinsanguato dalle caratteristiche di un vero personaggio.In buona sostanza, ci troviamo a leggere un capolavoro tanto insolito, quanto astruso, per assenza di vera trama e per analogia con romanzi che si affidano molto, forse troppo, all’intelligenza del lettore, sullo stile di «Ulisse» di Joyce che, a suo tempo tanto fece discutere la critica. La vera patria di Naipaul è dunque nella pagina non più angosciosamente bianca, è nella scrittura. E si arriva a questo epilogo contagiati dalla sua intelligente malinconia.

 

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3 responses to this post.

  1. Affascinante nella sua stranezza

    Rispondi

  2. intrigante.
    Un grande abbraccio
    GP

    Rispondi

  3. Contraccambio l’abbraccio di cuore
    g

    Rispondi

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