L’invenzione dell’inverno

Gopnik, viaggio neEDGT74815gllo spettacolo dell’inverno

Arte letteratura, musiche e moda: un elogio del periodo più freddo

Non ci era mai capitato di passeggiare dentro una stagione. Eppure, Adam Gopnik col suo L’invenzione dell’inverno (Guanda, pp.269, euro 20, traduzione di Isabella C. Blum), ci regala un magico viaggio tra gli artisti, i libri, le musiche, le mode che hanno forgiato la nostra nuova visione dell’inverno.

Il saggio è diviso in capitoli che si aprono con l’inverno romantico, per chiudersi con l’inverno del ricordo. E lungo tutto il percorso, l’autore ci fa gustare una nuova idea di questa stagione, dai paesaggi gotici dei romantici tedeschi, alle poetiche nevicate degli impressionisti per giungere alle parabole natalizie ambientate nelle città di Charles Dickens, approdando alle visioni degli iceberg di Lawren Harris, senza dimenticare Nat King Cole che canta Baby, It’s Cold Outside.

Lo charme dell’inverno è possibile solo quando abbiamo un luogo coperto, caldo e sicuro in cui rifugiarci, e l’inverno così oltre che una stagione da attraversare, diventa un momento di vita su cui soffermarci per osservarlo.

Scomoda i grandi di tutto il settore artistico, Gopnik, per sostenere la sua visione dell’inverno, a partire da Vivaldi con la bellezza mozzafiato dell’ Inverno, una delle sue Quattro stagioni del 1725.

Si tratta,  proprio col musicista veneziano, di uno dei primi accenni al fatto che nell’inverno vi sia qualcosa di specifico che offre piacere o aspira ad esso.  L’inverno assurge a dignità di atto poetico. Passando in rassegna i numerosi poeti che hanno parlato di questa stagione, l’Autore fa cenno in particolare a William Cooper che inneggia all’inverno quale ‹‹signore dell’anno capovolto ›› e lo incorona ‹‹re delle intime gioie››. E sarà, inoltre, il grande S.T.Coleridge a parlare, eccezionalmente in prosa,  proprio al cadere del Settecento, del ‹‹sublime spettacolo›› goduto in Germania in un suo viaggio invernale.

Gopnik continua a trascinarci dentro il mondo dell’arte e della musica, accennando a Friedrich (1824) col suo Mare di ghiaccio, parlandoci del grande acquarellista inglese Turner che fece della Svizzera il suo principale soggetto poetico.

Man mano che procediamo nella colta lettura, scritta in impeccabile prosa, ci rendiamo conto anche del fatto come dal Natale degli affetti si sia slittati in quello dei consumi, come la passione per le stampe giapponesi abbia ammorbidito la nostra visione del freddo, come i resoconti delle esplorazioni polari abbiano dato vita ad un nuovo senso dell’avventura.

L’inverno duro con cui i romantici tedeschi identificavano lo spirito nordico – in contrapposizione al razionalismo illuminista – ha ceduto il passo alle eleganti mollezze di quello ritratto dagli impressionisti, ampiamente citati nel testo.

Sembra che i mesi invernali abbiano guadagnato una loro propria misura di svago, dal sottile piacere delle piste di pattinaggio, alle folle dello shopping. L’estetica boreale dei paesi freddi ha sedotto anche il clima mediterraneo con neve finta e tutto quello che può far sognare un mondo innevato.

Questo saggio è un prezioso mosaico tra concetti filosofici e  soprattutto   poesia, per prendere coscienza del valore dell’inverno goduto dal vetro di una finestra, nel tepore di una stanza ben riscaldata.

Adam Gopnik scrive per il ‹‹New Yorker›› dal 1986. Ha vinto prestigiosi premi letterari, fra cui, per tre volte, il National Magazine Award for Essays and for Criticism.

Grazia GiordaniEDGT74815g

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3 responses to this post.

  1. Pubblicato ieIy 21/01/2016 in ARENA

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  2. Un singolare libro come hai ben delineato.
    Un sereno fine settimana
    Un abbraccio
    Gian Paolo

    Rispondi

  3. Riabbraccio, a GP
    grazia

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